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martes, 31 de enero de 2012

Primo amore - Matteo Garrone (2004)


TÍTULO ORIGINAL Primo amore
AÑO 2004
DURACIÓN 100 min.
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS En inglès (Separados)
DIRECTOR Matteo Garrone
GUIÓN Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Vitaliano Trevisan (Libro: Carlo Mariolini)
MÚSICA Banda Osiris
FOTOGRAFÍA Marco Onorato
REPARTO Vitaliano Trevisan, Michela Cescon, Elvezia Allari, Paolo Capoduro, Roberto Comacchio, Paolo Cumerlato, Claudio Manuzzato, Marco Manzardo, Antonella Mazzuccato, Gianluca Moretto, Alberto Re, Pierpaolo Speggiorin, Antonio Viero, Deni Viero
PRODUCTORA Medusa Film
PREMIOS
2004: Festival de Berlín: Oso de Plata - Mejor banda sonora
2003: Premios David di Donatello: Mejor música. 5 nominaciones
GÉNERO Drama

SINOPSIS Vittorio (Vitaliano Trevisan) está buscando a su mujer perfecta. Sabe perfectamente lo que quiere y eso hace imposible para él encontrarlo. Un día conoce a Sonia (Michela Cescon). Ella es guapa, joven, encantadora... sin embargo no cumple al cien por cien las expectativas de Vittorio. Las dudas le asaltan pero de todas formas decide empezar una relación con ella. Sonia debe enfrentarse con el lado más oscuro de Vittorio que comienza a influenciar peligrosamente en ella poniéndola al borde de un peligroso precipicio sin vuelta atrás. Esta es la historia de un hombre que víctima de sus obsesiones pierde el control de su propia vida. También es la historia de una mujer que no puede escapar de las proyecciones de su amado. (FILMAFFINITY)


Vittorio, piccolo imprenditore del vicentino nell'ambito della produzione orafa, incontra Sonia attraverso un annuncio per cuori solitari. I due incominciano a conoscersi e a frequentarsi con alcuni dubbi sulla possibilità di riuscita del loro rapporto.
Vittorio in realtà è in analisi perché è ossessionato da giovani magre, anzi magrissime, fino all'eccesso. La storia continua anche perché Sonia accetta di diminuire il suo peso ma lo fa come un atto di amore, ignorando la psicopatia di Vittorio.
All'inizio quella di Sonia sembra una sua scelta arbitraria, ma a lungo andare la sua scelta si trasforma in un incubo anche perché i due scelgono di vivere insieme. Vittorio cade spesso negli eccessi, diventa sospettoso verso Sonia immaginando che lei mangi di nascosto, evita che possa nutrirsi di carboidrati e di grassi e le consente solo verdure e insalate.

Anche questo film di Garrone sfida il principio di causalità. Le cose accadono e, per quanto improbili possano essere, non è dato sapere il perchè accadano, quali siano le dinamiche sottese dagli eventi. Così come è stato per il precedente L'imbalsamatore. Molte sono le contiguità con il precedente lavoro. Anche qui viene osservata la relazione psicotica che viene a instaurarsi tra il dato prevalente del proprio reale, il lavoro, e i propri desideri, sessuali.
Se ne L'imbalsamatore la dialettica era tra vita e morte, bellezza e deformità, qui la dialettica è istaurata tra valore intrinseco e valore esterno. Qual è il valore dell'oro? Davvero risiede esclusivamente nel suo elevato peso specifico? E come spiegare la linearità del valore, per cui a maggior peso corrisponde maggior valore, secondo una legge certa e prevedibile. Ma questo non ne svilisce un valore interno, percepibile solo da chi, lavorandolo, traendone sostentamento, ne coglie il suo valore intimo e ultimo? Qui il protagonista è un orafo, ossessionato dai corpi femminili anoressici. Solo nella privazione di materia ritrova valore. Psicoticamente ritrova assolutamente disgiunta la mente dal corpo e solo la smaterializzazione del corpo gli permette di amare.
Garrone sceglie attori perlopiù sconosciuti e li lascia recitare in dialetto. Questo fa parte di un suo percorso di ricerca di verità e semplicità, così come la scelta di basare la sceneggiatura su episodi realmente accaduti o la presa diretta dell'audio. Non sempre questo percorso è armonico: un certo realismo si scontra con la ricerca di atmosfere e ambientazioni, la vicenda reale non risulta credibile di per sè e la presa diretta non è tecnicamente curata. Anche questa volta Garrone conferma un grande intuito che lo porta a creare suggestioni che non riesce pienamente a gestire nel film che appare in equilibrio incerto.
Pasquale D'Aiello
http://www.storiadeifilm.it/Primo_Amore_di_Matteo_Garrone_(Fandango,_2004).p0-r900

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“Primo amore” non è un film facile da metabolizzare. E sarebbe un errore farsi ingannare dal titolo, ispirato ad un verso di Beckett: di amore non ce n’è molto. Non quello che siamo abituati a vedere sullo schermo, almeno: forse, c’è l’altra faccia dell’amore, quella dell’ossessione, del possesso, dell’annichilimento di sé, della solitudine.
Vittorio - un personaggio antipatico come pochi, interpretato dallo scrittore Vitaliano Trevisan - è alla ricerca di una donna, o, come dice lui, di un corpo e di una testa, nell’ordine. Trova invece in Sonia prima la testa, e poi il corpo. Approssimativamente tra i 55 e i 57 kg. Troppi. Il film racconta la loro storia, il loro incontro e poi la loro difficile convivenza. Vittorio vuole modellare a suo piacimento il corpo della compagna: la sua è una vera e propria ossessione. Solo quando avrà perso almeno 10 kg potranno cominciare a vivere. Come un fiore senz’acqua, pian piano la ragazza appassisce. La bilancia segna un’inesorabile perdita di peso. L’unica traccia d’amore forse è proprio lo slancio di Sonia: annienta se stessa e i propri bisogni elementari per fare spazio ai desideri di quell’uomo che a malapena conosce, si autoinfligge pranzi e cene a base di carotine e insalata per realizzare i sogni (le manie) di Vittorio. E renderlo un po’ meno triste.
Ma può una relazione basarsi sull’annientamento di sé, sulla prepotenza, sul sogno di perfezione, di un corpo che rispecchi un ideale?
La risposta sta nel finale, inevitabile. E indecifrabile: happy end o tragedia? Dipende solo e soltanto dal punto di vista.
“Primo amore” è un film sulla perdita, senza fronzoli e senza pretese di spettacolarità.
Lasciarsi tutto alle spalle, perdere ogni contatto con il passato. E quando sembra non sia rimasto più niente, continuare a scavare, togliere lo strato di catrame che riveste la superficie delle cose, e bruciare tutto nel fuoco. Quello che resta è la cosa più importante.
E’ un po’ attorno a questa filosofia che ruota questo secondo film del giovane regista romano Matteo Garrone, già autore dell’applaudito “L’imbalsamatore”.
Il ritmo è pacato, la storia fa frullare in testa pensieri strani e disturbanti sulla violenza di cui si può nutrire l’amore. La voce off del protagonista strascica le parole, infastidisce. L’accento veneto non corretto immerge i personaggi in un ambiente reale. Insomma, non è solo il corpo della protagonista - interpretata da Michela Cescon, che durante le riprese è dimagrita davvero - a venire spogliato, ma la stessa idea di cinema viene messa a nudo: niente più vestiti sgargianti, niente pettinature raffinate o gioielli ad impreziosire il film.
Cosa resta allora? Restano le ossa, resta lo scheletro portante, resta il potere e la forza della pura immagine, l’essenza del cinema. L’inquadratura è sempre ricercata, ma la macchina da presa alla fine viene sempre calamitata sui corpi di Sonia e Vittorio. A volte l’occhio si avvicina così tanto alla loro pelle da sfocare. Sono dettagli che non consentono una visione d’insieme del corpo, e che quindi, in un certo senso, nascondono.
In un’epoca sempre più tecnologica e virtuale, farcita di effetti speciali e organismi cibernetici, “Primo amore” è un film che cerca di bruciare tutto il superfluo e di recuperare l’essenziale: l’immagine e il corpo. Operazione interessante, ma per ogni scelta c’è un prezzo da pagare. E “Primo amore” paga il suo intellettualismo perdendo un altro ingrediente fondamentale del cinema: la spontaneità dell’emozione.
Stefano Borgo
http://www.centraldocinema.it/recensioni/feb04/primo_amore_di_matteo_garrone.htm


Primo amore. Psicologia e(’) alchimia
[Anom(al)ie del titolo: volatilità residuale del segno grafico dell’accentazione che non si lascia catturare dalle parentesi. Occorre trasformare alchemicamente la grammatica così come la materia].
Cinema della differenza, sulla differenza, fondamentalmente quello di Garrone. Figure della difformità che si muovono faticosamente in uno spazio sempre troppo piccolo per contenerne la debordanza, sempre troppo ampio per percepirne i movimenti. Cinema che assume come paradigma estetico il discorso sullo spazio, sui luoghi, affrontato dai vari Amelio, Mazzacurati, Soldini, ma prima ancora Pasolini, Antonioni, e principalmente Rossellini, come punti di riferimento eminenti per approfondire la relazione cinematografica che lega il (presunto) soggetto allo spazio (dis)abitato, che ne coglie gli impercettibili spostamenti come modificazioni interiori, psicologiche (le esistenze imbalsamate nella più apolide delle napoletanità di L’imbalsamatore, tanto per abbandonarsi agli esempi). La m.d.p. di Garrone (è quasi sempre lui l’operatore alla macchina) è scrupolosamente attenta al gioco di avvicinamenti e distanziamenti dei/dai corpi, dai volti. Non c’è soggetto nel cinema di Garrone se non l’implacabilità del suo sguardo scostante/spostante, ora freddo ora accesisssimo. Un occhio che scruta più che osservare, autoptico, brackhageiano, (disperatamente), la messa in opera di un’ossessione entomologica più che voyeuristica, di un procedimento tassidermico che scava dentro i corpi per sviscerarne i loro segreti (/secreti), la loro interiorità, per poi alla fine ricucirli attribuendogli o, meglio, insufflandogli l’illusione di un’esistenza imbalsamata (questa è la riflessione del cinema di Garrone sul soggetto, sui soggetti).
Primo amore, che non è (solo) un film sull’anoressia e sull’equivocità dell’amore, mette in scena sublimemente il delirio dell’alchimista ovvero il delirio di colui che è ossessionato dal mito filosofico-esoterico dell’armonia micro-macrocosmica, del rapporto intrinseco tra res cogitans e res extensa, tra psyche e soma, tra pensiero e materia. Al corpo puro corrisponde una mente pura. Vittorio è ossessionato dall’opus alchemico fino a inscenare nel teatro delle sue psicosi il sogno/delirio dell’alchimista che deve trovare la quintessenza, la pietra filosofale, che deve trasformare la merda in oro, cioè in oro filosofico, ossia purezza interiore. La purificazione è un processo fisico di “toglimento”, l’alchimista (e Vittorio lo è) deve, michelangiolescamente, neo-platonicamente, togliere via tutte le impurità della materia per raggiungere la bellezza assoluta, che corrisponde alla perfezione etico-estetica. Bisogna insegnare alla testa per istruire il corpo, questa è la falsa convinzione degli alchimisti i quali hanno sempre ignorato che anche il cervello è un corpo, e anche gli organi sono cervello (sic docet David Cronenberg) e che forse l’essere umano rimane imprigionato ineluttabilmente nella sua inevadibile condizione di “opera al nero”, di “nigredo” (interessanti, come sempre, le iperboli cromatiche della fotografia di Marco Onorato atte ad  esemplarizzare i vari stadi dell’opus: il rosso del fuoco, i marroni della terra e del corpo umano, i verdi delle luci fredde, il nero delle ombre, della notturnità, come assenza di colore e di esistenza). Vittorio è fin troppo intrappolato nel suo delirio catartico (in senso etimologico) che sul delirio dell’alchimista proietta anche il delirio del demiurgo golemico che vuole dare vita e forma alla sua creatura, non accorgendosi che il corpo di Sonia è un corpo che muore (splendida l’imago mortis della ragazza nell’Accademia, e degli sfiguramenti schieleiani del suo corpo smagrito, devitalizzato, scarnificato). Sonia d’altra parte è ciò che i greci chiamavano hyle, la materia virginale da plasmare che assume su di sé l’ossessione ammantata di psicopatologia amorosa di Vittorio, è la santa anoressica che anela misticamente all’annullamento di se stessa. Straordinaria, pur nel suo didascalismo connotativo, la sequenza del prolungato sfocamento delle figure di Vittorio e Sonia al lago sulla barca, il loro svanire/svenire incorporeo, spettrale. Il delirio di Vittorio dovrebbe idealmente pretendere l’evanescenza del corpo fino a restituirne il suo più ultimo (anche in senso escatologico) residuo: l’anima, il ciò che resta del corpo, che è quello che conta. I “21 grammi” di Iñarritu, altro grande film sulla residualità, sullo scarto letteralmente esistenziale, sulla indefinibile permanenza del qualcosa piuttosto che il nulla. Altro film materico, pima ed oltre che cerebrale, ovviamente “incompreso” perché visto con i soliti occhi troppo mentali, troppo poco umorvitrei del critico.
Mauro F. Giorgio
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=1824

lunes, 30 de enero de 2012

Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata - Luigi Zampa (1971)


TÍTULO ORIGINAL Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata
AÑO 1971
DURACIÓN 107 min.
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Si (Separados)
DIRECTOR Luigi Zampa
GUIÓN Luigi Zampa, Rodolfo Sonego
MÚSICA Piero Piccioni
FOTOGRAFÍA Aldo Tonti
REPARTO Alberto Sordi, Claudia Cardinale, Riccardo Garrone, Corrado Olmi, Tano Cimarosa, Angelo Infanti, Marisa Carisi, Betty Lucas
PRODUCTORA Coproducción Italia-Australia; Documento Film
GÉNERO Comedia | Inmigración

SINOPSIS Amadeo, un inmigrante italiano que lleva viviendo en Australia 20 años, intenta, como muchos otros compatriotas suyos, conseguir una esposa italiana. Pero siempre envía una foto en la que también sale un amigo suyo, y las mujeres le rechazan indicándole su interés por su amigo. Ante tal panorama, el amigo de Amadeo le convence de que en la próxima carta diga que en la fotografía él es Amadeo. Así no tardará en responder Carmela, una prostituta que queriendo huir de su chulo, comienza a cartearse con Amadeo. Cuando llega al aeropuerto, Amadeo se sorprende ante la belleza de Carmela y no se atreve a confesar la verdad, y continúa con el engaño de la fotografía. (FILMAFFINITY)



TRAMA:
Amedeo Battipaglia, un italiano emigrato da una ventina d'anni in Australia, dove lavora come guardafili lungo una linea ferroviaria, comincia a sentire il peso dell'età, delle malattie (soffre, tra altro, di crisi epilettiche) e della solitudine. Deciso a sposarsi con un'italiana (le australiane sono troppo emancipate per i suoi gusti), entra in contatto epistolare - grazie alla collaborazione di un sacerdote - con una giovane compatriota disposta a raggiungerlo in Australia. Essendo egli assai poco attraente e temendo di venire rifiutato a priori nel caso che invii una propria foto, decide di spedire alla giovane un ritratto del suo aitante amico Giuseppe. Allorchè la ragazza - Carmela, una ex-prostituta decisa a tenere nascosta la sua trascorsa attività - giunge in territorio australiano, Amedeo si reca a riceverla, fingendo di essere stato inviato dall'amico Giuseppe per accompagnarla a destinazione. Nel lungo viaggio di trasferimento, Amedeo ha modo di mostrare alla giovane tutte le buone qualità del suo animo ma anche le infermità da cui è affetto: successivamente, si vede costretto a rivelarle l'inganno con il quale l'ha spinta a venire in Australia. Giuseppe, dal canto suo, pensa di sfruttare la situazione a proprio vantaggio, cercando di convincere Carmela a riprendere il suo turpe mestiere. Carmela respinge indignata la proposta di Giuseppe e pur adirandosi con Amedeo, principale responsabile della sua disavventura, finisce con lo sposarlo, poichè comprende che il brav'uomo le vuole bene ed è disposto a perdonarle il suo passato.

NOTE:

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¡Yes! ¡Allright!
Agridulce comedia sobre los desvelos de un solterón italiano en Australia en su empeño por conseguir una buena chica por correspondencia. Desesperado se hará pasar por un amigo suyo y conseguirá a traer a la monumental, y no tan virginal, prostituta encarnada (literalmente) por Claudia Cardinale. Muy divertido film de/con Sordi que funde la inmensa capacidad para la ternura del actor, su carácter amalgamador de “lo italiano”, con la veta satírica de la comedia post-neorrealista dentro de una estructura itinerante llena de calamidades. Pese a una duración excesiva y concesiones a lo turístico el invento se sostiene, tanto por la demoledora capacidad de observación/representación como por la genialidad de su pareja protagonista. Además el principio y el final resultan memorables en su síntesis de patetismo y comicidad.
ben wade
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/641826.html


Lui, Alberto Sordi, è certamente onesto, nel senso che svolge onestamente il suo lavoro di guardiano delle linee ferroviarie australiane, ma certamente non è bello; non solo, va per i 50 e pare che soffra di convulsioni.
D'altra parte lei, Claudia Cardinale, fa la prostituta e si finge illibata, così come lui finge di essere il "bello" Amedeo, collega di lavoro fortunato con le donne.

Il film fu girato quasi tutto in Australia fra veri immigrati italiani e trasuda l'atmosfera irreale generata dal contrasto fra il luogo e i personaggi.
Particolarmente bravo Alberto Sordi che riesce, occhieggiando alle espressioni di Stan Laurel (lui aveva dato la voce a Ollio), a dare ad Amedeo una maschera più tragica che comica, estraniata come è giusto data la situazione.
Sempre riconoscibili e molto da "albertone" le musiche di Piero Piccioni.

Italiani in Australia...
L'80 per cento sono meridionali, sopratutto siciliani e calabresi; sono emigrati nel dopoguerra e l'emigrazione è del tutto cessata negli anni '70.
Hanno inventato una lingua, l'italiese. Ecco alcuni esempi:
rabice - immondizia (da rubbish)
bucco - libro (da boock)
checca - torta (da cake)
tomate - pomodori
busso - autobus
carro - automobile (da car)
loffa di pane - pagnotta 8da loaf of bread
http://www.lascatolachiara.it/articoli/bellonestoemigrato.htm

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La vicenda racconta di Amedeo, uomo italiano non più giovanissimo, emigrato da una ventina d’anni in Australia. Una scelta non proprio voluta, ma dettata dal bisogno di lavorare, in questa terra lontana  ha trovato un’occupazione nelle ferrovie. Tuttavia, non ha mai dimenticato le proprie radici e sentendo il bisogno di formarsi una famiglia, decide di fare come tanti altri nella sua situazione, intrattenere un rapporto epistolare con qualche gentil donzella dell'amata patria, sperando che qualcuna possa acconsentire a dividere con lui il resto della vita. Per Amedeo è quasi un rito, una grande emozione preparare quelle missive, mettere su carta poche frasi che arrivano dal cuore e aggiungere alla fine l’immancabile foto.
Il periodo che segue in attesa di una risposta, è ogni volta estenuante e pieno di dubbi. Piacerà oppure no? Può essere stavolta la volta buona? Purtroppo, non c’è mai una risposta affermativa, cosa che fa scattare in Amedeo una decisione assurda e repentina. Nel prepararsi a spedire l’ennesima lettera, cambia la sua foto con quella di Giuseppe, un suo aitante amico e collega di lavoro. E’ deciso a tutti i costi a trovare una moglie italiana, anche perché pensa che le australiane siano troppo emancipate, d’idee troppo libere.
Lui invece, ricorda ancora le ragazze tutta casa e chiesa della sua terra, solo a una di queste vuole dare il suo cuore. Non sa Amedeo che i tempi sono cambiati anche dalle nostre parti, vent'anni non sono un soffio e hanno giustamente lasciato il loro segno di rinnovamento e modernità.
Finalmente risponde una signorina di nome Carmela, ha trovato molto attraente quell’immagine in bianco e nero che c’era nella busta proveniente dall’Australia. Non sospetta Amedeo che è solo decisa a lasciarsi alle spalle una vita da ex prostituta e quale occasione migliore di questa? Partire verso una terra lontana, dove nessuno sa del suo passato e dei suoi errori, è la cosa di cui ha bisogno. Così questa bella ragazza calabrese arriva in una stazione della lontana Australia con una valigia carica di sogni e pochi effetti personali. Ad attenderla, tra la bolgia di uomini e donne, in gran parte nella sua stessa situazione di promessi sposi uniti solo da rapporto epistolare, c’è una persona diversa da quella che si aspettava di trovare!
Amedeo prontamente si presenta come un amico del suo platonico fidanzato, che ha solo il compito di accompagnarla a destinazione.
Da questo momento tanti accadimenti movimentano la scena, la situazione è davvero intricata ed esplosiva. Ha inizio un lungo viaggio costellato di difficoltà e bugie che porta verso un epilogo da non perdere.
- La visione di questo film è davvero imperdibile, a parte l’anno di produzione, quel che ne fa un’opera cinematografica imperdibile è la presenza di due attori protagonisti di alto livello, Alberto Sordi e Claudia Cardinale.
La trama è intensa, ricca di momenti anche drammatici, che riportano alla mente periodi difficili degli anni passati, persone costrette a emigrare portandosi nel cuore e nei pensieri le immagini care della propria terra.
E’ una vicenda che sa di solitudine e disperazione, ma anche di dolcezza e di serietà, nonostante le bugie che intrecciano gran parte della storia.
Poteva finire qui, ed essere una delle tante pellicole avvincenti ma comuni, pronte a scivolare nel dimenticatoio di un passato cinematografico ormai in disuso.
Invece no, quel che rende speciale “Bello, Onesto, Emigrato Australia Sposerebbe Compaesana Illibata”, è la particolarità di un intreccio fatto di vari generi, dove alla drammaticità si affianca una vena comica non indifferente.
La presenza di Alberto Sordi è decisiva nel dare valore in tal senso, la sua verve recitativa e la simpatia che lo contraddistingue lasciano il segno, regalandoci dei momenti indimenticabili.
La perla di questo film è una giovane, brava e bellissima Claudia Cardinale, che affianca con maestria l’Albertone nazionale.
Se non l’avete ancora visto, vi consiglio vivamente di farlo.
Per quanto mi riguarda, trovo questo film dal titolo che è già tutto un programma, uno dei più belli di Alberto Sordi e Claudia Cardinale. Consigliato!
http://cinevisioni-e-letture.blogspot.com/2010/09/bello-onesto-emigrato-australia.html

domingo, 29 de enero de 2012

Lo smemorato di Collegno - Sergio Corbucci (1962)


TITULO ORIGINAL Lo smemorato di Collegno
AÑO 1962
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS En italiano (separados)
DURACION 87 min.
DIRECTOR Sergio Corbucci
GUION Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
REPARTO Totò, Nino Taranto, Erminio Macario, Yvonne Sanson, Aroldo Tieri, Rosa Checchi, Mario Pisu, Pietro Carloni, Mario Castellani, Elvy Lissiak, Franco Volpi, Riccardo Billi, Enrico Viarisio, Franco Giacobini, Gisella Sofio, Gianni Rizzo, Franco Ressel, Antonio Acqua, Mimmo Poli, Lina Alberti
FOTOGRAFIA Enzo Barboni, Stelvio Massi
MONTAJE Giuliana Attenni
MUSICA Piero Piccioni
PRODUCCION Gianni Buffardi per Buffardi Cinematografica, Euro International Film
GENERO Commedia

SINOPSIS Un smemorato e' riconosciuto come suo marito sia dalla moglie dell'industriale Ballarini,disperso in guerra,sia dalla signora Polacich ed e' riconosciuto anche come il truffatore Giuseppe da un suo complice.In tribunale si scopre che tutti per diversi motivi hanno mentito.



Critica e curiosità
Girato nel giugno del '62 il film si ispira ad un fatto realmente accaduto : il famoso caso di Bruneri e Canella , il cui processo aveva come protagonista un reduce della prima guerra mondiale che aveva completamente perso la memoria , e venne celebrato a Pollenza nel 1927 . Nel film Totò ritrova Macario e vecchi amici con i quali non lavorava da parecchio tempo .
Scriveva Vittorio Ricciuti : " Sergio Corbucci che è un regista attento e di gusto [..] è riuscito ad evitare che si degenerasse , anche nei momenti in cui più Totò vi da dentro , in una farsa . Totò è , come sempre , un comico lepidissimo , che ha trovato una spalla piena d'umore in Nino Taranto[..] " .
Da un articolo senza firma su La Notte : " [..] Si tratta di una delle solite farse all'italiana dove Totò [..] si prodiga sul suo solito metro [..] " .
http://www.antoniodecurtis.com/collegno.htm

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Trama e commento
Alla clinica neurologica viene ricoverato un uomo, che soffrendo di amnesia, si era arrampicato sul monumento equestre in piazza per attirare l'attenzione sulla sua situazione.
La moglie dell'industriale Ballarini, vista una sua foto sul giornale, riconosce nell'uomo il suo primo marito disperso in Russia, contro la volontà di tutti i parenti lo prende in casa. Ma anche la signora Polacic riconosce in lui il marito che l'aveva lasciata molti anni prima. Nel frattempo viene riconosciuto come il ladro Lobianco e processato.
Durante il processo si scopre che non può essere né il marito della Ballarini che l'aveva finalmente riconosciuto per carpire i soldi del defunto ai parenti di lui, né il ladro che si trova in prigione. Forse è il marito della signora Polacic, ma appena finito il processo, anche lei gli rivela di averlo riconosciuto, perchè pagata dai parenti dei fratelli Ballarini. Rimasto di nuovo solo, senza sapere qual'è la sua vera identità, l'uomo se ne va con la compagnia di un cane.
Il film si ispira liberamente al famoso caso di Bruneri e Canella, il cui processo, centrato su un reduce della prima guerra mondiale che aveva perso completamente la memoria, venne celebrato a Pollenza nel 1927. Qui lo smemorato è un reduce della campagna di Russia del 1941, che fa ritorno dopo circa vent'anni in Italia.
Il chiaro precedente del film è "Letto a tre piazze", con Aroldo Tieri che interpreta praticamente lo stesso ruolo, anche se lo sviluppo narrativo, lo stile, la recitazione e il genere sono completamente diversi. Là c'era una evidente farsa, che degenerava in barzelletta sceneggiata, qui un'attenta analisi sviluppata in chiave realistica, anche se con frequenti incursioni nell'ambito della commedia e persino della farsa, come le sequenze all'interno del manicomio e in alcuni duetti con Nino Taranto e Macario. L'atmosfera generale del film, con Totò imputato in un processo, la cui vicenda viene ricostruita con continui flash-back, richiama non solo la struttura narrativa di "Dov'è la libertà?", ma anche la stessa recitazione di de Curtis, intensamente drammatica e insieme ironica nei confronti del "mondo esterno", impermeabile a qualunque vero sentimento, con tutti i personaggi che sono pronti a corrompere e a rovinare il prossimo pur di raggiungere il loro tornaconto.
Le sequenze del manicomio e i duetti con Nino Taranto e Aroldo Tieri richiamano con evidenza alcuni passaggi di "Totò, Peppino e le fanatiche", del quale viene addirittura plagiata la scena della telefonata con la "contessa". Il personaggio interpretato da Totò appartiene al genere triste, come quello di "Dov'è la libertà?" e persino di "Yvonne la nuit", tratteggiato con una recitazione severa e attenta ai dettagli realistici. Accanto a tale personaggio c'è però anche quello del pazzo in manicomio, che si traveste da suoro, gioca con Macario e tiene testa al primario con una recitazione centrata sull'effetto comico, sui giochi di parole e le innumerevoli gags del noto repertorio.
È una tendenza di Sergio Corbucci quella di sfruttare nello stesso film, come era già avvenuto, i due registri recitativi di de Curtis, entrambi grandissimi, ossia quello della schietta comicità e quello del realismo drammatico; pertanto, il film, anche se curato sul piano della sceneggiatura e della regia, risulta diviso in due e Totò recita con la spalla (Nino Taranto e Macario) solo nelle scene comiche, altrimenti è solo.
Nel finale Totò, abbandonato da tutti, si incammina col cane sullo sfondo, richiamando altri finali tristissimi, come "Yvonne la nuit", "Guardie e ladri", "Una di quelle", "Totò e Carolina" e "Siamo uomini o caporali?".
La chiusura sfonda invece nel surreale, con Totò che raggiunge il famoso balcone di piazza Venezia e si mette ad arringare una folla che non esiste ("popolo di vigili urbani"), così come è surreale e pochadistica la scena con Tieri sotto il letto.
Si ritrovano alcuni giochi linguistici, di cui alcuni anche volgari, come scorci e parli, che viene inteso come scorci le palle (rarissimo e forse unico caso di aperta volgarità verbale detta da de Curtis in tutta la sua carriera).
Altri calembours sono Walter per water e l'esilarante tomo tomo... cacchio cacchio ripetuto sei volte.
(Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri)
http://dduniverse.net/ita/viewtopic.php?t=3588212

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Un reduce di guerra ha perso l'identità. È solo e disperato. Non si ricorda il suo nome. La sua professione. Niente. Il suo passato è perso nel buio. L'unica alternativa è quella di attirare l'attenzione delle pubbliche autorità. E, a questo scopo, si barrica all'interno di un gabinetto pubblico. Ma a seguito di questo gesto estremo la situazione, invece di semplificarsi, si complica.
Come se non bastasse, mentre il povero smemorato si trova all'interno dello studio di uno psichiatra, si presentano due diverse signore: che rivendicano, entrambe, il loro ruolo di moglie. La signora Ballarini e la signora Polacich.
 Quest'improvvisa popolarità, non gli porta altro che guai. Troppi. A catena. Scambiato prima per ladro e poi per eroe, non riuscirà mai a sapere chi è davvero. E resta solo. Con un cagnolino perso e sbandato, come unica compagnia...
È la settantaseiesima interpretazione del grande Totò, diretto ancora una volta da Sergio Corbucci. Il film trae spunto dall'omonima vicenda realmente accaduta in Italia negli anni Venti.
http://www.archivio.raiuno.rai.it/schede/9011/901111.htm


Descrizione
A rendere clamoroso il caso dello smemorato di Collegno contribuirono sia la stampa sia l'opinione pubblica. Una vicenda privata si trasformò rapidamente in un fenomeno collettivo che vide coinvolte aree sempre più ampie della società, della politica e delle istituzioni. La storia fu subito costruita in funzione di miti e modelli culturali profondamente radicati nell'immaginario popolare: dal topos degli sposi perduti e ritrovati a quello dell'impostura e dello scambio di persona. I precedenti storici e letterari furono evocati con precisione: dall'Ulisse di Omero a Martin Guerre, al colonnello Chabert di Balzac. il caso ispirò romanzieri, poeti e drammaturghi, tra cui Pirandello e un inedito Eduardo De Filippo. Ai richiami letterari si saldarono questioni allora di scottante attualità, come il dramma dei dispersi della Grande Guerra. Che cosa definiva l'identità di un individuo? Poteva essere dimostrata attraverso prove scientifiche? Era invariabile nel tempo oppure poteva essere costruita ad arte o scambiata? Ma la vicenda si rivela ancora oggi un campo d'indagine straordinariamente utile per comprendere le suggestioni sociali, cronachistiche e letterarie che contribuivano a formare l'opinione pubblica nell'Italia del fascismo al potere. Ma anche un punto d'osservazione sui confini che dividevano la sfera pubblica dalla vita privata nei primi anni di un regime impegnato a ridefinire l'identità nazionale degli italiani.

La recensione de L'Indice
Chi era lo smemorato di Collegno? Mario Bruneri, torinese, nato nel 1886, ex tipografo, latitante dal 1922, inseguito da tre ordini di cattura, con moglie, un figlio e un'amante chiamata Milly? O Giulio Canella, veronese, nato nel 1882, professore emerito di filosofia, uomo austero, cattolico, appartenente a una famiglia facoltosa e influente e disperso in guerra sul fronte macedone nel 1916? Lo smemorato scelse Canella e la moglie del professore lo riconobbe. I magistrati, dopo un lungo e travagliato processo, giunsero alla conclusione che lo smemorato era e restava solo il tipografo truffatore.
In realtà, fin dall'inizio la vicenda era sembrata in qualche modo "pirandelliana". Quando, nel febbraio 1930, andò in scena a Milano Come tu mi vuoi, con Marta Abba nella parte dell'Ignota, spettatori e critici colsero subito l'analogia tra l'affare e il nuovo dramma di Pirandello. Del resto una vistosa traccia dello "smemorato" era già apparsa nel luglio 1927, quando a Napoli, al Teatro dei Fiorentini, aveva debuttato con grande successo uno spettacolo della compagnia Galdieri - De Filippo, diretta dal giovane Eduardo. Alcuni decenni dopo, Lo smemorato di Collegno sarebbe diventato il titolo di un celebre film di Corbucci, con Totò nella parte di Bruneri-Canella.
L'istantanea fortuna letteraria, teatrale e cinematografica può forse spiegare il ritardo con cui la storiografia ha affrontato un episodio così importante, nella storia della cultura italiana, come quello dello "smemorato". Il primo merito del libro di Lisa Roscioni è dunque di carattere storiografico e metodologico. Forte di uno stile narrativo avvincente, l'autrice è riuscita infatti a mantenere il fascino e l'ambiguità del "caso" pur senza rinunciare a una precisa e approfondita documentazione archivistica. Non pochi sono i documenti originali e inediti che costituiscono, insieme alle cronache giornalistiche, l'intelaiatura del saggio: innanzitutto la cartella clinica del "ricoverato n. 44170", conservata presso l'Archivio storico del manicomio di Collegno, ma anche il fondo della Direzione generale di Pubblica sicurezza, divisione Polizia politica, dell'Archivio centrale dello Stato, e in particolare un dossier contenente decine di informative dei fiduciari della polizia politica che raccolsero negli ambienti più disparati – dal Vaticano ai corridoi dei tribunali, dalle osterie alle redazioni dei giornali – voci, dicerie e commenti circolanti sull'affare.
Non stupisce, dunque, che dalla ricostruzione di Roscioni emerga chiaramente un'interpretazione della vicenda dello "smemorato" ben più complessa e sfumata di quella fornita, più di vent'anni fa, da Leonardo Sciascia. Nel suo Il teatro della memoria (Einaudi, 1981, riedito nel 2004 da Adelphi), lo scrittore siciliano suggerì come una questione apparentemente innocua dal punto di vista politico, quale quella di Collegno, potesse essere utile al regime fascista per "distrarre" l'opinione pubblica italiana dalla violenta operazione di liquidazione di ogni opposizione e di consolidamento della dittatura in atto in quel momento. In realtà, il caso Bruneri-Canella fu tutt'altro che inoffensivo dal punto di vista politico. Uno dei personaggi più in vista del fascismo, Roberto Farinacci, ben noto per il suo anticlericalismo, fu infatti chiamato dalla famiglia Canella a difendere lo smemorato. Inoltre, nell'affare erano coinvolte due personalità di primo piano del mondo cattolico italiano, padre Agostino Gemelli e Giuseppe Dalla Torre, direttore dell'"Osservatore Romano". Antichi amici entrambi del professor Canella, non lo avevano però riconosciuto nello smemorato e, secondo alcune dicerie cospirazioniste, manovravano, a difesa di pretesi interessi economici, intorno a non ben identificate congregazioni religiose. In quest'ottica, il caso dello "smemorato" diviene pertanto un tassello importante dello scontro tra chiesa e regime fascista. Sono questi gli anni del contrasto fra organizzazioni giovanili cattoliche e movimenti giovanili fascisti, che culmineranno, di lì a poco, il 30 maggio 1931, nello scioglimento forzato dell'Azione cattolica. E Dalla Torre, bersaglio dei "canelliani", prenderà esplicitamente posizione in difesa dell'autonomia e del diritto all'esistenza dell'Azione cattolica. L'intervento del segretario di stato cardinale Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, per imporre a Gemelli e Dalla Torre un silenzio "diplomatico" sull'affare dello smemorato, basta a dimostrare come a Collegno si stesse giocando una partita politicamente scottante.
Ma non sono soltanto i "retroscena vaticaneschi" a disegnare la portata nazionale del caso Bruneri-Canella. Al momento della chiusura dell'iter giudiziario, nel 1931, il regime fascista e la stampa cattolica si trovarono infatti nuovamente fianco a fianco. E la ragione è facilmente intuibile: la Cassazione aveva ormai emesso il suo verdetto e tutto quel parlare di una coppia irregolare con figli dall'incerto stato civile non poteva che nuocere al modello familiare e sessuale che il regime voleva propagandare. La questione morale, che aveva provocato all'inizio della storia la reazione della stampa cattolica, era ormai per il fascismo all'ordine del giorno, all'interno di una più generale strategia di controllo sociale e di ricerca del consenso. Ed è proprio in questo momento, infatti, che l'Ufficio stampa del governo, e cioè il principale organo di censura, fa circolare la prima velina sul caso di Collegno: "È stato raccomandato ai giornali di smettere di occuparsi di Bruneri", recita secco l'ordine.
Vi è del resto, nella conclusione del caso Bruneri-Canella, una terza dimensione che ne rivela la profonda connessione con la cultura e l'immaginario fascisti. Per iniziare una nuova esistenza – afferma Roscioni – lo smemorato aveva scelto un "involucro" particolarmente tradizionale. Padre di famiglia, fervente cattolico ed eroe della Grande guerra: così veniva rappresentato sui giornali Giulio Canella e così lo smemorato voleva essere. In tal senso il suo gesto era in sintonia con le profonde e contraddittorie trasformazioni sociali in atto: da un parte, tentava audacemente la scalata sociale, come molti della sua generazione avevano fatto e facevano anche attraverso il fascismo; dall'altra, però, era al modello familiare e sociale più tradizionale che si aggrappava, quello stesso modello a cui il fascismo puntava per costruire il consenso e soffocare le tensioni sociali acuite dalla grave crisi economica. Tuttavia, per essere vincente, il tentativo dello smemorato doveva essere necessariamente "moderno", ovvero aveva bisogno dell'approvazione pubblica e dell'attenzione continua dei giornali. Lo smemorato chiedeva di essere pubblicamente riconosciuto per poter esistere, rivendicando, all'interno di una cornice di valori tradizionale, un "io spirituale" assoluto e autentico, superiore all'"io materiale".
È dunque in questa sorta di "modernismo reazionario" che il caso Bruneri-Canella affonda profondamente le sue radici nell'ideologia e nella cultura del fascismo. E sarà questo continuo oscillare fra tradizione e modernità a garantirne la sopravvivenza nel secondo dopoguerra. Soltanto allora, paradossalmente, lo smemorato raggiungerà il suo obiettivo: quello di apparire periodicamente su quotidiani e settimanali, come l'eroe di un feuilleton che continuamente rinasce nell'immaginazione di chi narra la sua epopea.
Francesco Cassata
http://www.ibs.it/code/9788806186043/roscioni-lisa/smemorato-collegno-storia.html


sábado, 28 de enero de 2012

Uomini Contro - Francesco Rosi (1970)


TÍTULO ORIGINAL Uomini contro
AÑO 1970
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Si (Separados) 
DURACIÓN 101 min. 
DIRECTOR Francesco Rosi
ARGUMENTO Emilio Lussu (Novela "Un anno sull' altipiano")
GUIÓN Tonino Guerra
MÚSICA Piero Piccioni
FOTOGRAFÍA Pasqualino De Santis
REPARTO Mark Frechette, Alain Cuny, Gian Maria Volonté, Giampiero Albertini, Pier Paolo Capponi
PRODUCTORA Coproducción Italia-Yugoslavia
GÉNERO Bélico. Drama | I Guerra Mundial 

SINOPSIS Drama antibélico. Durante la Primera Guerra Mundial (1914-1918), en la frontera italo-austriaca, un desastroso ataque de las tropas italianas contra las posiciones austriacas produce un amotinamiento entre las diezmadas tropas italianas. (FILMAFFINITY)


El mensaje no lo es todo
Esta película es una respetable representante de la hornada de cine italiano "comprometido" de su época. No es una deslumbrante obra maestra, pero tampoco tan infumable como otras. Tal vez por su temática, ha soportado el paso del tiempo con cierta dignidad.
Ambientada en la Iª Guerra Mundial, nos une a un grupo de soldados italianos en una lucha absurda por una montaña perdida en mitad de la nada. El protagonista es un joven teniente, que comienza como militarista convencido y se va empapando progresivamente del absurdo de una guerra rica en absurdos.
Entre las razones para verla está, precisamente, ese absurdo, plasmado en breves escenas demoledoras e inolvidables. La estética gris y desangelada de los uniformes y las trincheras suma puntoz, así como los escasos paisajes pelados. Los actores, especialmente Gian Maria Volonté, hacen su papel con eficacia.
Pero... el mensaje no lo es todo; y por eso "Hombres contra la guerra" no es, ni de lejos, "Senderos de gloria". En primer lugar, es notoria la falta de presupuesto; valdría más haber renunciado a filmar ciertas escenas de batalla que, de todas formas, tampoco aportaban mucho al desarrollo de la trama.
El guión, pese a sus aciertos puntuales, también cojea de cierta indefinición. Los personajes son hasta cierto punto arquetípicos -un viejo general desagradable y autoritario, honrados soldados sufrientes, suboficiales como auténticos líderes naturales "del pueblo"...-, y tal vez este hecho lastre un poco la historia; la sensación de que esta historia la hemos visto ya demasiadas veces.
Pese a todo, sigue siendo una aproximación interesante a la guerra
DrKrokowski
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/530746.html

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CRITICA
"Applicatosi a un racconto di natura rapsodica, nel quale i vari episodi sono intercalati da scene di battaglia che ripetono spesso i canoni del buon cinema di guerra, Rosi ha momenti severi e asciutti ma non sempre fonde le due anime del film con una fantasia figurativa pari alla crudezza della sua polemica (...). In questi limiti, e avanzata qualche riserva su alcune suggestioni oratorie cui Rosi, aiutato dalla musica di Piccioni, non vuol sottrarsi, il film ripiega con la prestanza spettacolare, soprattutto con la concitazione di molte scene di massa, una certa inerzia lirica." (Giovanni Grazzini, 'Corriere della Sera', 1° settembre 1970) "Veemente dramma antimilitarista tratto da 'Un anno sull'altipiano' di Emilio Lussu, in cui il compagno Francesco Rosi, che l'ha sceneggiato con Tonino Guerra e Raffaele La Capria, sputtana il mito della grande guerra. Al massacro, sibila, furono spediti i poveracci, mentre la borghesia se ne stava beatamente in poltrona. Ovvero, benvenuti nel regno della demagogia".
(Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 8 aprile 2003)

"Uomini contro", di chiara impronta pacifista ed antiautoritaria, mostra la follia umana della guerra. Tra gli interpreti uno straordinario Gian Maria Volontè nella parte di un tenente disilluso che la guerra non possa e non debba essere l’unica soluzione ai conflitti sociali. Per questo definito quindi il ribelle disertore. E’ interessante notare che il film del 1970 non fosse per niente gradito all’opinione pubblica, immaginate il periodo storico tra guerra fredda, “mine vaganti” delle dittature asiatiche, ribellione di Cuba ecc.ecc. Il regista dichiarò alla luce di questo che "per Uomini Contro venni denunciato per vilipendio dell'esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film venne boicottato, per ammissione esplicita di chi lo fece: fu tolto dai cinema in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie. Ebbe l'onore di essere oggetto dei comizi del generale De Lorenzo, abbondantemente riprodotti attraverso la televisione italiana, che a quell'epoca non si fece certo scrupolo di fare pubblicità a un film in questo modo".
Un’altra ennesima "anticipazione" di Rosi: oggi nel nostro vocabolario (con il ruolo focale dei media) la parola guerra è diventata “preventiva” e giustificata…
Luca Corbellini


TRAMA
Nel corso della prima guerra mondiale, i soldati del generale Leone, dopo aver conquistato, lasciando sul terreno tremila caduti, una cima considerata strategicamente indispensabile, ricevono l'ordine di abbandonarla. Poi l'ordine cambia: occorre che la cima venga di nuovo tolta al nemico. Gli austriaci, però, vi si sono saldamente insediati e la difendono accanitamente con due mitragliatrici. Gli inutili assalti, nemmeno protetti dall'artiglieria, si susseguono provocando ogni volta una strage tra gli attaccanti. Stanchi di essere mandati al massacro da un generale tanto incompetente, quanto stupidamente esaltato, una parte dei soldati inscena una protesta: il generale Leone ordina, come risposta, di punirli con la decimazione. Costretti ad uccidere o ad essere uccisi da uomini come loro, vittime dello stesso mostruoso ingranaggio, i soldati italiani, in gran parte ex contadini, rivolgono la loro fiducia a quei pochi ufficiali - come i tenenti Ottolenghi e Sassu - che giudicano quella e tutte le guerre come inutili stragi. Ma il primo muore, nel tentativo di impedire il massacro dei suoi uomini, mentre Sassu viene condannato alla fucilazione per essersi opposto a un ordine iniquo di un suo superiore.
http://cinema.ilsole24ore.com/film/uomini-contro/

viernes, 27 de enero de 2012

EXTRA: Teatro > Due Partite - Cristina Comencini (2006)


Teatro Valle di Roma
DUE PARTITE
di Cristina Comencini
con Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo
Produzione teatrale Robert Schiavoni
Organizzazione Eleonora Becelli
Scene Paola Comencini
Costumi Antonella Berardi
Disegno luci Sergio Rossi
Regia Cristina Comencini
Montaggio Costantino Cestone
Direttore della fotografia Stefano Petruzzi
Regia televisiva Giovanni Ribet
Idioma: Italiano
Subtítulos: No


Due partite di Cristina Comencini

"Forse sono un'idealista, ma penso che a poco a poco tutto questo cambierà... queste cose che ci fanno soffrire così tanto, non esisteranno più."
I testi teatrali sono sempre penalizzati dai lettori. In realtà non è affatto difficile o noioso leggere un copione, ma chissà perché chi lo prende in mano spesso lo scarta, preferendogli un romanzo o una raccolta di racconti.
Non fatelo in questo caso!
Se non avete avuto la fortuna di vedere questo spettacolo rappresentato a teatro nella versione interpretata da un quartetto d'eccezione composto da Isabella Ferrari, Margherita Buy, Valeria Milillo e Marina Massironi (e potete leggere sulle pagine di Wuz la presentazione a quattro, anzi cinque voci - con l'autrice - della commedia) potrete goderlo almeno nelle pagine scritte di un libro denso e intelligente.
Il testo, come lo spettacolo, è nettamente diviso in due, le due partite del titolo, con quattro giocatrici diverse tra la prima e la seconda parte.
All'inizio - siamo negli anni Sessanta - conosciamo le madri, quattro casalinghe quasi "disperate" come quelle di oggi, e sicuramente, come tutte le donne, immerse nei problemi di famiglie e mariti più o meno felici. Il primo tempo si chiude con le doglie di un parto imminente, in un'ottimistica visione generatrice.
Nella seconda parte conosciamo le quattro figlie, ormai donne "liberate" - ma si può davvero dire così? - indipendenti, capaci di scelte autonome, realizzate nel lavoro.
La prime, amiche per passatempo, con molte ore libere a disposizione; le seconde amiche senza tempo, troppo impegnate nella quotidianità travolgente per trovare ore libere e fare due chiacchiere tranquille o una partita a carte.  Il secondo tempo chiude il sipario sull'impossibilità di avere figli, in un'ottica pessimistica di sterilità.
Anche il ruolo degli uomini, che non vediamo mai ma che sono al centro dei discorsi delle protagoniste, cambia sostanzialmente. Nella prima parte sono i "forti" capofamiglia che nel bene e nel male gestiscono l'andamento della coppia. Nella seconda parte il ruolo si inverte e sono le donne a tenere in mano le redini del rapporto.
Cristina Comencini non parteggia, non ha preferenze, semplicemente fotografa la realtà, la trasformazione della condizione della donna, il suo nuovo ruolo nella società. Ritrae, pennella, racconta, conduce lungo il suo percorso, ma non giudica, non fa la morale, non insegna a vivere. Che meraviglia!
Dal 5 marzo 2007 è on-line un sito dedicato interamente a Cristina Comencini, dove troverete interviste, immagini, filmati e video, tra teatro, cinema e libreria: i tre mondi in cui lei naviga.
Ecco cosa scrive nella presentazione: "Con questo sito vorrei unire due momenti del lavoro artistico, quello della solitudine e quello della grande comunicazione. Nella solitudine penso alle cose, cerco di capire cosa siano e come le voglio fare. La comunicazione con gli altri mi è indispensabile per capire se ciò che ho pensato e sentito in solitudine sia qualcosa di condivisibile. Questo è l’obiettivo del sito: non eliminare la solitudine, ma riempirla delle voci degli altri".
http://www.wuz.it/recensione-libro/876/due-partite-cristina-comencini.html

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Quello che le donne (non) dicono
Di Francesco Lucioli

Cristina Comencini esordisce come regista teatrale di una commedia drammatica tutta al femminile
Sarà effetto del dibattito sulle quote rosa. Sarà effetto della serie tv Casalinghe disperate. Sarà più semplicemente voglia di raccontarsi. Dopo il successo del musical Menopause, torna in scena lo spettacolo teatrale, campione di incassi la scorsa stagione, scritto e diretto da una donna e dedicato interamente all’universo femminile. Due partite, la commedia che ha segnato il debutto in teatro di Cristina Comencini, non delude le aspettative e ritrova il favore tanto del pubblico quanto della critica.
Quattro donne, quattro amiche che si ritrovano ogni giovedi pomeriggio intorno ad un tavolo per giocare a carte. Questa è la prima partita. Quattro persone simili eppure diverse, quattro madri che non lavorano, casalinghe per scelta o per caso. Il loro mondo è la casa, la famiglia, le piccole occupazioni domestiche, il gioco. Giocano ad essere donne, madri, figlie, mogli, amanti; giocano come le loro figlie che si fingono già adulte. Ognuna guarda la sua vita, si rispecchia in quella delle altre: ognuna è meglio, o peggio, ognuna apparentemente più felice e profondamente più sofferente. Sono tutte essenzialente madri, madri che ritrovano nella maternità il senso talvolta negato della loro femminilità. Si guardano indietro, rimpiangono il passato, vivono il presente, sperano nel futuro. Si guardano in faccia cercando l’una nelle altre una certezza, una sicurezza, una rassicurazione, le risposte a domande millenarie sul senso della vita. Intorno al tavolo da gioco si ritrovano in quanto amiche, ritrovano una identità talvolta dimenticata. E sperano in un destino diverso per le loro figlie.
Il primo atto si conclude con una nascita. Il secondo inizia con una morte. È un percorso circolare, chiuso, ripetitivo. Quelle che erano madri sono adesso figlie che si ritrovano a giocare la partita della vita. La seconda partita. Sono passati quarant’anni, le bambine che giocavano sono adesso delle donne in carriera, ognuna impegnata col suo lavoro, ognuna alla continua ricerca di nuove risposte. Ma i tempi sono cambiati. Chi può dire se in meglio o in peggio? Le donne di oggi sono indipendenti, lavorano, sono apparentemente felici. Non si fanno più mettere i piedi in testa dagli uomini, sono loro a portare i pantaloni. I ruoli si sono invertiti: le figlie fanno ora ciò che le madri non potevano fare, ciò che le madri sognavano di fare. Ma loro sono solo figlie. Non sono madri, hanno perso il senso dela maternità, forse il senso stesso della loro femminilità. Solo una di loro tenta disperatamente di avere un bambino. Invano. Per ritrovare il senso della parola donna bisogna oggi andare a leggere una poesia. La poesia di un uomo.
Cristina Comencini firma il testo di questa commedia agrodolce, di questo spettacolo che fa ridere e al contempo piangere per quello che le donne (non) dicono. Si aprono le tende di un mondo spesso chiuso, impenetrabile, gli spazi segreti di quattro donne e della loro amicizia.
La forza dello spettacolo è certamente in un cast incredibile che riesce a riempire le maglie di una sceneggiatura talvolta poco incisiva. Margherita Buy è ironica, Isabella Ferrari romantica, Marina Massironi ingenua, Valeria Melillo ostinata; ognuna perfettamente a suo agio nel ruolo, tanto della madre quanto della figlia; ognuna professionale tanto da sola quanto, e soprattutto, in gruppo.
Due partite, uno spettacolo corale sul mondo femminile, una commedia divertente sulla forza e sulla debolezza delle donne, una riflessione toccante sull’identità.
Due partite
Scritto e diretto da Cristina Comencini
Con Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Melillo
Al Teatro Valle di Roma dal 10 aprile al 6 maggio 2007
http://www.cinemavvenire.it/teatro/quello-che-le-donne-non-dicono/due-partite

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"DUE PARTITE" di Cristina Comencini
E’ solo un gioco di carte!
Articolo di Matteo Signa - Pubblicato lunedì 23 aprile 2007

Quattro donne si riuniscono ogni giovedì in una dele loro case e, con la scusa della partita a carte settimanale, si aprono l’una all’altra, si raccontano, ricordano le loro vite, la loro amicizia e i loro amori.
L’universo femminile viene indagato a teatro dalla nota regista romana, Cristina Comencini. In particolare, i rapporti delle protagoniste con la famiglia, il lavoro, gli uomini e la maternità. Il primo atto è ambientato nel 1965 a Roma in un elegante appartamento borghese dove quattro donne, apparentemente prese da un gioco a carte, sfogano il loro vissuto attraverso futili chiacchiere o intense confidenze sulle loro vite, la loro personale idea sull’amore, gli svaghi e gli inevitabili dissidi. Con toni sentimentali e comici, ripercorriamo o viviamo per la prima volta tematiche esistenziali e sociali tipiche degli anni ’60. Tutte e quattro sono donne colte prima della rottura della condizione femminile in un universo un po’ chiuso e repressivo. Nessuna di loro lavora ma ciascuna nasconde un sottile disagio nel non essere ciò che la propria indole suggeriva. Il filo rosso che attraversa le loro vite è la predominanza assoluta del ruolo di moglie e madre su tutti gli altri. La prima parte si concluderà con la nascita di una nuova creatura.
Attraverso un andamento circolare, chiuso, ripetitivo, quelle che erano madri sono adesso figlie. Passati quarant’anni, le bambine che giocavano sono adesso delle donne in carriera. I ruoli sembra si siano invertiti: le figlie fanno ora ciò che le madri non potevano fare, ciò che le madri sognavano di fare. Ma loro sono solo figlie. Non sono madri, hanno perso il senso dela maternità, forse il senso stesso della loro femminilità. Solo una di loro tenta disperatamente di avere un bambino. Invano. Nonostante il lavoro le abbia rese indipendenti sul fronte economico ed emotivo, ognuna è alla continua ricerca di nuove risposte. Certo. Non si fanno più mettere i piedi in testa dagli uomini ma si ha come l’impressione che vogliano sostituirsi alle figure maschili. Le loro estetiche androgine e l’uso di abiti decisamente severi preoccupano più che rappresentare un passo in avanti. Se le loro madri ridevano in modo più spontaneo, ora le figlie lo fanno con un tocco più amaro e leggermente nostalgico.
Margherita Buy e Isabella Ferrari sono state coinvolte da subito. La Comencini ha scritto i ruoli "addosso" a loro, mentre Marina Massironi, brava nella sua comicità svagata, e Valeria Milillo, abile nell’evocare sentimenti difficili come la frustrazione e l’inquietudine, sono arrivate dopo. La regista è brava nel tracciare linee che sfiorano continuamente la complessità dell’identità femminile. Non solo quella fondata sul ruolo sociale ma soprattutto quella soggettiva. Autofondata. Percepiamo facilmente una sensazione di schiacciamento che corre in parallello su entrambi i fronti. Non è forse un caso che le quattro protagoniste per ritrovare il senso della parola "donna" recuperino la poesia di un uomo. Le parole lette sono belle ma nello stesso tempo vuote perché non sentite fino in fondo. "Veramente non capisco come tuo padre abbia potuto scrivere una cosa così meravigliosa sulle donne...e non si sia accorto che quella che gli dormiva accanto non respirava più."

Testo tratto dalla rivista online NonSoloCinema anno III n. 14 - © 2007
web site: http://www.nonsolocinema.com/

La guerra degli Antò - Riccardo Milani (1999)


TITULO ORIGINAL La guerra degli Antò 
AÑO 1999
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 100 min.
DIRECCION Riccardo Milani
ARGUMENTO  Inspirado libremente en "Il disastro degli Antò" de Silvia Ballestra
GUION Sandro Petraglia, Domenico Starnone, Riccardo Milani
REPARTO Flavio Pistilli, Federico Di Flauro, Paolo Setta, Danilo Mastracci, Regina Orioli, Veronica Barelli, Francesco Bruni, Eddy Perez, Donatella Raffai, Marianna De Merolisi, Maria Cristina Minerva, Pino Coscetta, Sebastiano Nardone, Luciano Rosatone, Elia Giuseppe Del Gatto, Ada Chiarelli, Giuseppe Gasbarri, Graziano Barbone, Annino Del Principe, Gaia Mobilij
FOTOGRAFIA Alessandro Pesci
MONTAJE Marco Spoletini
MUSICA Avion Travel
PRODUCCION Cecchi Gori Group, FIN.MA.VI., en colaboración con TELE+
GENERO Comedia

SINOPSIS Il film, ambientato nel 1990, è tratto dal romanzo di Silvia Ballestra Il disastro degli Antò, e racconta la storia di quattro giovani punk abruzzesi (precisamente di Montesilvano) stanchi della loro vita di provincia. (Wikipedia)


TRAMA:
Montesilvano, provincia di Pescara, ottobre 1990. Quattro giovani punk cercano di lottare contro il tran tran della vita diprovincia. Per distinguersi, dato che si chiamano tutti Antò, si sono dati dei soprannomi. Antò detto Lo Purk vuole fuggire, decide di andare a studiare a Bologna, passa un po' di tempo nel capoluogo emiliano, cerca di seguire le lezioni ma non riesce a sentirsi coinvolto. Allora sceglie di recarsi ad Amsterdam, città di vera trasgressione. Antò Lo Zorru riceve la cartolina militare che lo destina in Iraq, dove è in corso la Guerra del Golfo. Vuole disertare, si fa fare a Bologna un passaporto falso, parte e raggiunge ad Amsterdam l'amico. Qui, in una stanzetta, Lo Zorru dice a Lo Purk di aver conosciuto una ragazza di cui si è innamorato, ma Lo Purk lo informa che si tratta di una ragazza chiacchierata per i molti rapporti che intrattiene. Lo Zorru si arrabbia, i due litigano, si incendia una tenda, la camera va a fuoco, la polizia rispedisce i due in Italia. Qui viene fuori lo scherzo: la cartolina-precetto era fasulla, una sorta di vendetta delle figlie di Treves, noto palazzinaro locale. Ancora una volta i quattro Antò si ritrovano sul lungomare, al bar Zagabria, a fare progetti di fuga per il futuro.

CRITICA:
"'La guerra degli Antò' è un film malinconico, irridente, generazionale, animato da un vitalismo amarognolo: tra una parodia di Chi l'ha visto? E una presa in giro del Movimento, sembra riallacciarsi al cinema di Virzì, e forse non è un caso che nei panni di un arrogante leaderino politico appaia lo sceneggiatore di 'Ovosodo' Francesco Bruni".
(Michele Anselmi, L'Unità, 4 ottobre 1999)

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Quattro giovani punk, abbastanza lerci, sono i protagonisti del film di cui vi sto per parlare. Cosa condividono? Diverse cose: dal nome, si chiamano tutti Antonio, allo stile di vita, appunto quello punk, e il posto dove vivono, un paese abruzzese di nome Montesilvano. Tutto questo nel 1991. Gli Antoni trascorrono le loro giornate nel tentativo di rompere la monotonia che impera nel paese, come ad esempio diffondere una loro fanzine e cercare di portare caos dove possono, incluse feste organizzate da borghesi locali.
Ma un momento, quello dell'abbandono della terra natia, arriva a stravolgere il susseguirsi dei giorni e cosi' uno dei quattro ragazzi, Anto' lu pork, decide lasciare Montesilvano per approdare nella piu' underground Bologna, idealizzata come terra promessa. Che dire? Nulla ovviamente sara' come lui aveva sognato, basteranno poche settimane per fargli tornare quel senso di inadeguatezza e, per di piu', una gamba rotta a causa di un incidente sul lavoro.
Da li', ecco servita la prossima tappa del suo viaggio: Amsterdam, citta' ancora piu' idealizzata di Bologna, terra di chissa' quali prodezze ma che sara' abbandonata dopo breve tempo...
Inutile dirlo, l'angoscia e la solitudine non hanno frontiere e solo la forza interiore permette a questi ragazzi di andare avanti, cercando di sempre di riuscire a far emergere il proprio dissenso, sempre pero' correndo il rischio di ricalcare dei clichet del "punk tipo", altamente stereotipato. Non dico molto altro sulla trama in quanto essa e' breve ed essenziale, quindi lascio a voi la possibilita' di scoprirla in prima persona.
Il tema trattato non e' certo dei piu' nuovi, ovvero quello dell'insofferenza prettamente giovanile verso gli spazi angusti della citta' dove si e' nati, specialmente se si tratta di un piccolo paese e si hanno aspirazioni o mete che necessariamente comportano la decisione di andar via. In questo caso si aggiunge anche il condurre una vita al di fuori degli schemi gia' tracciati dalla societa', cercando con ogni forza di tracciare dei sentieri personali e non aver timore della propria personalita', come i quattro punk del film.
Il film, tratto dal libro "Il Disastro Degli Anto'" di Silvia Ballestra, incarnata in uno dei personaggi secondari, accenna diversi temi senza pero' darne un'ottica approfondita o precisa ma, tuttavia, riesce a non far annoiare durante l'ora e mezza della sua durata. Non e' sicuramente un lavoro eccelso o magari troppo originale pero', all'interno dello scarno panorama italiano cinematografico e letterario riguardo al punk e affini, merita sicuramente di essere menzionato ma soprattutto visto.
Detto cio', buona visione!
Sghigno
http://www.punk4free.org/articoli/15-film/1195-la-guerra-degli-anto-1999-riccardo-milani.html


E' ancora un cinema italiano prigioniero del bozzettismo da pianerottolo, quello di La Guerra Degli Antò, una commedia giovanile (brutta parola) che non dissimula nemmeno per un istante la propria disarmante pochezza. Il regista Riccardo Milani s'attarda malamente per la durata della pellicola a brancicare un'esile trama imbastita a quattro mani da Petraglia e Starnone, campioni dell'italico buonismo che distillano in una mistura di sociologia e sentimenti (la prima alla buona, i secondi buonissimi, per l'appunto). Si parte dalle pagine di Silvia Ballestra, autrice di una "saga degli Antò", ragazzi di provincia, punk-spaghetti, trasgressivi per gioco nel movimento che non c'è ("Fedeli alla linea / la linea non c'è" cantavano i tanto più ironici CCCP); l'operazione è frequente nel panorama locale, ove inventare un caso letterario è facile quanto allestire una sagra paesana: la Ballestra coi suoi casinisti ha avuto il quarto d'ora di celebrità della scrittrice giovane, moneta che ha speso presto per intero imboccando un malinconico crepuscolo, ma tanto è toccato pure a Brizzi e a quel bravo guaglione di Jack Frusciante. (Intanto Frusciante John, di professione chitarrista, è rientrato per davvero nel gruppo e ricomincia a nuotare nell'oro). O al Ligabue di RadioFreccia, che dalla sua ha avuto una maggiore visibilità per ovvi motivi, ma nient'altro. Sono film sterili, privi d'una qualsiasi traccia di elaborazioni formali consapevoli, costruiti attorno agli stereotipi post-adolescenziali.
La Guerra Degli Antò propone una collezione di avventure sgangherate, tutte in qualche modo "tipiche" (l'improvvisata alla festicciola borghese, il viaggio iniziatico ad Amsterdam), rottami di una cultura giovanile impraticabile. Questo elenco di frammenti non ha neppure il coraggio di affrontare lo spettatore così com'è, e allora chiede al personaggio di Sballestrera (Regina Orioli) di far da collante: la sua presenza di narratrice in apertura e di testimone nella seconda parte del film, quella delle fughe, si avverte come posticcia, mal risolta in rapporto con le parti disomogenee del racconto.
Il problema, in ultima analisi, è di doppio ordine: per ciò che attiene i significati, La Guerra Degli Antò rinuncia a porsi in una posizione critica rispetto al materiale di partenza (che il libro della Ballestra abbia suscitato timori reverenziali?); l'adesione allo stereotipo del vissuto giovanile è pressoché integrale, e l'orizzonte non si dilata certo attraverso l'inclusione del mondo (la guerra del Golfo), soprattutto se il mondo ha la dimensione angusta del video domestico. Per quanto riguarda i valori formali, il film di Milani manca di scelte decise, si barcamena tra la velocità di una ripresa con la macchina a mano e l'atmosfera di deriva urbana di un campo lungo sul molo di Montesilvano (la cittadina abruzzese che in parte accoglie le vicende degli Antò), coi punk a far mostra delle famose creste colorate; la struttura a sketch rapidi e autoconclusivi (ben funzionante in un film d'ispirazione simile, Tutti Giù Per Terra di Ferrario) viene sostanzialmente contraddetta dallo sviluppo ulteriore. E il finale celebrativo, con le sagome di questi irregolari bonaccioni, rivoluzionari da giardino, arriva quando il film ha già perduto d'interesse.
http://www.revisioncinema.com/ci_anto.htm

jueves, 26 de enero de 2012

Italians - Giovanni Veronesi (2009)



TÍTULO ORIGINAL Italians
AÑO 2009
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACIÓN 116 min.
DIRECTOR Giovanni Veronesi
GUIÓN Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Andrea Agnello
MÚSICA Paolo Buonvino
FOTOGRAFÍA Giovanni Canevari
REPARTO Carlo Verdone, Sergio Castellitto, Riccardo Scamarcio, Kseniya Rappoport, Dario Bandiera, Valeria Solarino, Ottaviano Blitch, Lidiya Dorotenko, Remo Girone, Makram Khoury
PRODUCTORA Filmauro
WEB OFICIAL http://www.italians-ilfilm.it/
PREMIOS 2008: Premios David di Donatello: 3 nominaciones
GÉNERO Comedia

SINOPSIS Fortunato, un camionero desencantado y un poco canalla que, durante muchos años, ha transportado Ferraris robados a los Emiratos Árabes, emprende el último viaje, pues ya es hora de que nlo releve el joven Marcello, que trabaja desde hace pocos meses en su empresa. Giulio, un dentista de cincuenta años, sufre el lastre de un matrimonio fracasado que lo ha sumido en la depresión. Debe asistir a una conferencia en San Petersburgo en la que no desea participar, pero su colega y amigo Fausto es inflexible: Rusia es el país del sexo fácil y una semana allí es mejor que un año de psicoanálisis. (FILMAFFINITY)


"ITALIANS" DI GIOVANNI VERONESI
FACCIAMOCI RICONOSCERE

Fortunato (Sergio Castellitto) e Marcello (Riccardo Scamarcio) sono camionisti che viaggiano su è giù nel deserto saudita per consegnare Ferrari rubate nel paradiso artificiale di Dubai. Nelle loro notti non si fanno mancare bagordi e risse, ma neanche l’occasione di stringere amicizia e aiutare la povera gente del luogo. Il Prof. Carminati (Carlo Verdone) è un esimio dentista che durante un congresso a San Pietroburgo si fa convincere da connazionali non proprio casti a frequentare il fiorente giro della prostituzione russa.
L’intento di questi due scialbi episodi cabarettistici, almeno sulla carta, è quello di scherzare sugli stereotipi legati all’italiano all’estero, al suo inglese maccheronico dispensato senza vergogna e con istrionismo, alla sua voce un po’ troppo alta, alla sua capacità di “farsi sempre riconoscere”. Qualcuno la chiama commedia all’italiana, ma dei fasti della nostra cinematografia Giovanni Veronesi non riesce nemmeno a produrre una decente scimmiottatura.
In questo film strapieno di cliché tanto visivi quanto concettuali, non ci sono né raffinatezza e ironico cinismo, né il coraggio di lasciarsi andare ad un’onesta esplosione di grottesco, come si accenna nella prima parte dell’episodio interpretato da un Verdone che è forse l’unica nota positiva del film. La maggior parte dei personaggi sono delle macchiette cafone, confusionarie, viscide e – purtroppo – immancabilmente canterine.
Una volta le commedie rappresentavano un misto inscindibile di ilarità ed amarezza, dove i vizi e le perversioni socio-culturali del paese regalavano risate amare, che passando “dalla pancia” arrivavano al cervello, ad un’imprescindibile riflessione sulle falle non solo degli individui, ma di un contesto di vita e di una mentalità rispetto ai quali nessuno poteva considerarsi estraneo.
Veronesi, invece, costruisce tipi umani deprecabili, il cui riscatto è veicolato solo da espedienti narrativi del tutto estemporanei e così buonisti da attacco diabetico fulminante. Rispetto a questi Italians (che poi per motivi non meglio specificati sono tutti romani o "romanacci") si può provare compassione e un malcelato senso di superiorità, mai una comunanza di attitudini o retaggi culturali. Nel caso, affatto scontato, che di loro si possa ridere, la risata è quella grassa di chi assiste a una farsa fine a se stessa, senza pretese di alcun tipo (figuriamoci artistico-cinematografico). Una comicità che non coinvolge ma rassicura, destinata a tutti coloro che preferiscono guardarsi in uno specchio enormemente deformante, in modo da non essere costretti a riconoscersi.
Laura Croce
http://www.nonsolocinema.com/Italians-di-Giovanni-Veronesi_14690.html



Giovanni Veronesi torna al cinema dopo il successo (seppur telefonato) dei due "Manuale d'amore", questa volta con l'intento dichiarato di fare un film più specifico e focalizzato, sia nel contenuto (la rappresentazione dell'italiano medio all'estero), sia nella forma (due maxi-episodi di un'ora, praticamente due film in uno). Il fine ultimo comunque non cambia: richiamare a fiotti il pubblico, magari sotto l'insegna costruita ad hoc di un cinema che coniughi "intrattenimento e qualità, nel pieno spirito della classica commedia all'italiana".
Ora, mettendo da parte le frasi fatte, urge comunque a priori riflettere su come sia stato possibile, ultimamente, indire proprio il regista toscano come portabandiera di questa fantomatica riproposizione di un genere che, a suo tempo, diede vita ad alcuni dei più bei film italiani di sempre.
È strano perché da un po' di anni a questa parte i film di Veronesi non sembrano altro che prodotti furbetti e ruffiani, studiati per fasce di pubblico ben definite (con i giusti "attori di richiamo"), che solo alla lontana sembrano dedicarsi a tematiche importanti o "serie", ma che in realtà le usano solamente come pretesto per crearci sopra storielline piuttosto facili, prevedibili e schiave quasi sempre dell'happy ending (gli esempi si sprecano, a partire dagli stereotipati giovani di "Che ne sarà di noi" per arrivare appunto ai "Manuali", i cui consigli si addicevano magari più alle cartine dei cioccolatini che ai veri problemi quotidiani).
Il problema, da che mondo è mondo, è infatti cosa racconti, e soprattutto come. Intendiamoci, pure i film di Monicelli, Risi e soci erano "studiati" in quanto a cast, e pure questi a loro volta sapevano essere "leggeri", ma a nobilitare l'insieme e soprattutto a dare un indubbio spessore a livello di sceneggiatura era gente come Age, Scarpelli, Cecchi D'Amico e così via.
Davvero altri professionisti, viene da dire.
Così anche questo "Italians" risente, eccome, di un livello di scrittura quantomai mediocre, scarso di inventiva e banale nelle soluzioni narrative. L'espediente annunciato di giocare sui clichè dell'italiano all'estero, sui suoi modi di fare, di dire, di comportarsi, alla fine si ritorcono sul film stesso e lo rendono a sua volta preda di rappresentazioni schematiche e semplicistiche (già solo considerando le ambientazioni: il Sud caldo degli Emirati Arabi, il Nord freddo della Russia).
Gli "italiani" raccontati da Veronesi non sono realistici (non hanno una parvenza di credibilità psicologica), ma non sono neanche macchiette (troppo vuoti anche in questo senso), restano sospesi in una implausibile via di mezzo sulla quale il film inciampa confezionando due storie una peggio dell'altra.
La prima, con Scamarcio e Castellitto, si affida al debole (perché poco verosimile) colpo di scena finale per rialzarsi dalla piattezza e ripetitività che fin lì l'avevano caratterizzata (la scazzottata al piano bar: seppure in altre forme, quante volte l'abbiamo vista?), cerca di attrarci col "gusto dell'esotico" tramite scenari da cartolina (suggestivi proprio come una di queste) e una fotografia patinatissima da spot (si veda la corsa in macchina) che dà quasi fastidio; sorvoliamo sotto questo punto di vista sugli evidenti e scandalosi casi di pubblicità gratuita che è meglio (solo un esempio: un cellulare che va su Internet in pieno deserto, a cosa serve se non a pubblicizzare la casa telefonica e il servizio che offre?).
Se il gioco doveva essere poi tenuto su dalla recitazione dei due attori, allora si casca male anche qua: Castellitto è in "giornata no", troppo gigioneggiante, e Scamarcio è semplicemente improponibile (basta dire che è quasi meglio quando si cimenta con l'inglese che quando lo fa col romano).
La seconda storia, protagonista Carlo Verdone, non è ai livelli della prima ma non riabilita nemmeno il film come è stato scritto altrove. Se non altro si ride: l'interpretazione dell'attore, seppur troppo calata in mossettine, smorfie facciali, atteggiamenti da complessato o camminate sbilenche, è comunque simpatica e buffa, in alcuni momenti quasi esilarante (la scena della tortura sadomaso, l'oliva inghiottita). A seppellire però tutto, di nuovo una trama delirante, che parte come esperienza di turismo sessuale forzata, diventa per un breve tratto commedia degli equivoci (il momento migliore) ma poi vira inspiegabilmente su una sorta di pseudo action/thriller, fino a scendere in caduta libera su un idilliaco quadretto bucolico/familiare (ovviamente da happy ending) dove Verdone, tanto per restare sui clichè, imita (e male) alcuni dialetti italiani.
La scena finale dello "stivale" ricostruito sul prato suona quasi come una beffa: questa è l'Italia rappresentata, un'Italia finta, di plastica, sghemba e raffazzonata come viene; non è di certo quella vera.
Rocco Castagnoli
http://www.ondacinema.it/film/recensione/Italians.html
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Castellitto y Scamarcio juntos en Italians lo nuevo de Veronesi
Esta es una de esas noticias de las que me alegran el día. Como no lograba decidirme sobre si la ilustraba con una imagen de Castellitto o de Scamarcio, me he pasado un (más que gratificante) buen rato mirando fotos del uno y del otro, hasta que me he dado cuenta de que no podía decidirme por ninguno de los dos, que debía ponerlos a ambos.
Entonces, medio mareada de tanto admirar a estos dos guapísimos (y buenos) actores, he vuelto a la realidad para caer en la cuenta del tema que quería precisamente comentar ¡Van a hacer una película juntos! Además una película que con toda seguridad llegará a nuestras salas, ya que se trata de la nueva comedia de Giovanni Veronesi, autor de la estupenda Manuale d’amore y la no tan estupenda, pero igualmente exitosa Manuale d’amore 2.
El film, titulado Italians, se dividirá en dos historias, la primera protagonizada por la espectacular pareja que me imagino deben formar Sergio Castellitto y Riccardo Scamarcio, se rodará entre Roma, Marruecos y los Emiratos Árabes. La segunda tendrá como principal a Carlo Verdone, actor que ya ha trabajado en varias ocasiones con Veronesi, y transcurrirá en San Petersburgo.
El rodaje ha comenzado esta semana y tiene previsto finalizar el próximo mes de agosto, para estrenar la película en enero del 2009. Yo ya empiezo mi cuenta atrás particular.
http://www.blogfeed.es/castellitto-y-scamarcio-juntos-en-italians-lo-nuevo-de-veronesi/

miércoles, 25 de enero de 2012

Uomini e lupi - Giuseppe de Santis (1956)


TITULO ORIGINAL Uomini e lupi
AÑO 1956
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Si (Incorporados)
DURACION 94 min.
DIRECCION Giuseppe De Santis
GUION Giuseppe De Santis, Gianni Puccini, Elio Petri, Cesare Zavattini, Tullio Pinelli, Ivo Perilli, Ugo Pirro
REPARTO Silvana Mangano, Yves Montand, Pedro Armendáriz, Irene Cefaro, Guido Celano, Giulio Calì, Euro Teodori, Giovanni Matta, Maria Zanoli, Maria Luisa Rolando, Renato Terra
FOTOGRAFIA Piero Portalupi
MONTAJE Gabriele Varriale
MUSICA Mario Nascimbene
PRODUCCION Giovanni Addessi para Trionfalcine, Titanus
GENERO Drama / Aventura

SINOPSIS Vischio, paese di lupari, arriva il fanfarone Ricuccio. A scuola di Giovanni impara il mestiere. Fa la corte alla ricca Bianca, ma poi scappa con la vedova di Giovanni e suo figlio. Un po' western abruzzese, un po' racconto mitico ma con ambizioni di approfondimento psicologico e di critica sociale, il 7° film di De Santis non funziona né su un piano né sull'altro. Lupi importati dalla Siberia. Attori spaesati. Diseguale. Goffredo Lombardo della Titanus impose pesanti tagli. Il regista rifiutò, si disinteressò del montaggio (furono tolti 18 minuti) e denunciò il sopruso pubblicamente. (Il Morandini)


CRITICA:
"Ancora una storia del sud per il vigoroso cinema popolare di De Santis, conoscitore di luoghi e persone e capace di rappresentarli al meglio. Il neorealismo era ormai tramontato, e il regista stava evolvendo verso una solida drammaturgia "rusticana". Molto bravi i protagonisti." (Francesco Mininni, Magazine italiano tv). "Nel film, che ha soprattutto valore spettacolare, riescono particolarmente interessanti la descrizione dell'ambiente e le pagine corali, come l'attacco dei lupi al villaggio e la lotta che ne consegue. Discretamente efficace la regia, buona l'interpretazione dei protagonisti." ("Segnalazioni cinematografiche", vol. 41, 1956)."Naturalmente tutte queste considerazioni non hanno niente a che fare col vero scopo che è quello di mettere in piedi un grosso affare finanziario (...) Perciò questi film non sono del regista, ma del produttore. Il regista esegue e firma. In questo caso: f.to De Santis". (Filippo Sacchi, "Al cinema col lapis", Mondadori, 1957)

NOTE:
- LA LUNGHEZZA ORIGINALE DEL FILM E' DI 3.300 METRI MA LA PRODUZIONE CHIESE CHE NON SUPERASSE I 2.800 METRI. DE SANTIS RIFIUTO' OGNI TAGLIO E LASCIO' IL LAVORO. MONTAGGIO, MUSICHE E MISSAGGIO NON FURONO SEGUITI DAL REGISTA CHE CERCO' - SENZA SUCCESSO - DI FAR TOGLIERE IL SUO NOME DAI TITOLI. RITENUTO UN REGISTA SCOMODO RIUSCI' A DIRIGERE UN FILM, MA NON ITALIANO, NEL 1957. DAL 1960 - ANNO IN CUI IN ITALIA DIRESSE IL COMMERCIALE "LA GARÇONNIERE" - AL 1972 DIRESSE SOLO DUE FILM.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=19598&film=Uomini-e-lupi

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UOMINI E LUPI (1956, Guiseppe de Santis) Hombres y lobos
Es bien cierto que el cine italiano esconde en su historia numerosos tesoros que deberían ser expuestos a la luz pública. Todos conocemos la presencia de sus numerosos clásicos y títulos justamente recordados. Pero junto a ellos coexiste el peso de una producción general que en sus mejores épocas se caracteriza por un excelente nivel –sin duda uno de los más altos dentro de las cinematografías europeas-. Dentro de este contexto, la presencia en estas líneas de esta extraña película del poco prolífico e interesante Giuseppe de Santis, es una buena prueba de este interés que atesora la cinematografía italiana en su conjunto –quizá hasta la segunda mitad de la década de los sesenta-.
UOMINI E LUPI (Hombres y lobos, 1956), es una extrañísima combinación de relato de aventuras tamizado de melodrama pasional con ciertos ecos tardíos neorrealistas, que hoy día mantiene su interés precisamente por esa extraña combinación y, ante todo, en el logro de una extraña, lívida y en buena medida decadente atmósfera rural, caracterizada por la casi constante presencia de la nieve, nieblas, pueblos con escasos habitantes o comunidades cerradas y generalmente vestidos con colores oscuros y angostos.
En ese contexto se establece la historia de los habitantes de un pequeño y antiguo pueblo italiano, en donde se tiene como una de sus más graves amenazas el constante ataque de los lobos que se esconden en los rincones nevados del bosque que les rodea. Para intentar combatirlos se apuesta por dos loberos –interpretados por Pedro Armendáriz e Yves Montand-. El primero de ellos se caracteriza por tener mujer –encarnada por Silvana Mangano- e hijo y estar más escorado al terreno familiar. Al mismo tiempo es un hombre de escasas luces, celoso del interés que su esposa provoca en el otro lobero, y que encuentra en la captura de un lobo con vida una especie de anhelo lejano y similar al del melvilliano Capitán Achab. Lamentablemente, ese interés le costará la vida –aparecerá despedazado en el bosque nevado tras haber logrado capturar un lobo en una trampa y alentar la llamada de la manada que ronda por allí-. Por su parte el otro lobero se caracteriza por un carácter absolutamente despegado de la rígida moralidad imperante y cuyos aires de libertad en poco coinciden con el entorno que domina su vida en aquellos momentos. Es por ello que su interés se cebará en la reciente viuda –que aún conserva un notable atractivo- y su pequeño hijo, aunque también intente coquetear con la pasional hija del acaudalado terrateniente de la zona.
Es ahí donde confluyen los dos conflictos que se entrelazan en esta interesante película, en la que de nuevo de Santis aplica su conocimiento del melodrama y el acierto de introducirlo en atmósferas rurales o en latente conflicto –es el ejemplo que brinda su título más conocido; ARROZ AMARGO (Riso amaro, 1949), aunque personalmente considere más valiosa la película que comentamos-. Ello es aplicado con unos modos narrativos definidos en planos largos caracterizados por su funcionalidad y el uso de la panorámica. Al mismo tiempo hay que añadir el excelente y singularísimo aspecto visual del film, en el que se atenaza y apaga la importancia del color, exponiendo estos fundamentalmente en tonos oscuros o neutros –la excepción serían los constantes rojos que luce la hija del patrono durante todo el metraje-, y cuyo look no deja de recordarme la radical apuesta que un año antes había efectuado William A. Wellman con su excelente TRACK OF THE CAT (1954), caracterizada también por un entorno represivo y puritano y su desarrollo en un ambiente tenebroso en pleno bosque. No cabría desestimar a este respecto una cierta influencia previa ya que las semejanzas creo que no son nada casuales.
En todo caso, UOMINI E LUPI destaca por el empeño en lograr fundamentalmente un relato físico en el que la inclemencia del tiempo y la presencia de pueblos enracimados dominados por la presencia de la nieve y atemorizados por la amenaza de los lobos, tendrá una secuencia de ataque de estos a la población espléndidamente ejecutada, que finalmente será el detonante de la elección del amoral lobero. Un desenlace que se ejecutará ya en pleno día y ante un marco físico ya delimitado por un entorno liberador y sin la ominosa amenaza de la nieve. Y es que no solo en los westerns la influencia del paisaje era determinante. También esta sin duda peculiar y poco reconocida película, es un ejemplo de que en cualquier género y circunstancia su importancia supone un complemento a los sentimientos que en ella se desarrollen.
http://thecinema.blogia.com/2005/121801-uomini-e-lupi-1956-guiseppe-de-santis-hombres-y-lobos.php


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In Abruzzo “Uomini e lupi” sembra essere stato dimenticato, eppure gli esterni furono interamente girati nella regione, appunto tra Scanno e Pescasseroli, e alcune scene anche a Roccaraso. Ma sopra tutto all’Abruzzo si riferisce l’intera storia, incentrata sui “lupari”, ossia i cacciatori di lupi oggi figure ormai scomparse, inseriti nello scenario del mondo pastorale di allora, peraltro con un cast di grande spessore. L’Archivio di Rai Uno ha definito il film “dramma intenso e selvaggio ambientato tra le montagne abruzzesi e interpretato da un gruppo di attori di rilievo, fra cui spiccano il giovane Yves Montand e l’affascinante Silvana Mangano”. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’uscita nelle sale cinematografiche (2007), “Uomini e lupi” è stato ricordato dallo storico Museo Nazionale della Montagna di Torino – sorto alla fine dell’800, parallelamente al CAI – che ha dedicato al film due settimane di programmazione, e dalla Fondazione DiversoInverso, presso il teatro “Pagani” di Monterubbiano, nelle Marche. In precedenza è stato proiettato in rassegne cinematografiche a Tolosa, La Rochelle e Boston. Il film uscì anche in Francia, Germania, USA e Messico.
Il film si inserisce nel Neorealimo, straordinaria stagione del cinema italiano, alla quale Giuseppe De Santis, indimenticato regista di “Riso Amaro” (1949), contribuirà attraverso un’analisi rigorosa delle forze sociali, con una presa diretta della realtà umana, coinvolgendo spesso nelle riprese gente del luogo, come avvenne anche nel caso di “Uomini e lupi”, con contadini e pastori di Scanno e Pescasseroli. “Uomini e lupi” è stato giustamente definito un film fuori dal tempo. L’ambiente aspro e difficile di un povero paese della montagna abruzzese, ribattezzato Vischio, la neve e l’ansia della popolazione per la presenza dei lupi, che costituivano un pericolo per le greggi, rappresentano il contesto in cui era collocata la figura del luparo, anch’egli affamato come i lupi che cacciava, attratto dalle taglie poste su ogni capo ucciso. La lavorazione del film risentì delle eccezionali condizioni atmosferiche di quell’inverno, nel 1956, ancor oggi ricordato per le eccezionali nevicate, che rese più difficoltose e complicate molte scene.
L’impostazione che Giuseppe De Santis intendeva conferire al film risentì dei contrasti emersi tra il regista e la produzione italo-francese, la quale impose un taglio di circa diciotto minuti, per conferire al film il dinamismo proprio di una pellicola d’azione, tipo western, secondo una logica di taglio squisitamente commerciale. La Titanus operò i tagli che riteneva necessari e De Santis prese le distanze dall’opera, abbandonando la fase del montaggio della pellicola e denunciando sui giornali che non si considerava l’autore del film. Queste vicende, seguite dalla stampa nazionale, ne ritardarono l’uscita nelle sale cinematografiche. La prima proiezione pubblica avvenne a Roma il 2 febbraio 1957. Pur con le tutte vicende che lo condizionarono, il film rimane un capolavoro del cinema italiano e un irripetibile documento sulle sofferte condizioni di vita della nostra gente e sui paesaggi della nostra montagna, che s’inserisce ancor oggi nel secolare immaginario selvaggio e aspro, ma al tempo stesso umano, dell’Abruzzo e della sua gente.
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http://www.giulianovanews.it/2010/09/a-pescasseroli-%E2%80%9Csettembre-andiamo%E2%80%9D-alla-ix-edizione-l%E2%80%99evento-il-4-settembre-al-via-con-antonio-bini-che-presenta-il-film-%E2%80%9Cuomini-e-lupi%E2%80%9D-di-g-de-santis/