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viernes, 31 de mayo de 2013

Padri e figli - Mario Monicelli (1957)


TITULO ORIGINAL Padri e figli
AÑO 1957
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 92 min.
DIRECCION Mario Monicelli
GUION Leonardo Benvenuti, Luigi Emmanuele, Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli (Historia: Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli)
MUSICA Alessandro Cicognini, Carlo Rustichelli
FOTOGRAFIA Leonida Barboni
REPARTO Vittorio De Sica, Lorella De Luca, Riccardo Garrone, Marcello Mastroianni, Fiorella Mari, Franco Interlenghi, Antonella Lualdi, Memmo Carotenuto
PREMIOS 1957: Festival de Berlín: Oso de Plata - Mejor director
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Royal Film / Filmel
GENERO Comedia | Familia

SINOPSIS Durante las semanas previas a la navidad, cinco familias diferentes se encargan de los preparativos para la fiesta. El humor llega de la mano de la desconcertante falta de comunicación entre los miembros de la familia y sus hijos mayores. (FILMAFFINITY)


TRAMA:
Le vicende di tre coppie di sposi fanno da cornice alla storia di due giovani innamorati, sorvegliati ossessivamente dai genitori, che per vedersi sono costretti ad inventare sempre nuove bugie.

CRITICA:
"Con questo 'Padri e figli' che per la massa del pubblico risulta divertente e di un roseo moralismo, Monicelli offre la misura delle sue possibilità che sorpassano il 'genere' della commedia popolare (...). Nel film, infatti, si avverte un certo sottofondo più serio che, però, si dissolve nella brillante vernice esteriore. Ma il sottofondo c'è e c'è una maturità di mestiere (...)". (Luigi Chiarini, "Panorama del Cinema Contemporaneo", 1947/1957), ("Bianco e Nero", 1957).

"Piacevole, spiritosa e acuta commedia social-sentimentale dell'emergente Mario Monicelli, che con tocco leggero e sottile umorismo taglia e cuce abilmente tre episodi incrociati nella Roma della piccola borghesia. Davanti alla macchina da presa si muovono alcuni popolarissimi attori degli anni Cinquanta, tra cui spicca per simpatia la grande caratterista Marisa Merlini". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 ottobre 2001)

NOTE:
- DIRETTORE DI PRODUZIONE: ROMANO DANDI.- IL FILM HA VINTO L' ORSO D'ARGENTO AL FESTIVAL DI BERLINO.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=18997&film=Padri-e-figli

Nei suoi giri quotidiani un'infermiera romana (M. Merlini) frequenta diversi gruppi familiari, ciascuno con i suoi problemi. Scritto con Age, Scarpelli e Leo Benvenuti, è un film a episodi camuffato che segna una tappa significativa nell'itinerario di M. Monicelli _ e del cinema italiano in generale _ per avvicinarsi alla commedia di costume borghese senza il cipiglio dell'indagatore o la grinta del polemista, ma col sorriso e lo sguardo lucido dell'osservatore. Diretto con competenza, recitato da un'affiatata squadra d'interpreti tra cui spicca M. Mastroianni, ormai il n. 1 degli attori giovani italiani.
(Il Morandini)

È una commedia sul tema ormai noto dei rapporti fra genitori e figli. Cinque famiglie, una trama leggera di sentimenti, di gioie, di ansie, di dolori. Breve il periodo preso in esame: dall’apertura delle scuole a Natale; ma è il periodo più intenso dell’anno, soprattutto per chi ha figli per i quali il ritorno al liceo può significare spesso anche l’incontro con il primo amore, i primi sospiri, le prime passeggiate romantiche... Qui, comunque, in primo piano, non ci sono soltanto i figli ma anche i padri, e se spesso i figli sono un po’ discoli i padri, forse, sono anche più discoli di loro, sbarazzini e dongiovanni nonostante le canizie. »
(Gian Luigi Rondi, Il Tempo)

Napoli. Con sottile perfidia marzo versa dall’imbuto, a fiotti, pioggia e sole; in un attimo inzuppa e incendia gli ombrelli, gli animi, i pensieri. Vi deridono le nubi, le grondaie, le insegne, i muri, le bocche (un po’ alla Marcello Mastroianni) delle cassette postali. Andate a giudicare qualcuno o qualcosa, in tali condizioni. Mezz’ora fa, con Lionello De Felice e con Fulvio Palmieri, da un terrazzino del "Royal" (sceneggiamo un film, tutti nababbi per otto o dieci settimane, poi lealmente ripiomberemo nel denaro contato), guardavamo appunto il mare di via Caracciolo, battuto dalle raffiche in una luce rossa di fucina. »
(Giuseppe Marotta)


LOCATION (SEGNALAZIONI): Padri e figli... (1957)

Il parco dove si incontrano Marcella (De Luca) con il fidanzato Sandro (Antonini) e dove decidono il programma del giorno dopo è Villa Aldobrandini a Roma il cui accesso è in via Mazzarino (GE 41°53'47.40"N, 12°29'13.82"E). L'affaccio su Largo Magnanapoli... (min 4'30")
L'abitazione di Marcella (De Luca) dove vive con il padre Vincenzo Corallo (De Sica) ed il fratello Carlo (Garrone) è il palazzo di Piazzale delle Belle Arti a Roma (GE 41°55'9.19"N, 12°28'19.89"E), già visto in La banda del gobbo. (min 6'30")
Galoppino
http://www.davinotti.com/index.php?forum=80020073

jueves, 30 de mayo de 2013

Una storia qualunque - Alberto Simone (2000)


TITULO ORIGINAL Una storia qualunque
AÑO 2000
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACION 195 min.
DIRECCION Alberto Simone
ARGUMENTO Alberto Simone
GUION Silvia Napolitano e Alberto Simone
AYUDANTE DE DIRECCION Daniele Falleri
PERSONAJES E INTERPRETESMichele La Torre (Nino Manfredi), Mirko Mancini (Bruno Wolkowitch), Sara (Agnese Nano), Sandro (Antonio Manzini), Beatrice (Valerie Leboutte), Matteo (Matteo Simone), Josette (Melanie Gerren), Commissario Pietrostefano (Carlo Croccolo), Avv. Guido Mosca (Giancarlo Dettori), Commis. Barilli (Lello Serao).
FOTOGRAFIA Marco Pontecorvo
ESCENOGRAFIA Paola Bizzarri
VESTUARIO Sandra Cardini
SONIDO Bruno Pupparo
PRODUCCION Maurizio Tini para Sidecar Films & TV

SINOPSIS Uscito di prigione dopo i ventotto anni inflittigli per l'omicidio della moglie, Michele La Torre vive una condizione talmente solitaria e confusa da fargli desiderare di tornare in carcere. Ad aiutarlo ci pensa Mirko, giovane avvocato idealista, al quale Michele chiede anche di dargli una mano a ritrovare i figli di cui ha perso le tracce dal giorno della sua condanna. Recuperato l'indirizzo del figlio, Michele vi si reca ma viene scambiato per il nuovo giardiniere, ritrovandosi ad abitare in incognito insieme ai suoi stessi parenti. Nel frattempo Mirko, studiando gli atti del processo di Michele, comincia a sospettare una sorprendente verità... (Film Scoop)



PRESENTAZIONE
Sono molti i livelli interpretativi che si intersecano, si sovrappongono e si contraddicono nel personaggio che il soggettista, sceneggiatore e regista Alberto Simone ha ritagliato a misura su Nino Manfredi per costruire attorno ad esso Una storia qualunque, la miniserie in due puntate in onda su Raiuno domenica 19 e lunedì 20 novembre alle 20.45. Il personaggio si chiama Michele La Torre ed ha appena finito di scontare 28 anni di carcere per uxoricidio. Per la giustizia è l'autore di un orrendo delitto e lui invece sa di essere innocente. Ha passato un tempo enorme chiuso in una cella e ad un certo punto ha smesso di chiedersi il perché, ha superato la rabbia e il dolore. Nonostante la sua drammatica esperienza è rimasto tenero, candido. Ormai vecchio e fragile, ha paura della realtà in cui piomba all'improvviso, non riconosce più la sua città, è solo, non ha amici né parenti, lo disorienta il caos delle strade, lo confondono i colori e i rumori. Tanto che a un certo punto pensa che l'unica soluzione possibile sia di ritornare in prigione e cerca di farsi arrestare di nuovo compiendo uno scippo tanto maldestro che un giovane avvocato idealista e squattrinato, Mirko Mancini, riesce facilmente a convincere i poliziotti a lasciarlo andare. Mal gliene inconglie perché Michele lo accusa di difesa non richiesta e pretende, a titolo di risarcimento, d'essere assistito e ospitato. Dopo un periodo di tragicomica convivenza, che pian piano si tramuta in amicizia, l'anziano ex-detenuto confida a Mirko il suo desiderio segreto, l'ultimo, l'unico: ritrovare i suoi due figli, Sara e Sandro, che gli furono strappati il giorno della condanna quando avevano soltanto tre e cinque anni e furono dati in adozione. Ed è all'avvocato che affida il compito di rintracciarli. C'è ancora un fortunato scambio di persona: sulla base di un possibile indirizzo indicatogli dall'avvocato, Michele raggiunge il villino dove dovrebbero abitare i suoi figli e mentre spia quel che vi succede la padrona di casa crede che sia il nuovo giardiniere. Lui, imbarazzato ma desideroso di conoscere la verità, accetta il posto e la sua doppia identità. E così scopre che la signora è Beatrice, la moglie di suo figlio Sandro, che il loro figlio di otto anni si chiama Matteo ed è il suo nipotino e che la violoncellista, venuta per qualche giorno da Londra dove lavora, è sua figlia Sara. Mentre Michele trascorre giornate emozionanti e felici, l'avvocato, convintosi della sua innocenza, indaga giorno e notte sul supposto uxoricidio e finalmente scopre che non è lui l'assassino. Accanto a Nino Manfredi, protagonista della miniserie, il ruolo dell'avvocato Mirko Mancini è ricoperto da Bruno Wolkowitch, mentre gli altri interpreti sono Agnese Nano (Sara), Antonio Manzini (Sandro), Valerie Leboutte (Beatrice). Nella parte del piccolo Matteo esordisce Matteo Simone, che è davvero il nipotino di Nino Manfredi essendo figlio di sua figlia Roberta e del regista Alberto Simone. Nel cast ci sono ancora Carlo Croccolo, nei panni del vecchio commissario Pietrostefano e Giancarlo Dettori in quelli dell'avvocato Guido Mosca.

LA STORIA
Prima puntata.

Condannato per l'omicidio della moglie, Michele La Torre (Nino Manfredi) viene rimesso in libertà dopo aver dovuto scontare 28 anni di galera. Ma non ha alcuna intenzione di abbandonare quella che fino a quel momento è stata la sua casa e la sua vita. Si barrica in cella e il direttore del carcere deve faticare non poco per convincerlo ad uscire. Appena fuori, Michele, spaventato e confuso dal rumore e dal caos di una città che non riconosce più, ha un unico pensiero: trovare il modo di rientrare in galera. Tenta goffamente di scippare un'anziana signora e viene subito fermato da due poliziotti. Il tentativo di tornare in carcere però fallisce per merito, o per colpa, di un giovane avvocato che passando nei pressi convince la pattuglia a lasciar perdere questo anziano signore, scippatore troppo maldestro. L'avvocato è Mirko Mancini (Bruno Wolkowitch), un simpatico giovane pieno di ideali, ma senza una lira. Dimostrandosi tutt'altro che grato, Michele La Torre lo riempie di insulti, gridandogli chi mai gli ha chiesto di difenderlo, di rimetterlo in libertà? Cosa se ne fa lui della libertà se non ha un posto dove andare, un amico, un parente a cui rivolgersi? Mancini lo guarda come se fosse matto, sale in macchina e se ne va. E' notte e l'avvocato rientra a casa. Sul suo pianerottolo vede l'anziano ex detenuto addormentato, abbracciato alla sua valigetta. Tenta di entrare in casa senza far rumore, ma invano, le chiavi gli sfuggono di mano e cadono a terra fragorosamente. Michele si sveglia di soprassalto e lo prega di ospitarlo almeno per una notte. Mirko rifiuta e nel faticoso tentativo di entrare in casa lasciandolo fuori, lo spintona con troppa forza facendolo cadere per le scale. Michele si è fatto male ad una caviglia e, un po' esagerando, finge di non essere in grado di camminare. L'avvocato è costretto a farlo entrare e a malincuore anche ad ospitarlo: ma sia chiaro, precisa, per una sola notte, domani, anche zoppicante, dovrà levare le tende. Il vecchio signor La Torre promette, ma il giorno dopo una brutta sorpresa attende Mirko alla porta. Due ufficiali giudiziari sono venuti a pignorare i mobili per un mancato pagamento ed è Michele a levarlo dall'imbarazzo offrendosi di saldare subito il debito. Adesso le parti si sono invertite, Mirko si è reso dipendente da Michele e non sa come potrà mai restituirgli quel denaro. E' molto semplice - risponde Michele - lavorando per me. Da oggi ti impegni a rintracciare i miei due figli: Sara (Agnese Nano) e Sandro (Antonio Manzini) che al momento dell'arresto avevano solo 3 e 5 anni. Da quel giorno sono stati affidati ad un istituto e poi adottati entrambi da una coppia di romani . Nel frattempo lui si sistemerà nello stanzino in fondo al corridoio. E' piccolo, osserva, ma lui ci è abituato: ha più o meno le stesse misure della sua cella.

Seconda puntata.
La convivenza tra Mirko e Michele è piuttosto faticosa ma, dopo un inevitabile periodo di conflitti tragicomici, si fa più affettuosa man mano che l'avvocato impara a conoscere meglio l'anziano signore. Tant'è che più passa il tempo e meno è convinto della colpevolezza del suo coinquilino. Un uomo così buono e remissivo, pensa, non può essersi macchiato di un delitto. Spinto ormai dall'affetto, Mirko si mette alla ricerca delle vecchie carte processuali e notte dopo notte, studiando senza tregua, scopre varie incongruenze. Rintraccia il commissario Pietrostefano (Carlo Croccolo) che all'epoca si era occupato del caso e che, vecchio e malato, è da alcuni anni costretto a letto. La sua testimonianza risulta molto utile all'avvocato che scopre tra l'altro che proprio quando Pietrostefano stava avvicinandosi alla verità venne misteriosamente sollevato dal caso. Inoltre emerge un altro fatto importante: la confessione poi ritrattata di un testimone oculare, un certo Robinson, un pittore americano che abitava con la moglie al piano di sotto rispetto all'appartamento della famiglia La Torre. Nella sua prima testimonianza Robinson aveva affermato di aver visto un uomo allontanarsi su una Lancia Zagato bianca proprio all'ora del delitto. Nel frattempo Michele raggiunge il villino dove dovrebbero abitare i suoi figli e osserva da lontano per ore e ore nella speranza di riconoscere qualcuno. Vede un bambino di circa 8 anni, un grosso cane, una filippina. Con un po' di coraggio si avvicina al cancelletto e improvvisamente viene travolto da una giovane donna sui 30 anni, Beatrice (Valerie Leboutte), che mortificata si scusa mille volte con lui per essersi dimenticata del loro appuntamento. Lo invita ad entrare in casa e gli offre un caffè. Michele è confuso, combattuto tra il desiderio di sapere qualcosa di più dei suoi figli e la promessa fatta a Mirko di non avvicinare mai nessuno della sua famiglia. Ma la tentazione è troppo forte e senza neanche accorgersene si ritrova dentro la casa di suo figlio Sandro e quella gentile signora che gli sorride di fronte è sua nuora Beatrice, mentre il bambino che poco prima vedeva giocare in giardino è Matteo, suo nipote. Capisce quasi subito di essere stato scambiato con il giardiniere. Emozionato e un po' impacciato accetta l'incarico assicurando la massima professionalità. Comincia così un periodo particolarmente felice per lui, che ogni giorno che passa conquista sempre più l'affetto della nuora, del nipotino e persino del grosso cane Max, mentre, al contrario, non riesce a farsi benvolere da suo figlio Sandro che lo guarda con sospetto e diffidenza. Mirko Mancini conosce casualmente Sara, la figlia violoncellista di Michele, che vive a Londra ma è di passaggio a Roma ospite di Sandro e Beatrice, e ne rimane folgorato. Intanto l'avvocato prosegue l'inchiesta sul vecchio delitto di Piazza Vittorio. Consigliato dall'ex commissario Pietrostefano capisce che la chiave di tutto è l'automobile Lancia Zagato che fu vista fuggire nella notte dell'omicidio. Riesce a trovare la lista di tutti gli acquirenti di quel tipo di auto in quell'anno. Mancini rintraccia anche la signora Robinson, vedova del pittore, e scopre che il marito ritrattò la testimonianza a causa di una grossa somma in denaro offertagli da un anonimo. La donna dice di aver vissuto per anni con questo peso e non vede l'ora di poter rendere giustizia al povero signor La Torre. Tra Mirko e Sara si instaura un'immediata simpatia che li porta a frequentarsi, a conoscersi meglio, al punto che lui, dopo una sofferta riflessione, decide di rivelarle che il caso di cui si sta occupando riguarda suo padre. Sara però è tanto traumatizzata che lo blocca e gli vieta di fare il nome del suo vero genitore. Michele, intanto, trova sulla scrivania di Mancini la lista di tutti i proprietari di Lancia Zagato e scorrendo tra i vari nomi selezionati rimane colpito da uno in particolare. Prende una pistola e si reca dall'avvocato Mosca (Giancarlo Dettori), ex datore di lavoro di sua moglie.


NOTE DI REGIA
Come autore e come regista devo molto a Nino Manfredi. Per un motivo o per l'altro ho scritto per lui pagine e pagine di sceneggiature, l'ho diretto più volte e credo di conoscerlo bene. Questo film è nato come un omaggio alla sua arte, ispirato dall'affetto, dall'ammirazione e dalla gratitudine che provo per lui. Il personaggio di Michele La Torre è semplice e complesso ad un tempo. Un uomo uscito di prigione più puro ed innocente di quando vi è entrato, trent'anni prima, per una condanna ingiusta. Un uomo ormai vecchio, vulnerabile, che è andato oltre il dolore. L'ho scritto come un vestito fatto su misura per come Manfredi è oggi, con la sua grandezza intatta ma anche con una nuova commovente fragilità in questa particolare stagione della sua vita che è la vecchiaia. Non so quanti altri attori avrebbero potuto interpretarlo. Nel film debutta mio figlio Matteo che ha otto anni. Dirigerlo accanto al suo grande nonno è un'emozione indescrivibile. Non so se vorrà continuare su questa strada, cosa che (e parlo regista) gli riesce molto bene. In ogni caso penso che un giorno, riguardando quelle scene in cui lui e il nonno recitano insieme, gli farà piacere aver avuto questa possibilità.
Alberto Simone

NINO MANFREDI

Siamo alla vigilia della messa in onda di Una storia qualunque , che ne pensa?
Altro che storia qualunque! Questo è proprio un film con tutti gli attributi. Erano anni che non mi emozionavo così tanto. E non lo dico certo perché ci sono anch'io. Ho visto le due puntate una dietro l'altra, sono passate più di tre ore e non me ne sono nemmeno accorto. Avete presente quei bei film di una volta, quelli che ti facevano ridere, poi ti facevano piangere e alla fine ti sentivi proprio contento? Ecco, questo film è proprio così e la Rai, i produttori italiani e quelli francesi possono essere orgogliosi di averlo realizzato .
Cosa le è piaciuto di questo progetto?
Prima di tutto mi ha convinto il tema. L'idea di interpretare uno che si è fatto trent'anni di galera per un delitto che non ha commesso. Mi sono chiesto cosa e chi ti può ripagare se poi scoprono che eri innocente .
E ha trovato una risposta?
La risposta l'ha trovata Alberto Simone, che è l'autore e il regista del film. Ed è che è un guaio talmente irreparabile che non ci sono risarcimenti possibili e se non si ha un'ottima ragione per continuare a vivere allora è proprio dura .

Qual è la ragione del suo personaggio?
Non aver mai rinunciato alla speranza di ritrovare i suoi figli, due bambini che gli furono portati via al momento della condanna e poi dati in adozione .
Ci riesce?
Si, con l'aiuto di un avvocato squinternato, interpretato da Bruno Wolkowitch, che difende solo emarginati, extracomunitari e sbandati di ogni genere. Ma anche con l'aiuto del destino perché per uno scambio di persona viene assunto come giardiniere proprio in casa di suo figlio. Anche la sua Odissea si conclude con il ritorno a casa, ma come Ulisse per un po' non può rivelare la sua identità e deve accontentarsi di un travestimento .
Sembra di capire che il suo personaggio le ha consentito un'interpretazione come quelle delle grandi occasioni del passato, da Pane e cioccolata a Per grazia ricevuta , da Geppetto a C'eravamo tanto amati . Questo personaggio è il più bello di tutti. Perché è uno che dopo un'esperienza terrificante ha conservato la purezza e il candore di un innocente. E la capacità di trasformare il dolore in speranza .

Quanto le somiglia?
Molto poco. In Italia e nel mondo ci sono centinaia, migliaia di Michele La Torre , persone vittime di errori giudiziari, condannate per sbaglio o perché non hanno i mezzi per difendersi adeguatamente. E questo dovrebbe far riflettere, soprattutto quelli che sono favorevoli alla condanna a morte. Basterebbe anche una sola eventualità che lo Stato uccida un innocente - perché l'errore è sempre possibile - a far comprendere che la pena capitale è una cosa barbara, orrenda e ingiustificabile. E spero che questo film contribuisca a farlo capire .

Alberto Simone è legato a lei anche da rapporti familiari. E nel film debutta anche il suo nipotino Matteo, figlio del regista e di sua figlia Roberta. Il film racconta l'importanza della famiglia e degli affetti familiari come valore centrale della vita. Quanto conta la famiglia per lei?
Moltissimo. Non avrei potuto fare il mestiere che faccio senza il supporto di una famiglia fin troppo comprensiva, a partire da mia moglie Erminia a cui devo tutto. Ma sul set i vincoli di parentela non servono a niente. Quello che conta è il valore di ciascuno e la capacità di fare bene il proprio lavoro. Perfino Matteo, che ha solo otto anni, lo ha capito. Ha recitato al mio fianco da vero professionista, senza mai cercare la protezione o l'affetto di suo nonno. E dire che avrebbe avuto tutti i diritti di farlo perché anche il suo ruolo non era facile. Invece era lui a sostenermi, a chiedermi se mi andava bene che facesse una certa pausa o una certa espressione. E' stato difficile fare la mia parte senza commuovermi .

Lei ha raccontato una volta di come i suoi rapporti con i registi con cui ha lavorato non siano stati sempre facili, anche a causa del suo maniacale perfezionismo. Com'è andata con Alberto Simone?
Alberto mi ha diretto nel suo primo film, Colpo di luna , un film bello, premiatissimo e visto troppo poco. Poi ancora nell'ultima serie di Linda e il Brigadiere e ora in questo film che ha scritto per me. Il suo lavoro parte dalla scrittura e questo si sente anche sul set. Sa quello che fa e quello che vuole dagli attori. E credo che il risultato sia evidente. In Una storia qualunque c'è una carrellata di attori giovani e anche di vecchie glorie della mia generazione. Sono tutti bravissimi e credo che, oltre al loro talento, si possa riconoscere la mano di un bravo regista .

E il cinema?
Questo è un film che sarebbe stato benissimo, ovviamente in una versione ridotta, anche in una sala cinematografica. Purtroppo per il cinema italiano non vedo un gran presente e, temo, neanche un gran futuro. Non certo per mancanza di autori o registi anche bravi, ma è il sistema produttivo e distributivo che fa acqua da tutte le parti. La televisione oggi è il solo mezzo che può permettere ad un autore italiano, se ha qualcosa da dire, di raggiungere un gran numero di persone. A patto di non perdere di vista la qualità e su questo terreno c'è ancora tanto da fare .

miércoles, 29 de mayo de 2013

La Prova Generale - Romano Scavolini (1968)


TITULO ORIGINAL La prova generale
AÑO 1968
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Separados)
DURACION 77 min.
DIRECCION Romano Scavolini
GUION Romano Scavolini
MUSICA Egisto Macchi
FOTOGRAFIA Giulio Albonico
REPARTO Guido Alberti, Lou Castel, Carlo Cecchi, Sara Di Nepi, Maria Monti, Remo Remotti, Emiliano Tove, Leopoldo Trieste, Laura Troschel, Giuseppe Valdembrini, Valentino Zeichen
PRODUCTORA Laboratorio Ricerche Cinematografiche
GENERO Drama | Giallo. Cine experimental

SINOPSIS El protagonista de la película es la estructura misma del film y el intento de reconstruir fragmentos de momentos incompletos de la vida. Fue censurada por el gobierno italiano y las autoridades por blasfemia, violencia irracional, ultraje a la bandera, a la religión y al Soldado Desconocido. (FILMAFFINITY)



Due anni dopo A mosca cieca la censura colpisce anche La prova generale, su cui ancor oggi gravano cinque ipotesi di reato - istigazione alla violenza, oltraggio alla patria, oltraggio al Milite Ignoto, oltraggio alla religione, blasfemia. Nonostante ciò il film circolò in diversi festival italiani e internazionali, ma soprattutto fu insignito del Premio Qualità per il Miglior Film dell’an-no, che gli fu attribuito dal Ministero del Turismo e dello Spettacolo (ex-aequo con Il fascino discreto della borghesia di Buñuel). Questa volta predomina la camera fissa, la sceneggiatura è precisa e i dialoghi sono rilevanti; il racconto è quello di un debutto che non avviene mai, di un gesto che non può compiersi, e la forma è accurata tanto da chiedersi se il film si voglia collocare fuori dall’area della ricerca sperimentale.
http://www2.kwcinema.kataweb.it/bemovie/ininterrotto.html

Scavolini si concede la più ampia libertà espressiva per un film che potrebbe essere definito underground e che a distanza di anni non appare eccessivamente datato sia a livello concettuale che formale. La prova generale in fondo rappresenta a vari livelli la frustrazione di una vera rivoluzione culturale mai avvenuta e che mai avverrà. E' presente al contrario un forte senso di involuzione che porta dentro di sé i semi di quel grande freddo degli anni successivi. Personalmente è stata una visione estremamente difficile e faticosa, ma tuttavia potrà essere apprezzato da tutto coloro che amano un cinema fuori dagli schemi.
The Gaunt
http://www.filmscoop.it/film_al_cinema/laprovagenerale.asp

SC - I suoi film finora citati sono gli unici che sono riuscito a reperire e visionare (insieme a La prova generale [1968], che però esula dal campo di competenza di questo sito). Dove posso trovare gli altri?
RS - Non ho idea. Ho fatto film – mi sembra di aver capito – di cui non avete neppure idea, ma non so come aiutarvi perché mi interesso molto poco al destino delle cose che faccio…
http://www.splattercontainer.com/approfondimenti/interviste/item/invervista-a-romano-scavolini


Le belle prove di Romano Scavolini
Il cinema Underground

Era ora che – dopo tanti anni di inspiegabile oblio – si cominciasse a rivalutare e a sottrarre dalla rimozione il cinema di Romano Scavolini, autore davvero singolare del panorama italiano, a metà strada tra underground e cinema ufficiale, fiction e non-fiction, con alle spalle decine e decine di corti, molti dei quali appaiono oggi di una sconvolgente modernità linguistica (da Alle tua spalle senza rumore a Ecce Homo, da Gli inviati speciali ad Alzate l’architrave carpentieri), spesso basati semplicemente su immagini fisse, siano esse disegni o fotografie, accompagnate da un commento molto incisivo (parlo de La quieta febbre o L.S.D.).
Ma Scavolini è autore anche di svariati lungometraggi, due dei quali – A mosca cieca (1966) e La prova generale (1968) – sono legati a vicende produttive e censoree, ancora tutte da raccontare.
Ispirato a Lo straniero di Camus A mosca cieca – che resta l’opera più significativa di Scavolini – racconta di un uomo (Carlo Cecchi) che trova per caso una pistola dentro una vettura in sosta, se ne impadronisce e finisce con l’usarla altrettanto “casualmente”, uccidendo un uomo che esce dallo stadio la Domenica pomeriggio.
Il film racconta questa lucida attesa, la vita quotidiana dell’uomo, la relazione con una serie di persone (la sua compagna, un amico, il padre...) ma soprattutto il suo rapporto con questo oggetto, così “significante” da spingerlo a commettere un atto estremo per dare un senso non tanto alla propria esistenza, quanto a quella della pistola, che vive appunto di vita propria. Questo gesto radicale, in linea con l’estetica surrealista che istigava a sparare a caso tra la folla, rientra dal punto di vista tematico nel cinema della rivolta precedente o successivo di Bellocchio (I pugni in tasca, 1962), Bertolucci (Partner, 1968), Ferreri (Dillinger è morto, 1969), ma con modalità di rappresentazione ben più rivoluzionarie: la narrazione seppure ancora rintracciabile è continuamente stravolta e sabotata innanzitutto dalla soppressione del dialogo, poi da inversioni nella successione temporale, reiterazioni ossessive di gesti (il furto della pistola, il gettarsi sfinito sul letto), da inserimenti di segni, parole o formule matematiche, in modo da saturare di significanti l’immagine, ridestare continuamente l’attenzione dello spettatore, svelandogli l’artificio della messa in scena ma anche frustrando le sue aspettative: come quando una freccia in sovrimpressione indica la futura vittima.
A mosca cieca di Scavolini è diventato, suo malgrado, un film “maudit”, a causa di interminabili peripezie giudiziarie, conclusesi all’epoca con il sequestro della copia originale, tuttora custodita negli scantinati dell’ex Ministero dello Spettacolo. L’accusa fu quella di “pornografia” per il seno di Laura Troschel fugacemente mostrato. L’autore e il produttore Nasso si rifiutarono di tagliare i fotogrammi incriminati e fecero appello al Consiglio di Stato: il risultato fu che A mosca cieca venne bocciato da ben tre commissioni censoree. Malgrado ciò il film fu presentato a Pesaro nel 1966 e fu apprezzato tra l’altro da Joris Ivens e Jean-Luc Godard, per poi essere visto – sotto altro titolo, per eludere la censura – a Berlino, Carlovy Vary, San Francisco, New York, Mosca, ecc. 
Prima ancora dello scottante tema - che preannuncia la futura stagione dell’eversione terroristica - ciò che fece impaurire i censori fu lo scardinamento dei canoni cinematografici, il fatto che non solo l’omicidio rappresentato restava senza motivazione ma la stessa rappresentazione si presentava come “libera” da ogni logica. Al gesto liberatorio del protagonista che finalmente può usare un oggetto costruito per sparare o contro se stesso o contro gli altri, si affianca il gesto liberatorio di Scavolini che può usare per gran parte del film la camera a mano, adottando uno sguardo voyeuristico e “selvaggio” che esprimesse il vuoto esistenziale di quegli anni. Oltre a Camus l’altro riferimento letterario che informa A mosca cieca è a Beckett, di cui alla fine viene riportata la frase: “Chi ha voluto ascoltare ascolterà sempre, sia che sappia di non sentire più niente, sia che lo ignori”.
Anche al successivo film di Romano, La prova generale, toccò l’“onore” della censura, su di esso gravano ancora oggi cinque ipotesi di reato: 1) istigazione alla violenza; 2) oltraggio alla Patria; 3) oltraggio al Milite Ignoto (una sequenza fu infatti girata sull’Altare della Patria); 4) oltraggio alla Religione; 5) Blasfemia.
In La prova generale la riflessione ideologica diventa evidente, concreta e non più rimandabile. Rispetto ad A mosca cieca, questo secondo film appare opposto e complementare: il primo è filmato in 16mm bianco e nero, con una prevalenza di camera a mano, senza copione e senza dialoghi, con un protagonista principale; il secondo è girato in 35mm colore, soprattutto con camera fissa, con una sceneggiatura e una forte predominanza di dialoghi e senza un personaggio principale. Inoltre se A mosca cieca è la storia della tormentata ricerca di un uomo che sfocia nel compimento di un gesto risolutivo, La prova generale - come suggerisce il titolo stesso - racconta di un gruppo di uomini e donne che provano la loro vita e vivono la loro recita, senza poter mai debuttare veramente. Non vedranno mai la loro “prima”, come per il Cecchi di " mosca cieca: per questa ragione si ha l’impressione che ogni sequenza sia una scena-madre, in sé conclusa e in qualche modo determinante per capire il senso di tutto il film. Appaiono perciò illuminanti le parole dette da Margherita Lozano nella sequenza della sala di doppiaggio: “Basta separare un solo elemento se tutti gli elementi sono importanti, perché il mosaico si apra e distrugga l’unità di una parete liscia. Allora i gesti, le parole, i fatti della vita, i sentimenti, tutto ritorna nel suo isolamento: Il tempo, questo elemento che abbiamo scelto come unità della nostra esistenza, mi sfugge ogni volta che credo di averlo fermato, così rientro ogni giorno senza speranza nel mio disordine quotidiano come in un letto vuoto, al buio, sconfitta senza alternative”.
Se A mosca cieca, per la povertà e la voluta primitività dello stile, appare più esplicitamente “sperimentale” se non a tratti underground, La prova generale per la qualità di immagine e per la cura nella costruzione delle sequenze, sembra allontanarsi dall’area della ricerca, se non fosse per la varietà di soluzioni formali decisamente innovative per un lungometraggio del genere: ralenti, salti di montaggio, ripetizioni dell’immagine, confessioni in macchina dei protagonisti, ecc. Inoltre quel po’ di narrazione di A mosca cieca scompare definitivamente ne La prova generale, esplicita “truffa” di Scavolini, simulazione di un tradizionale film a soggetto, fin dai titoli di testa iniziali che scorrono sulla musica di Egisto Macchi e che lasciano allo spettatore l’illusione di assistere a un normale film narrativo.
Il film si presenta come un puzzle polidimensionale che potrebbe essere, invano, smontato e ricomposto dallo spettatore alla ricerca di una sequenza. Anche per questo Scavolini crea continui spiazzamenti tra immagine e parola, come quando mette in scena il dialogo sulla maternità in un villaggio western abbandonato, o quando in generale le espressioni dei personaggi non corrispondono a ciò che dicono. All’interno di una struttura molto complessa e articolata, il discorso politico si intreccia a quello privato, la felicità piccolo-borghese viene contrastata dalle statistiche sulla fame nel mondo, la figura femminile funziona sia da elemento della dinamica di coppia, che da fattore di seduzione, che da vittima della violenza maschile, allo stesso livello del nero che subisce l’intolleranza razziale.
A parte che le sequenze finali di A mosca cieca vengono letteralmente inglobate ne La prova generale e scorrono sullo schermo della sala di doppiaggio, del film precedente ritornano molte altre situazioni - ma, se possibile, più raffreddate -, come l’immobilità dei sentimenti rappresentata dal corpo a corpo di una coppia, abbracciata contro il fondo bianco di una parete. Lo stesso Cecchi reinterpreta più o meno lo stesso personaggio con la pistola, anche se il rapporto con questo oggetto e con la sua funzione viene trattato in modo più tecnico, mostrando le immagini di un poligono di tiro con, in voice over, dettagliate informazioni di carattere balistico. E’ semmai il personaggio di Castel - suicida che gioca con la pistola per colmare il vuoto che precede la sua morte o per sublimarla in performance - a essere più prossimo al protgonista di A mosca cieca. La poetica surrealista dell’oggetto ne La prova generale diventa insomma astratta teoria. Gli stessi colpi di pistola vengono associati ai colpi di stecca del biliardo, si trasformano cioè in metafore, ipotesi di fatti e non gesti realizzati. Nell’immagine della partita di biliardo che ritorna in tutto il film, possiamo leggere un’allusione alla continua aggregazione e disgregazione dei personaggi, come tante bocce che si riuniscono, si confrontano, per poi disperdersi nel vuoto delle loro esistenze e delle domande senza risposta. Persiste ancora ne La prova generale la sospensione beckettiana di A mosca cieca, lì orchestrata attraverso il silenzio, qui materializzata mediante la parola se non addirittura l’affabulazione. Parola che diventa menzogna, a ricordarci per l’ennesima volta che il cinema è finzione: in questo senso è significativa la sequenza del finto cieco che intrattiene con il suo doloroso show di ricordi sul fronte russo, una serie di avventori al bar, suscitando il loro riso o la loro indifferenza. Allo stesso modo il suicidio di Castel - che resta “fuori campo” -, nello stesso momento che ci viene raccontato è anche travisato, caricato - grazie alle parole - di significati politici.
Un personaggio del film si domanda a un tratto: “che cosa aspettiamo a debuttare. Sono 10.000 anni che facciamo la stessa prova generale, continuamente interrotta soltanto perché qualcuno di noi muore”. La prova generale è quella della rivoluzione imminente, una rivoluzione scritta sui muri ma non ancora consumata dai personaggi del film; prova che richiama incessantemente lo spazio della rappresentazione: da quella arcaica, teatrale e stilizzata della via crucis ridotta a una serie di tableaux vivants sulla spiaggia, a quella realistica in stile “cinema-verità” con l’attore per strada nei panni di un barbone che permette alla macchina da presa di “rubare” le reazioni autentiche dei passanti.
Ancora un beckettiano “finale di partita”: la gara di biliardo è terminata, esattamente come in A mosca cieca termina l’incontro di calcio. Il capannello di amici si scioglie per l’ennesima volta. La prova generale è conclusa. Ma - come nel film precedente - si ha l’impressione che tutto possa ricominciare da un momento all’altro.

Romano Scavolini
Nato a Fiume il 18 giugno 1940, nel 1958 si trasferisce in Germania dove lavorerà come scaricatore di porto. Qui tra l’altro realizza insieme al fotografo Arthur Kidalla, un lungometraggio in l6mm mai sonorizzato. Ritornato in Italia, inizia la sua carriera di filmmaker, girando una lunghissima serie di cortometraggi tra il documentaristico e lo sperimentale, molti dei quali - a cominciare dal primo - La quieta febbre - ottengono una serie di riconoscimenti. Nel 1966 realizza il suo vero primo lungometraggio, A mosca cieca che, pur proi-bito dalla censura, viene presentato in diversi festival sia in Italia che all’estero. Le cronache del cinema indipendente italiano sono caratterizzate dalla singolarità dei cortometraggi e poi dei lungometraggi di Romanoi Scavolini, da A mosca cieca (1966) e La Prova Generale (1968). La peculiarità di questi films risiede nel fatto che, pur trattandosi di opere girate in 35mm, con una troupe regolare (vi lavorano operatori come Blasco Giurato, Giulio Albonico, Mario Masini e lo stesso Scavolini), basate quindi su un’accurata qualità dell’immagine e con un’impostazione totalmente diversa rispetto alle pratiche “povere” e solitarie dei filmmaker underground, sono film che hanno una fortissima componente avanguardistica (mancanza di una storia. azzeramento del dialogo, ricerca linguistica, utilizzo costante di musica elettronica e concreta, ecc.) La “scoperta” di queste opere, che all’epoca non riuscirono a essere regolarmente distribuite, spiazza totalmente lo studioso e lo costringe a ripensare il concetto classico di sperimentazione filmica.
Della vastissima produzione di documentari e cortometraggi - realizzata da Scavolini tra il 1964 e il 1969 circa, poco visti se non in qualche festival, ma quasi mai usciti in sala - tra i più significativi e “sperimentali”, ricordiamo: Alle tue spalle senza rumore (1964), 1962, 12’, 35mm, col., son.. Re.: Vittorio Armentano - prod.: Enzo Nasso - fot.: Enzo De Mitri - mo.: Renato May - mu.: Egisto Macchi
Il film rappresenta da un punto di vista fenomenologico l’esecuzione di un pignoramento in un quartiere popolare di Roma. Basandosi solo su elementi figurativi e formali senza alcun commento parlato.
Un muro con le mani al tuo passaggio (1965), Alzate l’architrave carpentieri! (1967), Gli inviati speciali (1967) e L.S.D. (1970). In tutti questi lavori circolano una serie di temi e ossessioni, che confluiranno in maniera più organica nei lungometraggi. Per esempio il ricordo doloroso della guerra, trasposto in un rituale solitario di violenza: il ragazzino di Alle tue spalle... che gioca in un condominio deserto eccetera. Due anni dopo gira il suo secondo lungometraggio anche questo caratterizzato da una ancor più accentuata ricerca di sabotare il linguaggio del cinema tradizionale: La prova generale. Se in A mosca cieca il clima politico rimane sottotraccia, o meglio affiora e si manifesta attraverso sfumature, umori e suggestioni, in La prova generale la riflessione ideologica emerge con evidenza. I due film sono opposti e complementari: il primo, filmato in l6mm bianco e nero, con una prevalenza di camera a mano, senza copione e senza dialoghi, con un protagonista principale; il secondo, girato in 35mm colore, perlopiù con camera fissa, con una sceneggiatura e una forte predominanza di dialoghi e senza un personaggio principale (nel cast, oltre a Carlo Cecchi e Joseph Valdam-brini, figurano Lou Castel, Alessandro Haber, Frank Wolf, Maria Monti, Anik Mourisse). Inoltre se A mosca cieca è la storia di un uomo e della sua tormentata ricerca che sfocia nel compimento di un gesto risolutivo, La prova generale - come suggerisce il titolo stesso - racconta di un gruppo di uomini e donne che provano la loro vita e vivono la loro recita, senza poter mai debuttare veramente. Non vedranno mai la loro “prima” come per il protagonista di A mosca cieca, per questa ragione si ha l’impressione che ogni sequenza sia una scena-madre, in sé conclusa e in qualche modo determinante per capire il significato di tutto il film. Segue poi un altro singolare progetto, Entonce, che resterà incompiuto e il cui girato andrà perduto, anni dopo, durante un’alluvione.
Nel 1970 Scavolini parte per il Vietnam come fotografo di guerra freelance. Al suo ritorno fonda una casa di produzione (Lido cinematografica) e si dedica al cinema di consumo con una serie di lungometraggi tra cui Servo Suo e Cuore. Dal ‘72 al ‘74 viaggia tra l’America Centrale e l’America Latina, lavorando come giornalista, sceneggiatore e produttore. Nel ‘76 decide di trasferirsi negli Usa, insegnando alla New York University of Visual Arts e tenendo stage anche alla Columbia. Nel 1981 dirige l’horror Nightmare, che diventa uno dei campioni d’incasso della stagione e darà il via alla serie Nightmare diretta da Craven. Dopo aver realizzato nel 1990 Dogtags, ispirato all’esperienza del Vietnam, Scavolini ritorna a Roma, dove risiede attualmente.
Bruno di Marino
http://web.tiscalinet.it/aclabor/monogra/scavol.htm

martes, 28 de mayo de 2013

Ninì Tirabusciò: la donna che inventò la mossa - Marcello Fondato (1970)


TITULO ORIGINAL Ninì Tirabusciò: la donna che inventò la mossa
AÑO 1970
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 94 min.
DIRECCION Marcello Fondato
GUION Marcello Fondato
MUSICA Carlo Rustichelli
FOTOGRAFIA Carlo Di Palma
REPARTO Monica Vitti, Gastone Moschin, Carlo Giuffrè, Claude Rich, Sylva Koscina, Peppino De Filippo, Ennio Balbo, Salvo Randone, Nino Taranto, Lino Banfi, Pierre Clémenti, Bruna Cealti, Michele Cimarosa, Bruno Cirino, Ugo D'Alessio
PREMIOS
1971: Festival de Berlín: Sección oficial de largometrajes
1970: Premios David di Donatello: Mejor actriz (Monica Vitti)
PRODUCTORA Coproducción Francia-Italia; Clesi Cinematografica
GENERO Comedia | Siglo XIX

SINOPSIS Comedia ambientada en la época del rey Umberto I de Monza sobre Maria Sarti, también conocida como Niní Tirabusciò, una actriz y cantante que causó un gran escándalo con sus danzas obscenas. (FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)


IL FILM
Bella, ironica, dolce e complessa Monica Vitti. La sua voce roca rispetta i tempi della commedia; raro un corpo d'attrice come il suo, di donna affascinante alla quale era consentito di sollecitare la risata delle platee. Nella matura fisicità dei suoi trentanove anni, venne scelta per interpretare il personaggio di Maria Sarti, attrice di provincia con velleità drammatiche, costretta alla fame dalla scarsità di ruoli. La Vitti abbracciò Maria con affetto sentito, tanto da incorporarla quasi letteralmente, immedesimandosi in una donna che, a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, era troppo avanti col pensiero per essere capita.
Nella storia pensata da Fondato, già sceneggiatore per Comencini, Tessari, Bava, Steno, e qui alla terza regia dopo I protagonisti e Certo, certissimo, anzi... probabile, la Sarti è una donna che ragiona col cuore; in ogni scelta è guidata dall'amore per il teatro, ed i tentativi di imbastire una vita sentimentale la fanno rimbalzare, con esiti tragicomici, da un musicante socialista ad un ufficiale sabaudo ad un tronfio pseudo-filosofo futurista. A seguirla nelle peripezie c'è l'uomo che più la ama e la desidera: un funzionario di polizia, interpretato da Gastone Moschin, che si nasconde timidamente dietro il moralismo della legge, ma freme per la trepidazione di un desiderio inespresso. Maria finisce di frequente, per una ragione o per un'altra, per mettersi nei guai, tanto da essere schedata e quindi - in un'epoca di rapidi mutamenti sociali - perseguitata, colpevole di non essere abbastanza "calma": tutte occasioni che il poliziotto sfrutta per sfiorarne la vitalità e la sensualità eccezionale.
Fotografato da Carlo Di Palma, il set di Fondato restituisce lo spirito del passaggio di secolo; anche la scelta di ispirarsi alla storia dell'inventrice della "mossa" - in realtà identificata nella romanissima Maria De Angelis, in arte Maria Campi - è proficua, per la capacità di mescolare sacro e profano, arte e vita quotidiana, spettacolo e richiesta di giustizia sociale. Ma, sopra tutto e tutti, troneggia lo sguardo noncurante della Vitti, il suo sorriso al contempo ironico e indulgente, la sua voce malinconica e dolceamara.
http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?sez0=16&sez1=0&art=21785


Maria Campi (nome d’arte di Maria De Angelis, celebre inventrice della «mossa») è l’artista cui è dedicato questo film di Marcello Fondato [i], interpretato da una bravissima Monica Vitti [ii], affiancata da Peppino De Filippo, Carlo Giuffrè [iii], Salvo Randone [iv] e Sylva Koscina [v] e che vede una divertentissima performance canora di un giovane Lino Banfi.
Lo storico Bruno Di Marino, nelle note allegate al DVD, è chiaro sul significato della pellicola e della sua protagonista:

«… non solo una figura di artista, ma anche di donna ribelle all’autorità costituita, sorvegliata speciale dalla Polizia, in anni in cui il teatro satirico rappresenta un atto sovversivo e i guitti passano per anarchici …  La mossa diventa, in un’epoca perbenista, non solo strumento di seduzione, pietra dello scandalo, ma perfino sfida all’ordine costituito».

Per comprendere la connotazione, anche politica, del film, che lo rende particolarmente interessante, mi piace riportare il vivace dialogo tra il Delegato di Polizia e l’attore Nando della compagnia teatrale. Subito dopo il funzionario gli strapperà davanti gran parte del copione, ritenuto lesivo dell’immagine dell’autorità:

Delegato: «Non sono tempi, questi, che si può star tanto a scherzare! … Sono tempi duri, difficili, l’autorità, la giustizia, hanno bisogno di essere difese, rafforzate…».
Nando: «Ma nun me pare che so’ tanto deboli…».
Delegato: «Ah, ah no, eh? Quando si arriva ad ammazzare un Re, quando non si fa che parlare di socialismo… ».
Nando: «Scusi, sa, ma io che c’entro?».
Delegato: «Va là, va là, siete tutti una razza, voi altri artisti, più vi si dà, più vi prendete!»

Trovo invece indispensabile riportare (quasi) integralmente il divertente siparietto che si tiene durante il processo per oscenità, davanti al Pretore interpretato da un Peppino De Filippo davvero esilarante:
Delegato: «L’atto osceno, signor Pretore, da quello che ho potuto constatare, è dato non tanto dal movimento, quanto dalla parte del corpo umano che lo esegue…».
Pretore: «Ma… spiegatevi meglio…».
Delegato: «Volentieri, ma non è una cosa facile. Comunque, voglio dire che ciò che offende il comune senso del pudore è l’ostentazione, l’allusione, la provocazione fatta impudicamente attraverso il… quella parte del corpo umano di cui dicevo prima…».
Pretore: «Ma… questo movimento … non potrebbe essere fatta da altra parte del corpo altrettanto importante come quello…come quella, la parte…»
Delegato: «Non credo…».
Pretore: «No, eh?».
Delegato: «no» «no» «no» «no».
Delegato: «Tutt’al più, posso dire che se l’imputata volesse potrebbe contenere, limitare, e invece non contiene, non limita, e allora, signor Pretore, si hanno gli effetti che si hanno…».
Pretore: «Potreste particolareggiare su questo…»
Delegato: «Su questo cosa?».
Pretore: «Sugli effetti che produce questo movimento…».
Pubblico Ministero: «Questo, signor Pretore, ce lo dicono le centinaia di lettere che abbiamo qui, di madri di famiglia, di giovani spose, di autorevoli confessori, e le migliaia di firme raccolte che testimoniano il profondo turbamento degli spiriti».
Difensore: «Non testimoniano proprio niente. La gente che ha firmato non sapeva nemmeno che firmava…».
Pretore: «Delegato, ma che succede agli spettatori?».
Delegato: «Eh, succede, succede … che oltre agli spiriti di cui parla il Pubblico Ministero, è turbato anche l’ordine pubblico, ed è molto difficile poi ristabilirlo».
Pretore: «A questo punto!».
Delegato: «Eh, sì…».
Pretore: «Ah…».
Pubblico Ministero: «È una eccitazione collettiva che dà scandalo».
Avvocato: «È l’espressione artistica di una cantante di grande talento!».
Pretore: «Voi, nella deposizione in sede istruttoria, voi, riferendovi anche ai precedenti dell’imputata, voi, avete parlato di gesto di ribellione e di sfida all’autorità…».
Pubblico Ministero: «E alla morale. È una sfida alla morale!».
Avvocato: «Ma questa è deformazione professionale, un processo alle intenzioni!».
Pretore: «Ma voi come siete arrivato a queste conclusioni così ampie?».
Delegato: «È la mia esperienza di rappresentante della legge che mi ci porta. So troppo bene che quando s’invoca l’arte, la libertà d’espressione, è sempre e soltanto per indebolire, minare l’autorità dello Stato».

[i] Marcello Fondato è nato a Roma l’8 gennaio 1924 ed è morto a San Felice Circeo il 13 novembre 2008. Ha girato I protagonisti (1968), Certo, certissimo, anzi… probabile (1969), Causa di divorzio (1972), qui recensito al Capitolo XX, …altrimenti ci arrabbiamo! (1974), A mezzanotte va la ronda del piacere (1975) e Charleston (1977).

[ii] Monica Vitti è nata a Roma il 3 novembre 1931. Ha recitato, tra gli altri, nei film La cintura di castità (1967) di Pasquale Festa Campanile, Ti ho sposato per allegria (1967) di Luciano Salce, La ragazza con la pistola (1968) di Mario Monicelli (la mia interpretazione preferita dell’attrice), Amore mio aiutami (1969) di Alberto Sordi, Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970) di Ettore Scola, Noi donne siamo fatte così (1971) di Dino Risi, Teresa la ladra (1972) di Carlo Di Palma, La Tosca (1973) di Luigi Magni, Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi, Il fantasma della libertà (1974) di Luis Buñuel (1974), Qui comincia l’avventura (1975) di Carlo Di Palma, L’anatra all’arancia (1975) di Luciano Salce, A mezzanotte va la ronda del piacere (1975) di Marcello Fondato, L’altra metà del cielo (1977) di Franco Rossi, Ragione di stato (1978) di André Cayatte, Letti selvaggi (1979) di Luigi Zampa, Amori miei (1979) di Steno, Il mistero di Oberwald (1980) di Michelangelo Antonioni, Non ti conosco più amore (1980) di Sergio Corbucci, Il tango della gelosia (1981) di Steno, Camera d’albergo (1981) di Mario Monicelli, Scusa se è poco (1982) di Marco Vicario e Io so che tu sai che io so (1982) di Alberto Sordi.

[iii] Carlo Giuffré è nato a Napoli il 3 dicembre 1928. Ha recitato, tra gli altri, nei film La ragazza con la pistola (1968) di Mario Monicelli, Basta guardarla (1970) di Luciano Salce, La signora è stata violentata! (1973) di Vittorio Sindoni e La signora gioca bene a scopa? (1974) di Giuliano Carnimeo.

[iv] Salvo Randone è nato a Siracusa il 25 settembre 1906 ed è morto a Roma il 6 marzo 1991. Ha recitato in Il bigamo (1956) di Luciano Emmer, qui annotato al Capitolo XX, L’assassino (1961) di Elio Petri,  I giorni contati (1962) di Elio Petri, Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi, Cronaca familiare (1962) di Valerio Zurlini, Il processo di Verona (1963) di Carlo Lizzani, qui recensito al Capitolo VIII, Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, Il magnifico cornuto (1965) di Antonio Pietrangeli, La decima vittima (1965) di Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, qui annotato al Capitolo XII, La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri e In nome del Papa Re (1977) di Luigi Magni, qui recensito al Capitolo X.

[v] Sylva Koscina è nata a Zagabria il 22 agosto 1933 ed è morta a Roma il 26 dicembre 1994. Ha recitato, tra gli altri film, in Siamo uomini o caporali (1955) di Camillo Mastrocinque, Il ferroviere (1955) di Pietro Germi, Ladro lui, ladra lei (1958) di Luigi Zampa, Il vigile (1960) di Luigi Zampa, Copacabana Palace (1962) di Steno e Giulietta degli spiriti (1965) di Federico Fellini.
Giovanni Ziccardi
http://www.domenicale.org/?p=1267

lunes, 27 de mayo de 2013

Pater Familias - Francesco Patierno (2003)


TITULO ORIGINAL Pater familias
AÑO 2003
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 88 min.
DIRECCION Francesco Patierno
GUION Francesco Patierno (Novela: Massimo Cacciapuoti)
MUSICA Angelo Talocci
FOTOGRAFIA Mauro Marchetti
REPARTO Domenico Balsamo, Luigi Jacuzio, Federica Bonavolontà, Francesco Pirozzi, Sergio Solli, Marina Suma, Ernesto Mahieux, Maria Pia Calzone, Francesco Di Leva, Federico Torre
PREMIOS 2003: Premios David di Donatello: Nominada Mejor ópera prima
PRODUCTORA Kubla Khan
GENERO Drama

SINOPSIS Mateo regresa a su pueblo natal. En este lugar se prepara todo para la gran fiesta de "Santa María de la Paz". Aparentemente Mateo viene para ver a su padre enfermo, pero son otras las razones verdaderas. (FILMAFFINITY)



Matteo torna nel suo paese, una piccola cittadina alle porte di Napoli, dopo dieci anni di assenza, per riscattare il suo passato e le vite degli amici che non ci sono più. Apparentemente il suo ritorno è dettato dall’imminente morte del padre, in realtà lo scopo del suo arrivo in paese è un altro…

E’ la storia di Matteo (Luigi Iacuzio), un trentenne che, dopo una lunga assenza, ritorna nel paesino in cui è nato e cresciuto in occasione dell’aggravarsi delle condizioni di salute di un padre con il quale non ha mai avuto alcun rapporto e verso il quale prova ora solo una grande tristezza. Quella di Matteo è una passeggiata sconsolata e malinconica tra i vicoli del suo quartiere, un viaggio avanti e indietro con la memoria sino ai tempi della sua adolescenza e delle piccole grandi storie vissute insieme al suo gruppo di amici ormai perduti per sempre. Rievocare ricordi così dolorosi farà riflettere Matteo su quello che è diventata ora la sua vita e se non sia stato un bene per lui essere stato dieci anni in prigione per aver vendicato un affronto troppo grande da mandar giù. Lui sa che tutto quello che gli è accaduto è servito a farlo maturare, ma questo non gli basta; sente che il distacco repentino da quella realtà lo ha allontanato da una vita forse peggiore di quella vissuta nel carcere e per questo cercherà di salvare da quello squallore anche l’unica persona a cui sente di aver voluto veramente bene e lo farà nell’unico giorno di libertà che gli è stato concesso in 10 anni.
Liberamente tratto dall’omonimo libro di Massimo Cacciapuoti (edito da Castelvecchi), Pater Familias non vuol essere un film sulla delinquenza minorile ma sulla “famiglia”, un valore morale che non ha alcun significato nella società decadente in cui si trovano alcuni piccoli sobborghi della provincia di Napoli, in cui regna la criminalità ed i ragazzi crescono spesso abbandonati a loro stessi e al proprio destino. Se dunque l’intento di Francesco Patierno era quello di far parlare di sé e del suo film bisogna dire che la cosa è più che riuscita; se invece lo scopo del giovane regista napoletano, abituato a dirigere spot televisivi, era quello di creare un prodotto che potesse arrivare al grande pubblico, forse il suo è da considerarsi un mezzo fallimento. Un film del genere non è stato infatti per niente facile né da distribuire, pensate che esce in copia unica in tre o quattro città al massimo per qualche settimana, ed ancor meno è stato facile da realizzare. Per i suoi contenuti scabrosi e violenti “Pater Familias” non ha trovato alcun finanziamento pubblico e se non fosse stato per il coraggio e la volontà degli attori e dei realizzatori, che non hanno percepito neanche un centesimo, e del regista che ci ha rimesso di tasca sua molti soldi prima di trovare l’appoggio della Kubla Khan che poi lo ha prodotto, questo film non sarebbe mai stato realizzato. Di certo non sarebbe arrivato al Festival di Berlino senza anche l’aiuto dell’Istituto Luce, distributore del film, che in questa stagione ha deciso di far leva quasi esclusivamente su opere prime e seconde.
Le inquadrature sono rubate e volutamente imperfette, l’immagine sempre in movimento comunica allo spettatore lo smarrimento dei personaggi ed in primis di Matteo. Molto efficaci le scene girate in esterno da attori, sia professionisti che non e tutti di origine napoletana, che hanno recitato egregiamente forse proprio perché a loro agio in un ambiente a loro familiare. Quello che ha sconcertato tutti è stato però il totale disinteresse della gente del luogo a quel che accadeva sotto i loro occhi; un’indifferenza terrificante se consideriamo che i passanti erano ignari del fatto che le rapine, gli inseguimenti e gli accoltellamenti a cui stavano assistendo erano in realtà scene di un film.
Le sembianze sono dunque quelle di un documentario, e come tutti i documentari vengono mostrate cose vere in tutta la loro crudezza. La voglia di coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie è stata davvero irrefrenabile in alcuni momenti; la violenza è decisamente troppo marcata specialmente sulle donne, che siano sorelle, madri, figlie, mogli o fidanzate ingabbiate nella loro quotidiana incapacità di reagire ad una vita fatta di sottomissione e silenzio, fungendo spesso da “oggetti” su cui uomini falliti e insoddisfatti sfogano le loro frustrazioni. Se pur ci si rende conto che la realtà si avvicina molto a quel che si vede nelle immagini, almeno a detta di chi vive o è vissuto in quel posto, il risultato è sconvolgente soprattutto se ci si sofferma a pensare che chi è imprigionato in quell’ambiente non riesce quasi mai ad uscirne, e spesso non vuole neanche provarci. Evitatelo se siete particolarmente sensibili.
Luciana Morelli
http://www.cinefile.biz/pater-familias-di-francesco-patierno
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Dopo dieci anni di assenza , Matteo, un ragazzo di 30 anni, torna nel suo paese vicino Napoli, dove ci sono, frattanto, i preparativi per la festa della Vergine Maria. Il pretesto del suo ritorno sembrerebbe essere la morte del padre e una pratica notarile da firmare. Vaga per le strade del paese, rievocando i suoi amici più cari, che ora fanno parte solo di un capitolo del passato. Attraverso vari flashback si svela, lentamente, il vero motivo del suo ritorno a Giugliano: riscattarsi per l' aver ucciso Alessandro, fratello della sua fidanzata Anna, che geloso della loro relazione la violentò. Sfruttando il suo unico giorno di permesso, Matteo aiuta Rosa a fuggire dal suo matrimonio infelice con Giovanni e, liberatosi dal silenzio della sua anima, ritorna in carcere, aprendo però uno spiraglio di speranza.
Liberamente tratto dall' omonimo romanzo "Pater familias" di Massimo Cacciapuoti ( edito da Castelvecchi ), basato su fatti realmente accaduti, il film del regista napoletano, Francesco Patierno, non è incentrato, esclusivamente, sulla delinquenza minorile, ma sulla famiglia, o meglio, sulla figura del padre, incapace di dare ai figli attenzione ed amore, che manca e che si impone ancora nel Sud, soprattutto, tramite la violenza.
Passato dal mondo della pubblicità al cinema, Patierno, dopo due documentari per la serie "C'era una volta" su RAI3, gira un film aspro, duro ma che sa essere anche dolce e struggente. La storia non ha un andamento lineare: le immagini del passato si alternano, come nel film Lo specchio ( Zerkalo, 1974 ) di A. Tarkovskij, a quelle del presente. Cercando di far emergere sempre la verità, riprende gli attori, professionisti e non, direttamente dalla vita e in strada, senza che la gente intorno si rendesse conto che si stava facendo cinema. Il film è in dialetto napoletano con sottotitoli, ciò nonostante non ha una matrice regionale, partenopea, ma precisa il regista stesso: "è una storia universale, realistica in cui la donna si rassegna, facilmente, e si lascia sottometere dall' uomo" . Pater familias è un film particolare, un andare oltre con la mdp, un mostrare una realtà inimmaginabile a lungo taciuta, il cui personaggio principale, alter- ego del regista compie un viaggio spirituale dentro se stesso.
Patierno è già impegnato in un altro film , tratto anch' esso da un romanzo, edito da Feltrinelli: "Pericle il nero" di Ferrandino, e la sua speranza è: "continuare ancora a crescere". Il nuovo film sarà più grottesco, fatto di più immagini, di poche parole con l'intento di rendere la voce fuori campo voce-pensiero e di azzeccare soprattutto il protagonista che dovrà impersonare un essere fragile e forte nello stesso tempo.
Grazia Monteleone
http://www.cinemainvisibile.it/Speciali/bellariafilmfestival.htm


Scrittura barocca e derive di una generazione: "Pater familias", di Francesco Patierno

"Pater Familias" è sorprendente, ma per il suo sguardo sulle cose. L'uso dei fuori fuoco, la centralità dei corpi e la loro dialettica con gli ambienti, il montaggio, la musica come elemento che irrompe nel "rumore" dei luoghi, fanno la modernità di questo film.

Vuole, Pater Familias di Francesco Patierno, rievocare negli intenti il cinema di "impegno"? Forse. D'altrocanto una storia che racconta di famiglie polverizzate nel sud urbano degradato e degradante non può sfuggire a implicazioni di carattere sociale. L'approccio puramente ideologico, però, rischia di distrarre dal cuore del film, che è espressivo e non narrativo. Da un punto di vista sociologico è interessante notare come Patierno, sulla scorta dell'omonimo romanzo di riferimento (scritto da Massimo Cacciapuoti), ritagli sullo schermo la deriva di una generazione non definita dall'anagrafe ma dalla geografia metropolitana: avere diciott'anni in una periferia devastata che non offre alcuno sbocco se non delinquenziale. Questo il territorio su cui articolare le diverse situazioni, da rileggere secondo due chiavi di lettura. La prima è psicanalitica: l'assenza della funzione paterna da parte di padri-mostri è sotterranea concausa della disintegrazione dei valori umani e sociali. La seconda di carattere umanistico-cattolico. Il prete di trincea, la suora come unica voce "morale" del contesto... Si può discutere sul parallelismo senza padre-senza Dio e su ciò che ne consegue, ma è con una cultura di stampo cattolico che ci tocca fare i conti, che lo si voglia o meno. D'altronde, l'idea di un Mean Streets made in Casoria non è così estranea al film e non ci sembra affatto da buttare.
Tuttavia non è per questi motivi che Pater Familias è sorprendente, ma per il suo sguardo sulle cose. Patierno ha uno stile di scrittura barocco (ed è per questo coraggioso, considerati i gusti piatti del nostro pubblico), e alterna così scelte marcatissime, al limite dell'enfasi (come nell'uso massiccio del ralenti) ad altre più sottintese (la macchina da presa, come è ormai noto, ha spesso "spiato" gli attori e le comparse senza che se ne accorgessero). È un iperrealismo linguistico che non vorrei fosse scambiato per furbizia modaiola. Il fatto che il regista sia autore di spot potrebbe far pensare male, altresì il suo passato di documentarista evidenzia come possano convivere, in una sola ispirazione, matrici espressive diverse e opposte. L'uso dei fuori fuoco, la centralità dei corpi e la loro dialettica con gli ambienti, il montaggio, la musica come elemento che irrompe nel "rumore" dei luoghi, fanno la modernità di questo film.
Mauro Gervasini
http://www.sentieriselvaggi.it/306/4377/Scrittura_barocca_e_derive_di_una_generazione_Pater_familias,_di_Francesco_Patierno.htm
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Presentato nella sezione panorama, al cinquantatreesimo festival internazionale di Berlino, Pater Familias di Francesco Patierno, è un film che racconta le storie di giovani napoletani. La pellicola utilizzata è un super16mm che, unita alle riprese molto mosse in stile Dogma, dona al film un dinamismo ed un aspetto sporco che bene si adatta alle tematiche trattate. Il protagonista è Matteo, interpretato dal giovane Luigi Iacuzio. Un film decisamente realistico su di una realtà di sottocultura proletaria che spesso viene dimenticata ingiustamente. Tutti gli attori recitano in napoletano stretto ma i sottotitoli in italiano aiutano a seguire una serie di storie che siamo abituati a leggere in brevi trafiletti sulla cronaca nera. Le storie sono tutte vere e dobbiamo la possibilità di conoscerle all’autore del libro omonimo, Massimo Cacciapuoti il quale ha collaborato alla sceneggiatura. Al fine di rispettare il principio verista alla base di questa esperienza cinematografica, il regista ha deciso di “rubare” alcune scene come quella della rapina al supermercato che ha rivolto contro la troupe l’ostilità della folla esposta a questo singolare scherzo. Nessun tipo di controfigura per gli attori che si sono esposti a schiaffi, calci e sputi. Passato e presente vengono sottolineati dall’autore con l’utilizzo di una temperatura di colore più fredda per il presente e più calda per il passato. Non solo. Patierno sottolinea questa differenza affidando alla m.d.p. movimenti lineari e composti nelle riprese che riguardano il presente, mentre per il passato si affida a movimenti come già accennato, molto mossi. L’effetto è stato ottenuto montando una borsa per l’acqua calda piena di sabbia sulla testata del cavalletto. Che Patierno conosca il suo mestiere è ribadito continuamente dalle riprese di cuccioli abbandonati a sé stessi all’interno di scenari desolanti e dall’utilizzo continuo all’interno dell’inquadratura di strutture geometriche che ricordano le sbarre di una prigione. La lezione del migliore cinema è più che palese nella sua scelta di sintetizzare il messaggio, l’emozione, il senso del suo racconto in immagini di indubbia forza. Ottime le interpretazioni di tutto il cast. A Patierno va il merito di aver dato voce ad un popolo che soccombe alla violenza, all’ignoranza ed alle ingiustizie. Un film coraggioso ed indipendente che nonostante contenga alcune approssimazioni tecniche, resta nel cuore dello spettatore grazie ad un forte realismo.
Fabio Sajeva
La questione "cinema italiano" (è agonizzante? morto? vivo? in definitiva: esiste?) non mi interessa, soprattutto quando si è costretti a vedere un trailer tra i più pacchiani (PIAZZA DELLE CINQUE LUNE di Martinelli - risate in sala: che imbarazzo i registini italiani che vogliono fare le cose all'americana, anche le pulci hanno la tosse -: pare che sia un film sul caso Moro, "il thriller"). Quello che mi sento di sottolineare è che gli ultimi film nostrani che mi sono piaciuti (neanche pochi) sono tutti di autori del Sud: Garrone (L'IMBALSAMATORE è davvero un film italiano?), Winspeare, Corsicato (CHIMERA è una spanna sopra tutto quello che si produce dalle nostre parti), Martone, la Torre di ANGELA, Crialese (RESPIRO è un gioiello e un campione di incassi in Francia), il Capuano di LUNA ROSSA sono autori che sottolineano la vitalità di una produzione, quella meridionale, che attualmente è, senza esagerare, tra le migliori in Europa. La grossa distribuzione è talmente concentrata su certi prodotti anodini che sacrifica la parte migliore della nostra cinematografia, costringendo il pubblico talvolta a fare i salti mortali per acchiapparla (ho mancato Marra e Sorrentino, non per colpa mia, giuro). E' un cinema che trovo convincente perché non si perde in tirate universalistiche o pippe intellettualoidi, non azzarda filosofismi, non cede al drammone del dolorino d'accatto, aderisce alle piccole o grandi realtà (quelle che si conoscono, che si vivono, senza paure delle barriere culturali, sociologiche o linguistiche) e le ritrae con un occhio mai convenzionale, senza semplificazioni e furberie; un cinema che ha stile, non teme di connotarsi, non cerca di piacere ad ogni costo, non guarda al grosso pubblico e pensa a se stesso, facendo parlare la cinepresa con estrema libertà. Cinema imperfetto ma sanguigno e con una carta d'identità, che sa dire e mostrare, vitalissimo, con tanto orgoglio dentro e che, soprattutto, mette spudoratamente in gioco corpi e anime, quello che il resto del cinema italiano proprio non riesce a fare, limitandosi a giocare con le figurine. PATER FAMILIAS rientra in questo filone e come altri compagni di cordata è già fuori dalla maggior parte dei cinema dopo pochi giorni di programmazione. Una narrazione frammentata ma sempre coerente, con tutti i pezzi che alla fine combaciano a meraviglia, uno sguardo al dramma dei quartieri popolari napoletani, personaggi dietro sbarre, inferriate o grate, la delinquenza come una tara e un destino da scontare (cfr. LUNA ROSSA) ché le dannate colpe sono dei padri; basta usare un video per dare una patina onirica a una sequenza (in sottofondo la voce di Louise Rhodes dei Lamb) che fa da fil rouge, basta un briciolo di coraggio per bandire ogni pudore nel ritratto dello squallore, di una violenza pubblica e privata, di una spirale di vendette, di gioventù bruciate, grani di un rosario tragico. PATER FAMILIAS, pur negli eccessi (che a volte ne intaccano l'equilibrio e a volte rigirano coltelli con paurosa efficacia) ha tutto quello che fa un buon film: struttura, immagine, simbolo, contenuto. Se avesse anche una sala che lo proiettasse potremmo anche aggiungere che è da vedere.
Luca Pacilio
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=1728

domingo, 26 de mayo de 2013

Sono stato io - Alberto Lattuada (1973)


TITULO ORIGINAL Sono stato io!
AÑO 1973
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 108 min.
DIRECCION Alberto Lattuada
GUION Alberto Lattuada, Ruggero Maccari
MUSICA Armando Trovajoli
FOTOGRAFIA Alfio Contini
REPARTO Giancarlo Giannini, Silvia Monti, Hiram Keller, Patricia Chiti, Orazio Orlando, Barbara Herrera, Nino Pavese, Giuseppe Maffioli, Georges Wilson, Ely Galleani
PREMIOS 1973: Festival de San Sebastián: Mejor actor (Giancarlo Giannini)
PRODUCTORA Dean Film
GENERO Comedia | Sátira

SINOPSIS A Biagio Solise le encanta trabajar en las ventanas de los rascacielos de Milán, pero se siente abrumado en el suelo por el tumulto y la presión de las calles llenas de gente. También se gana un dinero trabajando como extra en la ópera de La Scala. Cuando una diva famosa es asesinada, decide que quiere ser condenado por el delito, con el propósito de hacerse famoso. A pesar de que es inocente, sus improvisaciones frenéticas ponen en la pista a la policía que finalmente lo encarcela. (FILMAFFINITY)



TRAMA:
Milano. Lavavetri di giorno e di sera comparsa alla Scala, il giovane Biagio Scalise agogna ad entrare nel novero dei tanti che, per una ragione o per l'altra fanno parlare di sé. L'occasione per riuscirci gli si presenta quando, durante una serata di gala alla Scala un ignoto uccide, nel suo camerino la primadonna Gloria Strozzi. Intuendo che questo sarà, per la sua risonanza, il "delitto del secolo" Biagio - attento prima a prepararsi un alibi - se ne accusa colpevole. Pur con qualche fatica la polizia lo arresta. Finalmente il nome di Biagio è su tutti i giornali e mentre gli piovono addosso come aveva sperato, contratti pubblicitari richieste di articoli, proposte di film da interpretare si imbastisce il processo. Contando di servirsi del suo alibi all'ultimissimo momento Biagio ascolta sorridendo l'arringa del pubblico ministero che chiede per lui la condanna a trent'anni di carcere. A questo punto, l'imputato ricorre alla sua arma segreta. Il maresciallo dei carabinieri, però, che avrebbe dovuto scagionarlo, muore davanti al giudice prima d'aver potuto testimoniare. Vittima del proprio imbroglio, Biagio finisce in un penitenziario, dove verrà presto dimenticato da tutti.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=7603&film=SONO-STATO-IO
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L'inganno più dolce. Il cinema di Alberto Lattuada, a cura di Silvia Tarquini. Riportiamo qui di seguito la prefazione al volume di Sergio Toffetti:

«Lo storico dell'arte Erwin Panowfsky paragona la produzione di un film all'edificazione di una cattedrale medievale, con il vescovo committente nella parte del produttore, il regista in quella dell'architetto capo e gli sceneggiatori come consiglieri scolastici che stabiliscono il programma iconografico. Arte collettiva per eccellenza, il cinema infatti ha sempre causato acerrime discussioni per definire chi ne sia l'autore. Ma in realtà, la critica italiana ha sempre avuto bisogno di "segni forti" per riconoscere gli autori, fondandone la personalità più sulla coerenza tematica che sull'identificazione, all'interno delle opere, di ricorrenti figure espressive [...]. Sfuggono agli schemi preordinati soprattutto i più prolifici, come Alberto Lattuada. Ma se la qualità della sua produzione cede talvolta all'impatto con gli obblighi produttivi, nel complesso - e ciò gli verrà riconosciuto a partire dagli anni '80 - il suo stile raffinato si rivela anche dietro l'apparente casualità delle storie, un po' sulla falsariga dei grandi autori hollywoodiani. In questa prospettiva la linea direttrice del suo cinema riprende continuità, dal "calligrafismo" degli esordi, alla stagione neorealista - i cui film, tuttavia, potrebbero di volta in volta essere classificati altrettanto bene nelle caselle tassonomiche del noir (Il bandito, Senza pietà), o del romanzo storico (Il mulino del Po), ecc. - all'autorialità morbida che sa esprimere a cavallo degli anni '60, sicuramente fiutando nell'aria l'arrivo delle nouvelles vagues, fino all'esemplarità di mestiere dell'ultimo periodo. [...] In una delle sue incursioni nella commedia all'italiana - anche se predilige sempre un territorio di confine dove i generi diventano indefinibili, Lattuada regala ad Alberto Sordi uno dei suoi personaggi più intensi, il "picciotto" siciliano, cui "gli amici" hanno trovato un buon posto nell'industria del nord, e che per disobbligarsi è costretto ad accettare un contratto da killer a New York ne Il mafioso (1962). Lattuada recupera l'eterogeneità dei temi con la coerenza di uno stile estremamente raffinato, nutrito di derivazioni letterarie e attento ai valori plastici nella composizione dell'inquadratura, che a tratti produce un cinema di grande libertà, spesso in singolare sintonia, pur nella diversità di punti di riferimento culturali, con un certo psicologismo esistenziale dei "giovani autori".
Segni di vivacità culturale anticipata dalla formazione di questo giovane intellettuale milanese che, assieme a un gruppo di amici, tra cui Mario Ferrari, Gianni e Luigi Comencini, Luciano Emmer, Luigi Veronesi, fonda nel nostro paese la Cineteca Italiana: a loro si deve il salvataggio di numerose pellicole, destinate al macero, e la leggendaria proiezione a Milano, in pieno fascismo, di La grande illusione di Renoir, che costringe lo stesso Lattuada a un breve periodo di clandestinità.
Lattuada lo ritroviamo anche insieme a Ernesto Treccani nella rivista in odor di fronda Corrente, cui collaboreranno, fra gli altri, Argan, Gadda, Quasimodo, Pratolini, Saba, Vittorini. Sulle pagine di Corrente compaiono per la prima volta le tavole fotografiche realizzate da Lattuada: l'Occhio quadrato che  anticipa lo sguardo del neorealismo sulla realtà, colta al di fuori degli schemi, suscitando, tra l'altro, una sorprendente reazione di Pio Nimeco alias Domenico Purificato sulle pagine di Cinema: "M'insospettisce quell'armamentario rugginoso da rigattiere di Campo de' Fiori, quegli abusati manichini da sarti e da barbieri, quel commovente, commosso, filantropico, ottocentesco sguardo agli uomini dei tuguri e delle catapecchie, ai bambini malaticci, agli scapoli "cucinieri e lavandai" " [...]. Quello sguardo "ottocentesco" diverrà di lì a poco lo sguardo comune di una generazione di cineasti, e una delle caratteristiche della "factory Lattuada": la moglie Carla Del Poggio in primo luogo, che Lattuada dirige in alcuni dei suoi film più belli; il padre Felice, che esordisce nel cinema come compositore con Camerini un po' prima del figlio; ma anche la sorella Bianca segretaria di produzione in tanti dei suoi film, e Aldo Buzzi, il compagno di Bianca, che in parallelo alla straordinaria carriera nell'editoria, gli farà da assistente e da sceneggiatore; e addirittura i suoceri, Ugo e Maria Pia Attanasio che trasforma in attori, e poi il figlio Francesco, oggi affermato production manager. Del resto, è la stessa cosa che, da vero innamorato del cinema, Alberto Lattuada ha finito per fare anche con noi spettatori: ci ha coinvolto nei suoi amori».
***
«Nell'aula del processo a carico del mostro Biagio Solise, accusato di aver strangolato un soprano della Scala durante la Lucia di Lammermoor, c'è anche il regista Lattuga che prende appunti. Lo impersona, un po' alla Hitchcock, lo stesso Alberto Lattuada, che mentre gira i suoi film si diverte a scherzare con gli amici (il presidente del tribunale, per esempio, è lo scrittore Piero Chiara). Anche Lattuada, come Lattuga, ha l'abitudine di annotarsi le cose; e i primi appunti che fece per Sono stato io!risalgono a oltre dieci anni fa, quando voleva far debuttare sullo schermo l'ancora inedito Adriano Celentano in un progetto dal titolo Essere un mostro. Quelle poche paginette, scritte con Luigi Malerba in margine alla realtà della cronaca nera, hanno poi trovato una dimensione di spettacolo nel copione di Ruggero Maccari, uno sceneggiatore che conosce l'arte di divertire; la carta decisiva l'ha giocata Giancarlo Giannini, in gran forma dopo le virtuosistiche esibizioni nei film di Lina Wertmüller. Film girato su un attore, Sono stato io! è il ritratto di un bullo di periferia che aspira alla fama fatua dei rotocalchi e della Tv: tanto che non esita ad accusarsi di un delitto, facendo ricadere su di sé ogni sorta di indizi, perché crede di avere in tasca un'assoluzione a sorpresa con relativi titoli in prima pagina» (Kezich).
http://www.fondazionecsc.it/events_detail.jsp?IDAREA=16&ID_EVENT=222&GTEMPLATE=ct_home.jsp

sábado, 25 de mayo de 2013

Alí Babá - Giulio Gianini & Emanuele Luzzati (1970)


TITULO ORIGINAL Alí Babá
AÑO 1970
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACION 10 min.
DIRECCION Giulio Giannini, Emanuele Luzzati
ARGUMENTO "Las mil y una noches"
GENERO Animación

SINOPSIS Dal racconto de "Le Mille e una Notte" un cartone animato pieno di avventure e magia. Alì Babà è il condottiero di quaranta tagliagole che s'intrufolano a Bagdad per compiere le loro scorrerie e poi portarle in una segreta caverna piena di gioielli e diademi che si apre solo con una frase magica. (Wikipedia)

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Federico Fellini descriveva il cinema di Giulio Gianini e Emanuele Luzzati plaudendone la fantasia figurativa, l’estro umoristico, il senso della fiaba e le geniali soluzioni grafiche. Non ci sarebbe nulla più da aggiungere a quanto detto dal più immaginifico dei registi italiani, se non rimarcare la storia di un sodalizio artistico, quello formato da Gianini e Luzzati che, per alchimie difficilmente ripetibili, fa incontrare due talenti complementari. L’uno, Gianini, orientato agli aspetti cinematografici e tecnici l’altro, Luzzati, a quelli grafici e narrativi. In quasi quarant’anni di collaborazione i due hanno realizzato decine di film, e diversi capolavori, con la tecnica del découpage, cioè l’animazione di figure ritagliate e articolate su fondali scenografici. Un processo creativo straordinario e delicato, che mescola arte e perizia artigiana, creatività e tecnica sopraffina. Un processo che la mostra della Mole Antonelliana documenta portando alla visione i materiali originali dei film.
Oltre duecento personaggi, e poi bozzetti, scenografie, storyboard per raccontare di uno stile personalissimo in cui il teatro, la poesia e il disegno si fondono dando luogo a indiscutibili opere d’arte, come quella Gazza Ladra, del 1964 e il Pulcinella, del 1973 che valsero a Gianini e Luzzati due nomination agli Oscar.
http://www.daringtodo.com/lang/it/2013/01/23/gianini-e-luzzati-un-mondo-meraviglioso-al-museo-del-cinema/
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La bottega di Gianini e Luzzati

Ho sempre pensato alla coppia Gianini e Luzzati come all’incontro speciale fra due persone speciali. Rappresentavano per me la perfetta idea di complementarietà. I loro film ne sono il risultato. Lele era un grande disegnatore, Giulio un eccellente direttore della fotografia. Lele tollerante ed elastico, Giulio preciso
e  rigoroso. Due caratteri complementari, e l’uno migliorava l’altro.
Giulio senza Lele non avrebbe potuto creare film d’animazione così belli (con tutto il rispetto per Lionni e Folon, per i quali aveva lavorato). Ma anche Lele senza Giulio non avrebbe potuto realizzare film, che richiedono precisione e meticolosa conoscenza tecnica, rispetto dei dati e dei tempi.
Se Lele si stancava e si sentiva un po’ stretto dentro alle griglie tecniche, Giulio riusciva con la sua competenza e pazienza ad ‘imbrigliare’ tanta libera creatività, dentro canoni e schemi ben precisi.
Ho assistito ai loro colloqui, soprattutto durante la lavorazione di Jerusalem e dell’Opera buffa (film purtroppo non finito). Parlavano poco, si capivano al volo. Giulio suggeriva e cercava spunti, Lele si lasciava guidare da quel suggerimento e cercava di ‘vederlo’. Poi prendeva la matita in mano. Come fosse una bacchetta magica, dalla matita usciva tutto il suo mondo, apparentemente senza alcuno sforzo. Re, regine, castelli, foreste, draghi, uccelli… A quel punto Giulio selezionava, coglieva le idee migliori e più adatte. Poi di nuovo dava un altro suggerimento…
Quanto a me, non mi spiegavano quasi nulla, io capivo guardando come lavoravano. Come nelle botteghe antiche.
Di Lele mi incantava il modo di usare i pastelli a cera, i Caran d’Ache, i suoi preferiti. Uscivano dalle sue mani dei blu e dei rossi indimenticabili, chagalliani. Ancora uso gli stessi pastelli e qualche volta, involontariamente, anche dalla mia mano escono quegli stessi toni, quegli stessi sfumati, che avevo imparato da lui, nella sua particolarissima tecnica.
Anche Giulio era un disegnatore e all’occorrenza anche lui ridisegnava personaggi e particolari alla maniera di Lele. Molti Pulcinella infatti erano stati ridisegnati da Giulio (e molti da me), dato che, per fare un’animazione, è necessario riprodurre centinaia di volte la stessa figura, nelle sue varie posizioni e dimensioni. Giulio si divertiva molto (e anche io) a diventare ogni tanto un po’ Luzzati, il suo ‘alter ego’.
Di Giulio ammiravo la capacità di ‘animare’, cioè letteralmente dare l’anima, a quei personaggi di carta, che così si muovevano con un ritmo perfetto, proprio come creature vive, dotate di carattere e personalità.
Artista schivo, vissuto forse un po’ troppo nell’ombra del ‘grande Luzzati’, non è conosciuto e apprezzato come merita. Mi impressionava la grande sensibilità e la vasta cultura, che gli permettevano di riconoscere gli artisti autentici e di lavorare con loro, e solo con loro.
Rifiutava di lavorare con persone mediocri e superficiali.
Riusciva a dare il meglio di sé solo con persone di alto spessore, artistico e umano. E ne era ricambiato: Luzzati, Lionni, Folon, non avrebbero mai affidato le loro figure ad altri animatori. Perfino Picasso pensò a una collaborazione.
In quanto assistente aiutavo Giulio ad animare e di Lele copiavo tutto, personaggi e scenografie, per trasformare un disegno in un’animazione. Era molto emozionante per me vedere che Lele non riconosceva mai i  suoi disegni dai miei.
Riuscivo facilmente a copiarlo perché ammiravo, anzi invidiavo,  il suo modo di disegnare e volevo capire come faceva.
Copiarlo era l’unico modo per capire quale era la struttura di fondo dei suoi disegni, l’alfabeto compositivo e coloristico che usava.
Il loro studio romano era per me un luogo magico. In penombra, quasi sempre al buio, con accese le sole lampade della verticale (macchina da presa fissa)  e affollato dei personaggi e paesaggi di Lele, quello spazio era per me molto suggestivo, affascinante, un po’misterioso. Spesso ci passavo pomeriggi interi a lavorare da sola, per i loro film ma anche per i miei due cortometraggi, Icaro e Magic Circus, che ho potuto realizzare lì grazie alla loro disponibilità. Credo che un po’ di quella magica atmosfera sia entrata anche nei miei film.
In questa ‘bottega’ ho avuto la possibilità di conoscere un’altra coppia di amici, Gianini e Lionni.
Nel 1986, Leo Lionni chiese a Gianini, con il quale aveva già molti anni prima realizzato i due film Swimmy e Federico, di produrre altri tre film d'animazione tratti da altrettanti suoi famosi libri.
Di quei tre libri - È mio!, Un pesce è un pesce, Cornelius - conosco ogni linea e ogni sfumatura perché ridisegnai tutti gli sfondi e tutti i personaggi, nelle varie posizioni e dimensioni necessarie, che poi Giulio Gianini animò  - letteralmente -  con la solita ironica perfezione.
Incontrai Lionni diverse volte e mi insegnò le molte tecniche usate, in particolare come preparare le bellissime carte per collage, fatte a tempera su vetro.
Ci volle oltre un anno per realizzare i tre film, con la tecnica del decoupage a fasi, una tecnica rara. Era necessaria una particolare cura e lentezza artigianale per fare quei film d’animazione, unici nel loro genere.
Come assistente di Gianini, in studio e al CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia) ho imparato non solo la tecnica e il mestiere dell’animatore, ma un modo di lavorare fatto di rigore, affidabilità e ricerca della perfezione (che non è perfezionismo).
Lavorare con Giulio mi ha permesso di valorizzare queste qualità, e di crederci.
In questa ‘bottega’ ho passato otto anni della mia vita, dal 1983 al 1991. Nel corso degli anni successivi  mi sono resa conto di quante preziose suggestioni ho assorbito.
L’equilibrio tra talento e rigore, istinto e controllo, ovvero Luzzati e Gianini, è la lezione che ho imparato. Insieme a entusiasmo e umiltà.
Antonella Abbatiello
http://topipittori.blogspot.it/2013/01/la-bottega-di-gianini-e-luzzati.html
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C’è una leggiadria speciale nel raccontare la storia di Alì Babà da parte di Luzzati con i suoi tipici disegni e Gianini con un’animazione che sa valorizzarli in senso burattinesco. Il narratore propone un testo in graziose rime e così la favola esotica rivive nella leggerezza scansafatiche del protagonista e nell’ira cialtrona del ladrone Mustafà. Non ci si aspettino fantasmagorie cromatiche o visionarie, però: il corto è invece molto contenuto, e anche in questo modo riesce a comunicare con efficacia, soprattutto ai bambini, a cui è rivolto.
I gusti di Pigro
http://davinotti.com/index.php?f=25914


EMANUELE LUZZATI: un grande artista della letteratura per l'infanzia.
L'impegno di Interlinea per valorizzare i suoi capolavori, da Pulcinella ad Alì Babà

A dispetto dell'età, ottantacinque anni, non sembra vero che il cuore di quell'eterno fanciullo e generoso artista che è stato Emanuele Luzzati abbia smesso di battere improvvisamente la sera del 26 gennaio 2007 nella sua Genova, nei giorni della Memoria dei suoi fratelli ebrei. Non sembra vero anche per gli amici con cui aveva ancora tanti progetti editoriali, come Interlinea, cui aveva affidato due suoi capolavori nella collana delle "Rane", a suo tempo divenuti celebri in tutto il mondo, grazie anche a cartoni animati giunti alle soglie dell'Oscar: Alì Babà e i quaranta ladroni  (Premio Andersen 2003 per la nuova edizione) e La tarantella di Pulcinella. Ma aveva voluto anche fare un omaggio alla rane firmando con Anna Lavatelli le divertentissime Filastrane. Strane storie di rane.  Il rapporto con la casa editrice novarese e il gruppo che avrebbe fondato la collana delle "Rane" a lui cara (con Walter Fochesato e Pino Boero) era iniziato anni prima in occasione del convegno e mostra, con relativo volume, su Rodari, le parole animate dedicato ai maggiori illustratori del grande scrittore delle Favole al telefono. Da ultimo aveva disegnato un suo omaggio al Natale in La stella dei re magi: un piccolo prezioso e coloratissimo libro di cui aveva progettato una nuova edizione in rande formato per la sua predilezione verso i tre personaggi provenienti da quell'Oriente antico, magico e leggendario da cui sempre fu incuriosito e attratto.
L'ATTIVITÀ
Come è stato scritto, Luzzati era uno degli artisti legati al teatro e all'illustrazione più ammirati in Italia e nel mondo. "Di fronte alle scenografie di Emanuele Luzzati, si ha quasi sempre l'impressione di finire mani, piedi e pensieri dentro un sogno", aveva detto anni fa Giorgio Strehler, rendendo omaggio ad un artista fra i più originali e personali del nostro tempo. Era nato a Genova nel 1921 e alla sua città (che gli ha dedicato un museo) è sempre rimasto profondamente legato. Formatosi prima nella sua città e poi a Losanna , dove si era rifugiato in seguito alle leggi razziali, aveva esordito nel 1944 , l'anno del suo diploma all'École des Beaux Arts,  con uno spettacolo realizzato insieme ad Aldo Trionfo e Guido Lopez. Rientrato in Italia, si divide subito fra la prosa e la lirica: «Nel 1936 nel vecchio Carlo Felice - ha raccontato - assistetti ad una rappresentazione dell'Elisir d'amore. Cantava Tito Schipa e mi commossi: a quell'epoca avevo in casa un teatro di burattini, mi divertivo ad animarli. E per mia sorella realizzai subito un Elisir d'amore. Nacque allora la mia passione per la lirica e per il teatro dei burattini». Nel 1960 Luzzati crea "La borsa di Arlecchino" a Genova, un piccolo palcoscenico che segnerà un momento importante nella cultura genovese. L'anno dopo con Franco Enriquez, Glauco Mauri e Valeria Moriconi dà vita alla Compagnia dei Quattro che esordisce con Il rinoceronte di Ionesco. Nel 1976 ancora con Aldo Trionfo e Tonino Conte è tra i fondatori del Teatro della Tosse per il quale realizza una infinità di spettacoli. Nel 1959 con Il Cordovano di Petrassi aveva esordito alla Scala. Fra i suoi allestimenti storici va ricordato il Flauto magico per il Festival di Glyndebourne. Il flauto magico avvicina anche Luzzati al cinema di animazione. La sua rilettura dell'opera mozartiana è ormai un classico ed è stata seguita da altre pellicole interessanti: una sua Gazza ladra nel 1964 ottiene una nomination all'Oscar; e un'altra nomination arriva nel 1973 per Pulcinella. Celebre anche la sua animazione di Alì Babà e i quaranta ladroni, sempre con Gianini. Il grande scenografo ha sempre detto di trovare in Genova, dove si entra dai tetti delle case e si esce giù per le strade ripide, labirintica come un bosco, la fonte di ispirazione dei suoi lavori. «Tutte le volte che esco dall'ascensore del quartiere di Castelletto e guardo fuori - disse - mi stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo».
http://www.interlinea.com/lerane/luzzati.htm