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jueves, 5 de agosto de 2021

Carnevalesca - Amleto Palermi (1918)

 

TÍTULO ORIGINAL
Carnevalesca
AÑO
1918
IDIOMA
Italiano (Carteles)
SUBTÍTULOS
Español (Separados)
DURACIÓN
70 min.
PAÍS
Italia
DIRECCIÓN
Amleto Palermi
GUIÓN
Lucio D'Ambra
REPARTO
Lyda Borelli, Mimi, Livio Pavanelli, Renato Visca
GÉNERO
Drama | Cine mudo

Sinopsis
La acción de esta obra dividida en cuatro carnavales se lleva a cabo en el castillo de Malasia. El blanco muestra el carnaval de jóvenes hijos de un soberano y sus primos y primas que juegan en los juegos y fiesta fantástica. Los años pasan. Luciano, heredero de la corona, se enamora de Lyda. Y es el azul del carnaval. Pero cuando te das cuenta de que está tratando de romper su pasión por Lyda, renuncia al trono y huye con ella. El escape del príncipe de las ambiciones de poder entre los primos que aspiran al cetro se destruyen unos a otros. Y es el rojo carnaval. Entre los candidatos está Charles, que piensa que es el elegido, pero, temiendo que el viejo rey podría cambiar de opinión y recuperar al legítimo heredero de Luciano, lo apuñala a traición. Y el ahora el carnaval es de color negro. (FILMAFFINITY)
 
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Un'altra colonna portante della storia del cinema muto italiano è Carnevalesca (1918) di Amleto Palermi, studiato e analizzato più e più volte nell’ambito della teoria del colore nel cinema. Più che parlare della trama del film (una classica vicenda di aspirazione al trono da parte degli eredi di un sovrano, destinati poi a distruggersi tra loro) o dell’interprete principale Lyda Borelli, eroina dannunziana, diva bellissima e tragica, è opportuno spiegare come questa pellicola sia completamente intrisa di significato simbolico, poiché è proprio il colore il vero protagonista del film restaurato nel 1993 dalla Cineteca di Bologna.

Per capire meglio l’intera scansione del film, occorre certamente una conoscenza preliminare di ciò che era il progetto iniziale della sceneggiatura, non corrispondente a quanto giunto a noi, probabilmente a causa di una pesante sottoposizione a tagli da parte dei distributori. Lo sceneggiatore Lucio D’Ambra aveva architettato una divisione del film in carnevali colorati tramite imbibizione in maniera differente e nel seguente ordine: bianco, azzurro, verde, blu, rosso, giallo, arancio, violetto. Tranne il bianco e il nero (rispettivamente presenza e assenza di colore), si tratta di sei dei sette colori della gamma cromatica di Newton. Per ogni transizione da un colore all’altro, vi era poi l’inquadratura fissa di un prisma che emetteva il colore che si sarebbe visto nel corso della sequenza successiva.

Nella versione attuale (e unica) si nota come ogni elemento simbolico, espressivo, culturale di ogni sezione ne influenzi nettamente l’effetto cromatico. Il primo carnevale, il bianco, vivacizzato dai bambini, rappresenta l’innocenza e l’origine della vita; l’azzurro i primi tenui amori e l’ambiente marino; il verde la gioventù, l’adolescenza e i giardini del castello; il blu la notte e l’illusione del potere (animato dalle lucciole riprese in sovrimpressione); il rosso il passaggio dei protagonisti all’età adulta, il sangue e il delitto di re Luciano; il giallo la menzogna e il tradimento; l’arancio il matrimonio di Maria Teresa e l’omicidio di Pietro. Conosciamo il significato dell’associazione cromatica di questo colore grazie ad un precedente film scritto da D’Ambra Le mogli e le arance (1917). Il violetto è il colore del lutto, annuncio dell’ultimo carnevale, il nero, opposto al bianco, quindi morte e oscurità, di cui non rimane alcuna traccia. Sono fortunatamente sopravvissuti gli inserti divisori tra un carnevale e l’altro: il prisma impugnato da una mano femminile appare sei volte.

Sono state fatte molte altre teorie e supposizioni riguardo il colore in Carnevalesca (ad esempio un’alternativa suddivisione in quattro carnevali corrispondenti alle stagioni dell’anno e alle età dell’uomo), ma questo film complesso che offre una doppia chiave di lettura, letterale e simbolica, per il 1918 era quanto di più innovativo si potesse vedere e, soprattutto, percepire.
Alessia Carcaterra
https://www.cinefiliaritrovata.it/carnevalesca-di-amleto-palermi-al-cinema-ritrovato-2018/


«L’azione di questo bouquet di quattro carnevali si svolge nel castello di Malesia.

Il carnevale bianco mostra i giovani figli di un sovrano ed i loro cuginetti e cuginette che si divertono in giochi festosi e fantastici.

Gli anni passano.

Luciano, erede della corona, si innamora di Lyda. Ed è il carnevale azzurro.

Ma quando si accorge che si cerca di strappare Lyda alla sua passione, rinunzia al trono e fugge con lei. La fuga del principe alimenta le ambizioni tra i cugini che aspirano allo scettro: si distruggeranno tra di loro. Ed è il carnevale rosso.

Tra gli aspiranti vi è Carlo, che pensa di essere il prescelto, ma, temendo che il vecchio re possa cambiare idea e richiamare il legittimo erede, tesse un’insidia a Luciano e lo pugnala a tradimento. Ed è il carnevale nero.» (dalla brochure originale del film)

« Fassini mi mandò a chiamare: Venga alla Cines a far colazione con la Borelli e con me… La Borelli, alla Cines, ci abitava. Che quando tra un periodo e l’altro della sua vita d’attrice di prosa dava alcune settimane alla cinematografia, il barone Fassini non voleva che di quel poco tempo si perdesse neppure la mezz’ora necessaria per condurre in vettura l’illustre attrice da casa sua al teatro. Le allestivano dunque lassù, nella palazzina centrale della Cines, un appartamento e Lyda Borelli non aveva, uscendo dal letto, che da far le scale per essere, nella sua imperiale bellezza bionda, davanti alla macchina da presa. E lì Alberto Fassini veniva ogni giorno a vigilare il lavoro, chiuso nei suoi maglioni di grossa lana, col suo passo napoleonico da imperatore della cinematografia, infallibile nella cortesia ma secco e rapido nei comandi in quell’abitudine di sbrigativa autorità che gli veniva dalle navi da guerra su cui aveva trascorso, brillante ufficiale di marina, gli anni della prima giovinezza. Allora era nella seconda giovinezza, come adesso è nella terza; che Alberto Fassini ha sempre una giovinezza di ricambio per essere eternamente giovane. Uomo intelligente e geniale, di larghe vedute, di molteplici esperienze, il barone Fassini voleva conferire alla produzione della Cines un prestigio superiore a quello di qualunque altro film. Uomo di gusto, di coltura, di largo senso artistico, non seguiva, da industriale remissivo, i suoi vari registi. Ma tutti invece li dominava e, come su gli antichi suoi bastimenti, li chiamava volentieri a rapporto. C’era in lui il desiderio di elevare il tono della cinematografia e di portarla ad autentica manifestazione d’arte. Così una mattina, avutomi alla sua tavola accanto a Lyda Borelli, comandò secco e breve col tono dell’ammiraglio che parli all’ufficiale di guardia chiedendogli una lancia a mare: “In dieci giorni un film vostro per Lyda Borelli, vasto, artistico, grandioso, degno di lei e dell’arte sua…”. Scrissi Carnevalesca: un ardito tentativo di film simbolico ed allegorico suddiviso in tre tempi e commenti: un carnevale bianco che era il mondo della felice adolescenza nei giovani principi d’una grande Corte imperiale; un carnevale rosso che, nel cieco e ardente furore della vita, insanguinava tra passione e debito quelle prime innocenze; e un carnevale nero ch’era il poema visivo della vecchiaia e, in un mondo di neri fantasmi, radunava attorno ai superstiti le oscure ombre d’un tragico passato. Occorrevano al film, negli episodi visivi e corali dei tre pittoreschi carnevali, larghi commenti musicali ed una specie di sinfonia dei suoni che accompagnasse la sinfonia dei colori. Si pensò a Mascagni, si pensò a Zandonai: impegnati l’uno e l’altro in opere nuove. E il film, al quale la musica, la grande musica, era indispensabile, rimase senza uno dei suoi principali elementi, affidando il sostrato lirico della composizione visivi solo ai commenti rabberciati delle orchestrine dei cinema cucendo insieme vecchi motivi verdiani e valzer viennesi.

Amleto Palermi inscenò Carnevalesca. Lyda Borelli ne fu stupenda interprete in un imponente gruppo d’attori tra i quali, tentato momentaneamente dalla cinematografia, era anche un fine poeta veneziano, allora giovane e più tardi affermatesi giornalista di razza e solido scrittore politico, Gino Cucchetti. L’opera cinematografica ebbe questo particolare risultato: che dieci compositori di musica videro, in Carnevalesca senza musica, la possibilità di una grande opera lirica. Primo a scrivermi fu Giacomo Puccini. Ritrovo la sua lettera, la Milano: “Ho ammirato iersera Carnevalesca. La gente, che al cinema non applaude mai, iersera, me presente, hanno battuto le mani. Che operone ci sarebbe là dentro! Vogliamo parlarne? Sarò a Roma la settimana ventura. Se ne parlò con Puccini sempre indeciso, senza concludere nulla. E altri, dopo Puccini, pensarono all’opera. Due o tre librettisti addirittura elaborarono schemi di libretto. Troppi galli a cantare!… Il giorno non venne. E l’opera lirica è ancora da farsi, mentre Carnevalesca, nel cimitero senza croci delle pellicole, nella fossa comune della vecchia cinematografia, è sepolta e dimenticata, senza un fiore, senza una lacrima…»
Lucio D’Ambra (Gli anni della feluca, Lucarini 1989)
https://sempreinpenombra.com/2011/03/06/carnevalesca-cines-1918/



 

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