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jueves, 13 de septiembre de 2012

Tutti dentro - Alberto Sordi (1984)


TITULO ORIGINAL Tutti dentro
AÑO 1984
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 115 min.
DIRECCION Alberto Sordi
GUION Alberto Sordi, Rodolfo Sonego
REPARTO Giordano Falzoni, Alberto Sordi, Carlo Deni, Dalila Di Lazzaro, Armando Francioli, Giuseppe Mannajuolo, Giorgia Moll, Joe Pesci, Gianni Rizzo, Franco Scandurra, Marisa Solinas, Tino Bianchi
FOTOGRAFIA Sergio D'Offizi
MONTAJE Tatiana Casini Morigi
MUSICA Piero Piccioni
PRODUCCION Scena Film
GENERO Comedia

SINOPSIS Ritratto di un magistrato romano che ha i capelli lunghi e il mandato di cattura facile. Integerrimo e implacabile, ha nemici scaltri e potenti che riescono a incastrarlo e a neutralizzarlo. Commedia che non fa ridere, una satira che non muove all'indignazione né alla riflessione. Finge di mirare all'Italia degli scandali per colpire i magistrati troppo zelanti. Qualcosa di peggio di un brutto film: una cattiva azione. (Il Morandini)


Trama
Una delicata, riservatissima inchiesta è in fase di istruttoria presso il Tribunale di Roma, in merito ad una questione di illecite tangenti su forniture di petrolio all'Italia, nella quale sembrano essere coinvolti, insieme ad un Ministro, noti personaggi del mondo della finanza e degli affari. Sotto la guida di un anziano Consigliere, si occupa della spinosa faccenda il giudice Salvemini, scrupoloso, zelante e qualificatissimo magistrato, che nel "dossier" ha ormai acquisito tutti i più ampi elementi per spiccare qualche centinaio di mandati di cattura. In un pubblico locale, in cui si è recato con la moglie, il giudice Salvemini incontra casualmente Corrado, suo vecchio compagno di scuola, impegnato (a suo dire) in affari di mediazione a livello internazionale, che lo invita a passare un fine-settimana sulla Costa Azzurra, nella vita di un ricco connazionale. Tutti sanno che Salvemini sta lavorando attivamente sulla questione delle famose tangenti e tutti cercano, quindi, di farselo amico con modi cortesi ed allusioni più o meno scoperte. Intanto, poiché il Consigliere va in pensione, Salvemini si vede affidato l'incarico di concludere la procedura del caso ed egli non perde tempo: pone subito il piede sull'acceleratore, ordinando il fermo di innumerevoli persone, tra le quali anche un noto presentatore televisivo ed una pure nota cantante di "Night-club". A torto fiduciosi del cordiale e bonario comportamento tenuto dal giudice in occasione della sua gita a Nizza, tornano anche in Patria pseudo-finanzieri ed intrallazzatori di vario calibro, ed il faccendiere Corrado: e tutti troveranno i Carabinieri all'aeroporto. Il chiasso e lo scandalo sono enormi. Gli interrogativi e le contestazioni si infittiscono ma, ad un certo momento, la cantante accusata di aver percepito una sub-tangente, deve essere posta in libertà e il radiocronista si ripresenta, anche lui, "pulito", in video. L'amico Corrado evita l'arresto, fuggendo dal suo albergo romano per riparare in Spagna. Il giudice fa allora una trasferta in Marocco, dove la cantante si esibisce in un lussuoso locale e lì, previa telefonata, farà da esca a Corrado. In un colloquio a tre, il giudice ribadisce le sue accuse al faccendiere il quale, abituato com'è non solo ad incassare assegni, ma anche a staccarne, ne offre a Salvemini uno di ben 300 milioni. Mentre il giudice esamina l'assegno (che ovviamente non ha la minima intenzione di accettare, onesto e incorruttibile quale è sempre stato), sul terzetto piomba un funzionario dell'Interpol. Le accuse a carico di Salvemini (atteso lui, questa volta e con sincero stupore, dai Carabinieri) sono molteplici e gravi: il viaggetto con la moglie sulla Costa Azzurra, una acquaforte picassiana accettata in omaggio (autentica, e lui credeva una semplice riproduzione), la troppo sospetta fuga di Corrado da Roma, addirittura un assegno ... Ce n'è quanto basta per farlo passare da inquisitore a inquisito. Tutti dentro, dunque, lui compreso: incorrotto, incorruttibile, zelante, ma forse anche un po' ingenuo...
http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/consultazione.redirect?sch=25380

Protagonista di questo noto film è un giudice iperattivo, modaiolo e un po’ logorroico che predilige il lavoro alla compagnia della moglie (nei confronti della quale mantiene un rigoroso «silenzio istruttorio»), fa firmare gli ordini di cattura al Procuratore il venerdì sera, indaga su chi usa aerei militari per le vacanze, sui corruttori, sugli abusi edilizi, sulle tangenti, sulle organizzazioni paramilitari e, nel frattempo, frequenta night club al fine di ascoltare e controllare strani personaggi, mediatori e faccendieri. Nonostante alcune critiche che si possono muovere a questo famosissimo film di e con Alberto Sordi, è palese come la raffigurazione del magistrato d’assalto vanitoso e capellone sia perfettamente riuscita, tanto da mantenere questa figura di giudice tra le più note nell’immaginario collettivo italiano. Il magistrato opera in un ambiente di banchieri, petrolieri e produttori di tecnologie che sono molto preoccupati dalle possibili azioni di giudici d’assalto interessati alle tangenti che circolano. Sullo sfondo, l’accusa implicita che in molti casi sono arrestati criminali minori ma non sono fermati quelli importanti (nel film rappresentati da ministri, politici e banchieri, bancarottieri, esportatori di valuta, uomini di Chiesa e priori del convento). Del film rimangono tanti particolari divertenti: il giudice Annibale che rimane affascinato da una giovanissima Dalila di Lazzaro[i], qui cantante di night opportunamente doppiata; la capigliatura del giudice, lunga, folta e riccia, criticata dai giornalisti ma sulla quale non transige («più la stampa critica e più io mi faccio crescere i capelli!»); il tentativo di accusare i frati di un convento di coltivazione di marijuana per uso personale.
Il ritmo del film prende quota quando il magistrato ottiene la titolarità dell’indagine e comincia a frequentare un amico faccendiere al fine di infiltrarsi in un ambiente fatto di aerei privati, Rolls Royce, ville in Costa Azzurra e cene con strani personaggi.
Il film è girato bene, dimostra un certo gusto e qualità, anche nella rappresentazione del giudice integerrimo, mai troppo enfatizzato, e degli ambienti della giustizia con le sue trappole. Quando il Procuratore Capo gli affida il fascicolo dell’inchiesta gli ricorda, raccomandandosi, il motto che Talleyrand, politico e diplomatico francese, rivolgeva agli uomini di legge: «Soprattutto, non troppo zelo!». Parole al vento, in questo caso, dato che il giudice firma nell’immediato 152 mandati di cattura che giacevano sulla scrivania del prudente magistrato da mesi, arresta due sposini durante la cerimonia nuziale, insegue alti prelati e politici, interroga in ospedale un giornalista che si è sentito male facendo finta di non accorgersi del suo svenimento (quando il dottore glielo fa notare, dice, candido, «oilà credevo stesse meditando!»), organizza interrogatori notturni (le finestre illuminate del Palazzo di Giustizia ricordano quelle milanesi del periodo di «Tangentopoli» riprese in tanti telegiornali). Sordi, come regista, rappresenta un magistrato che non si ferma davanti a niente e a nessuno, neppure agli amici d’infanzia; solleva poi il delicatissimo problema giuridico del pentitismo (vero o finto) e della contrattazione degli arresti domiciliari in cambio di una confessione. Trova anche il tempo di inserire un divertente siparietto romantico in Marocco tra il giudice e la cantante, con non pochi equivoci.
Si vede, accanto a Sordi, un bravo Joe Pesci[ii]; la location è Roma, soprattutto nei locali del Tribunale, e il film non fu molto apprezzato dalla critica perché ritenuto in molte sue parti grottesco e di dubbio gusto, nonostante affrontasse un problema delicato quale quello dello strapotere di alcuni giudici. Rimasta celebre, comunque, la dichiarazione finale di Sordi ai giornalisti, prima dei titoli di coda, in tema d’ingiustizia, purtroppo anch’essa uguale per tutti:
«Ma dopo le recenti amare esperienze, io mi chiedo se è ancora utile investire tante energie per l’applicazione delle leggi o se, invece, rinunciando a vacue speranze e ad aspettative mai ripagate non ci convenisse accettare l’ingiustizia come regola, e non come eccezione. Questo nella speranza, ovviamente, che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti».

Note
[i] Dalila Di Lazzaro, nata a Udine il 29 gennaio 1953, è modella e attrice. Nota anche per i film Oh, Serafina! (1976) di Alberto Lattuada e Tre tigri contro tre tigri (1977) di Sergio Corbucci e Steno.
[ii] Joe Pesci, nato a Newark il 9 febbraio 1943, è un attore statunitense. Ha vinto il premio Oscar al miglior attore non protagonista nel 1991 per l’interpretazione in Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese. Lo si ricorda anche negli ultimi tre film della serie Arma Letale, in Mamma, ho perso l’aereo (1990) di Chris Columbus, in JFK – Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone e in Mio cugino Vincenzo (1992) di Jonathan Lynn, qui recensito al Capitolo VI.
http://www.ziccardi.org/?p=554

5 comentarios:

  1. The links #3, 4 and 5 on CD 2 are not working.

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    Respuestas
    1. No se que paso. Trataré de solucionarlo a la brevedad.

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  2. Gracias por las películas. Me gustaría ver "Bianco, rosso e Verdone" de C. Verdone.
    Gracias de nuevo
    Mario Mariano

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