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viernes, 16 de abril de 2021

Pagine Chiuse - Gianni Da Campo (1968)

TÍTULO ORIGINAL
Pagine chiuse
AÑO
1969
IDIOMA
Italiano
SUBTÍTULOS
Español (Separados)
DURACIÓN
84 min.
PAÍS
Italia
DIRECCIÓN
Gianni Da Campo
GUIÓN
Gianni Da Campo
MÚSICA
Gianni Casciello
FOTOGRAFÍA
Livio Sposito (B&W)
REPARTO
Duilio Laurenti, Silvano De Munari, Marina Gazziola, Luigi Nadali, Giorgio Da Ros
PRODUCTORA
Istituto Luce
GÉNERO
Drama | Infancia. Colegios & Universidad

Sinopsis
Luciano se ve obligado a ingresar en un internado religioso después de la separación de sus padres. Se enfrenta a un momento difícil en el nuevo entorno bajo una estricta educación católica. (FILMAFFINITY)
 
2 
Sub 
 
Italian Graffiti

Percorsi italiani nella (s)memoria cinematografica collettiva a cura di Massimiliano Schiavoni

Riprendiamo Italian Graffiti quando i fuochi del Festival di Venezia non si sono ancora veramente spenti. In mezzo alle polemiche per premi assegnati e rifiutati tra Barbera, Bellocchio, Mann, Garrone e chi più ne ha più ne metta, fa capolino un film italiano dimenticato di un autore altrettanto rimosso. E’ Pagine chiuse di Gianni Da Campo, riproposto in Laguna nell’ambito di una delle novità più pregnanti della seconda gestione Barbera. Al posto della tradizionale retrospettiva, infatti, da quest’anno il nuovo direttore della Mostra ha scelto di inaugurare due percorsi diversi: Venezia Classici e Venezia Restauri, ovvero la riproposizione di opere restaurate per l’occasione. Accanto a notissimi classici presentati in nuova e luminosa veste (pure troppo, come nel caso di Gli uomini preferiscono le bionde di Howard Hawks, a cui il restauro digitale sulla fotografia ha conferito una perfetta, altissima definizione molto innaturale per un film del 1953), abbiamo visto o rivisto opere dimenticate e disperse.
Il film di Da Campo appartiene a questa seconda categoria, e a Venezia ha lasciato una certa traccia. Qualcuno ha pure detto che “era il film più bello di questa edizione”. E con molte ragioni, poiché in pochi altri film passati nelle varie sezioni del festival si è ritrovata la stessa radicalità di sguardo, la stessa purezza d’approccio e onestà intellettuale. Gianni Da Campo ha diretto solo tre film, ma con il suo esordio, Pagine chiuse, suscitò grande apprezzamento alla Semaine del Festival di Cannes. Si tratta di un racconto radicato nell’autobiografia, in cui Da Campo rievoca la sua esperienza infantile in un collegio cattolico, specchiandosi nel giovane protagonista, Luciano, e nei suoi piccoli grandi scontri con la realtà di un istituto repressivo. Per Pagine chiuse si è parlato di “neorealismo”. Definizione accettabile, se parliamo però di “neorealismo consapevole”. Del nostro migliore cinema anni ’40 Da Campo sposa le pratiche più macroscopiche, a partire dall’utilizzo più o meno sistematico di attori non professionisti, malamente doppiati com’era d’uso anche in Rossellini e De Sica. Ma rispetto al “cinema di guerra”, sporco e diretto, che si ferisce nella messa in forma di una realtà avvertita come urgente e violenta, il film di Da Campo mostra una scelta estetica meditata e consapevole. Le inquadrature non sono “occasionali”, ma frutto di una riflessione. Il racconto è cauto e quotidiano, scandito da piccoli eventi, in un confronto costante con le leggi violente di una “formazione sociale” fondata sulla privazione e il non-rispetto dell’individualità. E’ costante anche il confronto col sacro, sia nelle sue forme istituzionali (il terribile prete) sia nella sua presenza in atti e consuetudini culturali. Altri vollero vedere in Pagine chiuse segnali di contestazione, visti gli anni in cui fu girato. Certo, le istituzioni religiose ne escono un po’ malconce, ma in Da Campo, che girò il film a 23 anni, non vi è la minima traccia del furore iconoclastico del giovane Bellocchio. Si avverte invece un gran lavoro sulla moralità dell’immagine, sul rispetto per l’umanità delle figure evocate, in cerca di una visione, per quanto possibile, priva di sovrastrutture e preconcetti. Un recupero prezioso, che si spera abbia presto una distribuzione (almeno) in home video.
https://www.radiocinema.it/eventi/pagine-chiuse

Ha senz'altro ragione il visibilmente commosso Gianni Da Campo a sottolineare con forza il radicale anticlericalismo del suo splendido Pagine chiuse, subito dopo la proiezione tributatagli da una Mostra veneziana di quarantaquattro edizioni successive a quella che lo vide esordire. Ha ragione, questo isolatissimo autore di tre soli lungometraggi (gli altri sono La ragazza di passaggio, 1972, e Il sapore del grano, 1986), a ribadire che l'educazione cattolica, come quella "subita" dal suo piccolo (undici anni) Luciano costretto a vivere in collegio dopo il divorzio dei genitori, è stata a lungo una vera e propria piaga che nei decenni e nei secoli ha prodotto danni incalcolabili per generazioni e generazioni di italiani. È insomma vero che, come dice nella stessa occasione Da Campo, non foss'altro che per questo motivo la sua opera prima vale come importante testimonianza di cui tener conto anche nel nostro presente (e oltre). Tuttavia, rivedere oggi questo suo esordio dietro la macchina da presa ripensando all'anno in cui vide la luce (1968), fa pensare non solo a un oggetto del passato che chiede cittadinanza nel nostro presente, ma anche, inevitabilmente, a uno sguardo che fu capace di posarsi sugli anni della contestazione come provenisse dal futuro.
 
Benché il racconto non esca mai dal perimetro di un collegio, e racconti di frustrazioni pre-adolescenziali a contatto con un mondo chiuso e angustamente pretesco, e di atmosfere che, a detta dell'autore stesso, si riferiscono più che altro al decennio precedente, ci si pensa eccome, alla contestazione che in quell'anno di climax già intravedeva la sua eclissi imminente. Quella di Luciano è una ribellione che non si smette mai di avvertire, ma che, nonostante una sempre crescente autocoscienza, non perviene mai a una forma, a un'eruzione, a un'espressione. A contatto con un ambiente mortalmente asfittico che rinuncia a qualsiasi ambizione vitale soffocandola in un appiccicoso, conformista cameratismo da quattro soldi, Luciano si macera in uno struggimento sommesso che non si avrebbe nessuna ritrosia a definire blues. La sua sensibilità "da scorticato vivo" (sono parole di Jacques Lourcelles), Da Campo la tiene sotto a un registro di efficace understatement, ottenuto anche attraverso un sapiente utilizzo dell'opacità e della reticenza espressiva degli attori. E dentro a questa coltre di uniformità, che marca stretto il grigiore di quell'ambiente, si aprono sistematicamente epifanie in cui all'improvviso quel mondo viene messo davanti, attraverso Luciano, alla coscienza della propria miseria. E ognuna di quelle volte, anche se poi tutto continua come prima, è come se si spalancasse l'abisso.
 
Valga per tutte la scena della confessione, nella quale Luciano, rivolgendosi inginocchiato al prete dietro la grata, sposa un'obiettività feroce che ribalta la propria presunta colpa in un'accusa agli accusatori stessi. Lo fa con calma, senza calcare mai i toni – e il regista con lui. Ma si tratta solo della punta dell'iceberg di una sagacia letteraria (il "padrino" del film fu Valerio Zurlini, e non per caso) capace di incrinare pressoché in ogni scena la grigia superficie con sbalorditiva discrezione e misura. Che sia con scene di sussurrato lirismo (l'incontro notturno con una coppia di amanti che si baciano in strada), di inatteso soggettivismo (il "monologo interiore" di immagini mentali sotto la doccia), o di enorme quanto trattenuto potenziale emotivo (l'incontro col padre che viene a dire a Luciano che le vacanze di natale non le trascorrerà in famiglia, ma lì all'istituto), sotto al tran-tran della spenta vita di collegio, la rabbia, la consapevolezza e l'amarezza si fanno sentire attraverso un crescendo che si fa strada lentamente, ma con allucinante regolarità, inarrestabilità e precisione. Fino al travolgente finale, in cui Luciano, pesce fuor d'acqua triste e tranquillo ma non dimesso, compie il semplicissimo ma rivoluzionario gesto di alzarsi ed allontanarsi nel bel mezzo di una funzione religiosa.
 
Anche Da Campo uscirà ben presto dalle scene (del cinema), dopo questo suo magnifico esordio fabbricato con una troupe ridottissima, capace non solo di infiammare la Venezia del 1968, ma anche di impressionare, a Cannes nel 1969, una Semaine de la Critique in cui gli altri concorrenti si chiamavano (fra gli altri) Emile de Antonio, Jean Eustache, Jim McBride, Barbet Schroeder, Fernando Solanas, Alain Tanner. Ma il sasso era stato lanciato, e il 1968 aveva ricevuto dal futuro una bruciante, straziante premonizione del muro invisibile su cui sarebbe andato a sbattere.
Marco Grosoli
https://www.filmidee.it/2012/10/80-pagine-chiuse/


 

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