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sábado, 1 de mayo de 2021

Ecce Homo (I Sopravvissuti) - Bruno Gaburro (1968)

 

TÍTULO ORIGINAL
Ecce Homo (I Sopravvissuti)
AÑO
1968
IDIOMA
Italiano
SUBTÍTULOS
Español (Separados)
DURACIÓN
99 min.
PAÍS
Italia
DIRECCIÓN
Bruno Gaburro
GUIÓN
Bruno Gaburro, Giacomo Gramegna
MÚSICA
Ennio Morricone
FOTOGRAFÍA
Marcello Masciocchi
REPARTO
Philippe Leroy, Irene Papas, Gabriele Tinti, Frank Wolff, Marco Stefanelli
PRODUCTORA
GI Film
GÉNERO
Thriller. Ciencia ficción

Sinopsis
Tras haber sobrevivido a una terrible guerra nuclear que ha aniquilado a la raza humana, una familia de tres personas vive en una roulotte junto al mar. (FILMAFFINITY)
 
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Reseña:  Luego del apocalipsis atómico que destruye al género humano, una familia de supervivientes (compuesta por Philippe Leroy, Irene Papas y Marco Stefanelli) viven en una zona aledaña al mar, de donde obtienen sustento y, de vez en cuando, yendo en busca de materiales en particular a una desierta ciudad cercana. Un día, con la aparición de un intelectual (Frank Wolff) y un ex militar (Gabriele Tinti), la situación cambia para siempre. [Cinefania.com]


Ecce Homo – I sopravvissuti (1969) è il secondo lungometraggio del regista italiano Bruno Gaburro. Il cineasta aveva diretto l’anno precedente, nel 1968, il suo film di esordio composto da tre episodi di genere commedia, dal titolo “ Vedove inconsolabili in cerca di… distrazioni”, che viene considerato dai critici Michele Giordano e Daniele Aramu, il primo film italiano di successo del filone cinematografico della commedia erotica.

Nel 1969, con Ecce Homo – I sopravvissuti, Il regista cambia nettamente genere spostandosi nel filone della fantascienza italiana, nel sottogenere terrestre della fantascienza post – apocalittica; quindi non realizza una space opera, un’opera spaziale che ci mostra di astronauti, e dei loro viaggi nell’esplorazione dell’universo, dei suoi pianeti, e delle sue galassie (Terrore nello spazio di Mario Bava del 1965 è uno dei più alti esempi e capolavori di fantascienza italiana, tanto da essere considerato, in maniera impropria, l’unico vero film di fantascienza che sia stato prodotto in Italia), ma si muove nella fantascienza cosiddetta “terrestre”, dove le storie si svolgono negli ambienti della Terra.

Il film inizia con un prologo in cui il regista ci pone l’attenzione al luogo in cui si svolgerà la vicenda. Osserviamo nella prima inquadratura in campo lungo senza la presenza di personaggi, un barchino bianco e vuoto situato nell’acqua del mare sulla sinistra, e in lontananza una macchina bianca scassata sulla destra con il cofano aperto, posizionata su una spiaggia dalla rena bianchissima. Nella seconda inquadratura, con un raccordo sull’asse, in campo lunghissimo, che risalta la profondità di campo, vediamo che vicino al barchino c’è una specie di molo. Il paesaggio risulta pressoché disabitato, con le rocce nel mare, e un’acqua cristallina e calma. La colonna sonora non è presente, e si percepisce il rumore delle onde del mare e del vento. Nella terza inq. ci viene mostrata dall’istanza narrante, sulla riva, in profondità di campo con macchina da presa fissa posizionata sul cavalletto, due personaggi che da lontanissimi sulla destra, si avvicinano verso un piccolo tavolino, che ha il banco di legno, con una cesta in cui al suo interno c’è il pesce. Come vediamo meglio nella quarta inq., si tratta di una donna vestita con un abito nero senza maniche, dai capelli lunghi, mori e lisci, e un bambino dal torso nudo. Dopo aver posizionato sul tavolo il pesce che hanno trovato in mare, la donna si mette a pulirlo, con la mdp che soavemente e lentamente, senza stacchi di montaggio, si avvicina con uno zoom a destra, concentrandosi sulla mano della figura femminile che sta tagliando la testa del pesce con il coltello

Nella quinta inq. ecco apparire il terzo personaggio, un uomo più adulto con un cappello bianco in testa che, dopo essere uscito dal suo camioncino con un attrezzo in mano, si reca (sesta inq.) alla pompa del carburante, annusandola (settima inq.), per capire se si senta l’odore. Come vediamo nell’inquadratura successiva, l’ottava, cerca con l’utensile di sistemare l’ ingranaggio per rendere funzionante la pompa di petrolio della compagnia BP, e nella nona inq., con un dettaglio, in zoom, ci viene evidenziato da vicino il suo movimento manuale, per ripararla.

Nella decima inq. ritroviamo il bambino sulla sabbia, che con un bastone, uccide con precisione e forza un innocuo granchio che se ne stava camminando tutto tranquillo, per poi togliergli una zampina, e sotterrarlo sotto la sabbia. Il ragazzino quindi compie un gesto selvaggio e primitivo, non perché vuole cibarsi del piccolo granchio di sabbia, ma soltanto per noia. In contrasto, il paesaggio risulta tranquillo, e si percepisce in maniera più consistente che in precedenza il soffio del vento.

Nell’undicesima inquadratura compare invece a caratteri maiuscoli il titolo del film “ECCE HOMO – I SOPRAVVISSUTI -”, con il camioncino guidato dall’uomo, che è riuscito quindi a fare rifornimento, inquadrato nel suo percorso su una strada polverosa con una panoramica da destra a sinistra, che ci descrive un paesaggio sassoso e roccioso.

I personaggi introdotti nel prologo sono una famiglia composta da babbo (Jean), mamma (Anna), e figlio (Patrick) (Interpretati rispettivamente dall’attore francese Philippe Leroy; dall’attrice greca Irene Papas, e dall’attore romano Marco Stefanelli).

Il titolo ci evidenzia quello che scopriremo meglio più avanti nella narrazione, cioè che la famiglia è scampata a un’apocalisse che ha devastato il mondo, trasferitasi in una spiaggia e vivendo in una roulotte (che scorgiamo in lontananza nella seconda inquadratura in profondità di campo, anch’essa di colore bianco), senza luce ed elettricità, potendo quindi sopravvivere, cibandosi di pesce. Nell’incipit tutti i personaggi sono rimasti in silenzio, senza parlare, nei loro gesti che fanno quindi parte della loro vita quotidiana post – apocalittica, credendosi gli ultimi superstiti del pianeta Terra, non vedendo quindi un futuro per la specie umana. E’ da questa inquadratura del titolo del film che poi partono i titoli di testa del lungometraggio, con la prima musica suggestiva del soundtrack, che contiene anche la presenza di una voce femminile, interamente composta da Ennio Morricone.

La musica
Il compositore e direttore d’orchestra ci racconta nel libro “Inseguendo quel suono, la mia musica, la mia vita. Conversazioni con Alessandro De Rosa” la sua esperienza lavorativa per questo film di Bruno Gaburro, sottolineandone la trama e l’ambientazione, e descrivendo molto bene la simbologia dei cinque personaggi. Infatti nel proseguo del film entreranno a far parte della diegesi altri due personaggi maschili, amici, e in un certo senso rivali in amore, Quentin (Frank Wolff, attore statunitense) e Leonard (Gabriele Tinti).

“Ecce Homo – I sopravvissuti era il secondo lungometraggio di Bruno Gaburro, ma fu il primo in cui collaborai con lui. La pellicola non aveva grosse pretese commerciali, ma questo autore aveva lavorato bene e la storia mi stimolava lasciandomi spazio per sperimentare. Da un punto di vista scenico e di azione vera e propria succedeva poco: tutto si ambientava su una spiaggia remota dove si dipanava la drammatica esperienza di tre uomini, una donna e un bambino, ultimi superstiti in uno scenario post-apocalittico. In questa situazione estrema, gli uomini simboleggiavano tre facce di una società degradata dal “progresso”: il soldato virile e spavaldo, l’intellettuale possibilista e il marito decadente, negativo e sempre più umiliato sessualmente. La donna diveniva oggetto di desiderio in sé e per se stessa, in quanto unica donna sopravvissuta, e quindi preda dei tre, mentre il bambino si trovava a osservare tutto questo attraverso i suoi occhi inermi."
Ci parla inoltre dell’aspetto musicale del brano evocativo, suggestivo e angoscioso, che fa parte della colonna sonora del film, intitolato “Venuta dal mare” che ha la strumentazione correlata al numero limitato dei personaggi che troviamo all’interno della storia, e narrandoci anche di un aneddoto su quando venne registrato il brano.

“Musicalmente decisi di utilizzare quattro suoni e cinque strumenti – voce, flauto, percussioni, viola, arpa -, lo stesso numero dei personaggi del film […]. La serie generatrice e gli strumenti […] esprimevano simbolicamente i personaggi, le loro relazioni e il loro destino comune. Sin dall’inizio questa serie era richiamata dalla voce di Edda Dell’Orso. La legai al personaggio interpretato da Irene Papas che, come il canto di una sirena, guida lo spettatore attraverso questa odissea apocalittica. Registrai il brano ad agosto, di fretta, i musicisti erano quasi tutti in vacanza e qualcuno ci raggiunse direttamente dalla villeggiatura”

Gli strumenti utilizzati all’interno del film in realtà, come ci viene annotato nei titoli di coda, sono sette (abbiamo anche un musicista che suona il vibrafono e la marimba), ed è da evidenziare il dato che non sono presenti strumenti elettronici o sintetizzatori, ma materie sonore che sono ascrivibili ad un mondo più classico e orchestrale, con il suono lirico della voce della cantante genovese Edda Dell’Orso. La marimba e il vibrafono danno all’opera filmica un carattere più esotico, e le percussioni ci fanno entrare in un mood musicale tribale, arcaico e primitivo. La ripetizione dei brani e dei leitmotiv che ritornano in varie parti del film, lo rendono angoscioso ed estenuante.

Società e sessualità di Ecce Homo
Il mondo è stato distrutto dagli esseri umani stessi, dai soldati che, come ci dice Jean, hanno eseguito l’ordine, senza opporre resistenza, come degli schiavi, decollando sui loro aerei e annientando con razzi, bombe e missili, le città e l’intera umanità. Questo devastante cataclisma ha generato pericolose radiazioni, per questo lui e la sua famiglia sono scappati dal mondo sociale, ormai distrutto, pieno di pietre e cadaveri, rifugiandosi in un posto roccioso, su una spiaggia, col mare, che ci dà l’idea di un paesaggio incontaminato, una sorta di paradiso terrestre. Jean però non è riuscito a scampare alle radiazioni, e dopo anni, quando credeva di essersi salvato indenne, le piaghe hanno lasciato il segno sul proprio corpo, contaminandolo, menomandogli le mani, e rendendolo impotente sessualmente.

Prima inquadratura che ci mostra la deformazione di Jean, che per via delle radiazioni, ha le mani tumefatte coperte dai guanti, avendo difficoltà a tenere la forchetta e il piatto per mangiare.

Per lui la società non ha più senso di essere riformata, perché produce solo male, affermando di sentirsi più libero in un mondo più primitivo. La vita della famiglia scorre monotona, priva di un futuro, in cui le azioni più significative sono legate alla sopravvivenza, al cibarsi di cibo, il pesce, e a trovare la legna per potersi riscaldare con il fuoco, potendo quindi garantire al cibo la cottura. La frivola pace di questa famiglia viene scombussolata dall’arrivo di due uomini, Quentin e Leonard, che giungendo con la loro macchina in questo luogo, rimangono meravigliati sul fatto che non siano gli unici sopravvissuti, ma che ci sia ancora qualcuno, soprattutto l’elemento più importante e fondamentale per la vita: la donna.

Quentin, studioso di religione e della Bibbia, vede nella donna la possibilità di una rinascita, di una salvezza del mondo, di poter ridar inizio al ciclo della vita. Anna è preziosa proprio per la sua funzione riproduttiva e, con la nascita di una bambina, potrebbe garantire un nuovo inizio per la specie umana. Durante il corso del film questo personaggio lo vediamo fumare la pipa e leggere passi della Bibbia, anche attualizzandola, impersonando addirittura una debole critica al regime comunista. E’ un intellettuale che trova più fatica nella manualità, e a dover sopravvivere in maniera indipendente. Leonard invece è un ex militare dall’aspetto piacente, che colpisce fin da subito la bella ed affascinante Anna. Ha un carattere decisamente più forte e tosto, era finito perfino in carcere per aver dato un pugno ad uno, ed è stato uno dei soldati che ha bombardato il mondo, annientandolo. Jean scopre fin da subito la minaccia di questi due uomini, in particolare di Leonard, accorgendosi dell’interesse sentimentale reciproco che è scoppiato tra Len e sua moglie. Jean in realtà si sente debole per non poter garantire un futuro né a sua moglie, né a suo figlio Patrick, e si sente geloso di Leonard; la sua paura è quella che lei possa rimanere incinta, quindi lui si sentirebbe ancora più inutile in questa vita. E’ anche geloso del fatto che il bambino si sia affezionato a Len, il quale gli costruisce un archetto di legno, e gli insegna addirittura a sparare col fucile (che porta spesso con se), sentendosi anche privato del suo ruolo di padre. Ad Anna invece manca la città con la sua natura sociale, con le sue strade, palazzi, gente, e negozi, avendo un carattere nostalgico per un mondo che oramai non esiste più, facendo parte solo dei suoi ricordi. Durante una notte, chiede comunque a Leonard, mentre sta dormendo, di accompagnarla il giorno stesso a vedere ciò che ne rimane, perché sia lui che Quentin le raccontano che erano stati nella città distrutta per fare rifornimenti, dicendole che le radiazioni, a discapito di quello che sostiene Jean in tutti questi anni, non ci sono più, e che quindi è diventato un luogo sicuro.

La macchina però non raggiungerà mai la città, perché finisce la benzina, quindi dopo averla lasciata nella strada, proseguono a piedi verso la via del ritorno. Nel mentre fanno una sosta, e la mdp li riprende mentre bevono da un torrente, sopra delle rocce, come se fossero due animali, con lui che si pulisce anche il viso. E’ qui che i due si guardano negli occhi, capendo di amarsi in maniera profonda, arrivando prima a baciarsi, in una scena delicata e passionale, col vento, presenza costante del film, che muove le foglie, poi facendo l’amore, con i loro capelli mossi dalla brezza. Il loro rapporto è mosso da un sentimento sincero che va al di là del solo atto sessuale e meccanico, che serve solamente a rigenerare la specie. La mdp lascia i due amanti piccolissimi, sdraiati sulla pietra, immersi all’interno di questo paesaggio insidioso e roccioso, in questo fotogramma in campo lungo. Nonostante il luogo non sia per sua natura tra i più ospitali, riesce tramite la sua atmosfera, a far concretizzare l’amore ai due personaggi. Il paesaggio ingloba nel suo interno la coppia che si ama, la quale dimostra agli spettatori che gli essere umani siano ancora capaci di provare piacere e benessere.

Jean risulterà essere sempre più geloso di Len, fino a quando i due scateneranno sulla spiaggia una furiosa rissa, con Leonard che in maniera brutale, animale e secca, alla fine lo uccide con due colpi di pistola. Lo spettatore non si aspetta questo gesto così truce, che appare schietto e fin troppo esagerato. Leonard vuole Anna tutta per se, quindi, dopo aver ucciso il suo marito, caccerà quello che ora è divenuto il suo nemico, Quentin, spronandolo ad andarsene. Anna si mette a piangere su quello che ormai è il cadavere di Jean, ma poi si lascerà subito trasportare all’idillio d’amore con Len, compiendo con lui giochi d’amore in mare, e sott’acqua. E’ come se la morte del marito avesse intensificato questo rapporto d’amore e sessuale, rendendo la donna più libera di esternare in maniera passionale i propri sentimenti. La musica che accompagna questa scena d’amore è molto suggestiva, composta da un intreccio di tessiture vocali della cantante femminile che si intervallano tra di loro, essendo state mixate insieme.

In questo interessante fotogramma vediamo anche il seno della donna che esce dall’acqua, inquadrato dalla mdp sulla sinistra, che viene mostrato agli spettatori. Quindi viene trattato dal regista anche il tema erotico e della nudità, senza però far vedere le parti genitali.

Successivamente, in un’altra scena, Len costruisce con la sabbia una città ideale, fantasticando con Anna su come dovrebbe essere, ridendo sul fatto che lei, invece delle macchine inquinanti, sogna per questa città del futuro persone che si spostano da una parte all’altra andando a cavallo. Quindi nella sua ottica, il futuro della nuova società viene visto come un qualcosa di più pulito, limpido e favolesco rispetto ai centri urbani del passato. Il bambino Patrick però, che nel film lo sentiamo parlare pochissimo, ma che viene spesso inquadrato dalla mdp nell’atto dell’osservazione di ciò che accade intorno a lui, e dei personaggi, diventa via via sempre più schivo e isterico, quasi impazzito. Dopo la morte di suo padre, evita sia sua madre che Len, distrugge la loro città di sabbia, e non offre il cibo a Quentin che, essendo esiliato, fatica a procacciarlo.

Inoltre lo osserviamo in alcuni fotogrammi del film avere tra le mani una bambola. In questo fotogramma la sua rabbia è così forte, che la sbatte parecchie volte sulla barca, per poi disfarsene, gettandola in mare. E’ sicuramente traumatizzato per la perdita del padre e geloso della relazione di sua madre con Len. La bambola è un elemento molto particolare, tipicamente femminile, che è un’incursione e un tratto di vicinanza al genere horror.

Il film avrà un finale tragico che sembra non lasciare più speranza all’umanità. Una concatenazione di eventi fa sì che Quentin, per difendersi, andrà a uccidere con la pistola, che in precedenza gli aveva affidato Jean per proteggersi, il rivale Len che, col suo fucile era sopraggiunto nel luogo roccioso per disfarsi di lui (Incursione nel genere western). Dopo la morte di Leonard, Anna si isola sia da suo figlio Patrick che da Quentin, e trafitta dal dolore e colpita dall’egoismo, si suicida, affogandosi nel mare.

L’ultima inquadratura di Ecce Homo ci mostra la macchina guasta sulla sinistra in primo piano (nella prima inquadratura del film invece la scorgiamo in lontananza), e Patrick vicino al corpo di sua madre, con di fianco Quentin, spostati sulla destra. La musica extradiegetica, con il canto femminile, accentua i toni drammatici di questo epilogo. Il finale è amaro e negativo; le due figure maschili, qualora non incontrassero nel loro percorso di vita almeno una figura femminile fertile in grado di generare (non siamo sicuri infatti se nel pianeta Terra loro siano veramente gli unici due sopravvissuti), sono destinati a una vita difficile senza speranza.

Il microcosmo di questo ceppo della specie umana che il regista ci ha voluto mostrare ci fa comunque riflettere che le persone siano dominante da egoismo, malvagità, cattiverie e istinti di sopravvivenza, volendo prevalere l’uno sull’altro. E’ quindi una riflessione che il regista compie sull’essere umano; se tutti noi fossimo più gentili, buoni con gli altri, aiutandoci nelle difficoltà, si vivrebbe in maniera più serena e positiva. L’uomo invece è dominato dal male, e ostacolando i rapporti umani, finisce con l’auto – distruggersi.

“Ecce Homo” appunto, ovvero “Ecco l’uomo”, termine che ha vari significati, tra cui quello religioso e biblico, raccontatoci dall’apostolo Giovanni, proferito da Ponzio Pilato, che pur ritenendo Gesù innocente, se ne lava le mani, esprimendo questa locuzione per descrivere la cattiveria del popolo della Giudea, che lo crocifisse sulla croce. All’interno del film l’aspetto biblico viene impersonato da Quentin.

Rimandi Letterari: Intertestualità
La presenza del canto femminile in “Ecce Homo – I sopravvissuti” nella colonna sonora, e l’ambientazione della spiaggia deserta, può essere accostata e paragonata al film del 1964 di Michelangelo Antonioni, “Il deserto rosso”. Nel film di Antonioni abbiamo infatti nella colonna sonora la voce lirica della soprano Cecilia Fusco, che nell’episodio della favola agita sulla spiaggia rosa dell’isola di Budelli in Sardegna, simboleggia il canto di una sirena misteriosa, che sopraggiunge alle orecchie di una bambina che ama trascorrere la sue giornate su questa spiaggia selvaggia, poiché ama stare a contatto con la natura. Abbiamo quindi il tema della bellezza del paesaggio, quello più limpido e incontaminato, in grado di far nascere spontaneamente fiori selvatici che profumano di vita.


Inoltre il film ha moltissimi punti di contatto come tematiche con il lungometraggio italiano uscito lo stesso anno dal titolo “Il seme dell’uomo” di Marco Ferreri, del 1969. Entrambi appartengono al genere di fantascienza post – apocalittica, nel sottogenere terrestre; entrambi trattano il tema della procreazione per poter ripopolare la specie umana; entrambi hanno come luogo centrale della storia la spiaggia; entrambi riflettono sul ritorno al primitivo e all’uomo allo stato ferino e selvaggio.
Andrea del Giudice
 

«Non era ancora il momento». Glielo disse Marco Ferreri a Bruno Gaburro, come egli stesso afferma nella lunghissima intervista apparsa sul dossier n.51 di Nocturno in cui si lascia andare, tra l’altro, a una ricchissima serie di aneddoti sulla realizzazione di Ecce Homo: i sopravvissuti. Tale ricostruzione, oltre a darci un saggio esemplare su come l’aneddotica del dietro le quinte del cinema di genere sia cinema speculare a quello che poi appare in definitiva sullo schermo, evidenzia, se ce ne fosse ancora stato bisogno, come il film di Gaburro appartenga a una schiera ristrettissima di pellicole che possiamo considerare un unicum, prendendo atto del rapporto che intercorre tra l’argomento trattato e il periodo storico/cinematografico (mercato, società, generi) in cui il film viene realizzato, senza tralasciare la difficile reperibilità della pellicola che non possiede, a oggi, alcuna edizione per l’home video, essendo affiorata raramente dal magma delle tv private (una volta sicuramente agli albori degli Ottanta, quando lo stesso Gaburro la intercettò durante la notte) e dagli schermi di qualche rassegna per poi tornare nell’oblìo, circostanza che concorre, per l’appunto, a definire ulteriormente il suo status di “estraneità”. L’adesione a un tema come l’olocausto nucleare e le sue fasi immediatamente successive, mentre aveva una solida tradizione nel cinema americano per ovvi motivi politici, culturali e sociali, figurava all’interno del cinema italiano come la bizzarria di un giovane autore a cui, in più fasi, era stato suggerito di ritornare sulla retta via, che poi era quella dei generi imposti in quel momento dal mercato. E forse incosciamente qualcosa di quei generi (western in particolare), che in quella fase storica componevano i libri del Vangelo dei produttori, soprattutto i più scalcinati, del cinema italiano di genere (e non), rimase nel film di Gaburro se è vero come è vero che egli sottolineò con una violenza concreta, tipica di strutture sociali in cui la forza del singolo ancora è in grado di soverchiare in maniera sistematica la giustizia di comunità (come appunto nella “civiltà western”) vicende intrise di un nichilismo assoluto analogo a quello che Ferreri pompa nel film “gemello” (nell’idea, non certo nel progetto di un “percorso” come quello ferreriano) Il seme dell’uomo, in cui la violenza, anche quando produce risultati concreti, possiede consistenza metaforica e grottesca.

Genesi di questa violenza è il contrasto che nasce all’interno del nucleo familiare composto da Jean (Philippe Leroy), Anna (Irene Papas) ed il figlio Patrick (Marco Stefanelli) quando i tre, scampati alle conseguenze di un conflitto nucleare e arrangiatisi a vivere in una porzione di spiaggia in cui gli unici residui di civiltà sono una roulotte, un camioncino, una barca ed una carcassa d’automobile, vengono a contatto con altri due sopravvissuti, Quentin (Frank Wolff), scienziato, e Len (Gabriele Tinti), giovane militare. Il corto circuito generato dal contrasto tra nuovo (dis)ordine sociale e pulsioni individuali sfocia, seppur nell’ambito di una catalogazione troppo schematica dei caratteri (l’impotenza della vecchia umanità, la scienza, i militari, la donna/riproduttrice, il bambino/vittima innocente), nello scontro tra Jean ed Anna che, come Cino e Dora nel film di Ferreri, incarnano tendenze antitetiche di pulsione autoaccusatoria ed autodistruttrice e istinto di sopravvivenza e prosecuzione. Nel superamento del contrasto tra i coniugi, avvenuto con l’uccisione dell’impotente Jean per mano di Len, Gaburro, in Ecce Homo: i sopravvissuti, mette in moto un processo che va a mimare il ciclico ripetersi degli errori della civiltà, l’assurdo utilizzo della violenza, l’inevitabile cammino verso l’autodistruzione; è Jean che vive in prima persona il turbamento di un equilibrio alterato ed il rifiuto totale dell’idea di prosecuzione («E perché dovremmo? A cosa serve la civiltà?» esclama durante una discussione con Anna) ma è tra Len e Quentin che si consuma lo scontro finale tra le rocce e i deliri dello scienziato, il quale ribalta inaspettatamente un epilogo apparentemente scontato.

Ed ecco la ciclicità che si concretizza: adesso è Anna che, minata della propria nuova felicità (passioni, rapporti sessuali: «Non mi importa! Oggi ho fatto l’amore e mi piaceva! Si! Mi piaceva!», Anna a Jean), si rende conto della crudeltà di un mondo in cui nessuna chance viene lasciata dalla natura stessa dell’essere umano. Morto Len, non ha più nessun senso vivere, come non lo aveva per Jean. Tanto meno sostenere la responsabilità della prosecuzione della civiltà. Il retrogusto di “parabola” che possiede Ecce Homo: i sopravvissuti forse non era nelle intenzioni di Gaburro, sicuramente limitato in queste dalle possibilità economiche di un progetto autofinanziato anche dagli attori, tuttavia esso possiede un pragmatismo di genere che comprende sesso, polvere e sangue, una naturalezza vivida, essenziale, che si concretizza soprattutto in un paio di scene, come l’amplesso marino tra Len ed Anna, nudi in mare e sulla spiaggia, accompagnati dalla suadente colonna sonora di Ennio Morricone, e la già citata scena del duello a colpi di pistola tra le rocce del deserto, fisico e morale. Realismo e simbolismo dunque, miscibili in Gaburro nella misura in cui intenzionalità e necessità si intersecano inconsapevolmente alla ricerca di un risultato da portare a casa. Che rimane sempre e comunque il sacro Graal del cinema di genere.
Marco Sansiveri
https://www.nocturno.it/movie/ecce-homo-i-sopravvissuti/
 

 



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