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martes, 27 de noviembre de 2012

E ridendo l'uccise - Florestano Vancini (2004)


TITULO ORIGINAL E ridendo l'uccise
AÑO 2005
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 100 min.
DIRECCION Florestano Vancini
GUION Florestano Vancini, Massimo Felisatti
REPARTO Manlio Dovi', Sabrina Colle, Ruben Rigillo, Marianna De Micheli, Giorgio Lupano, Carlo Caprioli, Vincenzo Bocciarelli, Fausto Russo Alesi, Mariano Rigillo, Fabio Sartor, Vladimir Iori, Victoria Larchenko, Marko Petrovic
FOTOGRAFIA Maurizio Calvesi
MONTAJE Enzo Meniconi
MUSICA Ennio Morricone
PRODUCCION RENATA RAINIERI PER ITALGEST VIDEO - I.P.E.
GENERO Drama

SINOPSIS Ferrara, inizi del 1500, Corte Estense, una delle più illustri del Rinascimento. Pochi mesi dopo la morte del duca Ercole I, si scatenano le gelosie e i rancori sopiti tra i quattro figli: Alfonso erede del ducato e sposo di Lucrezia Borgia, Ippolito, Giulio nato al di fuori del matrimonio, e Ferrante. La vita di corte procede tra festini, lussi e cortigiane. Durante una festa Ippolito si vede rifiutato dalla bella Angiola a favore di Giulio. Ippolito ordina di sfigurare il fratello che insieme a Ferrante covano vendetta e decidono di congiurare contro Ippolito ed Alfonso. Benemerito tentativo di uscire dai binari convenzionali del cinema italiano. (Adriano De Carlo - My Movies)


TRAMA DEL FILM E RIDENDO L'UCCISE:
Siamo all'inizio del 1500. La Corte Estense è in subbuglio per la morte di Ercole I. I suoi quattro figli - Alfonso, Ippolito, Giulio e Ferrante - sfoderano gelosie e rancori sopiti, mentre indugiano tra festini e cortigiane. L'emotività si scatena in occasione di una festa. Ippolito, futuro cardinale, rifiutato dalla bella Angiola che gli preferisce Giulio, ordina di sfigurare il fratello, complice a sua volta di Ferrante nel tentativo, subito smascherato, di uccidere Alfonso. I colpevoli sono condannati a morte con esecuzione sulla pubblica piazza ma, in quanto fratelli, vengono graziati all'ultimo momento e vengono condannati al carcere a vita. Sullo sfondo Moschino - un povero giullare prima al servizio di Giulio, poi di Alfonso - si trova coinvolto nelle vicende di corte. Solo due persone avranno a cuore il suo destino: Ludovico Ariosto, intellettuale di corte, e la prostituta Martina.

CRITICA:
"In definitiva il film si risolve in un saggio - per niente pedante - sui prodromi di una lotta di classe che troverà i suoi strumenti e le sue espressioni molti secoli più tardi. Coadiuvato da collaboratori di pregio (fotografia di Maurizio Calvesi, musica di Morricone, scenografia e costumi di Burchiellaro e Lia Morandini) il regista ci restituisce una ricostruzione d'ambiente non sfarzosa ma ricercata esprimendo la volontà di rispondere, da intellettuale oltre che da artista, a un bisogno. Rianimare lo scenario di un paese-museo che il mondo ci ammira e il nostro cinema non valorizza abbastanza per farne spettacolo: intelligente, colto, raffinato, come questo è, ma spettacolo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 aprile 2005)

"Ben tornato a Florestano Vancini, classe '26, l'autore della 'Lunga notte del '43', qui con una nuova storia ferrarese rinascimentale, una feroce rivalità dinastica alla corte degli Estensi, dove una nidiata di figlioli si spartisce il regno di Alfonso, succeduto a Ercole, mentre messer Ariosto compone versi in onore del duca Ippolito. Tutto il bene e tutto il male di quel mondo è visto con gli occhi del buffone di corte, il bravissimo fool Manlio Dovì. Fosco Rinascimento, prodigo di atrocità verso il popolo. Un ritratto sociale tradizionalmente ben fatto, il tassello mancante ma essenziale alla lunga storia di ingiustizie raccontata da Vancini col suo cinema civile che va da Bronte al delitto Matteotti." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 aprile 2005)

NOTE:
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Il ruolo della sua vita
Alla corte degli Este dame e gentiluomini si avvelenano a vicenda con fastosa ferocia. La maschera della menzogna ricopre tutti i volti (l’insabbiato agguato ai danni di Giulio, la farisaica cerimonia di pace, l’infido giudizio di Paride), solo il buffone di corte la indossa non per avvilire ma per salvare il suo prossimo: gli sarà fatale l’eccessivo attaccamento alla parte affidatagli dalla fortuna. Vancini firma una tragicommedia in costume in cui evidenti sono gli echi di Shakespeare (la crudeltà tutta elisabettiana del supplizio di Giulio) e di un Victor Hugo filtrato dal melodramma ottocentesco (e se Lucrezia Borgia è una figura secondaria, il giullare Moschino presenta varie affinità con Rigoletto, dai problemi fisici alla vocazione per gli attentati fallimentari), senza dimenticare le reminiscenze ariostesche (del resto il buon Ludovico compare in persona ogni sette inquadrature circa) e le tracce della grottesca e agghiacciante epopea contadina del Ruzante.
Tante, dunque, le illustri fonti d’ispirazione: anzi, troppe. Appesantito da dialoghi polverosamente teatrali, fiaccato da riferimenti stucchevolmente didascalici (la lezioncina sull’Orlando furioso, l’apparizione-cartolina di Tiziano) non meno che dalla storia d’amore/amicizia/stima fra Moschino e la working girl Martina, affossato dalle incessanti musiche di Morricone, abbandonato al proprio destino da una regia votata al calligrafismo più trito, E RIDENDO L’UCCISE risulta, nonostante la discreta prova del cast, l’indubbia sapienza iconografica e almeno una sequenza riuscita (quella finale), slabbrato e poco interessante, acerbo e insieme prematuramente invecchiato. Intendiamoci: nulla di tremendo, ma, viste le premesse, era lecito attendersi qualcosa di meno imbalsamato.
Stefano Selleri
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=991
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Il film intende rivolgersi alle più diverse fasce di spettatori, perché si offre sicuramente ad una duplice lettura: quella di un pubblico colto, attento ai significati storici e culturali e quella di un pubblico popolare, che coglierà la forte emotività e la spettacolarità delle vicende comiche sentimentali e drammatiche narrate. La chiave del meccanismo drammaturgico alla base del film è quella che da sempre consente di catturare il favore del pubblico: la riconoscibilità dei personaggi e delle vicende e quindi la conseguente immedesimazione dello spettatore con essi, ma offrendo allo spettatore anche l'evasione dalla propria quotidianità. In definitiva, fare spettacolo (che non è sinonimo di bassa qualità). Il Rinascimento ha lasciato al nostro paese un patrimonio unico al mondo, visibile e concreto- pittura, scultura, architettura, urbanistica- sparso per gran parte della penisola. Gli italiani con questa realtà storico-artistica ci convivono, forse senza grande partecipazione, ma con la consapevolezza di possedere qualcosa che gli altri paesi non hanno. Milioni di stranieri visitano o sognano di visitare l'Italia per l'immagine, magari confusa e superficiale, ma che comunque hanno, di un paese dalle tante civiltà cariche di tesori. Con questo film è come se quegli scenari si rianimassero attraverso personaggi che vivono passioni e sentimenti uguali ai nostri, ma in una realtà tanto diversa dalla nostra. Tutte le cinematografie più importanti del mondo attingono alla storia dei loro paesi. Resta inspiegabile che l'Italia non attinga, o in misura così scarsa, alla propria. (Florestano Vancini)
http://www.cinemamignon.com/archivio/2005/04/florestano_vanc.php

L’ultima fatica del veterano Florestano Vancini, uscita al cinema nella primavera del 2005, ha avuto in realtà una distribuzione debole, come capita a molte delle opere italiane più valide. Ne suggeriamo, dunque, il recupero in dvd.
Ma di cosa parla "E ridendo l’uccise"? Esso narra vicende che si svolgono nella corte di Ferrara tra il 1505 ed il 1506, con un epilogo ambientato qualche anno dopo. Vi è una congiura, determinata dagli odi e dallo scontro di interessi tra i membri della famiglia degli Este. Ed emerge crudamente la violenza che subiva la popolazione più umile. Insomma, nel suo svolgersi "E ridendo l’uccise" rende l’idea di quale fosse l’”infamia da cui nasceva il sublime”, per introdurre nel discorso una citazione, quasi letterale, dall’Ariosto. O meglio da un dialogo immaginario tra il poeta, qui rappresentato come un osservatore disincantato delle vicende degli Este, ed il protagonista del film: Moschino, il buffone di corte. All’intento ambizioso corrisponde una grande cura complessiva. Di certo vi è stato un notevole lavoro di documentazione, sia sul piano storico che su quello della lingua parlata nella Ferrara del tempo. Il punto è che il film non manca di una finalità didattica che lo può apparentare alle opere per la tv di Rossellini ("La prise du pouvoir par Louis XIV", "Socrate" ecc.), pur presentando un elemento affabulatorio più marcato.
Ma quando parliamo di un’opera “curata”, alludiamo anche al dato propriamente formale. C’è stato sicuramente un grande lavoro sui costumi e sul piano scenografico. Ed è sorprendente la resa di una Ferrara che – a quanto ci dicono i titoli di coda – è stata in buona parte ricostruita in Serbia. Ma l’aspetto prevalente è il lavoro sull’immagine, senza il quale – ovviamente – scenografia e ricostruzioni ambientali risulterebbero inefficaci. I movimenti di macchina colpiscono per la loro fluidità e concorrono con le angolazioni volta a volta assunte dalla macchina da presa, a lavorare proprio sul rapporto tra i personaggi e l’ambiente. Ne risulta una bellezza visiva che non è mai estetismo, ma che sta sempre dentro la vicenda raccontata, sempre dentro il contenuto del film. Una bellezza visiva che è tutt’uno, quindi, con la rappresentazione dei riti, dei giochi, dei vizi di corte, nonché della miseria di chi vive nella campagna o nella Ferrara più misera. Un altro elemento che spicca è la presenza, molto diffusa, del commento musicale: la sua composizione si deve ad Ennio Morricone, che si è evidentemente basato sull’attento studio e sulla rielaborazione delle sonorità dell’epoca. Dunque anche la musica è coessenziale al tutto, ma si poteva forse raggiungere un risultato migliore riducendone qua e là la presenza. Ora, questo è un problema minore, così come si può dire che non pesa eccessivamente una certa fragilità della sceneggiatura, dovuta allo stesso Vancini ed a Massimo Felisatti. Si può dire che finché si dipana la vicenda della congiura, la narrazione segue un andamento unitario. Poi, tolti di mezzo gli Este cospiratori (graziati, ma condannati all’ergastolo), la scena viene presa totalmente dal buffone Moschino e ci sembra di assistere ad una serie di episodi volti ad illustrare la figura del protagonista ed a mettere in sempre maggiore risalto le ombre del dominio degli Este. Va detto, però, che, per quanto in quest’ultima parte si perda in coerenza narrativa, ogni episodio, preso per sé, ha effettivamente carattere rivelatore. Ed il legame di ciascuno di essi con il senso complessivo del film non viene mai meno.
Il merito di ciò va in parte all’attore protagonista, un Manlio Dovì che può risultare sorprendente per chi ne conosce le caratterizzazioni nei tristi spettacoli del Bagaglino. Egli restituisce egregiamente la figura di Moschino, buffone che conduce una sommessa e personale battaglia, basata sull’ironia, sullo scherzo, contro una realtà fatta di sopraffazione. Il fatto è che Dovì non confonde l’istrionismo del suo personaggio con quello dell’attore, riuscendo ad essere sopra le righe senza esagerare.
Nella figura di Moschino, così come nelle carrellate sui poveri, vestiti di stracci, che assistono passivamente alle esecuzioni (come chi osserva lo svolgersi di una Storia che lo pone ai margini), sta in fondo l’originalità del film. E ridendo l’uccise scava nell’oppressione sui cui si fondava lo splendore delle Corti italiane, confermandoci in Vancini (già autore di film come "La lunga notte del ’43", "Il delitto Matteotti", "Bronte") il regista della ”altra Storia”. Un regista militante che sa fare il cinema, riuscendo a trasformare l’impulso critico in alimento del film, così da conferire vigore ad un intento didattico che, infatti, non ci viene mai a noia.
Stefano Macera
http://www.distopia.it/gli-speciali/unopera-da-scoprire-e-ridendo-luccise.html
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Morto Ercole I d'Este (1431-1503), duca di Ferrara, Modena e Reggio, gli succede il primogenito Alfonso (1476-1534), marito di Lucrezia Borgia. Presto s'accende la lotta per il potere. Guidata dal fratello Ferrante e dal fratellastro Giulio, una congiura è scoperta grazie alla spiata del musico Giancantore e alla confessione, sotto tortura, di Moschino, giullare di Giulio. Due dei nobili complici sono decapitati in piazza, mentre la pena per i fratelli è commutata in carcere a vita. Moschino passa al servizio di Alfonso. Una sua bizzarra burla fa infuriare il duca che lo condanna a morte. L'esecuzione è finta, ma Moschino muore di paura. Scritto da Vancini con Massimo Felisatti, il progetto _ covato a lungo dal regista ferrarese, disoccupato al cinema da più di 20 anni _ è originale e ambizioso: sullo sfarzoso, feroce, labirintico scenario storico della Ferrara primo Cinquecento (ricostruita con ammirevole perizia a Belgrado), racconta una vicenda dal duplice punto di vista dei potenti e delle vittime, cioè "dal basso", con lo sguardo di chi non fa la storia. Nessuno l'aveva mai fatto nei film italiani o stranieri sul Rinascimento. Le cadenze sono da melodramma tragico, con risvolti comici e una certa distanza pittorica. Grazie ai contributi di Maurizio Calvesi (fotografia), Giantito Burchiellaro (scenografie), Lia Morandini (costumi) sul piano figurativo i risultati sono eccellenti. Due debolezze a livello drammaturgico: pur essendo un film in crescendo, come si avverte specialmente nella 2ª parte, la 1ª risulta descrittiva e dispersiva; nonostante l'apprezzabile brio istrionico di Dovì, il personaggio di Moschino "non raggiunge una sufficiente prepotenza emblematica" (T. Masoni). La sfodera tardi. Distribuito con fiacca indifferenza dall'Istituto Luce. (Il Morandini)

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