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domingo, 20 de noviembre de 2011

Lo Zio Di Brooklyn - Ciprì e Maresco (1995)


TITULO Lo zio di Brooklyn
AÑO 1995
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 98 min.
DIRECCION Daniele Ciprì e Franco Maresco
ARGUMENTO Daniele Ciprì e Franco Maresco
GUION Daniele Ciprì e Franco Maresco
FOTOGRAFIA Luca Bigazzi
ESCENOGRAFIA Enzo Venezia
MONTAJE Jacopo Quadri
MUSICA Joe Vitale
PRODUCCION Galliano Juso per la Digital Film s.r.l
PERSONAJES E INTERPRETES
Don Masino: Pippo Agusta
San Polifemo: Francesco Arnao
Il Mago Zoras: Antonino Bruno
Ciccio Gemelli: Rosario Carollo
Paliddu: Luigi Cinà
La Nana: Bruno Di Benedetto
1&degree; Boss Nano: Giuseppe Di Stefano
2&degree; Boss Nano: Ernesto Gattuso

SINOPSIS Nella periferia palermitana, nell'atmosfera da dopo bomba, è arrivato un misterioso "mammasantissima" americano, che la famiglia Gemelli dovrà ospitare e nascondere. Intorno all'uomo, che non parla mai, non dorme mai, non mangia mai, si muovono una serie di personaggi strani ed inquietanti: maghi, boss mafiosi, nani che intrecciano le loro vite in una commedia cinica che vuol essere divertente. (Comingsoon)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)
http://www19.zippyshare.com/v/29969296/file.html

Por su escasa proyección internacional, y la dificultad para verla u obtenerla fuera del circuito italiano, Lo Zio di Brooklyn podría parecer uno de aquellos metrajes recomendados sólo para freaks o amantes de lo insólito. Pero las apariencias engañan. Si bien se aparta de una narrativa lineal o clásica y se complace en la transgresión de prácticamente todas las convenciones, el filme de los sicilianos Ciprì y Maresco me recuerda, inevitablemente, a la película que da nombre a este blog: Uccellacci e Uccellini. Así pues, todo queda en casa.
Uno de los elementos que llama la atención en el filme, es el diseño de producción. La película se desarrolla en un entorno casi postnuclear, un territorio urbano en el que el tiempo parece haberse congelado. Las escenas transcurren en solares vacíos, infames, tierras de nadie, en edificios a medio construir o en ruinas, en una periferia urbana bajo el dominio del abandono y el caos. Los personajes, más que interactuar con el entorno vagan errabundos por él, semidesnudos a veces, en una relación más de yuxtaposición que de integración. Todo este contexto urbano, en el que ya no dominan las instituciones ciudadanas sino el libre albedrío de sus habitantes, en el que la ley y el orden urbanísticos son arrollados con la fuerza de una bomba nuclear por el magma de la irracionalidad humana, recuerda muchísimo el espacio donde se desarrolla Uccellacci e Uccellini. Y quizá deba añadir que la película de Pasolini también gira en torno al tema de la racionalidad, y lo cuestiona a través de un cuervo, un oscuro habitante de los márgenes de la ciudad que posee el desagradable don del habla y el razonamiento. ¡Si Wittgestein lo hubiera conocido!
En Lo Zio di Brooklyn los personajes se comportan de una manera naturalmente escatológica, se tiran pedos, aparecen engullendo spaghetti, cagando, follando, meando. Un burro urbano, de pronto, se convierte en protagonista absoluto de la escena, en un alarde de provocación llevado casi al extremo. Quizá sea verdad que se exceden un poco… Lo cierto es que el contexto en el que se desarrollan ambas historias tiene mucho en común, y viene a ofrecernos una visión parecida de lo urbano. La ciudad ordenada y racional de los arquitectos y planificadores urbanísticos pretende ocultar una realidad que, sin embargo, rebosa sus límites y estalla con su presencia brutal sobre todo ese orden impuesto. Una realidad donde la razón humana tiene menos legitimidad que la de un cuervo, y donde se decreta el reinado del pedo y el eructo.
Una película curiosa, en fin, en la que uno no se entera fácilmente de qué va la historia, pero cuyo imaginario paroxístico suple perfectamente la carencia. Al fin y al cabo, ¿no son las imágenes las que finalmente persisten en la memoria?
http://pajarillosypajarracos.blogspot.com/2005/07/lo-zio-di-brooklyn-por-su-escasa.html



Jean-Luc Godard sostiene che lo spavento degli spettatori di fronte all'arrivo del treno dei fratelli Lumière nella stazione, non fosse dovuto alla paura di essere schiacciati dalla locomotiva, ma al rifiuto inconscio di riconoscersi sullo schermo. Questa interpretazione psicoanalitica dell'illusione cinematografica è discutibile, ma spiega forse in parte la nostra perplessità di fronte all'opera prima di Ciprì e Maresco.
Una doverosa premessa tuttavia: c'è un momento di assoluta genialità ne "Lo zio di Brooklyn". Dopo una buona mezz'ora di film, un uomo in mutande avanza verso la macchina da presa, osserva la sala e si mette a contare gli spettatori, lamentandosi del fatto che sono troppo pochi. A quel punto accade una cosa stupefacente : il proiezionista interrompe il suono per chiedere se è in sala il proprietario di una Fiat Uno parcheggiata in doppia fila. Uno spettatore si alza immediatamente e abbandona la sala in fretta e furia. Torna il suono sullo schermo, e l'uomo in mutande dice: "ora c'è anche uno spettatore in meno".
Incredibile coincidenza o abile trovata dei registi? Mistero. Comunque un sorprendente esempio di cinema interattivo che dimostra come la locomotiva dei fratelli Lumière sia ancora capace di sorprendere.
Non è poco ma è anche l'unica idea geniale in un film che vorrebbe essere geniale dall'inizio alla fine. Che cos'è, quindi, che manca allo "Zio di Brooklyn" per essere veramente innovativo? Quello che manca a tutti i film italiani, di qualsiasi tendenza: il rigore. Ovvero il perseguimento esasperato e permanente, in ogni sequenza, in ogni scena, in ogni inquadratura, della scelta estetica e narrativa che è stata fatta in partenza. E tanto più la scelta di Ciprì e Maresco è estrema, tanto più flagrante appare la sua incompiutezza.
Più che una scelta, quella dei due autori siciliani appare una vera e propria sfida: "Lo zio di Brooklyn" non si limita ad una rappresentazione della Sicilia affrancata dai soliti luoghi comuni - come essi stessi spiegano nel film attraverso la figura di una guida - ma aspira a sovvertire drasticamente tutte le regole conosciute del racconto cinematografico. Dilatando i tempi, manipolando il suono in modo anti-realistico, piantando in scenografie squallide e apocalittiche dei corpi umani aberranti che sembrano sbeffeggiare in ogni scena quell'idea tipicamente Tornatoresca di un cinema fatto di belle facce commoventi e di paesaggi pittoreschi della nostra "bella terra di Sicilia", Ciprì e Maresco mirano in alto. E va riconosciuto il merito della loro ambizione. Tutto ciò che può combattere il male endemico del cinema italiano - il realismo pittoresco - va accolto con favore.
E' quindi un peccato che la loro sfida non sia mantenuta fino in fondo: quello di cui soffre "Lo zio di Brooklyn", paradossalmente, è la mancanza di una struttura narrativa forte e classica, che avrebbe permesso ai due autori di contrabbandare la loro sfida e trasformarla in vero e proprio stile. In assenza di un racconto lineare, il film diventa presto un susseguirsi di sketchs fatti apposta per esibire il virtuosismo dei due registi, e quella che doveva essere sovversione diventa semplicemente provocazione. A voler essere a tutti i costi iconoclasti si finisce per smascherare il proprio gioco, rendendo prevedibile e addirittura banale un film che avrebbe dovuto essere sorprendente in ogni inquadratura. E così le apparizioni sistematiche dell'uomo in mutande che fa del sarcasmo sul film stesso e sulla nullità degli attori, più che autoironia, suonano come un'abdicazione dei due registi di fronte ad un'impresa di cui non si sentono all'altezza.

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E’ come se a Pasolini avessero tolto La ricotta, a Fellini 8 ½  e a Carmelo Bene Nostra Signora dei Turchi, e nessuno fiatasse. Perché il cinema di Ciprì e Maresco trova pochissimi rimandi nel cinema italiano contemporaneo, vive fin dall’inizio di passato, nasce in bianco e nero e ci appare “muto”. La notizia del prolungato silenzio della Filmauro di Aurelio De Laurentiis di fronte alla richiesta di un distributore francese, lascia sgomenti. Non solo perché ogni film ha diritto di vivere ma anche perché Lo zio di Brooklyn è un pezzo di storia del nostro cinema, la storia di due don chisciotte che nella prima metà degli anni novanta, mentre a Palermo la Mafia continua a farsi guerra, girano un film visionario in cui reinventano la stessa città in un dopostoria svuotato di insegne e di “segni”. Per me che mi occupo da anni del loro cinema e che ho vissuto il successo di Ciprì e Maresco a Londra, grazie a una retrospettiva in cui ogni spettacolo era gremito, con la critica entusiasta dei due Maestri, è un duro colpo. Riporto la lettera del comitato per  salvare il film, invitandovi a firmare e diffondere la petizione.
Abele
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Signor Aurelio De Laurentiis,
nel 1995 la Filmauro, società da Lei diretta, si occupò della distribuzione del primo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco, Lo Zio di Brooklyn, acquistandone in seguito la proprietà da Galliano Juso. Il film non lasciò certo indifferenti: fece discutere e divise la critica e il pubblico italiano, come avvenne tre anni dopo con la seconda opera dei due autori palermitani, Totò che visse due volte. La Sua società si occupò anche della distribuzione home-video del film, dimenticando però di mettere i sottotitoli (com’era avvenuto per le sale) e impedendo così di fatto la possibilità di una fruizione estesa dell’opera. A sedici anni di distanza dall’uscita de Lo Zio di Brooklyn non è oggi possibile reperire il film per l’acquisto o il noleggio, né si ha notizia di progetti di restauro della pellicola, qualora necessario. Siamo a conoscenza del concreto e coraggioso interesse di un distributore francese per ridare vita al film anche fuori dai nostri confini: ma di fatto, dopo un anno, l’accordo non si è ancora concluso a causa dell’inspiegabile e prolungato silenzio della Filmauro. Questa situazione non è più accettabile e dunque le chiediamo pubblicamente di liberare il film dall’oblio forzato in cui è stato relegato, offrendo la possibilità di vederlo (o rivederlo) a chiunque. Non si tratta certo di un “recupero” da cui attendersi grandi riconoscimenti commerciali, ma crediamo che la restituzione del film al suo luogo naturale, la pubblica fruizione, possa dare un contributo importante a una maggiore conoscenza del cinema italiano anche in altri paesi del mondo. Già Totò che visse due volte, presentato nel 2009 in Francia, ebbe un ottimo riscontro da parte della critica essendo definito da Libération “l’un des meilleurs films de la décennie”. Alla luce di questa precedente positiva esperienza, crediamo giusto e opportuno che Lei ponga rimedio allo stato di abbandono in cui Lo zio di Brooklyn è stato confinato. Le chiediamo, pertanto, di rendere possibile ancora, dopo tanti anni, la visione del film di Ciprì e Maresco a tutti gli appassionati di cinema, in Italia e altrove.
I fratelli Gemelli vengono costretti da una coppia di nani mafiosi ad ospitare un anonimo e silenzioso personaggio, “lo zio d’America”. Dopo un lungo periodo passato in casa a causa dei cani che hanno invaso Palermo, lo “zio” sparisce misteriosamente ed i quattro vanno alla sua ricerca. Giungono in una radura dove trovano molti degli altri personaggi in abito bianco insieme ai due nani e il fuggitivo “zio”, nonché il vecchio nonno Gemelli che nel frattempo era morto.
“Ciprì e Maresco allestiscono un paradiso di diseredati che ricorda Il monello di Chaplin e il sogno mortuario di Accattone. I prestiti che i due autori prelevano alla memoria del cinema d’avanguardia non si fermano qui: il funerale a passo di corsa viene direttamente da René Clair, quelle nuvole che si muovono a velocità le abbiamo viste cento volte, certe trovate sulfuree sembrano uscite dall’archivio di Zavattini e chi volesse tirare in ballo Buñuel  e Dali. E perché no Marco Ferreri?”

5 comentarios:

  1. Ciao Amarcord!
    Si possono avere i link in zippyshare?
    Sto anche cercando i sottotitoli in francese per far conoscere Ciprì e Maresco agli amici in Francia, ma non credo che sia cosa semplice...
    Grazie, come sempre e comunque!
    Ciao

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