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lunes, 11 de abril de 2011

La Romana - Luigi Zampa (1954)


TÍTULO La romana
AÑO 1954
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 92 min.
DIRECTOR Luigi Zampa
GUIÓN Giorgio Bassani, Ennio Flaiano, Alberto Moravia, Luigi Zampa (Novela: Alberto Moravia)
MÚSICA Franco Mannino, Enzo Masetti
FOTOGRAFÍA Enzo Serafin (B&W)
REPARTO Gina Lollobrigida, Daniel Gélin, Franco Fabrizi, Raymond Pellegrin, Pina Piovani, Xenia Valderi, Renato Tontini, Gino Buzzanca, Mariano Bottino
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Excelsa Film / Omnium International du Film / Ponti-De Laurentiis Cinematografica
GÉNERO Drama

SINOPSIS Un gran éxito en su momento para esta adaptación de Alberto Moravia, en torno a una hermosa joven, que redimirá su más bien escabroso pasado gracias al amor puro y desinteresado. (FILMAFFINITY)

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 Alberto Moravia –seudónimo del escritor y periodista italiano Alberto Pincherle- se abocó en sus obras a temas tales como la alienación de los individuos, la sexualidad y el existencialismo. Todos estos temas aparecen, de uno u otro modo, en su obra La Romana, que fuera llevada al cine bajo la dirección de Luigi Zampa. Este libro narra en primera persona la historia de Adriana, una joven romana sencilla y bien intencionada que termina trabajando de prostituta. La Romana da cuenta de su caída moral, primero relatando sus primeros amores, sus desilusiones y la frustración que, eventualmente, la llevan a aceptar tener sexo a cambio de dinero. Comienza a frecuentar distintos hombres, primero a espaldas de su madre viuda, pero luego incitada por ella misma, quien ve en la belleza de su hija la salida a la pobreza en la que ambas están sumidas. La Romana es la historia de un alma buena que se deja corromper por las malas influencias que tiene a su alrededor: su madre codiciosa, primero; su primer amor, Gino, que la engaña y la explota; su falsa amiga Gisela, que es quien la introduce en el submundo del sexo por dinero; y una seguidilla de amantes que irá teniendo, hasta encontrar a alguien de quien realmente se enamora… sólo para perderlo después.


LUIGI ZAMPA

Nato a Roma il 2 gennaio 1905, Luigi Zampa è uno dei tanti registi italiani dimenticati troppo presto, e sulla scia dei suoi ultimi film, che se non erano tra i suoi migliori, erano pur sempre di un certo livello professionale, come si dice comunemente erano pellicole realizzate con ‘sicuro mestiere’ e senza dimenticare né l’attualità né il grande pubblico. Basta ricordare che nella sua ricca filmografia spiccano titoli quali “Vivere in pace”, “L’onorevole Angelina”, il celeberrimo “Il vigile”, per non parlare della trilogia satirica degli “Anni” e “Processo alla città”.
Dopo l’esordio nei primi anni Quaranta, Zampa si impose nel dopoguerra con drammi dal sapore neorealista e commedie di ambiente popolare, cioè del filone ‘neorealismo rosa’. Sono di questo prolifico periodo “Vivere in pace” (1946), acclamato dalla critica americana che a New York gli assegnò il premio per il miglior film straniero; seguito dall’indimenticabile “L’onorevole Angelina” (1947) con una grande Anna Magnani che – reduce del successo di “Roma città aperta” – si cimenta ancora una volta in un ruolo drammatico e nel personaggio della popolana forte e coraggiosa, in lotta contro ingiustizie e sopraffazione.
Un personaggio sanguigno e appassionato che gli stava addosso a pennello, come il vestito della sora Giulia che lei acquistò direttamente da una delle comparse. Nannarella sinonimo di Roma, ma della Roma delle borgate e dei sacrifici quotidiani, non dei sacrifici inutili. Anna la donna che non si arrende, che lotta ogni giorno contro ingiustizie e miseria, che anziché tacere e ‘abbozzare’ urla e si dibatte con tutte le sue forze.
Infatti, una volta avuta l’idea del film, regista e sceneggiatori pensarono subito e solo a lei. Nessun’altra attrice di allora avrebbe potuto interpretare meglio “la sora Angelina” alle prese con una battaglia che tutte le altre donne credevano persa. E le donne della borgata (la Pietralata di allora) che l’attorniavano nel film diventarono subito modelli e compagne di lavoro dell’inimitabile Nannarella. Un torrente irrefrenabile di umanità, un fiume di romanità contro speculatori e politicanti che valse all’attrice il suo secondo Nastro d’Argento.
E Zampa - che proprio con film come “Processo alla città” affronterà dopo il legame tra camorra napoletana e politica -, in “L’onorevole Angelina” fa una satira della democrazia appena nata, attuata soprattutto da disonesti e inizia così una vera e propria battaglia a favore degli italiani poco ribelli ai soprusi e alla dittatura, ovvero quelli che subivano in silenzio.
Una satira feroce – e per ciò ancora attuale – dell’immediato dopoguerra che mostra una Roma popolare, non ancora invasa dal cemento, ma già preda della speculazione edilizia e degli intrallazzi politici. Piccoli grandi problemi delle borgate che una donna, una casalinga ‘senza voce né voto’, riuscirà a portare fino al governo.
La lotta quotidiana contro i profittatori fanno di questa donna una bandiera, prima di un quartiere, poi dell’intera popolazione. Rappresentante agguerrita della maggioranza silenziosa diventerà deputato di un nuovo partito, però cadrà nella trappola dei vecchi marpioni della politica che riusciranno a mandarla in galera. Quando uscirà, il popolo la vorrebbe ancora in prima linea, ma Angelina è ormai stanca, disgustata, e abbandona la carriera pubblica.
Ma sarà soprattutto la trilogia – in collaborazione con Vitaliano Brancati – sul fascismo in chiave satirica ad imporre definitivamente il regista: “Anni difficili” (1948), “Anni facili” (1953) e “L’arte di arrangiarsi” (1955), a cui si potrebbe aggiungere come appendice ideale “Anni ruggenti”, realizzato nel 1962. Con “Processo alla città” (1952), Zampa si dimostrò un autore abile ed attento alla realtà italiana, anticipando di dieci anni, il cosiddetto cinema di impegno civile e politico degli anni Sessanta-Settanta.
Sempre in bilico tra il dramma e la commedia – forse per questo ha portato spesso fuori strada la critica -, Zampa è stato un regista versatile la cui opera trova spazio nel cinema impegnato, ma anche nella “commedia all’italiana”, un genere alto che egli frequentò soprattutto fino agli anni Settanta: dal sopraccitato “Anni ruggenti”, con un grande Nino Manfredi, al “Medico della mutua” – che segnò la nascita di una serie -, ancora una volta con Alberto Sordi, dopo l’intramontabile successo del “Vigile”, non solo. Infatti, nei suoi film siano essi drammatici o commedie ha guidato i più grandi e famosi attori, anche stranieri come il Jean Gabin di “E’ più facile che un cammello” (1950) o il James Mason di “Gente di rispetto” (1975).
Nella sua filmografia figurano però anche delle corrette, anzi buone trasposizioni cinematografiche di romanzi, come “La Romana” (1954), da Alberto Moravia, con una Gina Lollobrigida all’apice della sua bellezza; oppure il soprannominato “Gente di rispetto” dal libro di Giuseppe Fava; e anche film di denuncia come “Bisturi, la mafia bianca” (1973).
Un bravissimo artigiano – come si usava definirlo allora – che si dimostrò un autore a tutti gli effetti, certo fra alti e bassi, che però contribuì non poco alla rinascita del cinema italiano negli anni del dopoguerra e fece la fortuna dell’industria cinematografica degli anni Sessanta, quando le sue opere  e quelle dei suoi illustri colleghi varcavano le frontiere per approdare persino in America.
Un direttore che offrì ai suoi attori la possibilità della grande interpretazione, sia essa drammatica o comica: dalla Magnani a Sordi, da Manfredi alla Lollo, da Totò (l’inimitabile episodio ‘La Patente’ da “Questa è la vita”) a Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Un regista che per quarant’anni ricreò la realtà italiana ora tragicamente, ora satiricamente, mettendo a fuoco vizi e virtù (spesso spietatamente) di una società in continuo cambiamento.
Parecchie sue pellicole sono rimaste imprese nella memoria di intere generazioni di spettatori, dal solito “Il vigile” a “L’arte di arrangiarsi”; da “Ladro lui, ladra lei” a “Una questione d’onore”.
Forse proprio sul finire degli anni Settanta, la sua opera comincia a perdere colpi, ma è soprattutto un periodo in cui l’età avanzata e la malattia lo portano a usare il suo mestiere per metterlo al servizio di produttori e attori. Sono di allora alcuni cosiddetti film minori come “Il mostro” (1977), con un poco credibile Johnny Dorelli drammatico; e la (quasi) ‘commediaccia’ italo-spagnola “Letti selvaggi” (1979), con le sex symbol Laura Antonelli e Sylvia Kristel, che chiude la sua carriera.
Ma in una così lunga carriera sono perdonabili i ‘bassi’ quando i titoli ‘alti’ sono oltre una decina, tra cui alcuni ‘altissimi’, cioè spesso sfiorano il capolavoro. Niente di meglio per rivalutare la sua opera è rivederla o (ri)scoprirla, e nel modo più completo possibile. Anche perché Zampa è stato uno dei pochi registi che era anche autore o co-autore delle proprie sceneggiature, e ha lavorato con i più grandi sceneggiatori del cinema italiano, da Cesare Zavattini a Rodolfo Sonego, da Suso Cecchi d’Amico a Sergio Amidei, da Leonardo Benvenuti a Piero De Bernardi, da Ruggero Maccari e Pasquale Festa Campanile, da Ennio Flaiano ad Ennio De Concini ed Ettore Scola.
Dopo lunghi anni costretto all’inattività dalla malattia, Luigi Zampa morì nell’estate del 1991, precisamente il 16 agosto, quasi dimenticato soprattutto dai produttori, ma non dal suo pubblico che continua ancora ad amare e rivedere i suoi film sul piccolo schermo.
José de Arcangelo

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