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miércoles, 21 de septiembre de 2011

Al primo soffio di vento - Franco Piavoli (2004)


TÍTULO Al primo soffio di vento
AÑO 2002 
SUBTITULOS No
DURACIÓN 85 min.
DIRECTOR Franco Piavoli
GUIÓN Franco Piavoli, Neria Poli
MÚSICA Mario Piavoli
FOTOGRAFÍA Franco Piavoli
REPARTO Alessandra Agosti, Primo Gaburri, Ida Carnevali, Mariella Fabbris, Bianca Galeazzi, Lucky Ben Dele, Guglielmo Dal Corso
PRODUCTORA Zefiro Film, Metafilm, Rai Cinema, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
GÉNERO Drama

SINOPSIS La historia sucede en un marco de 24 horas en la granja de Antonio, un rico agricultor fascinado por la microbiología y los astros que vive con sus dos hijas y su padre enfermo: la hija menor, va descubriendo el mundo desde un punto de vista diferente, la mayor, solamente se interesa por su música, y su padre, que aprende a encontrar la felicidad en las cosas sencillas de la vida. (FILMAFFINITY)


All’inizio de Il pianeta azzurro cita una frase dal De Rerum Natura di Lucrezio:

«Il nascere si ripete
di cosa in cosa
e la vita
a nessuno è data
in proprietà
ma a tutti in uso »

È una dichiarazione di poetica?
F.P: Certo, trovo che questa sia una delle affermazioni più sagge fatte dall’uomo ed approvo questa visione del mondo. Penso anch’io che siamo solo ospiti sulla terra e che siamo noi ad avere bisogno di lei e non il contrario. Anche la teoria degli atomi espressa dal De rerum natura di Lucrezio è stata confermata da ricerche scientifiche attuali.

Crede anche lei (come Lucrezio) che siamo stati tutti generati dalla madre terra e non c’ è nessun dio ad avere il merito della creazione?
F.P: Penso che la ricerca che noi facciamo sull’aldilà rispecchi il grande bisogno di ogni uomo di capire e di scoprire delle verità. Io mantengo una posizione agnostica al riguardo. Penso che dobbiamo muoverci secondo questo moto perpetuo di cui non sappiamo l’origine e abbiamo bisogno di dividere questo tempo razionalmente e siamo sempre alla ricerca di risposte.

Si riconosce in qualche visione filosofica?
F.P: Direi che mi sento molto vicino soprattutto a Lucrezio, ma anche a Leopardi e Bergson. Mi piace tornare a pensare e filosofare partendo dagli strumenti elementari del nostro comune vocabolario. Voglio risalire al significato primo delle parole, alle radici; e attraverso questi strumenti crearmi una mia personale visione delle cose.

Cosa pensa della religione?
F.P: Io credo che siamo tutti alla ricerca di Dio , ma inteso nella sua forma più elementare: Dio come luce, come Zeus, colui che ci illumina, che può darci le risposte che non riusciamo a trovare. Il nostro istinto profondo è quello di cercare la verità anche se non avremo mai le risposte e Dio in qualche modo rappresenta il nostro bisogno di chiarezza, la necessità di una risposta, una coerenza nelle cose che viviamo e che ci circondano.

Nella sua ricerca delle etimologie ha qualche parola chiave riferita all’argomento?
F.P.: Sicuramente ritorno alla parola Dio, che vuol dire luce e anche per i buddisti Buddha è la fonte di luce. Religione nella ricerca degli etimi è res ligo, ovvero bisogno legare insieme le cose, ancora una volta la necessità di collegare, di trovare una coerenza e in questo senso siamo tutti religiosi, tutti abbiamo bisogno di trovare risposte. Inoltre penso che l’uomo abbia il profondo bisogno di razionalizzare tutto, anche il tempo, che è essenziale nella vita quotidiana per avere dei riferimenti fissi. Io vedo anche la ragione come un istinto; l’uomo ha fortissimi istinti di varia natura; anche la solidarietà è un istinto, anche l’egoismo o l’aggresssività sono istinti che spesso vengono portati dall’uomo a conseguenze estreme.


Nel suo interesse per la parte istintiva rientra anche la dimensione onirica?
F.P: Si, anche nella dimensione onirica è presente la razionalità di cui parlavo. Noi cerchiamo di razionalizzare lo spazio che ci sta attorno, ma oltre a quello c’è l’inconscio e li dobbiamo fermarci, dobbiamo rassegnarci. Nei miei film scelgo di inserire scene legate all’inconscio e al sogno perché è un modo per stimolare lo spettatore e per creare un dialogo con lui. Mi servo del sogno per stabilire un rapporto con il pubblico e allo stesso tempo arricchire il film.

Qual è stata la sua formazione filosofica?
F.P.: La mia formazione filosofica risale ai tempi del liceo ed è stata piuttosto classica, spaziando dai filosofi greci e romani a quelli rinascimentali. Al momento confesso di essere poco aggiornato sulle attuali correnti di pensiero, mi piacerebbe però approfondire il filone orientale, mi sembra molto interessante.

Nei suoi film fa spesso riferimento ai miti classici, come ad esempio in Nostos, il ritorno. Dicono ancora qualcosa questi miti?
F.P.: Certo, sicuramente oggi abbiamo nuovi miti, ma questi si riallacciano comunque a quelli più antichi. Per esempio lo stesso mito di Ulisse viene continuamente reinterpretato e rinnovato, proprio perché rappresenta il bisogno moderno e profondo dell’uomo di ricerca e di conoscenza. Ulisse esprime anche il desiderio di avventura di ogni uomo e per questo direi che resta un mito di un’attualità incredibile e quindi fondamentale ancora oggi.

Sul tema del rapporto uomo/animale e sulla parte della mitologia che fa riferimento alla metamorfosi, cosa ne pensa? È cambiato il modo di pensare anche in seguito all’impatto del cristianesimo?
F.P.: La religione cristiana ha influito moltissimo sul modo di vedere gli animali e ci ha talvolta distaccato da loro. Penso che questo sia dovuto ad una particolare lettura del vangelo, al succedersi delle interpretazioni date dall’uomo. Mi viene in mente anche San Francesco però, che nel Cantico delle creature ci racconta con naturalezza la nostra parentela col mondo animale ma anche con quello vegetale e minerale. E questa è una visione che appoggio completamente.


Si riferisce anche al dialogo con il lupo?
F.P.: Esatto, anche quello è un tema attualissimo. L’uomo ha i mezzi per provare a comunicare con il lupo (inteso oggi come il nemico) e San Francesco ci insegna a fare questo tentativo di dialogo anziché buttarci subito nella lotta. Nella crisi in cui ci troviamo oggi, questo potrebbe portare a soluzioni meno dolorose, altrimenti continuando a farci la guerra, finiremo per arrivare all’autodistruzione.


Penso che l’aspetto evocativo, dato dal connubio sonoro e visivo, sia la parte caratterizzante di tutti i suoi film. È d’accordo?
F.P.: Certo, mi va benissimo questo tipo di lettura. Anche perché, com’è noto, io ho scelto di rinunciare al dialogo e quindi voglio creare delle situazioni audiovisive che provochino emozioni e ricordi in chi guarda. È proprio una necessità quella di affidarsi alla valenza espressiva delle immagini e in questo mi aiuto molto anche con la musica. Già dai miei cortometraggi avevo deciso di valorizzare il mondo acustico, sviluppando poi queste prime ricerche nei lungometraggi. È stata una scelta spontanea, volevo trasmettere le mie emozioni , la vita campestre, i cicli, le stagioni, le luci, i rumori… tutto ciò per cui ho tuttora una grande attrazione. La matrice campestre mi sostiene sempre, anche nei momenti di crisi, ho proprio un forte innamoramento per le luci, per i paesaggi che cambiano e si susseguono nelle ore del giorno e col mutare delle stagioni. Qui in campagna riesco a registrare i suoni anche in campi lunghissimi, che hanno un fortissimo valore evocativo. Tutto il mondo acustico e sonoro è stato sempre di grandissimo interesse per me. Recentemente sono stato a New York a presentare i miei lungometraggi e sono stato molto contento quando una signora mi ha confessato di aver preferito tornare a casa a piedi, dopo la visione del Pianeta Azzurro, per riscoprire il paesaggio acustico della notte cittadina. Sarebbe bello sperimentare la possibilità coinvolgere altri sensi, le proiezioni dei film, come l’olfatto per esempio… magari in un futuro ci riusciremo, sarebbe proprio un esperienza completa.

Trova più difficile catturare i suoni o le immagini?
F.P: Direi entrambi. Le immagini sono in continua mutazione per via della luce, ma anche nei suoni si trovano difficoltà per le interferenze sonore che si possono sentire. Si possono anche verificare delle distorsioni sonore che a volte annullano la purezza del messaggio di base.


Suono e immagini vengono registrati separatamente?
F.P: Si, catturo i suoni in un secondo momento perché voglio concentrarmi solo su quelli, scegliendo quelli più adatti alle immagini che ho già. In linea generale cerco di unire immagini e suoni in modo sincrono, ma talvolta uso l’asincrono di proposito ed elaboro suoni con strumenti appositi a seconda delle esigenze, in base a quello che cerco di evocare attraverso le sequenze sonore. Spesso mi chiedono, in riferimento al Pianeta Azzurro, che suoni ho usato durante la scena del ragno. In effetti non si tratta di suoni di altri insetti, ho voluto inserire il verso di particolari uccelli (diomedee) , che poi ho utilizzato anche in Nostos, nella scena della battaglia, proprio perché mi pareva adatto al momento di tensione e drammaticità che volevo sottolineare.


A volte un determinato suono può provocare un senso di pace interiore, possiamo riallacciarci all’uso che ne fanno i monaci buddisti?
F.P: Si, per loro è una componente fondamentale per sviluppare l’istinto mistico. Abbiamo bisogno del silenzio, del buio, per ascoltare il nostro inconscio. Ad accompagnare questi momenti di sosta e meditazione arriva la musica con i suoi messaggi sonori, come appunto quelli dei monaci buddisti o anche i richiami sonori fra i minareti islamici , che trovo estremamente affascinanti.


Che cosa prova quando vede mutare il paesaggio sotto l’effetto dell’inquinamento?
F.P: Capisco l’importanza del progresso, so che è inevitabile una certa metamorfosi, e che nei millenni la natura stessa ha modificato i suoi paesaggi. Nonostante ciò mi rattrista molto vedere l’evoluzione negativa del paesaggio. Sento che l’inquinamento ferisce l’equilibrio naturale; noi abbiamo bisogno di fruire della natura , di ritrovare in essa anche una certa energia positiva. Sentiamo invece una sensazione di disagio davanti all’inquinamento, un inquinamento che va a rovinare sia la componente agricola che quella estetica del nostro paesaggio. Purtroppo è ovvio che l’importanza emozionale che ci trasmette un bel tramonto, passa in secondo piano di fronte alle esigenze dell’economia mondiale, fatta eccezione per l’aspetto del turismo.

Dall’amore per la contemplazione del buono e del bello può emergere una visione ottimistica della vita; ma nei suoi lavori compare spesso un lato più scuro e malinconico…
F.P: Certo, perché sono le due componenti fondamentali della vita. Nei miei film emerge la volontà di riscoprire i paradisi perduti, ecco la ricerca del bello. Mi piace soprattutto rappresentare l’equilibrio armonico della natura; ad esempio, nel Pianeta Azzurro, ho inserito la scena d’amore tra i due giovani che sono a diretto contatto con la natura, in mezzo all’erba, tra gli insetti, si fondono con questi elementi e trovo sia un bellissimo momento. Al contrario ci sono però delle scene più malinconiche, come quella che ho inserito nella scena serale, quando sentiamo una ragazza piangere e non serve andare a spiegarne il motivo, è in un momento di profondo dolore e solitudine. Questi sono i due lati della vita, ed ho scelto di raccontarli a mio modo entrambi.


La parola nostalgia indica letteralmente un ritorno al dolore. C’è quindi la volontà di ripensare, di rivivere certe esperienze?
F.P: È la volontà di far riaffiorare alcune esperienze importanti , ma non dobbiamo avere paura di riviverle perché possono aiutarci a vivere meglio, possono essere esperienze formative. La nostalgia deriva da una visione leopardiana : «Il naufragar m’è dolce in questo mare» , speriamo cioè di sopravvivere a questo naufragio, a questo dolore, abbandonandoci dolcemente, in qualche modo forse ci rassegniamo. La nostalgia è il risultato di conflitti interiori, ma è estremamente importante e ci da consapevolezza di noi stessi.


La morte si percepisce sempre come fatto naturale, non ci trasmette amarezza ma ci lascia con una sensazione di serena rassegnazione. Mi riferisco in particolare al finale di Voci nel tempo. Come ha affrontato questo argomento?
F.P: Effettivamente in Voci nel tempo ho il rammarico di essere stato un po’ troppo “buonista”; potevo dare più peso agli aspetti negativi della vita. Ho voluto seguire la linea delle stagioni della vita, mettendo in evidenza gli stati d’animo. Guardando con attenzione alcuni passaggi si vedono però anche i momenti difficili della vita, che emergono sin dagli episodi legati all’infanzia e all’adolescenza, affrontando anche il tema dell’isolamento e della diversità. Torna la nostalgia nel momento del matrimonio , dopo il ballo degli anziani, quando alcuni si intrattengono ad osservare i giovani che si corteggiano e la nostalgia (ben visibile anche negli occhi e nell’espressione dei volti dei personaggi) si tramuta quasi in invidia e risentimento. La malinconia che ho evidenziato nei volti segnati dalle rughe, prende una connotazione negativa, infatti i vecchi ascoltano un canto popolare e restano seduti a guardare i bambini che giocano quasi aspettando la morte. Al termine del film, seguendo il ciclo stagionale, avviene proprio l’attesa della morte dell’anziano , questo è un momento estremamente triste perché avviene in completa solitudine. Si sente in lontananza una voce di donna che chiama «Roberto!» e che lo riporta alla giovinezza; è questo il momento del trapasso, il momento cruciale del film. Ho voluto inserire a questo punto la figura simbolica del Caronte e la continuità è data poi dal finale del bambino e l’anziano per mano: il ciclo ricomincia.


Sta lavorando a qualcosa attualmente?
F.P: Ho da poco terminato le riprese per il documentario Terra madre di Ermanno Olmi, un film dedicato all’amore per la terra e ai suoi frutti. Mi è stato chiesto di girare l’episodio conclusivo, Olmi mi ha dato carta bianca e così ho rappresentato un semplice ortolano che lavora la terra. Ho girato praticamente tutto nel mio orto, tranne i campi lunghi, per i quali mi sono servito dei bellissimi paesaggi di Rivoli, nei terreni di un amico. Ho voluto inserire la mia nipotina di pochi mesi per richiamare la proverbiale nascita dei bambini sotto i cavoli, interpretandola a mio modo e poggiando la bimba tra i ciuffi dei finocchi nell’orto, molto più coreografici. Il mio è un capitolo indipendente nel documentario, è un momento di osservazione e meditazione su pochi elementi : un contadino e l’orto nel ciclo stagionale. Mi sono soffermato sul contatto diretto tra uomo e natura, le mani entrano nella terra. Anche qui non ci sono dialoghi, solo un momento in cui l’uomo sussurra alla bambina di assaggiare l’albicocca. I suoni che ho registrato sono vari: cani che abbaiano, voci in lontananza, un elicottero che sovrasta la scena durante la semina dell’aglio. Nel momento della maturazione dei frutti ho introdotto un potente suono di aerei militari che incombono dirompentemente sull’atmosfera campestre e ho accostato questo rumore all’immagine di una farfalla che vola via disturbata. Ovviamente questo per evocare l’invasione tecnologica che minaccia eccessivamente i nostri piccoli “paradisi terrestri”. È un messaggio a cui tengo molto e che spero arrivi.


Com’è nata la collaborazione con sua moglie Neria?
F.P: L’affiatamento c’è stato sin dall’inizio ed è cresciuto insieme all’amore coniugale. È una grandissima collaborazione che nasce dalle nostre lunghe passeggiate, tuttora ci piace vedere nei paesaggi attorno casa le varie caratteristiche e la
mutevolezza della luce e dei colori in base alle stagioni , soprattutto adesso, con la neve… è uno spettacolo. Ci siamo sempre capiti subito, abbiamo lo stesso amore per la terra e per tutta la natura, i nostri lavori nascono da questo.

Come sceglie gli interpreti per i suoi film? Cosa le devono trasmettere?
F.P: Solitamente ho già ben chiaro in mente la tipologia dei personaggi di cui ho bisogno ed in base all’idea cerco inizialmente tra gli amici e i conoscenti. Ovviamente per i miei film vanno bene persone che trasmettono molto con gli occhi e con la gestualità elementare. Appunto perché rinuncio al dialogo devo trovare qualcuno che esprima al meglio i sentimenti e gli stati d’animo. Per fare questo devo osservare molto l’ambente che mi sta attorno, alle volte riesco a rubare qualche istante di vita quotidiana, per poi inserirlo nel mosaico del mio film. Mi piacciono anche le varianti e gli imprevisti che si possono presentare durante le riprese, sono aperto alle possibilità in questo senso.

Il suo Ulisse , in Nostos, è malinconico, insicuro, preso dai rimorsi… Possiamo definirlo un antieroe?
F.P: È un eroe ma anche un antieroe. In questo caso ho scelto un professionista per interpretarlo; volevo una versione meno eroica ma più vicina alla versione di Omero, un distruttore di città. La componente più umana emerge dal desiderio di ritornare a casa, una rivalutazione degli affetti ed un ritorno ideale all’infanzia (che vediamo nella figura del bambino che rincorre il cerchio) e persino al ritorno al ventre materno. Nella scena della luna che si rispecchia grandissima sul mare, lui sembra in fatti uno spermatozoo che raggiunge l’utero. Avviene quindi un ritorno allo stadio prenatale. È un Ulisse divorato dal rimorso per le stragi che ha fatto. È continuamente tormentato dai ricordi delle luci e dai suoni della battaglia. Anche qui ho utilizzato le grida degli uccelli delle Tremiti detti Diomedee per elevare l’aspetto tragico.

Possiamo dire che il lato più umano di questo Ulisse emerge con l’incontro di Calipso e quindi nella caduta in tentazione?
F.P: Certamente, questo fa parte del processo della vita di un uomo. Non sappiamo se l’uomo nasce per sua natura monogamo o se magari nasce poligamo ma sceglie di vivere e dedicarsi ad una persona. Forse perché a tutti piace ricevere e dare tutto ad una sola persona cosicché ci assicuriamo anche la riproduzione e la costruzione di una famiglia. Allo stesso tempo l’uomo è però anche poligamo, perché la poligamia può arricchire la specie nel processo dell’evoluzione. È poi difficile determinare il limite tra poligamia e monogamia ; arriviamo al punto di chiederci se si può tradire anche col pensiero! Infatti poligamia può significare anche staccarsi per un momento dal partner con il pensiero e volare con la fantasia da un’altra parte, per poi ritornare a casa. Talvolta il tradimento può rafforzare una coppia, in natura ci sono moltissimi modi di amare… Questo per dire che Ulisse racchiude in sé tutte queste caratteristiche umane; estremamente vicine a noi ed estremamente attuali.
(Intervista effettuata da Eleonora Compri, con la supervisione di Giancarlo Beltrame, per la tesi di laurea in Scienze dei Beni culturali Il “De Rerum Natura” di Franco Piavoli, il 13 gennaio 2009 nell’abitazione di Franco Piavoli a Pozzolengo)
http://www.bobocinema.com/2011/02/24/intervista-a-franco-piavoli/


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