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lunes, 30 de abril de 2012

Una spirale di nebbia - Eriprando Visconti (1977)


TÍTULO ORIGINAL Una spirale di nebbia
AÑO 1977
IDIOMA Italiano y Español (En pistas separadas)
SUBTITULOS Italiano (Separados)
DURACIÓN 110 min. 
DIRECTOR Eriprando Visconti
GUIÓN Luciano Lucignani
MÚSICA Ivan Vandor
FOTOGRAFÍA Blasco Giurato
REPARTO Carole Chauvet, Claude Jade, Duilio Del Prete, Marc Porel, Roberto Posse, Stefano Satta Flores
PRODUCTORA ATA Cine TV Produzione / Fiduciare d'etitions de Films (FIDES) /France 3 (FR 3)
GÉNERO Thriller. Drama | Giallo 

SINOPSIS Una joven llamada Valeria, muere misteriosamente paseando por el campo. Todos los indicios indican que su amante es el asesino y en la investigación poco a poco van apareciendo otros personajes involucrados en el asesinato, por lo que el caso empieza a tomar carices insospechados... (FILMAFFINITY)


TRAMA
Fabrizio Sangermano ha sposato Valeria, francesina di Lione malvista dal ricco parentado; ha due figlioletti, Renzo e Cristina; da tempo si è pressochè rinchiuso nella propria villa del pavese e si è dedicato alla prospera fattoria annessa. Un giorno, durante una battuta di caccia, egli uccide la moglie. Il giudice inquirente, Marinoni Renato, per appurare se il colpo di fucile di Fabrizio sia stato incidentale o intenzionale si trova costretto a interrogare parenti, amici e testimoni occasionali. In tal modo, mentre personalmente stringe il proprio legame con la fidanzata-amante Lidia, Renato scopre le abbondanti incrinature esi-stenti non solo nel matrimonio della vittima con Fabrizio, ma anche in quello di Maria Teresa, cugina di Fabrizio, con Marcello di cui ha saputo l'impotenza soltanto la prima notte di nozze; il medico Vittorio, amico del presunto uxoricida, tradisce la moglie con l'infermiera Lavinia; Armida, servetta in casa di Maria Teresa, viene messa incinta dal domestico Alfredo e dichiara di essere in stato interessante per opera del padrone di cui vorrebbe coprire l'impotenza. D'altra parte, anche il giudice, ha nei propri genitori un esempio di matrimonio infelice. Trasmettendo gli atti al tribunale, l'inquirente dichiara la propria incapacità a pronunciare un verdetto: la morte di Valeria può essere tanto accidentale quanto procurata.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=14268&film=UNA-SPIRALE-DI-NEBBIA

Basta un delitto per fare un noir?
Una spirale di nebbia di Eriprando Visconti esce a ridosso della riproposta Cine Kult di La orca e Eodipus orca. In tutti i tre i film si ritrova il gusto decadente, raffinato, vagamente (be’…) perverso del regista. Soprattutto scenari lombardi ammantati di nebbia, di vischiosità della società-bene borghese, dell’irrequietezza di chi vorrebbe ma non trova altre soluzioni. Dei tre preferisco Una spirale di nebbia  tratto dal romanzo di Michele Prisco. Si potrebbe cadere nel’equivoco (e qui voglio arrivare) che si tratti di un classico  ‘nero  italiano’. Ma è sufficiente un delitto, molta atmosfera e un diffuso male di vivere per fare un autentico noir? A mio avviso sicuramente no, non in questo caso. Il film è ben riuscito, intrigante con uno spargimento di nudi frontali a volte un po’ eccessivo e sospettosamente provocatorio. Certo, meglio di tante scempiaggini che oggi ci vengono fatte passare per film d’autore. Ma è una storia sulla crisi del matrimonio, sull’impossibilità di trovare strade alternative. Alla fine chi abbia ucciso la bella e irrequieta moglie francese del giovane industriale tormentato non importa a nessuno. Satta Flores (bravissimo come sempre) indaga, spera di trovare il mistero e cosa trova? ‘La vita di tutti i giorni’, sospira. E intanto deve vedersela con la madre possessiva e la fidanzata(La Giorgi, all’epoca davvero da mangiare… e basta…) indecisa; il povero  Marc Porel sembra aspettare il destino che lo colpì autodistruggendolo. Come dicevo, un film intenso, atmosferico e con diversi spunti d’interesse. Ma, signori, mi spiace non un nero. Quella è un’altra storia…
http://hotmag.me/ilprofessionista/2010/12/26/basta-un-delitto-per-fare-un-noir/

domingo, 29 de abril de 2012

La decima vittima - Elio Petri (1965)


TÍTULO ORIGINAL La decima vittima
AÑO 1965
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados) 
DURACIÓN 92 min. 
DIRECTOR Elio Petri
GUIÓN Tonino Guerra, Elio Petri, Giorgio Salvioni, Ennio Flaiano (Historia: Robert Sheckley)
MÚSICA Piero Piccioni
FOTOGRAFÍA Gianni Di Venanzo
REPARTO Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Elsa Martinelli, Salvo Randone, Massimo Serato, Milo Quesada, Luce Bonifassy, George Wang, Evi Rigano, Walter Williams, Richard Armstrong
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia
GÉNERO Thriller. Ciencia ficción. Acción

SINOPSIS En un mundo futuro, ciertas personas que adoran la violencia practican "La Gran Caza": diez jugadores se matan entre sí alternando los papeles de cazador y presa. Quien sobrevive, gana. (FILMAFFINITY)


Un pequeño clásico de la ciencia-ficción
Tras este título, que a muchos nos trae resonancias de la edad de oro del Pop español, encontramos un filme italiano de los sesenta que adaptaba un relato corto de Robert Sheckley (afamado especialista en CF). Y lo hacía en manos de Elio Petri. Un competente cineasta transalpino, bastante especializado en filmes de temática social y también tramas policiales.
Lo cierto es que algo de eso hay aquí. Pero en realidad, lo que se nos plantea es una trama típicamente futurista, con la "caza del hombre" como deporte institucionalizado y avalado por las autoridades, sin rehuír (como toda historia de CF humanista que se precie) todo un trasfondo de crítica social al papel de los medios de comunicación y de la indiferencia ante el crimen y la violencia.
Por cierto, que el guión de la adaptación lo firma alguien tan fiable como Tonino Guerra, un auténtico peso pesado. Y, por si fuera poco, dos rostros en los papeles protagonistas tan reconocibles y carismáticos, como los de Marcello Mastroianni, Elsa Martinelli y Ursula Andress.
Con todo este buen material de partida, la cosa podía dar mucho de sí. Pero lo cierto es que, vista a día de hoy, "La décima víctima", más que un thriller ultraviolento repleto de dramatismo, casi se nos antoja como un thriller cómico "de época". Obviamente, con "de época" no me refiero al habitual significado que se le otorga al término, esto es, ambientado en siglos remotos, con todo lo que supone de vestimentas, escenarios, etc. Aquí la época son los años 60, del reciente siglo XX.
Unos años 60 que, para bien o para mal (en este caso, para muy mal) lo llenan absolutamente todo. Desde una banda sonora auténticamente desquiciante, por lo omnipresente que se halla a lo largo de toda la película (en ocasiones molestando los propios diálogos de los personajes), pasando por una narración estética y formalmente pasadísima de rosca (casi deja en pañales, en cuanto a su "estridencia", obras como "Arabesco" o "Charada", por citar otro par de filmes netamente "poppies").
Total, que lo que podía ser una obra interesante y que plantease cuestiones que, por otro lado, más tarde retomarían con suerte dispar, otros cineastas y autores (la muerte como espectáculo televisivo, la caza del hombre como deporte...) aquí Elio Petri lo convierte en una suerte de vídeoclip kitsch que ni siquiera tiene la gracia de los Bond más "yeyés".
Ya no es por el hecho de revestir la narración de un tono pseudo-cómico, que al fin y al cabo, es un punto de vista tan válido como cualquier otro. Sino, sobretodo porque a la media hora la película ya ha dejado de interesar, al desvirtuar totalmente el aspecto de fondo, para abordar cuestiones más típicas de las comedietas de enredo tan en boga por aquel entonces.
GEORGE TAYLOR
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/516891.html 
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La Decima Vittima, un film che unisce la fantascienza al poliziesco all’italiana. Ambientazioni pop/optical immerse in un imprecisato futuro, costumi space age. Donne bellissime (Ursula Andress, Elsa Martinelli), un Mastroianni ossigenato. La trama? Giocare all’assassinio di dieci persone, prima che loro uccidano te.
Il sentore del grande fratello orwelliano c’è tutto, con le scene di uccisione in presa diretta, come fosse un reality. Molti criticano il finale, un po’ scadente effettivamente. Io vi consiglio di vederlo, senza spoilerare troppo. Sicuramente vi rimarranno intesta i vocalizzi di Mina della colonna sonora, firmata da Piero Piccioni.
http://www.cosebellemagazine.it/2011/02/24/la-decima-vittima/


...
Nel panorama del cinema italiano del dopoguerra, la figura di Elio Petri occupa una zona oscura, ambigua. Eclissato dall’impeto ideologico che investiva, negli anni Sessanta e Settanta, il controverso fenomeno del “cinema politico”, il cineasta romano è stato attaccato, discusso e infine rimosso, senza, di fatto, essere indagato a fondo, al di là di questa esperienza, anch’essa peraltro sfuggente, incerta. La stagione del cinema politico costituisce un nodo problematico ancora da sciogliere ed implica questioni complesse, quali il rapporto tra arte e politica, tra cinema commerciale. L’etichetta cinema politico, sotto la quale è spesso fatto ricadere semplicisticamente l’opera del regista, ha confini che devono essere descritti con maggiore cura se si vuole discutere sul ruolo di Petri all’interno di questa corrente cinematografica. La definizione porta ad evidenziare i limiti strutturali dell’industria cinematografica italiana, che non è stata capace di elaborare una nozione di genere costante e durevole. Il cinema politico è stato sempre al limite della polemica, criticato per la scelta di privilegiare la materia rispetto alla forma e la sua trasgressione, accusato di essere incapace di contrastare l’eredità ideologica borghese cui il cinema pare indissolubilmente legato. Riportare l’attenzione sull’opera di Petri, è un modo per riuscire a scorgere fra le nebbie del cinema politico un discorso autoriale complesso, spesso deformato dalla visione della scelta di punti di vista parziali, quale quello sul genere. La decima vittima, è certamente un film ritenuto capace di rappresentare i tratti essenziali della sua cinematografia. Si tratta della scelta di un preciso punto di vista, che permette di rintracciare alcune caratteristiche stilistiche, contenutistiche e formali capaci di illuminare retrospettivamente l’arte di Petri. Ripensando le difficoltà produttive, il faticoso e problematico rapporto con Ponti, i modi della trasposizione dal soggetto originale, Seventh Victim, di Robert Sheckley, possiamo rilevare i motivi di appartenenza del film al cinema di genere, in particolare alla science-fiction, e quelli di trasgressione dei codici, tramite il ricorso a procedimenti di straniamento, attraverso stasi ed elementi che chiamano in causa direttamente il presente. Procedendo con l’analisi della costruzione figurativa del film verso la scoperta dello stile dell’autore e ci troveremo di fronte al procedimento di mascheramento adottato da Petri. Fondamentale importanza rivestono in La decima vittima i riferimenti pittorici, figurativi e iconografici, evidenti nella costruzione degli spazi secondo precise geometrie pop e fumettistiche. La presenza della pop art come referente figurativo principale, corrente in cui è presente contemporaneamente la critica alla società di massa e la sua esaltazione - merita citare almeno Joe Tilson, Roy Lichtenstein, Andy Warhol - viene in Petri a convergere con una riflessione più generale circa la fotografia, il ruolo dell’immagine e del guardare inteso come atto del conoscere. Il processo di svelamento conduce ai bersagli su cui è diretto il cinema di Petri: quello politico, con il rovesciamento di alcuni stereotipi italiani; quello cinematografico, attraverso una satira rivolta sia verso il cinema inteso come ‘fabbrica dei sogni’, sia contro le opere precedenti del regista; quello del cinema dei generi. Il film si mostra l’opposto di ciò che sembra, o sembrava, essere, e da apologia dell’ideologia borghese si configura critica feroce della società dei consumi.
http://www.dentrosalerno.it/web/2009/05/19/salerno-la-decima-vittima-al-convento/

sábado, 28 de abril de 2012

E venne un uomo - Ermanno Olmi (1965)


TÍTULO ORIGINAL E venne un uomo
AÑO 1965
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 90 min. 
DIRECTOR Ermanno Olmi
ARGUMENTO Inspirada en "IL GIORNALE DELL'ANIMA" de Angelo Roncalli (Papa Juan XXIII)
GUIÓN Ermanno Olmi, Vincenzo Labella 
MÚSICA Franco Potenza
FOTOGRAFÍA Piero Portalupi
REPARTO Rod Steiger, Adolfo Celi, Giorgo Fortunato, Ottone Candiani, Alfonso Orlando, Alberto Rossi, Giovanni Rossi, Fabrisio Rossi
PRODUCTORA Coproducción Italia-Reino Unido; Franco London Films / Harry Saltzman Productions / Majestic Film / Sol Produzione
GÉNERO Drama | Biográfico. Religión
 
SINOPSIS Trabajo centrado en la figura del Papa Juan XXIII, el “Papa bueno”, donde se mezcla ficción y materiales de archivo, la evocación del pasado y la reflexión. (FILMAFFINITY)


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 Ya en los años sesenta Olmi lleva a cabo un destacado intento de regresar al documental con E venne un uomo (1965), una superproducción con reparto de caché basada en la vida del Juan XXIII. Olmi descubre así a una interesante fórmula narrativa que sintetiza en una única persona a narrador y protagonista, de tal modo que la imagen del actor rompe por completo con la de la figura histórica, el intento de eludir la representación es bueno aunque el resultado pese a albergar pasajes ciertamente sublimes aqueja falta de ritmo y tal vez también más dosis de la alegría que rodeaba al conocido como “Papa de la bondad”.
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http://www.blogsandocs.com/?p=41
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Ni documental ni ficción, cine de la verdad
«En el cine, si quiero mostrar un árbol, busco el árbol real. Si quiero mostrar un coche, o una casa o una calle, salgo con mi cámara y no paro hasta encontrarlos. Y si necesito a un chatarrero que se gana la vida buscando restos de metal de la Guerra Mundial en los montes... busco a alguien que hace ese trabajo». Esa búsqueda le ha llevado por los caminos que van desde el más puro documental a las reconstrucciones históricas, como Alcide de Gasperi (1974), hecha para televisión, para esta televisión didáctica por la que tanto luchó Rossellini; desde la búsqueda espiritual huyendo de la banalidad y de los grandes hechos al retratar a un personaje histórico, caso de Juan XXIII en E venne un uomo (1965), hasta las denominadas películas de ficción, como El árbol de los zuecos, que retrata con minuciosidad el comportamiento y la espiritualidad de los campesinos de Bérgamo a finales del siglo XIX, pero está protagonizada por campesinos y gentes de la campiña bergamasca y hablada originariamente en bergamasco; y, yendo siempre un paso más allá en su búsqueda de no encorsetarse dentro de unos parámetros, desde el ensayo en el retrato que realiza de los Reyes Magos en Camminacammina (1983), hasta el definido como documental hiperrealista en Il segreto del bosco vecchio (1993), donde los animales toman la palabra, tal como había sucedido en Pajaricos y pajarracos (Uccellacci e uccellini, 1966) de Pasolini, con el cual había colaborado en los inicios de ambas carreras. No es «cinema vérité, sino cine de la verdad», lo que busca Olmi.
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Rafael Arias Carrión
http://www.pensamientocritico.org/rafari0608.html


TRAMA 
Sulla traccia delle note personali lasciate nel "Giornale dell'anima" da Papa Giovanni XXIII e riproposte allo spettatore da un personaggio che funge da mediatore, il film presenta ambienti ed episodi di particolare significato della vita del Sommo Pontefice: il Parroco di Sotto il Monte, la madre, il padre, l'ambiente familiare e quello paesano; l'entrata in Seminario, l'ordinazione sacerdotale, il periodo passato a Bergamo come segretario dell'allora Vescovo Mons. Radini-Tedeschi. Quindi i dieci anni vissuti in Bulgaria come visitatore apostolico, gli anni passati in Turchia e Grecia come delegato apostolico, la nunziatura a Parigi, il patriarcato a Venezia, ed, infine, l'elezione al Pontificato.

CRITICA
"(...) Il risultato è, più che deludente, ambiguo e difficilmente catalogabile; e il film rimane a mezza strada tra una serie di appunti per un film da farsi e un compiuto spettacolo cinematografico. (...) Un film sbagliato quindi, anche se ricco di intuizioni e di sincera adesione al tema trattato". (G. Rondolino, "Catalogo Bolaffi del Cinema Italiano 1956/1965").

NOTE
TIMONE D'ORO AL XXVI FESTIVAL DI VENEZIA (1965).ROD STEIGER E' DOPPIATO DA ROMOLO VALLI.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=6818&film=...E-venne-un-uomo

viernes, 27 de abril de 2012

EXTRA: Teatro > La grande trasformazione - Beppe Grillo (2001)


TITULO ORIGINAL La grande trasformazione
AÑO 2001
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
AUTOR Beppe Grillo
PRODUCTOR Michela Barbiero
MONTAJE Fabrizio Lupano


Biografia di Beppe Grillo

Beppe Grillo, il più popolare comico italiano, nasce a Genova nel 1948. Scopre il proprio talento nei locali della sua citta', ma il vero successo lo trova a Milano quando si esibisce in un provino di fronte ad una commissione RAI (presente anche Pippo Baudo) improvvisando un monologo. Da questa esperienza scaturiscono le sue prime partecipazioni a trasmissioni televisive (Secondo Voi 1977-78 e Luna Park 1979) imponendosi subito con i suoi monologhi di satira di costume e rompendo, con l'improvvisazione, quelli che erano gli schemi "professionali" della televisione.
Nel 1979 partecipa alla prima serie di una fortunata trasmissione che sara' poi ripresa negli anni a seguire: Fantastico.
E' la volta poi di "Te la do' io l'America" (1981) e "Te lo do' io il Brasile" (1984) con la regia di Enzo Trapani, dove Grillo porta le telecamere fuori dagli studi televisivi: una sorta di diario di viaggio di un italiano che coglie con ironia gli aspetti più divertenti degli usi e costumi di questi paesi.
Appare in seguito nelle più importanti trasmissioni nazionali (Fantastico, Domenica In, Festival di Sanremo), concentrando in pochi minuti le sue performance e raggiungendo altissimi indici di ascolto; il suo ultimo monologo al Festival di Sanremo raggiunse i 22 milioni di telespettatori.
Il suo modo di fare spettacolo si fa sempre più graffiante e corrosivo, dalla satira di costume passa ad affrontare temi più scottanti di carattere sociale e politico, facendo rabbrividire i vari dirigenti della televisione che nonostante il "rischio" continuano ad invitarlo nelle loro trasmissioni.
Nel 1986 realizza degli spots per una famosa marca di yogurt, sconvolgendo i canoni classici della pubblicita' e vincendo i premi più prestigiosi del settore (Leone d'oro di Cannes, premio A.N.I.P.A., Art Director's club, Spot Italia Pubblicita' e successo, Telegatto).
Oltre agli impegni televisivi e agli innumerevoli spettacoli dal vivo, dove esprime al massimo le sue doti di grande comunicatore, si dedica anche al cinema, realizzando con successo i seguenti film: "Cercasi Gesù" (1982) diretto da Luigi Comencini (vince il David di Donatello), "Scemo di Guerra" (1985) con la regia di Dino Risi ( partecipa al Festival di Cannes) e "Topo Galileo" (1988) con la regia di Laudadio (rappresenta l'Italia al Festival di Rio de Janero) con sceneggiatura e soggetto scritti a quattro mani con lo scrittore Stefano Benni.
Dopo aver vinto ben sei Telegatti, nel 1990 Beppe Grillo "fugge" dalla televisione e cerca scampo in teatro, lasciandosi alle spalle varieta', telegiornali, telequiz, aste e dibattiti. Lo spettacolo portato in scena è "Buone Notizie", un vero evento in teatro sia come critica che come presenze di spettatori.
Nel novembre del 1991, a tre anni dall'ultima apparizione televisiva di Beppe Grillo, l'Abacus pubblica un sondaggio sulla popolarita' dei personaggi dello spettacolo: Grillo risulta il comico più popolare in assoluto nonostante la sua assenza dalle reti televisive nazionali e private.
Nel 1992 ritorna sul palcoscenico con un Recital i cui contenuti mostrano una nuova evoluzione, si spostano gli obbiettivi della sua satira, ad essere presa di mira non è più la politica, ma l’economia consumista, la propaganda commerciale e i comportamenti irresponsabili verso la persone, la salute e l’ambiente. Nasce una nuova satira: quella economico-ecologica.
Nel 1994 Beppe Grillo torna in televisione con due recital dal teatro delle Vittorie che hanno come temi principali la critica dell’economia, della propaganda commerciale e delle speculazioni telefoniche con il numero 144. Batte ogni record d’ascolto per un programma di varieta', le due puntate sono seguite da 15 milioni di telespettatori a sera.
Scrive alcuni articoli per i quotidiani, tra i quali uno sull’economia (la “Grillonomics”) sul Corriere della sera, a cui risponde il Nobel Modigliani e uno sulla prevenzione delle malattie su Repubblica, a cui risponde Umberto Veronesi.
1995-96 - Il tour del 1995 “ENERGIA E INFORMAZIONE” tocca oltre 60 città italiane raccogliendo nei palasport più di 400.000 spettatori. Lo spettacolo critica la concentrazione di potere nei settori dell’informazione e dell’energia. Tra le alternative proposte: microgenerazione elettrica popolare come a Schönau ( http://www.ews-schoenau.de/), efficienza energetica ed energie rinnovabili. Insieme a Grillo sul palco per tutta il tour è il pioniere svizzero dell’energia solare Markus Friedli con il suo furgone a idrogeno. Grillo inala i fumenti di vapor d’acqua, spalmando di balsamo all’eucalipto il tubo di scappamento. Trascinati da Grillo sul palco, diversi sindaci, tra cui quello di Milano, sono costretti alle inalazioni benefiche.
“ENERGIA E INFORMAZIONE” viene registrato a Bellinzona e trasmesso dalla TSI in Canton Ticino e dalla WDR in Germania. La RAI annulla all’ultimo giorno la messa in onda già programmata per il 10 Gennaio 1996.
Il 15 gennaio 1995 la WDR di Colonia trasmette il ritratto di Beppe Grillo "KOMIK KONTRA KONSUM" di Bernd Pfletschinger. Il documentario è inedito in Italia.
1997 - In tour con lo spettacolo "CERVELLO". Partecipa con un breve spettacolo alla festa di inaugurazione della EWS (Elektrizitätswerken Schönau), l’impresa nata dalla privatizzazione popolare della rete elettrica di Schönau, nelle foresta nera. Gli obiettivi delle EWS ( http://www.ews-schoenau.de/) sono l’abbandono dell’energia nucleare, l’efficienza energetica, la cogenerazione, le energie rinnovabili, la microgenerazione diffusa.
1998 - In tour con lo spettacolo " APOCALISSE MORBIDA" e dopo cinque anni di assenza dai teleschermi italiani prende avvio la sua collaborazione con Telepiù che inizia a mandare in onda in chiaro i suoi spettacoli e il primo “DISCORSO ALL’UMANITA’”, trasmesso da Telepiù la notte di Capodanno.
Realizza per la TSI, Televisione della Svizzera Italiana, il documentario “UN GRILLO PER LA TESTA – Lo zaino ecologico e il punto di non ritorno”, vincitore del "Premio Gran Paradiso" al Canavese International Ecofilm Festival. Il documentario alterna gli interventi comici di Beppe Grillo con interviste ad esperti qualificati che descrivono il concetto di „zaino ecologico“ e di “sviluppo sostenibile”. Il documentario non è ancora stato trasmesso in Italia ed è stato pubblicato in VHS dalla EMI, Editrice Missionaria Italiana ( http://www.emi.it/).
1999 - secondo "DISCORSO ALL'UMANITA'" trasmesso da Telepiù la notte di Capodanno. Realizza per la TSI Televisione della Svizzera Italiana il documentario “UN FUTURO SOSTENIBILE – Con meno, di più e meglio, una speranza per il nuovo millennio”, vincitore del premio ENEA 1999 "Sviluppo sostenibile“. Il documentario si basa sullo studio „Futuro sostenibile“ del Wuppertal Institut e illustra numerosi esempi di riforma ecologica dell’economia e del modo di vivere. Il documentario non è ancora stato trasmesso in Italia ed è stato pubblicato in VHS dalla EMI, Editrice Missionaria Italiana ( http://www.emi.it/).
2000 - In tour con lo spettacolo "TIME OUT" e su Telepiù a Capodanno viene trasmesso il terzo "DISCORSO ALL'UMANITA'".
2001 - In tour con lo spettacolo "LA GRANDE TRASFORMAZIONE" e su Telepiù a Capodanno viene trasmesso il quarto "DISCORSO ALL'UMANITA'"
2002-2003 - In tour con lo spettacolo "VA TUTTO BENE"
2003-2004 - In tour con lo spettacolo "BLACK-OUT - FACCIAMO LUCE". Partendo dall’episodio del black-out nazionale del 28 settembre, illustra il declino dell’Italia con episodi della vita quotidiana e con 20 indicatori sociali ed economici ( http://www.internazionale.it/pagine/barattolo/Grillo_tabella.pdf).
Inizia una collaborazione regolare con la rivista “Internazionale” di cui diventa una delle firme ( http://www.internazionale.it/firme/), proponendo testi tratti dai suoi spettacoli.
2005 - Il 26 gennaio parte il nuovo tour "BeppeGrillo.it" che girerà per tutta l'Italia per oltre 60 date, solo in Palasport.
http://www.beppegrillo.it/biografia.php


Razza selvaggia - Pasquale Squitieri (1980)


TITULO ORIGINAL Razza selvaggia
AÑO 1980
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 99 min.
DIRECCION Pasquale Squitieri
GUION Pasquale Squitieri, Ennio De Concini
REPARTO Angelo Infanti, Saverio Marconi, Stefano Madia, Simona Mariani, Imma Pirro, Enzo Cannavale, Cristina Donadio, Victoria Zinny
FOTOGRAFIA Giulio Albonico
MONTAJE Mauro Bonanni
MUSICA Tullio De Piscopo
PRODUCCION Luigi Borghese para ALEX
GENERO Drama / Social

SINOPSIS Un emigrato campano (S. Marconi) a Torino passa una notte brava e scopre la tragica realtà del degrado urbano. Se al cinema _ come nell'arte in generale _ le buone intenzioni bastassero, il napoletano P. Squitieri (1938) avrebbe un posto garantito nel paradiso dei registi. (Il Morandini)

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TRAMA
Nato a Minori, Mario Gargiulo vive nei pressi di Torino con la sorella Michelina e la figlia di questa. Insoddisfatto del lavoro in fabbrica, Mario accetta l'invito del compaesano Umberto che vive una vita diametralmente opposta. Sposato con l'appariscente Anna, dirige un locale notturno. Alla fine di una notte brava Umberto rivela la sua natura di 'drogato'. Ma quando tutti fuggono, Mario decide di restare accanto all'amico.

CRITICA
Ma chissà cosa vuole dimostrare Squitieri con un film come questo: forse che essere meridionali è una maledizione senza via d'uscita? Se così fosse, per quanto meridionale il regista sarebbe un "razzista selvaggio". Non è un film come questo che si può capire meglio la società in cui viviamo. (Francesco Mininni, Magazine italiano tv) Tutto sommato e nonostante la buona volontà, Squitieri dà l'impressione di avere inventato la fantasociologia. La confusione tematica e l'esasperazione dei drammi è inoltre inficiata dalla introduzione di inutile scabrosità. (Segnalazioni cinematografiche)

Triste vicenda di emigrati meridionali nella grigia Torino delle fabbriche e dell'insoddisfazione. La razza selvaggia è quella che spera quotidianamente di tornare a casa, con il gruzzolo sufficiente per tornare a campare dignitosamente "al paese". Ma il nord con tutte le sue contraddizioni e i suoi pericoli porta solo droga, violenza e prostituzione. Mario (S.Marconi) con sorella e nipotina a carico lascia il suo lavoro in fabbrica, stende un velo di omertà su un tentativo di intimidazione da parte di alcuni suoi colleghi e va a trovare l'amico Umberto (S.Madia) che assapora invece la vita agiata dei night club e dei soldi facili. Il suo amico andrà incontro ad una tragica fine: quel benessere illusorio nasconde una più concreta dipendenza dal vizio e dalla droga.
Film di difficile interpretazione, irrisolto e condizionato da alcune ambiguità che non definiscono al meglio le intenzioni dell'autore, "Razza selvaggia" è una parentesi sospesa nella carriera cinematografica di Pasquale Squitieri. E' un film che affronta la questione dell'emigrazione con i toni accesi del poliziesco, mediato dall'impegno civile. Una via di mezzo alla Damiani per conferire un tocco di spettacolarità ad una trama dove, una volta chiariti i punti principali, non accade nulla di rilevante. Interpretato da un cast di ottimi attori partenopei ha in Saverio Marconi un protagonista convincente e in Enzo Cannavale, Angelo Infanti e Simona Mariani alcuni professionali ma poco sviluppati ruoli di contorno. Ambientazione suggestiva, sceneggiatura carente, colpi alla batteria di Tullio De Piscopo. Presentato l'anno successivo al festival di Mosca.
http://www.criticon.it/scheda_film.php?idSF=188

jueves, 26 de abril de 2012

Ruba al prossimo tuo - Francesco Maselli (1968)


TÍTULO ORIGINAL Ruba al prossimo tuo
AÑO 1968
IDIOMA Dual (Español e Italiano en pistas separadas)
SUBTITULOS Español (Separados)
DIRECTOR Francesco Maselli
GUIÓN Larry Gelbart, Virgil C. Leone, Francesco Maselli, Luisa Montagnana
MÚSICA Ennio Morricone
FOTOGRAFÍA Alfio Contini
REPARTO Rock Hudson, Claudia Cardinale, Leon Askin, Walter Giller, Ellen Corby, Guido Alberti
PRODUCTORA Cinema Center Films / Vides Cinematografica
GÉNERO Comedia. Aventuras | Crimen

SINOPSIS Esmeralda, hija de un empleado civil de la policía italiana y descendiente de una familia de policías; Va a New York para encontrar a un oficial del policía, amigo de su padre. Cuando lo encuentra y después de una charla le revela, que ha estado robando joyas a una familia famosa y rica y que desea restituirlas a su lugar antes que las echen en falta. (FILMAFFINITY)

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Trama
Esmeralda, figlia di un funzionario di polizia italiano e discendente da una famiglia di poliziotti; giunge a New York per rintracciare un ufficiale di polizia americano amico di suo padre. Trovatolo, dopo alcune schermaglie gli rivela lo scopo della sua visita: avendo rubato dei gioielli ad una famosa e ricca famiglia desidera rimetterli al loro posto prima che se ne accorgano. Valutate le diverse soluzioni, i due decidono di andare direttamente nella residenza invernale dei derubati, in Austria, per studiare il modo di entrarvi e fare il colpo... alla rovescia. Ma i tesori del castello sono difesi da sistemi impossibili da superare; solo una temperatura di oltre 90º gradi può annullarli. Essi, con molta fatica, riescono nell'intento, ma mentre Albert mette a posto i gioielli, Esmeralda ne ruba altri in altra cassaforte. Con la stessa scusa di riportare questi gioielli a Roma, essa lo trascina nella città, dove diventano amanti. Ma Albert si accorge di essere stato giocato e, dopo un litigio, Esmeralda fugge al suo paese. Qui giunge anche lui che riesce a liberarla dalle mani dello zio poliziotto e ambedue fuggono con il tesoro nel Libano.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=8779&film=RUBA-AL-PROSSIMO-TUO


Esmeralda arriva a New York in cerca del capitano di Polizia Harmon, in passato collega di suo padre in Sicilia. Ciò che l'ha spinta a quel viaggio è la volontà di restituire dei gioielli rubati senza che il furto venga scoperto. Progettando il piano i due impareranno a conoscersi e le loro vite subiranno un profondo cambiamento...

Quando un Maestro del cinema impegnato (politico, sociale, psicologico) entra in crisi politica, per i modelli di socialismo a cui i comunisti si ispiravano ancora alla fine degli anni '60, può anche darsi che tenti la commedia.
Karel Reisz e Francesco Maselli, nell'estate del 1964, decidono di fare film di sinistra in chiave allegra e di commedia. Fai in fretta ad uccidermi... ho freddo (1967) e Ruba al prossimo tuo sono il frutto di questi tentativi. Pellicole poco amate dal Maestro e sicuramente lontane da larga parte della sua produzione.
La commedia sofisticata statunitense degli anni '30 e '40 fa da base per il film girato in soli 14  giorni negli USA (l'FBI non dava vita facile agli iscritti del PCI). Le condizioni climatiche particolari (un inverno particolarmente freddo) aiutarono a creare un'atmosfera poco comune per le scene girate negli States.
Una produzione dai costi impegnativi porta ad un risultato poco convincente ma comunque facilmente interpretabile come coraggioso tentativo di sperimentare generi non propri.
Non un brutto film comunque, anche data l'ottima fotografia di Alfio Contini e una non brillante ma piacevole musica di Ennio Morricone. Con lo sceneggiatore di Casablanca (Julius J. Epstein) a sorvegliare il comunista Maselli (per conto della Columbia) e il finale trasgressivo (censurato negli USA) la valenza politica non è del tutto assente ma poco approfondita, come l'accenno al sindacalismo delle forze armate presente in apertura, o come l'anarchico dinamitardo che appare in ordine sparso.
Per il resto domina lo schematismo della commedia, con cui il regista riesce a scompaginare  i personaggi del puritano poliziotto e della passionale italiana, arrivando a invertirne gli stili di vita. Come nel precedente Fai in fretta ad uccidermi il protagonista è il ladro come simbolo di libertà, estraneo dal conformismo e capace di non sottostare ai dettami della società.
A funzionare più di tutto è la figura di Rock Hudson, convincente al fianco di una meravigliosa Claudia Cardinale, tra le poche attrici che non ha bisogno di saper recitare per riuscire a convincere sullo schermo.
Non è un'operazione commerciale ma facilmente può essere fraintesa. È un momento di sperimentazione, probabilmente troppo lontano dal vissuto artistico di Maselli.
Comunque una piacevole commedia con cui distrarsi.
Dmitrij Palagi
http://www.storiadeifilm.it/Ruba_Al_Prossimo_Tuo_di_Francesco_Maselli_(Cinema_Center_Films,_Vides_Cinematografica,_1969).p0-r480

miércoles, 25 de abril de 2012

Malèna - Giuseppe Tornatore (2000)


TÍTULO ORIGINAL Malèna
AÑO 2000
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 100 min.
DIRECTOR Giuseppe Tornatore
GUIÓN Giuseppe Tornatore (Historia: Luciano Vincenzoni)
MÚSICA Ennio Morricone
FOTOGRAFÍA Lajos Koltai
REPARTO Monica Bellucci, Giusseppe Sulfaro, Luciano Federico, Matilde Piana, Pietro Notarianni, Gaetano Aronica, Gilberto Idonea, Angelo Pellegrino, Gabriella Di Luzio
PRODUCTORA Miramax Films / Medusa Film
PREMIOS
2000: 2 nominaciones al Oscar: Mejor fotografía, banda sonora original
2000: 2 nominaciones al Globo de Oro: Mejor película de habla no inglesa, bso
2000: Nominada Premios BAFTA: Mejor película de habla no inglesa
2000: Premios David di Donatello: Mejor fotografía. 4 nominaciones
2001: Festival de Berlín: Sección oficial de largometrajes
GÉNERO Drama. Comedia. Romance

SINOPSIS Malena es la belleza más encantadora e irresistible de Castelcuto, un tranquilo pueblo de la soleada costa siciliana. Es nueva en el pueblo y, estando su marido en la guerra, cada paseo que da se convierte en un espectáculo que va acompañado de las lujuriosas miradas de los hombres y de los resentidos cotilleos de sus envidiosas esposas. Un ejército de flacos adolescentes en bicicleta la sigue allí donde vaya, con la única intención de observar su exquisita y arquetípica belleza. Pero entre ellos se encuentra Renato, un chico de trece años con mucha imaginación que lleva su deseo a unos límites de obsesiva fantasía. (FILMAFFINITY)





CRÍTICAS
Mussolini mete a Italia en la II Guerra Mundial, pero las hormonas de un joven adolescente italiano batallan su propia guerra. La culpable: una atractiva mujer que provoca su despertar sexual, pero también los murmullos y envidias de todo el pueblo. Flojo y sobrevalorado drama dirigido por Tornatore, falto de fuerza, pobre en su erotismo, y sobrado de tópicos sobre el cotilleo e intolerancia de las masas. Dichos los aspectos negativos, comentar que su banda sonora y su fotografía estuvieron nominadas a los Oscar... y que sale Mónica, insultantemente bella, que aquí consolida parte del merecido prestigio de belleza italiana que ha logrado convertirla en "la Bellucci". (Pablo Kurt: FILMAFFINITY)
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Hoy, sentado en un restaurante, observé entrar al mismo a una hermosa mujer. Venía acompañada de su pareja; ambos recorrieron prácticamente todo el lugar en busca de la mesa asignada y no pude evitar seguirla con la mirada pues su presencia era en verdad magnética. En un descuido que tuve, volteé a ver a los demás comensales y puedo asegurarles que la gran mayoría la estaba observando…
Digamos que este es uno de los principios básicos de la película de Tornatore. Malena de alguna forma está realizada para el lucimiento de su actriz protagónica, Mónica Bellucci, quien al pasearse por la plaza principal del pueblo de Castelcuto en Sicilia, despierta envidia de mujeres y el deseo de hombres. Toda la historia es seguida y narrada a los espectadores, por un niño de 13 años: Renato Amoroso, quien experimentará –al conocer a Malena-, un proceso de madurez y terminará enamorándose platónicamente de la mujer de la que todos hablan.
El director italiano Giussepe Tornatore partió de la adaptación de un cuento corto escrito por el guionista Luciano Vincenzoni. Vincenzoni (quién escribiera algunos guiones para Sergio Leone) concibió esta historia en base a sus recuerdos de una mujer que altera (con su presencia y estilo de vida) totalmente a un pueblo italiano durante la Segunda Guerra Mundial.
¿Por qué revisitar Malena? A manera de preámbulo les cuento que derivado de comentarios intercambiados hace ya algunos meses con Francisco Peña, le sostuve que Malena no terminaba de gustarme (ver crítica de Malena, por Francisco Peña). No era una cinta que yo recordara especialmente o que incluso, tuviese el deseo de tenerla dentro de mi colección. En esas conversaciones, le comentaba a Paco que no sabía exactamente qué era lo que no me gustaba de la cinta. En una respuesta posterior, mi interlocutor me hizo un comentario que me produjo el efecto inverso por el que supongo Peña me lo había efectuado, diciéndome algo parecido a “bueno…no todo el mundo va por la vida justificando porqué le gusta ó no, algo…” Fue entonces cuando tuve la necesidad de indagar el porqué de mi (aparentemente) injustificada percepción de la película.
Volví a verla dos veces más a partir del intercambio de ideas con Paco Peña. La primera de ellas, como un simple espectador que sólo sigue el desarrollo de la cinta, con la inocencia e intención de creer lo que se observa en la pantalla. Pero en la segunda vista puse especial atención a los aspectos técnicos y de realización de la misma, digamos que, con cierto sentido crítico.
Como tal, el resultado que encontré fue interesante: Malena, como simple espectador, es una ‘buena película’ (así, como se dice comúnmente cuando salimos del cine), Mónica Bellucci es impresionantemente bella (con cabello negro o rojizo), la trama es a ratos divertida y en otros angustiante, pero no es una cinta que sienta el deseo de volver a ver una y otra vez, como me ocurre con muchas otras.
Como espectador, me gustó la música de Ennio Morricone, me agradó bastante la actuación del adolescente que hizo de Renato Amoroso (Giuseppe Sulfaro), me disgustó sobremanera el episodio del casi linchamiento de Malena por las mujeres del pueblo (lo sufrí, en pocas palabras), me cayeron mal los familiares de Renato y no soporté tanto recreamiento de las fantasías de Renato con Malena, disfruté los paisajes y tomas panorámicas del pueblo de Castelcuto y me molestó la nula cercanía de Renato con Malena durante toda la cinta.

Pero con ojo crítico fue otro el resultado:
Malena muestra a un director que conoce su trabajo. Tornatore se nota experimentado, y hoy por hoy es considerado el mejor y más famoso director italiano de la actualidad y esa fama no es gratuita. Desde el primer momento en el que aparece Malena caminando al inicio de la cinta, se percibe a un director maduro que sabe cómo plantar a sus personajes y la manera de acercarlos al espectador.
Malena camina al compás de la bella música de Ennio Morricone, mientras es observada por los jovencitos sentados a un lado del camino, entre los cuáles se encuentra Renato. El desplazamiento de cámara es elegante, preciso…y de alguna forma se convierte en cómplice de Mónica Bellucci, pues es fiel a su belleza, magnificándola, casi adorándola... durante toda la película. Malena camina cabizbaja, con la mirada al suelo, casi sin percatarse de que está siendo minuciosamente observada por los lugareños.
Bajo este perfil, Mónica Bellucci desarrolla un trabajo que por ser sutil no es valorado en su justa dimensión. Prácticamente sin diálogos que impliquen un arriesgado trabajo actoral por parte de la actriz, Bellucci se convierte en una especie de traductor corporal, pues es con su cuerpo, actitudes físicas o gestos como finalmente nos descubre la personalidad de la Malena de Tornatore: enigmática, sensual, con un dejo de tristeza y una soledad que la acompaña.
Pocas veces he presenciado cintas en las que un prestigiado director no resiste la tentación de ‘apapachar’ a su bella protagonista llenándola de close ups o de acercamientos continuos de cámara en aras de hacer evidente ese rasgo de su personalidad: la belleza. Lo vi por ejemplo en El marido de la peluquera cuando Patrice Leconte se da vuelo mostrando la sensual belleza de la actriz Anna Galiena. Pero en Malena está justificado el tratamiento visual del personaje y es que sabemos de antemano qué derivado de la belleza física de esta mujer, se provocan una serie de sucesos no muy gratos en Castelcuto. “Su pecado es ser bella” dice el abogado que la defiende en un injustificado juicio y Tornatore se encarga de hacérnoslo ver en cada secuencia en la que aparece la Bellucci.
¿Es por ello que se percibe superficial el tratamiento del personaje de Malena dentro de la cinta? Es muy posible. Y no solamente Malena sale perjudicada, sino la gran mayoría de los personajes de la cinta: Los familiares de Renato por ejemplo, son caricaturizados hasta conseguir hacerlos casi insoportables al espectador, pero en el entendido de que esto se logra básicamente por la sobreactuación de los mismos y por la gratuidad de las situaciones que ellos escenifican, percibiéndose esto también en los pretendientes de Malena, aquellos que sólo buscan hacerla suya.
Observando la cinta, se pueden también percibir dos miradas a la historia. No me atrevo a asegurar que así haya sido planeado por el director porque sería muy aventurado de mi parte, así que sólo me limitaré a subrayarlo y me refiero al tratamiento inicial y el giro que se maneja en la óptica planteada prácticamente a la mitad de la cinta…y es notorio con Renato.
Renato inicia la cinta con el diálogo en off que aparece al principio de este texto. Es una forma de compenetrar al espectador y hacerlo partícipe de la historia que está narrando, algo similar a que un conocido venga y nos cuente algo que le haya ocurrido. Este tratamiento lo practicó Tornatore exitosamente en la aclamada Cinema Paradiso.
Bajo este esquema es que nos enteramos de la devoción que el jovencito le profesa a Malena, sus fantasías sexuales (repito: creo que son excesivas y redundantes esas escenificaciones con parejas clásicas de la cinematografía, aunque se entiende que Tornatore decidió hacer un minihomenaje al cine dentro del cine, otra vez –en lo personal, me coartan la visión de la cinta y me distancian-), las cartas que le redacta, sus peticiones al santo del pueblo, etc. Pero a la mitad de la cinta es muy marcado el distanciamiento que como espectadores percibimos en Renato, pues Tornatore ahora se limita a mostrarnos la realidad social de Malena (quién se encuentra sin conseguir trabajo para finalmente terminar prostituyéndose) quedando la mirada cómplice de Renato relegada a un segundo plano, es decir, el recurso narrativo original queda disminuido (casi olvidado) en importancia o es sustituido por uno más plano ó inesperado.
¿Qué ocurre con este tratamiento en los espectadores? Un distanciamiento que provoca que la cinta se perciba en cierto momento lo suficientemente fría como para desmotivar el interés inicial de verla.
Y para muestra, el momento del cuasi linchamiento de Malena por las mujeres del pueblo.
Pienso que (repito, con ojo crítico) hay revisar la duración de ciertas secuencias. Es arriesgado manejar un planteamiento del personaje principal (la mujer sola y bella, que no cruza palabra con nadie, que cuida a su anciano padre y que le es fiel al esposo en batalla) y después sentir la saña –prolongada- del director mostrando a su personaje principal (me refiero a Malena) siendo destruído; esto no implica de ninguna manera que yo piense que el evento no podría ocurrir -aclaro-, pero considero que hay formas de mostrar ciertas situaciones sin arriesgar la intensidad dramática y más aún, sin arriesgarse a alejar al espectador de lo que le estamos contando por ese cambio de tono tan marcado en la narración de la historia.
Y es que es indiscutible que esta es una de las secuencias mejor logradas del film: desgarradora y con un gran simbolismo por la forma en la que fue desarrollada; nos muestra posiblemente el mejor momento actoral de Mónica Bellucci y un trabajo de dirección y edición impecable, pero esa perfección repito, no encuadra con la tónica inicial o planteamiento original de la cinta. Al final, sólo pude lanzar la pregunta: ¿es válido buscar el distanciamiento film-espectador? Me arriesgo a pensar que en el caso de Malena, es un error involuntario de guión, más que de otra cosa.

De los aspectos técnicos o de realización:
La música. Es innegable que Morricone compuso una de sus bandas sonoras que mejor permanecen en la memoria aunque siento que al musicalizador (que no el músico) se le fue ligeramente la mano a la hora de acompañar las imágenes pues utilizan un mismo corte con muy ligeras variaciones en gran parte de la película, por lo que ese aspecto se siente a ratos monótono, salvo dos o tres momentos de la cinta con composiciones de Morricone a la altura de sus mejores trabajos (el del arranque cuando nos presentan a Malena, es exquisito -ver video arriba-), aún así es innegable reconocer que la música ayuda muchísimo a crear esa atmósfera del pasado nostálgico alrededor de Malena y Renato.
¿Qué decir de la fotografía de Lajos Koltai (La leyenda de 1900 y Cuando un hombre ama a una mujer)? Tonalidades naranja delinean las imágenes de Malena Scordia y el pueblo de Castelcuto, con lo que la película se convierte en un gran recuerdo vívido y de sueño a la vez. El estilo y diseño visual es espléndido (ojo –por ejemplo- a los cambios de color en vestuario de la protagonista, así como la recreación de la Sicilia de los años 40, es magnífica) y se convierte en uno de los puntos altos de la cinta.
Como realizador, Giussepe Tornatore puede sentirse orgulloso de su película (el guión es otro boleto), su trabajo ‘artesanal’ es sobresaliente y como lo mencionamos en un principio, se percibe una madurez excepcional que ya se vislumbraba desde Cinema Paradiso y que en Malena se confirma.
Este texto, más allá de cualquier polémica, sólo tiene como fin el buscar dentro de MI percepción, las causas del porque no terminaba de gustarme del todo la cinta; concluyo que aún dentro de mi visión de espectador inocente, Malena ha provocado que mire hacia los otros aspectos, los del papel y la realización; aspectos que a la larga pueden también producir el gozo o disgusto por una cinta; y que en el caso de la cinta de Tornatore, sean sólo detalles los que inquieten mi visión.
David Guzmán
http://cinevisiones.blogspot.com.ar/2009/04/malena-film-de-giuseppe-tornatore-01.html


"Yo tenia 13 años. Un dia a finales de la primavera de 1941, la vi por primera vez... lo recuerdo muy bien porque esa misma tarde mientras Mussolini le declaraba la guerra a Francia y a Gran Bretaña, yo recibí mi primera bicicleta". (Giuseppe Tornatore)

Entretenida película, dirigida por el italiano Giuseppe Tornatore "La leyenda del pianista en el océano" ("La Leggenda del pianista sull'oceano"), por ejemplo, y contándonos las idas y venidas de una bellísima mujer llamada Malena Scordia, que va despertando toda clase de envidias y deseos en un pueblecito italiano, mientras que su marido se está partiendo el pecho en la "jodida" guerra... Una película entrertenida, como digo, pero también algo previsible, ya que la cosa te la ves venir de principio. Cuenta con momentos bastante divertidos, y otros, y ahí está lo malo, no tanto, pero la película las cosas como son, se deja de ver, ya que contiene una buena mezcla entre el drama y la comedia, pero como digo antes, el final te le vas mascando, aunque para mi, es bastante bueno. Cuenta con una bonita fotografía de Lajos Koltai, un excelente director de fotografía nacido en Budapest, y gran amigo de Tornatore, y como no con una preciosa banda sonora a cargo del siempre extraordinario Ennio Morricone, ambos dando a la película, una nota aún más alta. Pero donde hay que abrocharse el cinturón, es ante la presencia de una Monica Bellucci, que hace "pasillo", allá por donde anda. Y es que si la Sra. es ya guapa de por si, aquí está verdaderamente deslumbrante. En fin, una entretenida película, tampoco es nada del otro mundo pero, con el sólo hecho de ver a la Bellucci, en todo su esplendor, ya merece la pena pegarla un... vistazo, a la película (claro está). Notable.
"Malena", obtuvo dos nominaciones a los Oscar: Mejor fotografía, y Mejor banda sonora. Tanto Koltai como Morricone, tuvieron la mala suerte de encontrarse ese dia o esa noche con "Tigre y dragón" ("Wo hu cang long").
http://pablocine.blogia.com/2007/061901-malena-2000-.php

martes, 24 de abril de 2012

Gambe d'oro - Turi Vasile (1958)


TITULO ORIGINAL Gambe d'oro
AÑO 1958
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 90 min.
DIRECCION Turi Vasile
ARGUMENTO Antonio Margheriti
GUION Turi Vasile,Antonio Margheriti
FOTOGRAFIA Carlo Bellero
ESCENOGRAFIA Piero Filippone
MUSICA Lelio Luttazzi
MONTAJE Mario Serandrei
PRODUCCION Film del Centauro,Comp.Cinem.Titanus,Roma
INTERPRETES Y PERSONAJES Totò (il barone Luigi Fontana), Memmo Carotenuto(Armando), Dolores Palumbo(Emma), Paolo Ferrari(Aldo Maggi), Rosario Borelli(Franco Savelli), Scilla Gabel(Gianna,sua moglie), Elsa Merlini(Luisa,moglie del barone), Rossella Como(Carla,figlia del barone), Giampiero Littera(Giorgio), Turi Pandolfini(il sindaco), Furlanetto(il commendator Renzoni), Bruno Carotenuto(Riccardo), Josè Jaspe(l'intermediario di Renzoni), Walter Santesso(il giocatore n.8), Nino Vingelli(Carmine,il barbiere)

SINOPSIS Armando (M. Carotenuto) allena la squadra di calcio di Cerignola e mira in alto. Il barone Fontana (Totò) che ne è il presidente, bada solo ai soldi e vorrebbe vendere i due calciatori migliori a un industriale milanese. Uno dei due ama la figlia del barone. La squadra nazionale viene ad allenarsi e la squadretta del posto la supera in bravura. Il barone, lusingato, apre la borsa. È un film con Totò ma Totò c'è poco e quel poco è mal servito. Uno dei tanti infelici film italiani sullo sport nazionale n. 1. (Il Morandini)


Soggetto
Il barone Fontana,presidente dalla locale squadra di calcio,osteggia l'amore tra sua figlia Carla ed il calciatore Aldo,ma la notizia che Aldo possa cambiare squadra getta nello sconforto i suoi compagni.Con una prova di orgoglio la piccola squadra riesce a battere la Nazionale e il barone divenuto più generoso consente a Carla e ad Aldo di fidanzarsi.

Critica e curiosità
Il film venne girato a Cerignola , la troupe si sposta a Foggia solo per girare le scene della partita e per evitare grosse spese gli sceneggiatori si inventano una partita a porte chiuse . La presenza di Totò , ormai segnato dalla malattia , si risolve in una partecipazione straordinaria .
Da un articolo non firmato sul Corriere della sera : " [..] Un film di sapore provinciale di trasandata fattura che alterna un'allegria sforzata ad un sentimentalismo all'acqua di rose [..] " .
Ancora un "senza firma" su La Notte : " [..] E' un film noioso , questo , nonostante la presenza di Totò ( il che è un bel risultato ) e svolto con stucchevole sentimantalismo " .
"Senza firma " sul Corriere Lombardo . " E' un film di Totò ma con poco Totò . [..] Oggi il suo nome è preceduto , sui fogli di presentazione , dalla frase " con la partecipazione staordinaria di Totò " . Peccato , perchè il suo humour da quel non molto che si vede , è ancora quello di una volta , capace di entusiasmare un'intera platea [..] " .
http://www.antoniodecurtis.com/gambe.htm
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Critica: È un film di Totò, ma con poco Totò. Conseguentemente anche il divertimento del pubblico diminuisce. Non è più come una volta, quando il comico napoletano era presente dal principio alla fine: oggi il suo nome è preceduto sui titoli di presentazione dalla frase "con la partecipazione straordinaria di Totò". Peccato, perchè il suo humor, da quel non molto che si vede, è ancora quello di una volta, capace di entusiasmare l'intera platea. "Corriere Lombardo", Milano, 28 agosto 1958.
In un ruolo di non protagonista, Totò dà vita ad un personaggio che appartiene alla serie dei ritratti "duri", come in "47 morto che parla", "Totò terzo uomo" e "I due colonnelli", nei quali alla maschera bonaria si sovrappone un ghigno risoluto, che vuole essere cinico e spietato, senza mai riuscirvi.
In un film di sapore molto provinciale, dove però nessuno (tranne un po' il barbiere) parla il dialetto pugliese, interpretato da un improbabile, anche se bravo, ma romanissimo Memmo Carotenuto, de Curtis riesce a tratteggiare un carattere, quello del barone Fontana, commerciante di vini, da tutti temuto, con una recitazione sobria, tutta mirata a delineare il "tipo", ma anche e insieme attenta a caricare il personaggio di innumerevoli dettagli realistici e intimi, che fanno cancellare gli opposti, dando luogo a un tipo che è gustosamente simpatico e antipatico, burbero e tenero, inflessibile e cedevole, ingenuo e furbo, cinico e generoso.
Nel fare il duro con la moglie (EIsa Merlini), con la figlia (Rossella Corno), col futuro genero (Paolo Ferrari), con l'amico allenatore e con i suoi operai, Totò rivela quell'animo candido che si sforza di tenere nascosto.
Inserito in un film dolciastro, che vinse tra l'altro l'Ulivo d'oro al festival comico e umoristico di Bordighera, ispirato vagamente a certo cinema americano di ambiente sportivo, caratterizzato da un timbro sentimentalistico e da una psicologia di maniera, Totò riesce a sollevare il livello della storia ogni volta che entra in scena, sicchè il film, alla fine, senza nulla togliere all'onesto Vasile, vale solo per quelle scene, senza le quali si ridurrebbe ad una stucchevole storiellina da fotoromanzo, con il solito amore prima contrastato e poi trionfante.
Vasile tuttavia, grande osservatore della realtà e sempre attento ai singoli dettagli, sa cogliere bene l'ambiente generale e sa caratterizzare talora anche con poesia certe situazioni, tra le quali spicca quella in cui Franco (Rosario Borelli), dondolandosi su una corda, rivela all'allenatore che gli è nato un bambino.
È in questi ruoli che si rivela la grandezza recitativa di Totò, che anche quando è schiacciato dentro un ruolo a macchietta, dentro un carattere o un "tipo", come in questo caso, riesce sempre e comunque a costruire un personaggio vero, reale, che fuoriesce dai limiti impostigli dal copione, attraverso un assoluto controllo che gli impedisce qualunque esagerazione, nella quale cadevano molti comici del suo tempo.
Il culmine del sentimentalismo dolciastro e di derivazione americana è raggiunto nella scena in cui tutta la squadra del Cerignola irrompe nella modesta camera della puerpera Gianna Savelli (Scilla Gabel), coprendo il letto di regali.
Non mancano comunque i soliti piacevoli giochi linguistici, quali una volta tandem, cerea, audax fortuna juventus, in manos tuas, fiat autobus, se lo sapevo mi mettevo le galoscies, porpora per puerpera, ecc.
Al finale del film si è ispirato nel 1970 Luigi Filippo D' Amico nel suo "Il presidente del Borgorosso Football Club", che molto deve, nella sua struttura, a questo "Gambe d'oro" di Turi Vasile.
Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione
http://www.antoniodecurtis.org/

lunes, 23 de abril de 2012

Cresceranno i carciofi a Mimongo - Fulvio Ottaviano (1996)


TÍTULO ORIGINAL Cresceranno i carciofi a Mimongo
AÑO 1996
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No 
DURACIÓN 80 min. 
DIRECTOR Fulvio Ottaviano
GUIÓN Francesco Ranieri Martinotti, Fulvio Ottaviano
MÚSICA Gian Andrea Tabacchi
FOTOGRAFÍA Marco Cristiani
REPARTO Daniele Liotti, Francesca Schiavo, Valerio Mastandrea, Patrizia Pezza, Francesco Siciliano, Chantal Ughi, Luisa Ammaniti, Elena Bermani, Stefania De Luca, Giulia Bonura, Piero Natoli, Gennaro Formisano, Alessandra Bonarotta, Francesca Ponziani, Katia Gabrielli, Gabriella Masoni, Christopher Buchholz, Antonella Avolio, Gianni Fallacara, Rocco Mortelliti, Michele La Ginestra, Rocco Papaleo, Roberta Terregna, Giada Desideri
PRODUCTORA Iterfilm
PREMIOS 1996: Premios David di Donatello: Mejor ópera prima. 2 nominaciones
GÉNERO Comedia

SINOPSIS Sergio es licenciado en botánica, pero no puede encontrar trabajo. Mientras trata de conseguir uno, siguiendo las técnicas escritas en el libro 'Sin errores', su vida se agita por su ruidoso compañero de habitación, Enzo, y el anuncio de que Rita, su ex novia, se va a casar. (FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)
http://www25.zippyshare.com/v/48251322/file.html

TRAMA
Sergio si è laureato in agraria con una tesi sulla crescita del carciofo nei terreni aridi. Nella difficile ricerca di un impiego, consulta il manuale "La guida pratica per trovare lavoro" del famoso Ermanno Lopez, che promette successo in trenta giorni. Nonostante le previsioni del libro siano sistematicamente smentite dai fatti, Sergio insiste, coinvolgendo Enzo, l'amico che vive con lui e che invece continua la vita del vitellone. Mentre è impegnato tra test e curriculum, Sergio viene a sapere che Rita, la ragazza di cui è ancora innamorato, sta per sposarsi. La sera prima di un importante colloquio di lavoro, Sergio riceve la visita di Rita, che il giorno dopo va all'altare e vuole passare con lui l'addio al celibato. Dopo molte insistenze, Sergio passa la notte con Rita, la mattina si sveglia, si prepara in fretta, si presenta al colloquio e qui fa in modo di essere respinto per favorire un amico incontrato fuori che era in situazione disperata e aveva assoluto bisogno di quel posto. Sergio esce dalla ditta, incontra la sorella dell'amico e apprende che tutte le difficoltà raccontate prima sono fasulle. Disgustato per il comportamento subìto, torna a casa deluso, ma qui trova Rita che all'ultimo minuto non ha trovato il coraggio per sposarsi perchè anche lei è ancora innamorata di lui. Arriva una lettera per un posto di lavoro in Africa. Sergio accetta e, finalmente, nel piccolo centro di Mimongo, riesce a dare concretezza ai progetti sostenuti nella sua tesi di laurea.

CRITICA
"Disinvolto e simpatico, capace di fare di povertà virtù, 'Cresceranno i carciofi a Mimongo' ha l'astuzia di mettere assieme vecchio e nuovo in un assemblaggio accattivante: da una parte il gergo giovanilistico, gli Articolo 31, un po' di disinvoltura sessuale, dall'altra un personaggio positivo in cui identificarsi, quello del giovane che non vuole piegarsi alle bassezze morali della vita metropolitana. L'aria del tempo si percepisce nei rapporti fra i sessi, dove sono sempre i personaggi femminili a detenere il potere decisionale sui sentimenti e le cose da fare. Senza contare il potere attrattivo di un argomento di sconsolante attualità come la disoccupazione giovanile."
(Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 17 novembre 1996)"

Con un occhio al primo Moretti e un altro all'americano 'Clerks', 'Cresceranno i carciofi a Mimongo' è a tratti ironico, divertente, disinvolto. Un'opera ottimista e ruffiana quanto basta per far arrivare a un pubblico "tifoso" il segnale che si tratta di un film 'diverso': il bianco e nero che fa tanto indipendente, il rap di Jovanotti e degli Articolo 31 a sottolineare il disagio di una generazione, la voce-guida fuori campo di Piero Chiambretti, emblema di una televisione alternativa, un po' di gergo giovanilistico e di spregiudicatezza sessuale, stereotipati ex sessantottini (Piero Natoli e Simona Marchini) che rinnegano in parte quella stagione."
(Alberto Castellano, 'Il Mattino', 22 vovembre 1996)

NOTE
- REVISIONE MINISTERO LUGLIO 1996.- DAVID DI DONATELLO 1997 A FULVIO OTTAVIANO COME MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=2088&film=Cresceranno-i-carciofi-a-Mimongo

Consigliatomi da un amico, Cresceranno i carciofi a Mimongo è una vera rivelazione.
Tanto da farmi sorprendere per il fatto che un ottimo film italiano come questo sia rimasto a me, ma suppongo a quasi chiunque, sconosciuto per ben tredici anni (il film è del 1996), mentre altri film dello stivale, ben più scarsi, sono emersi dalla massa per chissà quale forza centrifuga.
Cresceranno i carciofi a Mimongo è un film assolutamente a basso costo, e peraltro si presenta con un bianco e nero d’altri tempi, tanto da ingannare sulla sua anzianità.
I volti di alcuni attori conosciuti, tuttavia (Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Rocco Papaleo), aiutano a inquadrarlo ancora prima di conoscere l’anno ufficiale di produzione.
Sostanzialmente, si tratta di una commedia, con qualche venatura drammatico-esistenzialistica tipica del filone giovanile-adolescenziale.
Per la precisione, i protagonisti sono dei giovani, in parte studenti e in parte lavoratori, in parte alla ricerca di un lavoro e in parte assolutamente dediti alla pigrizia e ad attività più triviali.
Sergio (Daniele Liotti), in particolare, cerca un lavoro, mentre suo fratello Enzo (Valerio Mastandrea) pare decisamente più attratto dal mondo femminile, nonché dal farsi mantenere dai genitori.
Nella vita di Sergio vi sono altre due presenze importanti: l’ex fidanzata Rita (la bella e brava attrice e cantante Francesca Schiavo), di cui è ancora innamorato ma che sta per sposare un altro, e Ermanno Lopez, autore di una guida per chi cerca lavoro, che Sergio cerca di attuare punto su punto.
La voce fuori campo di Ermanno Lopez, peraltro, è quella di Piero Chiambretti.
Cresceranno i carciofi a Mimongo è questo, tra momenti tristi e momenti allegri.
Ma, al di là di eventi e definizioni, esso è un film che ha un sapore un po’ speciale, fatto di spontaneità e di semplicità, che si respirano per tutta la durata della pellicola.
In definitiva, pur senza essere un capolavoro, Cresceranno i carciofi a Mimongo è proprio un bel film, che vi consiglio a mia volta.
Fosco Del Nero
http://foscodelnero.blogspot.com.ar/2009/03/cresceranno-i-carciofi-mimongo-fulvio.html

domingo, 22 de abril de 2012

Nella città l'inferno - Renato Castellani (1959)


TÍTULO ORIGINAL Nella città l'inferno
AÑO 1959
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español e Inglés (Separados)
DURACIÓN 106 min. 
DIRECTOR Renato Castellani
GUIÓN Renato Castellani (Novela: Isa Mari)
MÚSICA Roman Vlad
FOTOGRAFÍA Leonida Barboni (B&W)
REPARTO Anna Magnani, Giulietta Masina, Myriam Bru, Ada Passeri, Renato Salvatori, Cristina Gaioni, Milly, Angela Portaluri
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Riama Film / Rizzoli Film / Francinex
PREMIOS 1958: Premios David di Donatello: Mejor actriz (Anna Magnani)
GÉNERO Drama | Drama carcelario

SINOPSIS Lina, sirvienta de una familia acomodada, tras ser acusada de complicidad en un robo, termina en prisión. Allí conoce a a una delincuente habitual, que con su fuerte caracter, le hará aprender a ser mas independiente. (FILMAFFINITY)


Las musas de Italia
Magnani y Masina juntas, ahí es nada. Dos musas que plantaron frente a la audiencia mundial el rostro de una Italia hambrienta, quebradiza, mendiga, curtida, encallecida, gimiente, exhausta. Donde la picaresca era el sustento y una de las pocas alternativas para sobrevivir. Donde hasta la cárcel con frecuencia era más llevadera que los constantes trancazos de una miseria persistente.
Describir cómo las dos actrices más excelsas (junto con Sofía Loren) de Italia representan a ese pueblo castigado en este drama carcelario, no les haría suficiente honor. Magnani es volcán, corazón al raso, puro temperamento y descaro del que disfraza las cuchilladas recibidas. Masina es fragilidad y delicadeza con un fondo resistente, por fuera a punto de romperse, por dentro como hilo de seda que aguanta los tirones más de lo esperado. Son una mezcla de mujeres bullangueras y donnas de bandera, guapas en su vulgaridad, portando su hatillo de sueños rotos y caminando hasta el desfallecimiento sobre una cuerda floja, riéndose de un miedo que las aterra, burlándose de las piedras en las que tropiezan, cubriéndose con una coraza de obstinación para no mostrar la blandura de sus entrañas, porque no se puede aparentar debilidad en un circo de fieras, porque aunque se despellejen hasta la sangre y les duela el alma hasta los cimientos, tienen que continuar haciendo equilibrios porque es lo único que media entre ellas y la caída al vacío.
El código de la cárcel es un lenguaje de signos que esconde una terca determinación, la de intentar no sucumbir a la locura y hacerse fuerte.
Pero por más que la veterana Egle diga que se está mejor ahí dentro que fuera, por más que aconseje a la novata Lina y la instruya en la escuela del cinismo, sabe que en realidad daría cualquier cosa para no volver, para renacer y ser libre.
Vivoleyendo
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Entre cuatro paredes
Un drama carcelario que se centra en la historia de varias mujeres en una prisión femenina romana. La película basa su fuerza e interés en un muy considerable reparto, muy equilibrado y rico, desde la propia y gran pareja protagonista: la tremenda, visceral y arrasadora Magnanai contra la apocada, sensible y tímida Masina. De competente puesta en escena y guión del gran D´Amico junto a Castellani, es una película notable, de fuerza interna, de algún impacto emocional y ningún afán pretencioso más allá del dramático relato de un grupo de mujeres claustrofobizadas por las cuatro paredes de una cárcel, que son presas de sí mismas.
kafka
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Rara avis
Así titulo la crítica puesto que supone una rareza dentro del cine italiano de la época e incluso a bote pronto creo que anteriormente solo me viene a la cabeza " Sin remision " de John Cronwell , título usa de 1.950 con una trama algo parecida y en la que como aquí se centra en la vida de unas mujeres en prisión.
Aparte de lo dicho anteriormente, el film está muy bien desarrollado y genialmente interpretado por Ana Magnani y Giulietta Massina amen del resto del reparto.
Contiene dicha película escenas de muy buen realismo y crudeza y ademas la trama está bien desarrollada, es interesante manteniendo muy buen ritmo narrativo.
Para quien le interese el cine carcelario, tener en cuenta aquí que es una cárcel de mujeres, muy recomendable y también para quien le guste el buen cine bien hecho.
Un saludo, efelson.
efelson
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/213700.html

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Nella città l’inferno, pellicola abbastanza negletta, come si accennava, di Renato Castellani, autore che ebbe modo di affinare una certa maturità tecnica e stilistica partendo dalla calligrafia (comunque notevole) di Un colpo di pistola e passando per il cosiddetto neorealismo rosa con Due soldi di speranza (che diede inizio a tutto un filone bozzettistico inaugurato da Pane, amore e fantasia di Comencini), potrebbe essere considerato uno dei primi folgoranti esempi del genere Women in Prison (almeno in Italia) che tanta fortuna ebbe nella cinematografia statunitense di serie b degli anni ’70 (con i dovuti, insindacabili, distinguo). Il film, che prende le mosse, grazie ad un adattamento di Suso Cecchi D’Amico, dal romanzo di Ida Mari Roma, Via delle Mantellate, in cui la scrittrice descrive realisticamente l’esperienza del carcere vissuta in prima persona, si affida principalmente ad una coralità attoriale virata al femminile (efficace quadro collettivo con ragazze prelevate direttamente dai quartieri trasteverini) capitanata da due autentici mostri sacri quali Anna Magnani e Giulietta Masina, che aveva da poco finito di girare quel piccolo gioiellino intitolato Fortunella, per la regia di Eduardo De Filippo. Castellani sfrutta (ma si potrebbero usare termini più forti come “strumentalizzazione”) la malcelata rivalità tra le due interpreti per ricostruire una storia fatta di piccola umanità, di meschinerie quotidiane in un contesto di manifesta coazione, di sentimenti contrasta(n)ti. I personaggi di questo oscuro microcosmo femmineo impersonati dalla Magnani e la Masina sembrano cuciti su misura per le due stratosferiche attrici (soprattutto nella studiata fisicità: prorompente come sempre quella della Magnani, clownescamente svaporata quella della Masina), entrambe nascono già Egle e Lina, non c’è necessità alcuna di lavorare sulla figura. E tuttavia, oltre questo elemento dialettico forte che definisce quasi architettonicamente le volute psicologiche di atteggiamenti e dinamiche in chiave marcatamente drammaturgica più che sociologica, la prerogativa filmica di maggior spessore si concretizza nella fotografia in bianco e nero di Leonida Barboni (direttore della fotografia di La grande guerra e storico collaboratore di Germi), che racconta in maniera implacabile tutto il buio (eminentemente metaforico) contornato da piccoli episodi di luce (vera e propria, fisica, materiale, come nella sequenza dello specchietto di Marietta) di quell’inferno interiore (la costruzione semantica è volutamente abissale) vissuto dalle ragazze umiliate e offese da un destino che le schiaccia inesorabilmente in cinemascope. Gustosi i cameo di Alberto Sordi e Renato Salvatori.
Mauro F. Giorgio
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/dvd/2005/nella_citta_l_inferno.htm

sábado, 21 de abril de 2012

Senilità - Mauro Bolognini (1962)


TÍTULO ORIGINAL Senilità
AÑO 1962
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados) 
DURACIÓN 118 min. 
DIRECTOR Mauro Bolognini
GUIÓN Mauro Bolognini (Novela: Italo Svevo)
MÚSICA Piero Piccioni
FOTOGRAFÍA Armando Nannuzzi 
REPARTO Anthony Franciosa, Claudia Cardinale, Betsy Blair, Philippe Leroy, Raimondo Magni, Aldo Bufi Landi, Nadia Marlowa, John Stacy, Franca Mazzoni, Marcella Valeri, Paola Di Mario
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Aëra Film / Compagnia Edizioni Internazionali Artistiche Distribuzione (CEIAD) / Zebra Film
PREMIOS 1962: Festival de San Sebastián: Mejor director
GÉNERO Drama

SINOPSIS Angiolina es una joven proletaria muy bella que en el Trieste de los años 20 lleva a la locura con su casquivano y tortuoso amor al aspirante a burgués Anthony Franciosa, que pierde la cabeza por ella y comienza un proceso senil en plena juventud, viajando a los abismos de los infiernos por su desesperación. (FILMAFFINITY)


Senilità è tra le opere maggiori di Italo Svevo ed è forse quella in cui la sua passione romantica più decisamente si fonde ad una solida ispirazione realistica: dura, concreta, dolorosa. Suo protagonista è un intellettuale triestino, sprovveduto, ingenuo, tutto generosità e giovanili candori (nonostante tocchi la quarantina) che sul finire del secolo si fa conquistare dal fascino di una bella ragazza bionda, piena di vitalità e di ardore che, sulle prime, gli sembra timorata ed onesta. Se ne innamora liricamente, la rispetta, ne fa quasi l’oggetto di un culto, ma la sua povertà, il suo poco coraggio, la presenza in casa di una sorella nubile di cui è tenuto a occuparsi, gli impediscono di parlare di nozze; ritenendosi un uomo superiore, anzi, un “navigato”, arriva persino a consigliare alla ragazza un matrimonio qualsiasi, con uno che possa proteggerla senza toglierla a lui. [...]
Gian Luigi Rondi, Il Tempo 9 marzo 1962

Nel giro di pochi anni Mauro Bolognini ha tentato le esperienze più diverse e in apparenza contraddittorie passando dal bozzetto comicosentimentale (Marisa la civetta) al racconto crepuscolare (Giovani mariti) alla commedia non priva di ambizioni satiriche (Arrangiatevi!) per trovare infine una sua riconoscibile funzione nel "ruolo" di "traduttore" ufficiale di certe esperienze di rottura della narrativa italiana contemporanea (Moravia, Brancati, Pasolini) con aperture apparentemente stimolanti e inconsuete verso il passato (Pratesi ieri e Svevo oggi). [...]
Adelio Ferrero, Cinema Nuovo 2005


Senilità: da Svevo a Bolognini

Panta rei. Tutto scorre. Scorrono gli anni, le stagioni, certi film e certe date. Chi vive alla periferia dell’impero cinematografico (Roma caput mundi) ha, generalmente, poche occasioni di vedere trasformata la propria città in un set cinematografico. Quella che si può considerare a tutt’oggi la più significativa per Trieste risale agli inizi degli anni 60 quando vi fu girato, il secondo romanzo (anno 1898) di un commerciante di vernici, Ettore Schmitz, che quando evadeva dalla sua stimata professione si dilettava a scrivere in italiano, con lo pseudonimo di Italo Svevo, pagine di letteratura.
Come è ovvio e comprensibile l’arrivo in città di un importante produzione cinematografica composta da un cast di attori, all’epoca in auge, era stato salutato da un notevole interesse e considerato una specie di evento. La gente seguiva con curiosità e con una sorta di partecipe trepidazione quel variegato caravanserraglio di artisti e maestranze che si aggiravano per le vie e le piazze cittadine alla ricerca degli squarci più suggestivi. Va inoltre ricordato che l’ambientazione originaria del romanzo era stata spostata dall’ultima decade dell’Ottocento agli anni Venti.
Trieste da poco uscita da una dolorosa e complessa vicenda storica, ci teneva a ritrovare una visibilità e un’attenzione per così dire “artistica”. E quale occasione migliore per riconquistare le luci della ribalta che coniugare il nome del suo scrittore più rinomato e prestigioso con la settima arte che in quegli anni stava vivendo una delle sue stagioni più propizie. Infine, a coronamento di una felice luna dimiele tra la troupe e la città, i produttori avevano deciso che fosse proprio Trieste ad ospitare nel febbraio del 1962 la prima mondiale del film. A questo punto però, è necessario fare un piccolo passo indietro per ricordare che le cose sarebbero potute andare in maniera differente…
Mario Soldati fu il primo a pensare di realizzare per lo schermo “Senilità”, ma il progetto, come tanti, abortì. Il produttore Moris Ergas riuscì, invece, agli inizi del 1960 a mettere insieme una coproduzione italo-francese con l’aggiunta di capitali americani. I finanziatori d’oltreoceano volevano che la vicenda si svolgesse a Venezia, ma la decisa opposizione della figlia di Svevo, Letizia Fonda Savio, scongiurò il pericolo di far perdere l’ambientazione originale del romanzo. Come regista venne designato Mauro Bolognini, particolarmente portatoper le trasposizioni cinematografiche di testi letterari. Per la parte di Angiolina la scelta cadde subito sulla allora ventiduenne, proveniente da Tunisi, Claudia Cardinale che nonostante la giovane età aveva già lavorato con Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”e con lo stesso Bolognini nel “Bell’Antonio”, accanto a Marcello Mastroianni, e nella”Viaccia” a fianco di Jean Paul Belmondo. La brava attrice cosìricorda l’esperienza triestina: “fu per me un bellissimo personaggio, per me tutto costruito perché non mi apparteneva per niente. D’accordo con Bolognini ci ispirammo a Louise Brooks per la pettinatura. All’inizio la protagonista era stata descritta da Svevo come bionda. Abbiamo fatto vari tentativi, poi abbiamo rinunciato perché quella chioma chiara non c’entrava niente e optammo per il taglio alla garconne che mi rendeva tutta diversa». Molto più laborioso risultò il compito di dare un volto al personaggio di Emilio Brentani. Il regista aveva pensato, in un primo tempo, a Montgomery Clift, ma l’attore si era già fatto crescere la barba per interpretare Freud nel film di John Huston. Poi Marcello Mastroianni dovette rinunciare per altri impegni. La lista degli altri candidati comprendeva Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Pierre Vaneck, Cliff Robertson e Tino Buazzelli.
A spuntarla, però fu Anthony Franciosa, trentatreenne attore newyorkese che si era formato all’Actors’ Studio e che aveva già lavorato in Italia assieme ad Ava Gardner nel filmone storico “La maja desnuda” di Henry Koster. Anche il ruolo della sfortunata e patetica Amalia toccò ad un’interprete americana. La prescelta fu Betsy Blair che aveva già recitato una parte simile in “Marty, vita di un timido” di Delbert Mann, accanto ad Ernest Borgine, ed era stata chiamata da Antonioni per “Il grido”. Il quarto dei personaggi principali, vale a dire l’artista spensierato ed allegro Balli, venne assegnato al francese Philippe Leroy, ex paracadutista e ginnasta prima di debuttare al cinema con il capolavoro di Jacques Becker “ll buco”. L’esito commerciale ed artistico del film fu soddisfacente. Al botteghino incassò la non disprezzabile cifra, per quegli anni, di trecentocinquanta milioni e partecipò al festival di Edimburgo, dove ricevette un diploma di merito, e di San Sebastiano, dove Bolognini vinse il premio per la regia. Nel nostro Paese ottenne due nastri d’argento: per la scenografia di Luigi Scaccianoce e per i costumi di Pietro Tosi. Anche Bolognini, scomparso nel 2001, ricordava con soddisfazione questa esperienza: «Sono contento nel modo in cui ho reso Trieste, del personaggio di Betsy Blair, di quello della Cardinale, meno di quello del protagonista, anche se Franciosa fisicamente mi sembrava adattissimo al ruolo, che per me era quello di un uomo fisicamente giovane, forte, con la senilità dentro». Tra le recensioni dell’epocaTullio Kezich così inizia il suo pezzo: “ Se Emilio Brentani fosse stato bello come Anthony Franciosa,Italo Svevo non avrebbe mai scritto Senilità”. Successivamente il celebre critico triestino in un saggio scritto a metà degli anni ottanta, e quindi di in una prospettiva di inquadramento storico, darà questo giudizio: «Malgrado i suoi limiti “Senilità” resta ancora oggi il miglior film tratto dalla letteratura triestina ambientata nei luoghi reali”.
Ora, quarantadue anni dopo, “Senilità” ha avuto un secondo battesimo triestino nell’ambito di una meritoria iniziativa sponsorizzata da un’industria di lavatrici in collaborazione con il cineclub l’Officina che ha deciso di proporre pellicole del passato nelle città dove state girate. Ed in un viaggio in Italia (per usare l’espressione rosselliniana) lungo una ventina di tappe, partito da Roma il 26 luglio e conclusosi nella capitale il 17 settembre, è toccato proprio al capoluogo giuliano, il 3 agosto in uno dei suoi luoghi più affascinanti, piazza Sant’Antonio,far da cornice alla proiezione. Riproponendo così quella gloriosa idea del cinema ambulante che Gianfranco Mingozzi aveva così ben descritto in un film del 1982 dall’emblematico ed allusivo titolo “La vela incantata”.
Va sottolineato inoltre lo sforzo lodevole di riportare alla luce in copie restaurate pellicole spesso invisibili da troppo tempo. A ciò si aggiunga il piacere di condividere con una nutrita e folta platea l’opera in programma. Anche così si rende un buon servizio al cinema. Per “Senilità” e per le altre opere della manifestazione si potrebbe affermare, parafrasando Hitchcock: “il film che visse due volte”.
Sergio Crechici
http://www.fucinemute.it/2004/12/senilita-da-svevo-a-bolognini/
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Bolognini è un esperto del cinema tratto dai romanzi, qui ha pescato in Italo Svevo, cambiando il periodo di ambientazione che era fine ottocento primi del novecento, portandolo agli anni '20, una scelta più portata a sfruttare meglio una Trieste più disponibile figurativamente in quel periodo, che per ragioni storiche, dato che non c'è nessuna contestualizzazione politica del tempo. Si parte con una produzione Moris Ergas, produttore attivo in Italia, ma ceco di estrazione, che fortunatamente ci risparmiò la presenza di Sandra Milo, sua protetta del momento ed incalzata in diverse sue produzioni, prendendo a prestito da Cristaldi la Cardinale, che a dire la verità, come era successo in precedenza e succederà ancora , è presente per la figura, ma non certamente per la recitazione, dato che il suo ruolo legato molto alla parola era doppiato dalla stesa voce di Il Gattopardo, Solveijg D'Assunta, ma è innegabile la sua figurazione, aiutata non poco dal costumista Piero Tosi. Tullio Pinelli e Goffredo Parise provvedono alla sceneggiatura, con Bolognini stesso, che non è male, ma quello che disturba nel film è la voce fuori campo del protagonista, che sottolinea a sproposito e per di più le varie situazioni o stati d'animo, rovinando l'effetto cinematografico che spesso è palese. Il film non fu molto apprezzato dalla critica, ma rivisto oggi, diciamo pure rende benissimo il tema dell'uomo intrappolato dall'amore, cosa su cui Svevo punta e Bolognini accentua in maniera cinematografica giusta. Nannuzzi fa un lavoro di fotografia a dir poco eccezionale, presentandoci una Trieste soffiata dalla bora e bagnata, che la fa risplendere in maniera eccezionale in una fotografia in un bianco e nero che è un vero e proprio capolavoro. Il titolo Senilità fu contestato sia in fase letteraria che cinematografica, ritenendolo poco attinente, ma a me non dispiace dato che il protagonista esprime il suo disagio di uomo di quarant'anni, che allora non erano certamente quelli di oggi.
emmepi8 
http://cinerepublic.film.tv.it/senilita-recensione-di-emmepi8/11032/