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lunes, 7 de marzo de 2011

L'innocente - Luchino Visconti (1976)


TÍTULO L'innocente
AÑO 1976 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Incorporados)
DURACIÓN 123 min.
DIRECTOR Luchino Visconti
GUIÓN Suso Cecchi D'Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti (Novela: Gabriele D'Annunzio)
MÚSICA Franco Mannino
FOTOGRAFÍA Pasqualino De Santis
REPARTO Giancarlo Giannini, Jennifer O'Neill, Laura Antonelli, Marc Porel, Rina Morelli, Massimo Girotti, Didier Haudepin, Marie Dubois, Claude Mann
PRODUCTORA Les Films Jacques Leitienne
GÉNERO Drama

SINOPSIS En Toscana viven Tullio y Giuliana, dos jóvenes enamorados que tienen ideas liberales acerca del amor. Sin embargo, su relación parece que se complica cuando Giuliana se da cuenta de que espera un hijo de otro hombre. Tullio, al enterarse, toma una terrible decisión. (FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)
L’ultimo film di Luchino Visconti. Il suo addio. Nei titoli di testa c’è anche un suo messaggio: le sue mani. Che sfogliano una vecchia edizione dell’innocente di d’Annunzio. Non è stata una civetteria, odiava l’esibizionismo. Sapeva. E con quelle mani, che adesso sono cenere, ci ha salutato tutti. Noi amici e voi lettori, il suo pubblico.
D’Annunzio, l’innocente, perché?, gli avevo domandato a Lucca l’anno scorso quando ero andato per chiedergli notizie del film che stava preparando. “Perché no?”, mi aveva risposto. “D’Annunzio, ormai lo si può riabilitare. Anche come narrativa. C’è lì una montagna di roba che adesso, dopo cinquant’anni di decantazione, può tornare a farsi gustare e anche in modo nuovo, diverso, soprattutto al cinema. Sono molti i romanzi di d’Annunzio, e l’Innocente per primo, che hanno una struttura di tipo cinematografico già pronta per lo schermo”.
Giusta, fondata, la riabilitazione? La risposta è affermativa non tanto per merito di d’Annunzio, ma, appunto, per il “modo nuovo, diverso” con cui Visconti (e Suso Cecchi d’Amico ed Enrico Medioli suoi collaboratori per la sceneggiatura) hanno riletto d’Annunzio riuscendo, oggi, a farcelo “gustare” di nuovo; soprattutto sostituendosi a lui.
Cosa c’è nell’innocente di d’Annunzio? Un marito che, per anni, è stato infedele alla moglie. Un giorno, il sospetto di esserne a sua volta tradito, lo riporta a lei, che, sempre innamoratissima, lo accoglie di nuovo con gioia, ma la debolezza passeggera che si è concessa sta per dar frutti, un bambino che, ora, si metterà fra i due, dividendoli un’altra volta. Lei vorrebbe morire, lui vorrebbe vedere morire il bambino, alla fine, così, conscio che anche lei lo desidera perché quel bimbo “starà sempre fra loro due” lui trova il modo di uccidere il bambino, “l’innocente”, convinto di essere al di sopra di ogni legge e di ogni morale. Ma finirà per sentire il rimorso di quello che ha fatto. Ammettendolo, confessandolo. Lo sfondo, la Roma umbertina, i gusti e i consumi fine secolo, le nuove idee nietzschiane cui d’Annunzio aveva ispirato il carattere di Tullio, gli ancor freschi metodi d’indagine scientifica con cui questo carattere era stato poi interpretato, in un contesto letterario che, pur scopertamente ispirato sotto molti aspetti e per molti temi, alla grande letteratura russa (Dostoevskij e Tolstoj) finiva per rifarsi soprattutto a Paul Bourget; e agli psicologismi in voga a Parigi in quegli anni.
Cosa c’è nell’innocente di Visconti? Una riduzione fedele, ma “libera”, di tutto questo, come, appunto, egli disse a me a suo tempo: “Tolstoj, intanto. I riferimenti che c’erano, così poco schietti, genuini, li abbiamo fatti scomparire. E anche il superominismo. D’Annunzio ci credeva, noi no. Lui lo teorizzava, lo esaltava, noi lo giudichiamo, anzi, portiamo addirittura il protagonista alla presa di coscienza del proprio errore, con un conseguente suicidio. In polemica con d’Annunzio e con il suo Tullio Hermil, ma senza tradire il gusto e lo spirito del testo”.
Verissimo. Nell’Innocente “riscritto” da Visconti e dai suoi collaboratori c’è questo, tutto questo, ma anche molto di più. I temi del romanzo, intanto. La gelosia, l’onore, il delitto. Ci sono, ma anziché alla Bourget (o secondo un d’Annunzio che rifà Bourget credendolo Tolstoj) sono svolti, proposti, rappresentati addirittura alla Cechov, secondo un intimismo, un “silenzismo”, un procedere costante e sottile per allusioni e riferimenti indiretti che diventa via via la vera ossatura del dramma, la struttura più autentica (né polverosa né retorica) del racconto, il “modo nuovo”, appunto, per gustare questo rinnovato d’Annunzio. In un personaggio soprattutto, Tullio, e il primo insorgere in lui della gelosia, subito seguita dalla passione rinnovata e quasi morbosa per Giuliana, la moglie. Un sentimento “rappresentato” sempre per via indiretta, dicendo altro, raccontando altro; o un assalto di scherma in una sala d’armi, o uno scatto d’ira nei confronti di terzi, o delle occhiate lunghe, intensissime, che lasciano sempre tutto in attesa, o in sospeso, con un crescendo che aumenta a poco a poco e che, anche quando tocca il diapason, non rivela mai fino in fondo le sue cause, la sua natura. Con un’analisi acutissima che, pur sempre sfumando, attutendo, sublimando, si fa quasi vivisezione psicologica, mettendo sempre a nudo nel momento stesso in cui, invece, ovatta tutto: per far intuire anziché svelare, per suggerire a distanza anziché dire. Polverizzando anche in questo tutti gli schemi vistosi, mancati, insistiti di un testo in cui, invece, lo psicologismo si pretendeva guidato dai metodi scientifici di allora e per parlare di gelosia per poco non citava Lombroso.

Questo il racconto. Da cui, oltre tutto, sono state spazzate via le figure più ridondanti e le divagazioni pleonastiche e in cui il disegno del carattere di Giuliana, sfrondato da quella tacita complicità nel delitto che sfiorava gli “amanti maledetti”, acquista invece una dolente, degna nobiltà.
In armonia con il racconto, la rappresentazione, la “visualizzazione” che diventa una “contemplazione”, con occhi e gusti moderni, di un secolo, una elegia della fine Ottocento come, scomparso Visconti, non ritroveremo probabilmente mai più sullo schermo, perché lui era l’unico, e l’ultimo, capace di guardare al secolo di Proust e del primo Mann con tanta partecipazione, con tanta intelligenza e con così profonda cultura.
Cosa “visualizza” l’Innocente? Non solo la Roma umbertina, i palazzi patrizi, i concerti, le case di campagna, gli arredamenti, i vestiti, ma anche, e soprattutto, un’età e i suoi segreti di gusto e di cuore, vita vera e vissuta (reale, realistica), ma anche “scritta”, cantata, e più vera della vera perché immaginata forse soltanto dagli artisti, arrivata a noi solo attraverso la letteratura, la poesia, la pittura, la musica. Con uno stile che, rielaborando sempre più in profondità quello quasi tutto di primi piani cui, in Gruppo di famiglia, Visconti era stato costretto dalla malattia, dà alla narrazione “da vicino”, addosso ai personaggi, un ritmo fluidissimo, sorretto e quasi sublimato dalla dinamica interna delle immagini, giustificate adesso da più consce esigenze morali e drammatiche (“una verità di personaggi – mi aveva detto – lasciando loro poco spazio attorno per serrarli da presso, stringendosi loro addosso, e questo perché ormai sento sempre di più il bisogno di raccontare da vicino gli uomini e le loro storie, abbreviando le descrizioni; alla Bergman se credi, idealmente almeno).
Abolendo le descrizioni! Vero anche questo, ma “descrivendo” egualmente, e splendidamente, proprio mentre si stringe addosso ai personaggi, in quegli spazi ristretti che l’immagine lascia intravedere attorno alla figura umana. Quanta gioia ci danno questi spazi, quanta poesia interpretativa esala da quegli anni Novanta italiani ricreati dai colori bianco neri di una sala d’armi, dai rosa e verdi di una villa di campagna, dai rosso e oro dei palazzi romani! Una civiltà, un’epoca, un’anima ritrascritte da un autore che le rifà a sua propria misura. Per questo le incendia. Se le avesse rifatte “secondo d’Annunzio” non sarebbero andate oltre il Kitsch.
Non dimentichiamo le musiche (di Franco Mannino) che, ora solo pianoforte, ora con echi di Mahler, lasciano leggere chiaramente in ogni momento del film, anche dal punto di vista sonoro, la firma di Visconti. Così come la splendida, affascinante fotografia (di Pasqualino De Santis), le ghiotte scenografie (di Mario Garbuglia) e, naturalmente, la recitazione. Contenuta, anche se tesa, quella di Giancarlo Giannini nei panni di Tullio, quieta, sommessa, tutta coniugali e non più perverse fragranze quella di Laura Antonelli nel personaggio della moglie.
Gian Luigi Rondi
Da Il Tempo, 10 settembre 1976

5 comentarios:

  1. JOYITA del MAESTRO VISCONTI,con una estupenda dupla ANTONELLI-GIANNINI,muchísimas gracias por traerla amico.

    Eddelon

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  2. Muchísimas gracias por las excelentes películas que encuentro aquí. Pero, HJSplit me informa que falta parte 5 de L'Inocente.
    Saludos desde Rusia

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