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domingo, 26 de febrero de 2012

Sbatti il mostro in prima pagina - Marco Bellocchio (1972)


TÍTULO ORIGINAL Sbatti il mostro in prima pagina
AÑO 1972
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Si (Separados)
DURACIÓN 88 min.
DIRECTOR Marco Bellocchio
GUIÓN Sergio Donati, Goffredo Fofi
MÚSICA Ennio Morricone, Nicola Piovani
FOTOGRAFÍA Luigi Kuveiller, Erico Menczer
REPARTO Gian Maria Volontè, Fabio Garriba, Carla Tatò, Jacques Herlin, John Steiner, Michel Bardinet, Jean Rougeul, Corrado Solari, Laura Betti, Enrico DiMarco, Silvia Kramar, Massimo Patrone
PRODUCTORA Jupiter Generale Cinematografica / UTI Produzioni Associate / Labrador Films
GÉNERO Drama

SINOPSIS 1972, Milán. Estamos a pocos días de las elecciones generales. La hija de un conocido profesor es encontrada muerta. El señor Bizanti, editor jefe de "Il Giornale", de acuerdo con el propietario Montelli, deciden encargar el seguimiento de la noticia el novato Roveda y al veterano Lauri. (FILMAFFINITY)


TRAMA
In un periodo politicamente caldo, l'8 marzo 1972, alla vigilia delle elezioni e quando la sede de "Il Giornale" ha subito un'aggressione da parte di gruppuscoli di sinistra, la quindicenne Maria Grazia, figlia del noto professor Italo Martini, viene trovata violentata e strozzata in un prato nella periferia di Milano. Il redattore-capo Bizanti, sentito il parere dell'ingegner Montelli, finanziatore de "Il Giornale", incarica di seguire il caso Roveda, un giornalista principiante, affiancandolo allo smaliziato e senza scrupoli Lauri. Dal canto suo Bizanti avvia indagini private: avvicina la professoressa Rita Zigai, amante di Mario Boni (della sinistra extraparlamentare) e in possesso del diario della defunta. Manipolando le notizie ottenute, Bizanti e Lauri presentano, per mezzo di Roveda, un colpevole alla polizia, alla magistratura e all'opinione pubblica. Mario Boni viene difeso inutilmente dai compagni di cellula. Solo Roveda, che nutre dubbi, avvicina il bidello della scuola di Maria Grazia scoprendo con orrore la mistificazione e l'autentico assassino. Il redattore-capo anziché denunciare l'assassino, licenzia Roveda, tenendo pronta la notizia per sfruttarla secondo l'esito delle elezioni, sempre d'accordo con Montelli.

CRITICA
"Questo film, che Bellocchio ha ereditato da un altro regista, fa pensare ad un affresco soltanto in piccola parte dipinto e per il resto appena abbozzato (...). Gian Maria Volonté, nella parte improbabile del direttore del giornale riesce tuttavia a creare un personaggio molto vivo, insieme corrotto e conscio della propria corruzione." (Alberto Moravia, "L'Espresso", 12 novembre 1972)
"La manipolazione della notizia da parte della grande stampa d'informazione è stigmatizzata quale offesa grave alla verità e al diritto dei cittadini all'autenticità dell'informazione. Situando però i responsabili di tale ignominia in un preciso contesto socio-politico, il film mira anche a dimostrare che il malcostume giornalistico ha una sola paternità. Un pronunciamento del genere, proprio in forza della sua erezione a principio di condanna, si infrange equivocamente contro il tema base avverso alla manipolazione delle notizie, poiché diviene a sua volta una comunicazione al pubblico di realtà etiche sì obiettive, ma distorte per intenti di parte." ("Segnalazioni cinematografiche", vol. 75, 1973)
"Cupo melodramma social-politico del fantasioso Marco Bellocchio che costruisce un'assurda, ma senza dubbio avvincente, storiaccia tra cronaca nera e poliziesco. I padroni, ecco i veri mostri, è la rabbiosa morale, Un'avvertenza, il film è del 1972, 'il Giornale', quello vero, è nato nel '74. Stavolta la sarcastica dicitura finale (ogni riferimento è puramente causale) non mente". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 24 febbraio 2003).
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=11377&film=Sbatti-il-mostro-in-prima-pagina
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Il primo Fellini non è ancora “felliniano”, Una storia vera di Lynch non è “lynchano”. Allo stesso modo, il fatto che sotto la voce “regia” figuri Marco Bellocchio non implica necessariamente che Sbatti il mostro in prima pagina sia un film “bellocchiano”, al contrario. Come per il di poco successivo Matti da slegare, sarebbe sbagliato e fuorviante ricercare elementi autoriali in una pellicola nata da un'urgenza comunicativa più che artistica. Un'opera impossibile da apprezzare se prescindiamo dal contesto storico, politico, sociale.
Siamo nel 1972, a Milano, nel pieno degli anni di piombo, poco prima delle elezioni. Come dice Volonté, in una scena del film, “siamo in guerra”. Come tristemente noto, è proprio in clima pre-elettorale che gli organi informativi danno il peggio di sé, manipolando le notizie a proprio uso, al punto - come in questo caso - da inventarsi il colpevole di un reato (il mostro del titolo). In seguito allo stupro e all'uccisione di una liceale quattordicenne, il redattore capo de Il Giornale, quotidiano palesemente schierato su posizioni conservatrici, decide di prendere parte attiva alle indagini, incriminando pubblicamente e in assenza di prove un militante del PCI. Inevitabile il paragone, non foss'altro che per l'interpretazione magistralmente perfida di Gian Maria Volonté (qui in veste di redattore capo), con il coevo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Come nel capolavoro di Elio Petri, anche qui il sopruso è spinto fino al paradosso: lì un capo della Sezione Omicidi che non riesce a pagare per le sue colpe neanche confessandole a piena voce, qui un cinico redattore capo che persegue la sua feroce campagna contro “il capellone” (reso paradigmatico) anche in seguito alla confessione del reale assassino della ragazza. Portare gli eventi fino al paradosso (etimologicamente para doxa = contro l'opinione comune), sembra essere il minimo comun denominatore delle due pellicole, entrambe legate a un preciso hic et nunc, entrambe partorite all'interno di una società che di paradossi si nutre. Sbatti il mostro in prima pagina è un film scritto un giorno e girato il giorno dopo, un atto politico prima che artistico. Lo stesso Bellocchio lo disconoscerà, e non per questioni di merito, ma in quanto lavoro collettivo di una troupe assolutamente incurante delle velleità artistiche dei singoli membri. Plurale d'obbligo, perché oltre a Bellocchio qui abbiamo la crème de la crème del cinema italiano dell'epoca: Ennio Morricone, Ruggero Mastroianni, Sergio Donati, Goffredo Fofi, oltre ovviamente a Gian Maria Volonté, in una delle sue interpretazioni migliori, affiancato dall'ottima Laura Betti. Ed è proprio questo eclissarsi degli autori (in questo senso è da intendersi il disconoscimento postumo del regista) la cifra stilistica del film, la sua grandezza, la sua sincerità. Un film “di pancia”, per criticare il quale non è possibile affidarsi ai principi teorici della politique des auteurs. Al contrario, è necessario sviluppare un'analisi affrontando intenti polemici e risultati effettivi. A conti fatti, altro paradosso, questa pellicola passa alla storia come una delle migliori di Bellocchio, proprio perché scevra di certe elucubrazioni intellettuali che spesso, nella filmografia del regista piacentino, risultano appesantire il risultato (qui gli unici “vezzi” che il regista sembra concedersi sono il montaggio iniziale di filmati di repertorio ed il metaforico fiume finale che spazza via i detriti).
La critica diretta va a Il Giornale (da non confondersi con Il Giornale reale, che sarà fondato due anni dopo, anche se in questo caso confondersi è cosa buona e giusta) ed al suo partito di riferimento. Si tratta ovviamente della Democrazia Cristiana, verso la quale mancano riferimenti espliciti, ma certo non inequivocabili allusioni, come il funerale finale o l'equiparazione costante di fascismo e comunismo. Dall'altro lato, però, i comunisti non sono certo coccolati: atti incendiari, alibi costruiti a tavolino, possesso di armi, sono tutti elementi tutt'altro che rimossi. Il centro d'interesse, tuttavia, resta l'ingigantimento e la distorsione che certa carta stampata opera su tali elementi (vedi il caso delle due pistole, che nel titolo de Il Giornale diventano “un arsenale”): è su questo che gli autori (al plurale) intendono discutere, puntando il dito (medio) su certe testate editoriali e (indice) su certi meccanismi di demistificazione dei fatti. Geniale, a tal proposito, la scena in cui Volonté insegna al giovane collaboratore Roveda a sostituire “disoccupato” con “immigrato” e “licenziato” con “rimasto senza lavoro”.
È forse proprio in virtù della sua immanenza storica che questo film risulta attualissimo anche ora, in un paese al cinquantaduesimo posto nella classifica mondiale della libertà di informazione e in cui proprio Il Giornale (quello vero) si è recentemente rivelato quale uno degli organi informativi più influenti, spudorati e ricattatori. D'altronde il Volonté del film sembra avere molti punti in comune con il Vittorio Feltri di ora: arrogante ma con un certo aplomb, retoricamente inattaccabile e politicamente servile al punto da andare oltre le volontà esplicite del partito di riferimento (oggi il Pdl).
Spontaneo chiedersi se un film simile, oggi, sarebbe realizzabile, e amara la risposta: no. Perché gli anni settanta erano anni più politicizzati e, per quanto riguarda la settima arte, più permeabili a idee formalmente e contenutisticamente sovversive. Perché è cambiato il sistema di distribuzione delle pellicole. Perché, in un mondo sempre più individualista, quasi nessun regista emergente è disposto a mettere a repentaglio la propria carriera con un film simile. Perché le due principali case produttrici italiane fanno capo, in diversa misura, alla solita persona (inizia con la B...). Certo, di recente Moretti ha fatto uscire Il Caimano, ma si tratta appunto di un regista formatosi negli anni settanta, tutt'altro che emergente e fieramente autoprodotto. Il suo film fotografa la realtà cinematografica italiana contemporanea meglio di qualsiasi frase.
Raffaele Pavoni
https://sites.google.com/site/metacinema/articoli-critici/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina


Milano, 1972: a seguito di un delitto a sfondo sessuale di cui è vittima una studentessa, il caporedattore di un quotidiano di destra monta una violenta campagna di stampa contro un militante comunista che aveva una relazione con la ragazza, accusandolo di essere l’assassino.
Quarto film di Marco Bellocchio, perfettamente inserito nel filone del dramma politico che all’inizio degli anni ’70 ottenne successo e onori in Italia e all’estero, grazie al suo approccio diretto (fino a risultare sgradevole) nell’affrontare la società contemporanea, con uno stile registico incalzante e appassionato anche dal punto di vista audio-visivo. Agli occhi di uno spettatore di fine 2011, “Sbatti il mostro in prima pagina” risulta in un certo senso familiare, e non solo per il nome della testata qui protagonista (“il Giornale” – un quotidiano milanese di area borghese ma piuttosto tendente a destra che, è bene precisarlo, fu fondato da Indro Montanelli solo nel 1974, dunque due anni dopo questo film), ma anche per l’atmosfera mefitica e amorale che regna sovrana dall’inizio alla fine, mettendo in scena, con i toni paranoidi tipici dell’epoca, la finzione del Potere a tutti i livelli. Se le forze dell’ordine reprimono e arrestano degli innocenti e se la magistratura si fa influenzare dall’opinione pubblica; se l’informazione infine non informa ma distorce, vellicando gli umori più bassi dei propri lettori di cui non ha alcuna stima, cosa rimane? Il punto di vista di Bellocchio, di cui sono storicamente ben note le simpatie radicali, è equidistante e non risparmia ironie né critiche agli ambienti della sinistra extra-parlamentare; ogni tanto eccede nella retorica ma ha la giusta aggressività e il tempismo di affrontare prima di altri un tema ancora di stringente attualità. Straordinario Volonté che affina ulteriormente il già complesso personaggio del caporedattore Bizanti (“Quando inizierai a capire la differenza tra quello che si pensa e quello che si dice?”). Nel prologo quasi documentaristico sul clima degli Anni di Piombo, spicca il veemente comizio di un giovane e barbutissimo Ignazio La Russa, ripreso durante una manifestazione di Maggioranza Silenziosa (un comitato anti-comunista che raggruppava liberali, monarchici, democristiani e fascisti).
http://cinemascope85.wordpress.com/2011/12/

5 comentarios:

  1. Stupendo!
    Grazie.

    Paolo - Torino(Piemonte)

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  2. Aportazo amico Amarcord,muchas gracias por traerla.

    Un cordial saludo. Eddelon

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  3. gran pelicula , crees que puedas reponerla otra vez?

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