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domingo, 30 de diciembre de 2012

La discesa di Aclà a Floristella - Aurelio Grimaldi (1992)


TÍTULO ORIGINAL La discesa di Aclà a Floristella
AÑO 1992
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 86 min.
DIRECTOR Aurelio Grimaldi
GUIÓN Aurelio Grimaldi
MÚSICA Dario Lucantoni
FOTOGRAFÍA Maurizio Calvesi
REPARTO Francesco Cusimano, Tony Sperandeo, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Giovanni Alamia, Benedetto Raneli, Giuseppe Cusimano, Rita Barbanera, Salvatore Scianna, Ignazio Donato, Luciano Venturino
PRODUCTORA Cines Europa / Nova Films / Penta Film
GÉNERO Drama | Neorrealismo

SINOPSIS El pequeño Aclá es vendido a una mina en la que también trabajan sus hermanos mayores. Pronto, su máximo deseo será huir de allí, un lugar donde los niños son golpeados y molestados sexualmente. (FILMAFFINITY)



Sinossi
Aclà, un ragazzo siciliano di undici anni, viene ‘acquistato’ da Rocco Caramazza per lavorare in qualità di “caruso” in una miniera di zolfo. Per otto anni, dal lunedì al sabato, Caramazza disporrà a suo piacimento del ragazzo, il quale si trova improvvisamente sottratto alla sua numerosa famiglia e catapultato in una realtà dove dominano la fatica fisica, la coercizione, il terrore, la violenza punitiva e quella sessuale, accettata quasi per tacita intesa.
Aclà si mostra insofferente verso la dura legge della zolfara: dopo l’ennesimo pestaggio nei suoi confronti, l’undicenne fugge alla ricerca di quel mare che, nella sua concezione geografica, lo separa dalla sorella residente in Australia, terra alla quale aspira come una sorta di liberazione dalla violenta logica che lo lega al mondo della miniera. Ma la fuga di Aclà è destinata a fallire miseramente: riacciuffato dai carabinieri, viene riportato a casa dove subisce la violenza del padre. Per Aclà riprende la dura vita lavorativa, mentre il mare si presenta soltanto come immagine onirica.

Presentazione critica
La discesa di Aclà a Floristella racconta per immagini quello che già Pirandello e Verga avevano raccontato nelle due novelle intitolate rispettivamente Ciàula scopre la luna e Rosso Malpelo (anche se in questo caso in luogo della zolfara l’ambiente di riferimento era una cava di sabbia). Il triste tema narrato è quello del lavoro minorile nella Sicilia di inizio secolo (da alcuni elementi - la canzone Faccetta nera, il quadro di Mussolini che campeggia nella caserma dei carabinieri - si comprende che l’epoca in cui si svolge la storia è quella del Ventennio fascista), mostrato nelle sue caratteristiche più crude, iperrealistiche ed anche un tantino compiaciute, visto l’estetizzante indugiare della macchina da presa sui corpi sudati ed acerbi dei ragazzi o l’insistenza quasi “voyeuristica” nelle situazioni più sgradevoli e amare. La miniera di zolfo di Floristella viene contraddistinta fin da subito come l’antro infernale in cui Aclà, “caruso” del picconiere Rocco Caramazza (il “caruso” è il manovale, quasi sempre un ragazzo, che sta accanto a ogni picconiere e trasporta il minerale che questi stacca dalla cava), è destinato a soccombere tra mille pene, violenze e situazioni incresciose. La zolfara è intesa come luogo altro, parallelo alla realtà e dolorosamente alternativo ad essa, in cui vigono regole e norme di tipo quasi tribale, sicuramente caratteristiche di chi vive lontano dalla società civile, in un microcosmo dedito a bisogni elementari e pulsionali, coacervo di dannati mostrati con afflato pittorico e legati a bisogni primari, istintuali, irrazionali. Aclà, simbolicamente, diventa la vittima di una situazione che si fa subito pesante, sia per la fatica fisica (l’obiettivo immediato che gli impone Caramazza è di arrivare a trasportare sulle spalle venticinque chili di zolfo), sia per il clima di terrore instaurato (lo stesso Caramazza, appena conosciuto il ragazzo, gli sferra uno schiaffo in pieno volto per dissuaderlo preventivamente da qualunque tentativo di fuga), sia per la elevata possibilità di trasformarsi in un oggetto sessuale da stuprare. Aclà è considerato un vero e proprio oggetto da tradurre in una dimensione differente, alternativa al mondo della famiglia e degli svaghi fanciulleschi: il mutuo accordo che lo lega al picconiere Caramazza è detto “soccorso morto”, una assodata transazione a causa della quale il ragazzo diventa di proprietà dello zolfataro (nel caso di Aclà il contratto dura otto anni per la somma di cinquecento lire), in pratica una sorta di schiavitù post litteram alla quale è impossibile sfuggire perché non basta la volontà del singolo se è destinata a scontrarsi contro una prassi comunemente accettata, anzi sollecitata per far fronte alla miseria incipiente. Infatti il destino di un Aclà, che si dibatte con tutte le sue residue energie per evitare di lavorare in miniera, è quello di arrivare soltanto a sognare il mare verso il quale tende nel corso della sua fuga. L’aspirazione è di congiungersi con il vero volto di quella natura che l’infernale miniera con le sue opprimenti viscere nega recisamente, annullando di fatto lo slancio vitale che Aclà mostra nella sua alacre ricerca. La fuga verso il mare, in quanto allegoria di libertà, è inoltre una precisa assunzione metacinematografica che fa esplicito riferimento all’altra e più importante fuga, quella di Antoine Doinel ne I quattrocento colpi di François Truffaut, nel quale la vastità della superficie marina diventava il simbolo evidente del tentativo di affrancamento dalla logica perversa della forzata realtà del collegio. Ma se nel film del compianto maestro francese la libertà veniva raggiunta, nel lavoro di Grimaldi il significato, per palese contrasto, si mostra ancora più doloroso di quanto non sia già stato mostrato fino a quel punto, perché l’aspirazione di Aclà viene frustrata e la libertà tanto agognata viene soddisfatta soltanto sul piano dell’illusione, per una traslazione del senso e l’implicita ammissione dell’impossibilità di sottrarsi alle regole imposte e supinamente accettate.
Giampiero Frasca
http://www.minori.it/discesa
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El Cine Italiano también ha dado muestras de alcanzar la supremacía del tema de la violencia con los niños, desde sus primeros tiempos con el neorrealismo, cuando las consecuencias eran producto de la guerra. Ahora, con el transcurso del tiempo, se da espacios para revisitar estas problemáticas humanas con altura de miras.
"La Discesa Di Aclá A Floristella" ( 1992 ) del director Aurelio Grimaldi, convirtió el tema de la usurpación de la inocencia infantil, en una parábola que tiene mucho de moral y de recogimiento espiritual. Su película, muy difícil de conseguir por estos lados de América, mantiene la impronta de ser una crónica de denuncia social.
El relato ambientado en los años treinta del siglo XX, reconstruye la historia de una familia de extrema pobreza, cuyos varones se dedican a explotar una mina de azufre, en pésimas condiciones laborales. La historia parte, cuando el mayor de los niños - el magnífico actor infantil Francesco Cusimano, en su segunda y última actuación para el cine -, deberá asumir el puesto de "lazarillo" de un viejo minero, a costa de unas monedas para alimentar a su numerosa familia.
Esta situación da para todo, pues la vida en la mina, les obliga a permanecer semanas encerrados, respirando aires nauseabundos y asumiendo el encuentro fortuito con la prostitución masculina, la homosexualidad y la pederastía.
Dentro de la mina, ocurre de todo : peleas entre mineros rivales, intercambios amorosos, violaciones encubiertas y maltrato a costa de sobrevivir. Pero "Aka" el personaje que interpreta Cusimano, un rubicundo italiano atractivo para la huestes homosexuales y pedófilas, intentará huír porque su sueño es conocer Australia y el mar.
En la conciencia del niño que huye, se establece la capacidad onírica del infante de imaginarse frente al mar.
Como en "Los 400 Golpes" ( sin congelamientos ), la fuga ocurre en la conciencia de un ser idealizado.
La lógica de esta película, está dada en la acumulación de viñetas, alusivas a la vida marginal que llevan estas familias alrededor de la mina. Pero Grimaldi va más allá. Al trasponer situaciones límites, adorna su relato con una estética neorrealista, que se prodiga en la belleza rural del paisaje; en la ternura salvaje de los niños, y en fin, en la compleja realidad histórica de un puñado de personas que habitan como animales de engorda. Sin piedad, sin Dios, ni ley.
Francesco Cusimano debutó en el cine, con "Demonia" ( 1990 ), una sangrienta película de horror , sobre un arqueólogo canadiense que por un accidente, deja libres los espíritus de cinco monjas fantasmas. Tremendo bluff.  Para proseguir con esta tremenda y dramática historia de la crónica periodística italiana.
Francesco no sólo es la imagen viva del niño fuerte y atlético, ideal para encarnar a un joven minero. Por su espontánea presencia, y en las condiciones mínimas de trabajo, semidesnudos, traspirando lo indecible, subyugado por la esperanza de huír del lugar, logramos interpretar el mensaje interior del relato, precaviendo que, sus imágenes contiene fuertes escenas y exacerbadas secuencias de crueldad  infantil. Tal vez, en su rigor, el personaje de Francesco Cusimano no ha hecho sino precaver, sobre un mal que ha estado en nuestras culturas desde tiempos antiguos.
La actuación del muchacho es casi instintiva. En las tomas iniciales cuando la voz en "off" nos presenta a la numerosa familia de Aka, la cámara se detiene para remarcar las condiciones infrahumanas en que vivió esa gente. Niños haciendo pipí frente a cámara, durmiendo en el suelo agrupados como corderos, y comiendo porquería, en una época donde los hacendados ajustaban sus cuentas gracias al trabajo de familias como las de Aka.
Francesco es un niño hermoso, que vive en una situación extrema, de la cual es muy difícil escapar.
Grimaldi acentúa la belleza de la figura del personaje, en sus escenas de desnudo dentro de la mina, esclavo a los detrimentos de su amo y señor.
En paños menores, el niño despierta los bajos instintos de los mineros pederastas, que en su constatación de una realidad, dejan constancia del analfabetismo y la desolación más cruel, que se ha visto en el cine de esos años.
Aka es un efebo indomable, que arremete con furia indignante cuando el abuso de poder, lo condiciona a castigos primitivos y seculares.
Hay una actuación impostada en ciertos tramos, que no ennoblecen la capacidad del discurso de la película, aunque sí la hacen un poco indigesta.
Cusimano a los golpes y amedrantamientos, grita, llora y se desvive. Ahí, la película desequilibra el encantamiento de la sutileza. Pasa del discurso histórico al drama peninsular, a la manera romana, como en la Opera.
Las exageraciones estilísticas, sin embargo, no restan el interés por el tema. Cusimano se mueve bien en los terrenos abiertos. Aplica su figura odalisca a los designios de su tragedia fílmica.
Cuando huye, la policía le persigue por poblados y villas. Es una huída sin destino. Cusimano lo sabe. Aka se fusiona a Cusimano. Cusimano es Aka.
En un momento de escasa felicidad, el niño se imagina que ha llegado al océano. Error : sólo está a unos cuántos kilómetros de su villa. Perdido en sus propios devaneos aventureros, Cusimano logra transmitir toda la angustia de su personaje.
Un niño extremadamente hermoso, cuya belleza no logra encauzarse en un mundo hostil, donde cualquier gesto o insinuación afectiva, es sometida a castigo privándole de su propia libertad.
Sin duda, se trata de una película para paladares exigentes, que reflota todo el carisma y la compostura algo marchita, de un niño marginal en una situación límite. Gran logro de Francesco Cusimano, como actor espontáneo y natural.
http://sptimo7sello.blogspot.com.ar/2012/07/divinos-prodigios-del-cine-mundial.html

El mar llega a todas partes
No hace mucho tiempo los hijos eran considerados como bienes sobre los que se tenían todos los derechos y estos sólo tenían la obligación de obedecer. Esta situación llegaba al punto de tratar a los hijos como animales en la familia a los cuales se les tenía que educar a base de golpes, palizas y abusos de todo tipo. Esta situación no sólo se daba en el seno familiar, sino que se extendía a los patronos al mando de los cuales entraban desde muy niños. Estoy hablando en pasado pero es seguro que esta misma situación se da actualmente en muchos países y aún en los países desarrollados. Aurelio Grimaldi, el director, toma una historia localizada en un mundo machista, un ambiente minero italiano, y realiza una película dura, que sobrecoge pero nunca abandona la idea de notar al espectador que los niños son las víctimas. El mundo críptico de una mina, donde sólo trabajan hombres con niños, permite ir marcando las distintas actitudes frente a los niños y en ese mundo machista no hay apenas lugar para la sensibilidad y el afecto. Cuando estos sentimientos aparecen son vistos como una debilidad por parte de la mayoría de los hombres. La interpretación del niño, expresamente rubio y de piel clara es muy buena y destaca en ese mundo oscuro de la mina, aunque el resto de los intérpretes, muy italianos ellos, expresan perfectamente la dominancia y la sumisión en cada caso. Una música, al mas puro estilo italiano rural y coral, subraya las escenas. No es cine al estilo cinematográfico norteamericano, sino que recuerda al cine italiano de los años 50 y 60, retomando el neorrealismo.
Del Mar
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/628981.html
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Critica
Malgrado alcune lungaggini narrative e qualche caduta di tono il film ha indubbiamente dei pregi nella scelta del tema, che, per quanto riferito a costumi degli anni '30, è molto toccante e vivo, e può essere paragonato alla inumana vita da schiavi che conducono anche oggi molti bambini in alcuni contesti sociali. La fotografia è molto curata nelle luci e nei colori, e la sceneggiatura, opera (come il soggetto) di Grimaldi ha delle qualità notevoli soprattutto nella descrizione della discesa agli "inferi" di Aclà, fra violenze fisiche e psichiche di ogni genere.(Segnalazioni Cinematografiche, vol.114, p.66)

La zolfara di Floristella è un luogo dove vigono leggi e regole estranee a qualsiasi contesto civile. È una cavità infernale, è un anfratto alieno a qualsiasi moralità, a qualsiasi senso etico. La discesa di Aclà a Floristella parte da questo presupposto: le condizioni dei lavoratori nel passato – in questo caso siamo nella Sicilia degli anni Trenta, ma l’ambientazione in definitiva conta poco – non hanno mai avuto nulla di umano, in modo particolare nelle miniere e nelle fabbriche, dove spesso e volentieri erano impiegati anche i bambini.
La cava in cui Aclà lavora, vive e muore (almeno dal punto di vista della perdita della propria dignità) è allora lo spazio limite, il posto in cui si addensano tutte le negatività che si potevano trovare in questi opifici: sfruttamento, violenza, sopruso, vessazione, assenza di ogni diritto. Proprio perché rappresenta un caso estremo – e la regia molto compiaciuta, il valore estetizzante delle immagini, la carica morbosa di alcune sequenze, stanno lì a dimostrarlo – il film porta ai loro punti terminali tutti gli argomenti che di volta in volta affronta.
La discesa di Aclà a Floristella, ad esempio, non racconta un caso di lavoro minorile, bensì di schiavitù “coloniale”. Il biondo ragazzino è venduto, proprio come nei mercimoni dei secoli passati, a un padrone che lo possiede in tutti i sensi e ne fa quello che vuole. Per certi versi, dunque Rocco Caramazza non è solo un padrone, ma diventa il demiurgo del piccolo Aclà, il suo sole nero. Non deve sorprendere dunque che Rocco, appena conosciuto il ragazzino, gli appioppi uno schiaffo come primo gesto di accoglienza, in modo che sappia che non si può ribellare a lui, o che gli faccia portare il primo giorno di lavoro venticinque chili di zolfo sulle spalle: Aclà è, infatti, un caruso, colui che raccoglie il minerale che il minatore rompe con la piccozza.
La storia non si accontenta neanche di descrivere una “semplice” situazione di abuso o di maltrattamento, ma va molto più in là. Nella zolfara, il bambino diventa ben presto oggetto di violenza sessuale e di attrazione omosessuale da parte dei minatori. Una regola cui Aclà non può ribellarsi, perché accettata e condivisa da tutti. Nella miniera, vero è proprio monstrum dell’infanzia, buco nero nel quale ogni spirito vitale è inghiottito e ogni caratteristica tipica della fanciullezza recisa, il piccolo protagonista non può che brancolare nel buio sia fisico che metaforico.
La fuga dalla realtà si manifesta, anch’essa, in tratti estremi. La corsa verso il mare acquista una molteplicità di senso: è lo spazio aperto che si contrappone al chiuso della cava; è la ricerca della “naturalità” della natura (il suo aspetto incontaminato) rispetto alla “innaturalità” della miniera, simbolo di un ambiente ferito e infilzato dalla mano dell’uomo; è la speranza di avere una famiglia o di essere considerato come figlio (oltre il mare, in Australia, c’è la sorella di Aclà che egli vorrebbe raggiungere) di contro alla certezza di essere trattato come un oggetto; è infine un esplicito richiamo al cinema di Truffaut (la corsa verso la spiaggia è molto simile a quella di Antoine Doinel, protagonista de I quattrocento colpi) per ribaltare gli assunti del film francese e dare un senso ancora più occludente alla storia. Se nella pellicola citata la corsa di Antoine sanciva, forse, la possibilità di un momento di vera libertà e di un futuro riscatto, qui ratifica lo sguardo pessimista del regista: ad Aclà non restano altro che i sogni. Quelli fatti a occhi aperti sono destinati a essere per sempre soffocati. (Marcello Dalla Gassa, Aiace Torino)

1 comentario:

  1. gracias por los subtitulos pero son muy malos.

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