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domingo, 3 de julio de 2011

EXTRA: TV > La Meglio Gioventu - Marco Tullio Giordana (2003)


TÍTULO La meglio gioventú 
AÑO 2003
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 360 min.
DIRECTOR Marco Tullio Giordana
GUIÓN Sandro Petraglia, Stefano Rulli
MÚSICA Varios
FOTOGRAFÍA Roberto Forza
REPARTO Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi, Paolo Bonanni, Valentina Carnelutti, Claudio Gioè, Riccardo Scamarcio, Giovanni Scifoni, Andrea Tidona, Lidia Vitale
PRODUCTORA BiBi Film / RAI Cinema
PREMIOS
2003: Cannes: Premio del Jurado sección "Un Certain Regard".
2004: 6 premios David de Donatello: incluyendo mejor película, director y guión
GÉNERO Drama | Familia. Años 60. Años 70. Miniserie de TV

SINOPSIS Miniserie de TV que, a pesar de su formato televisivo, estuvo nominada a los Premios de Cine Europeo 2003 en las categorías de mejor director, mejor actor (Luigi Lo Cascio) y mejor guión. Narra la historia de una familia italiana desde finales de los años sesenta hasta la actualidad, recorriendo durante casi cuatro décadas la historia de Italia. (FILMAFFINITY)

Subtítulos (Español)

CD 4

Gli ultimi 40 anni della storia d’Italia visti attraverso gli occhi e le vicende di una famiglia nella quale convivono molte delle contraddizioni e delle problematiche di questo lungo periodo. Due fratelli, Nicola e Matteo inseparabili durante l’infanzia, che si ritrovano da adulti ad affrontare la vita da posizioni diverse. Lo strappo avviene dopo l’incontro con una ragazza che ha problemi psichici. L’alluvione di Firenze, la contestazione del 68, l’esplosione del terrorismo brigatista, le vicende di tangentopoli sino ai nostri giorni sono la colonna sonora che accompagna dal di fuori e dal di dentro la famiglia Carati, con i suoi drammi, le stridenti contrapposizioni, le gioie ed i dolori che si specchiano con la storia di questo delicatissimo periodo storico.

Troppa grazia questo film di Marco Tullio Giordana! Più volte nel corso delle sue 6 ore, che sembrano in realtà non più di un paio, c’è da stropicciarsi gli occhi, darsi qualche pizzicotto, per sincerarsi se si tratta di un sogno: quello del cinema italiano capace di creare un’opera così straordinaria sulla nostra storia degli ultimi 40 anni. E poi chiedersi: ma chi ce l’ha nascosto sino ad ora, visto che non si tratta di uno di quei film che il grande pubblico riconosce al volo?
Ebbene c’è da alzarsi in piedi e tributare una standing ovation ai suoi autori dopo averci fatto ridere, piangere, riflettere e forse chiarirci pure quale incredibile periodo della storia italiana abbiamo vissuto, raccontato nel film, con le sue esaltazioni, le sue speranze, le sue disillusioni, i suoi lutti, le sue riappacificazioni.

La storia di una famiglia che rappresenta tutti noi, nelle contraddizioni, nelle miserie, nella dignità, nella forza e nel carattere, che attraversa con le sue interne vicende tutto questo fondamentale periodo storico nostrano. Si potrebbe continuare all’infinito a decantarne le lodi, tutti i pregi, i temi, la complessità dei rapporti che vengono rappresentati così acutamente in quest’opera. Probabilmente spiega molto più la storia della nostra Italia moderna questo film, diviso in due parti di tre ore ciascuna, sintetizzandola senza banalizzarla, che tanti trattati, analisi, tavole rotonde di sociologi e storici.

Sei ore che potrebbero sembrare un atto di presunzione da parte degli autori, trattandosi di un film che esce dai canoni tipici in termini di durata. Va bene che nasce come sceneggiato televisivo, poi ridotto a due capitoli per il cinema, ma chi, oggigiorno potrebbe tentare un’operazione così ambiziosa e girare un film che dura così tanto? Ed invece, armoniosamente, concretamente, sinteticamente, ma anche profondamente, questo film ci spiega tutti i drammi, i grandi temi e le lunghe pagine della nostra storia recente attraverso le vicende di una famiglia allo stesso tempo qualunque e unica.

Difficile trovarci anche un solo difetto: è un film che puoi girare come vuoi ed appare sempre equidistante, sempre al di sopra delle parti, sempre lontano dalla pretesa e presunzione di giudicare e prendere posizione, limitandosi solo a documentare, come si conviene a chi punta la verità piuttosto che il gioco per uno schieramento di parte, più o meno consapevolmente. Ad iniziare da come tratta il tema del terrorismo, come prosegue con quello  della contraddizione che si manifesta all’interno di una famiglia nella quale convivono una brigatista ed un celerino con il manganello facile. E non si riesce ad essere né contro l’uno né a favore dell’altra, perchè se ne rispettano le intime ragioni e convincimenti, pur sbagliati e pur non condividendoli, magari.

Anche degli interpreti sono in stato di grazia: da Alessio Boni (Matteo) che sembra una riedizione del professore interpretato da Alain Delon in La Prima Notte di Quiete: stesso pessimismo, stessa sofferenza di vivere, stesso fascino decadente e stessa fine, anche. Ma che dire di Luigi Lo Cascio (un Nicola di straordinaria umanità e sensibilità), Adriana Asti, una delle tante madri che hanno patito tanti dolori e tanti lutti con grande dignità e il personaggio più straziante del film, per la complessità emotiva che lo mina dall’interno, rappresentato da Sonia Bergamasco (Giulia). E  poi Fabrizio Gifuni, una sorta di neo-Biagi che sfugge per un pelo alla morte decretata dai ‘giustizieri’ brigatisti. Ed infine, ‘last but no least’ direbbe qualcuno, le due perle femminili: Jasmine Trinca che è una Giorgia bravissima, imbruttita dal ruolo ma molto, molto più bella e tenera che in Romanzo Criminale e poi la scoperta, la bellissima fuori e dentro Maya Sansa, dolcissima nel personaggio di Mirella, ma dotata anche di una forza caratteriale da gladiatrice, una bellezza mediterranea nella migliore tradizione, ma soprattutto un viso ed un sorriso da togliere il fiato. Ma da dove sono usciti tutti questi splendidi interpreti? E che fine hanno fatto poi, come lo stesso regista, certamente ottimamente coadiuvato nell’occasione da sceneggiatori di lusso come Rulli e Petraglia che la storia italiana l’hanno studiata e tratteggiata in lungo ed in largo in tutti questi anni, ma mai con questa lucidità, con questa creatività e completezza?

Insomma, c’è da rimanere basiti ed incantati allo stesso tempo. Credo che questo film sia una sorta di prosecuzione ideale di Novecento di Bernardo Bertolucci, laddove si fermava quest’ultimo, continua La Meglio Gioventù. Difficile dire se è più bella la prima oppure la seconda parte. Nel confronto, questa galleria di splendidi interpreti non appare meno convincente di quella rappresentata dai mostri sacri che là erano rappresentanti da Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda, ecc. ecc.

Nella prima parte di La Meglio Gioventù c’è la sorpresa, dopo un pò, di scoprire un… gioiello e si resta talmente abbagliati e colti alla sprovvista, in un certo senso, che sembra impossibile poi trovare di meglio nella seconda, nella quale, si tirano le fila di tutto quello che è stato seminato sin lì e dove certamente ci sono momenti di grande commozione, tensione emotiva e sensibilità da starne quasi male, ma un pò come quando si piange di gioia: ci sono le lacrime, ma sì è felici allo stesso tempo.

E’ incredibile comunque come questo film riesca a raccontare avvenimenti privati e particolari e calarli, metaforicamente e storicamente, in quelli generali che hanno caratterizzato la storia d’Italia senza steccare mai, senza deragliare e lasciare qualcosa a metà, anche quei personaggi non esattamente di primissimo piano che gli autori riescono comunque a definire compiutamente senza lasciare nulla in sospeso: penso a Jasmine, al personaggio di Sonia, sua figlia e poi Mirella e il figlio Andrea. Francamente non si vede la necessità di cambiare nulla in questo film, neppure una scena ed anche quando ci si provasse a pensarlo, sembra di trovarsi in una di quelle situazioni,  come quando si fa una discussione fra amici partendo da diverse posizioni dove, pur non condividendo la prospettiva  dell’altro, se ne capiscono comunque le origini, la buona fede e le motivazioni.

La Meglio Gioventù è per l’Italia quello che Heimat di Edgar Reitz è stato per la Germania. Anche in quel caso si tratta di un’opera corale ed ancora più lunga, che era stata distribuita a puntate in TV e che nella versione più sintetica, uscita per il cinema, dura comunque quasi dieci ore. I personaggi e le situazioni di La Meglio Gioventù restano indelebili nella memoria, un pò perchè sono parte della nostra stessa storia generazionale, un pò perchè se lo meritano davvero per le emozioni che hanno saputo trasmetterci e la caterva di premi che ha comunque conseguito quest’opera, dai 6 David di Donatello, ai 7 Nastri d’Argento, ai 4 Globi d’Oro, il premio al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard appaiono quindi strameritati.
Maurizio Pessione
http://www.storiadeifilm.it/La_Meglio_Gioventu.p0-r667



La storia siamo noi
 ''Il tempo non ci appartiene mai perché se ne va sempre''. Pino Corrias

Strano destino è stato quello di La meglio gioventù, magnifico romanzo familiare in forma cinematografica che attraversa gli ultimi trentacinque anni della storia italiana. Prodotto dalla Rai per la televisione, è rimasto mesi a prendere polvere nei magazzini. In tempi grami come i nostri, gli illuminati dirigenti di quella che dovrebbe essere la più importante azienda pubblica di promozione culturale del Paese, hanno ben pensato che un’opera così potente, commovente, intelligente e trascinante, potesse distrarci dalle soap opera vuote e infinite, le televendite pubblicitarie, le minigonne delle vallette, i telegiornali tutti uguali, la moda fatta passare per arte suprema e i superconduttori dal cervello raffinato con il petrolio.
Poi, però, è arrivato il Festival di Cannes, che ha avuto la lungimiranza di selezionare questo fondo di magazzino per la sezione competitiva Un certain regard. Un privilegio concesso raramente da un grande Festival a prodotti per la televisione di tale durata e toccato finora a maestri come Fassbinder (Berlin Alexanderplatz), Bergman (Fanny e Alexander), Kieslowski (Decalogo). Trionfo a Cannes e decisione di distribuire La meglio gioventù nei cinema, in due parti, ottenendo un riscontro di pubblico che ha avuto del clamoroso.
Un successo che si spiega con l’abilità di Giordana nel creare una narrazione che scalda il cuore e alimenta la luce di una crescita della nostra coscienza civile. Proponendo, in questo emozionante romanzo di formazione di un’intera generazione, non un punto di vista ideologico su un pezzo di storia del nostro Paese, ma, insieme, un rispecchiamento e un’aspirazione collettiva, una riflessione che si fa ricordo e sua interrogazione, disinganno e rimpianto, senso d’illusione e percezione di un’amara sconfitta.
Il film comincia nell’estate nel 1966 e racconta di un gruppo di amici della media borghesia romana. Notti a correre in Vespa, balli a Trastevere con le luminarie, approcci amorosi sulle note di canzoni che hanno segnato generazioni. Disoccupazione al 3%, esami all’università in giacca e cravatta. Primi viaggi all’estero, autostop in giro per l’Europa, hippy, Ginsberg, nudisti, altri mondi, ragazze disinibite. Ma anche industrie che crescono e inquinano, promovendo inedite coscienze ecologiche.
L’estate del 1966 è quella che decide le scelte per la vita di due fratelli, Nicola e Matteo, assi portanti di un affresco che intreccia, dietro vicende private, snodi importanti della recente storia italiana. L’incontro che segna la svolta delle loro esistenze è quello con Giorgia, affascinante ragazza con disturbi psichici. L’esperienza inciderà diversamente i due fratelli. Partiti dallo stesso mondo morale e culturale, Nicola diventerà un illuminato psichiatra basagliano, aperto al mondo e alla vita, idealista, gentile. Matteo, invece, si arruola nell’esercito, poi nella polizia, in un disperato scontroso bisogno di dare ordine alle cose, obbedire a delle regole e non decidere più.
Insieme si ritrovano tra gli “angeli del fango” durante la terribile alluvione fiorentina del 1966: l’uno nel volontariato internazionale, l’altro intruppato. Pasolinianamente contro (secondo il teorema di Valle Giulia) saranno, invece, sulle barricate della contestazione studentesca: Nicola l’intellettuale progressista, Matteo il celerino picchiatore. L’uno il doppio dell’altro: non a caso i loro destini saranno catalizzati, all’inizio e alla fine, dalle stesse figure femminili, Giorgia e Mirella.
Passano gli anni e una generazione si afferma. Si formano nuove famiglie, nascono figli, si susseguono le feste di matrimonio, le esperienze con la malattia, la perdita, la cognizione del dolore nell’incomprensione di sguardi sempre più lontani.
La fede in un cieco comunismo precipita il Paese nel terrorismo. Anni pesanti, crisi industriali, l’italica virtù di saper ridere anche nelle disgrazie, tra l’effimera rivoluzione morale di Tangentopoli e il becero fenomeno Lega che si afferma dalle piazze alle televisioni. Poi, l’urlo straziato della strage di Capaci. Giudici, scorte e preti che combattono una guerra di tutti, nella fotografia di un’Italia piena di chiaroscuri.
La meglio gioventù è anche la storia privata di famiglie che si riuniscono dopo tanto tempo. Capodanni a piangere da soli con la televisione accesa e la segreteria telefonica inserita. Silenzi e grida, ironie e tragedie, brava gente e scelte sbagliate. La disperazione del suicidio e la sua irresistibile assurdità. L’elaborazione del lutto e i sensi di colpa. L’incondivisibile libertà del morire e dell’uccidere. Il complesso passaggio di figli che diventano padri.
Finale con ritiro da ricchi in un’enorme villa nell’incantata campagna toscana. Passaggio del testimone a una prossima generazione di giovani, più pragmatici e con meno ideali, o ideologie, senza il mito e il dovere di una palingenesi collettiva della società.
Marco Tullio Giordana, come innamorato dei propri personaggi e di questa (sua stessa) storia, mette in scena tanti piccoli eroi borghesi che non si tirano indietro di fronte ai drammi che hanno attraversato il Paese: l’emergenza terrorismo, l’emergenza mafia, la fiducia nell’educare le generazioni future a non piombare in stati d’assedio privati e collettivi. In un’Italia in cui la gente legge libri, rispetta l’ambiente, lotta per le proprie passioni, in una trama che unisce un’ideale geografia umana e topografica del nostro Paese. Il contrario, insomma, di quello che siamo quotidianamente abituati a vedere, soprattutto nelle nostre (auto)rappresentazioni televisive.
Il titolo La meglio gioventù è una citazione pasoliniana1 . E’ lo stesso, infatti, di una raccolta di poesie in dialetto friulano pubblicata dallo scrittore, regista e saggista nel 1954. Il riferimento a Pasolini non è certo casuale, essendo stato il più lucido e appassionato cronista polemico dei mutamenti occorsi alla società italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta, quelli coperti dalla prima parte del film. Da Pasolini è stato poi profondamente segnato il regista Marco T. Giordana, rivelatosi al grande pubblico con il film Pasolini, un delitto italiano (1995). La cui sceneggiatura era stata scritta dagli stessi autori di La meglio gioventù:
Sandro Petraglia e Stefano Rulli, una coppia che ha segnato il miglior cinema italiano degli ultimi vent’anni2.
E’ lo stesso regista a chiarire la doppia chiave di lettura, storica e privata che fa da trama connettiva al film, l’irruzione casuale della grande storia nella piccola storia, una sorta di epopea del quotidiano:
Mi è sempre interessata la storia con la s minuscola. Penso che quanto più una storia è personale tanto più è avvincente e universale, perché ha la capacità di sorprendere, di mostrare degli aspetti diversi da quelli che conosciamo. Nel film gli avvenimenti sono sullo sfondo, caratterizzano un’epoca, come accade anche nella vita di tutti i giorni. Ci ricordiamo più facilmente la data del primo appuntamento, che quella in cui Mao ha fatto una relazione al Comitato Centrale. I pochi eventi storici raccontati in primo piano hanno un legame diretto con i personaggi [...]. Più che l’epopea collettiva, questo film racconta la fatica e la gioia della giovinezza, l’insoddisfazione di sé, i sentimenti assoluti che si vivono a quell’età, prima di tutto come individui3.
Alla fine, tutto si tiene nel corso delle quasi sei ore complessive di questo film corale, con un magnifico cast di attori. Tra cui spicca la gran classe recitativa di Adriana Asti e uno straordinario, per simpatia ed efficacia, Luigi Lo Cascio. Attraversato da indimenticabili canzoni è tutto il tessuto emotivo della pellicola, percorsa dall’appassionata Oblivion di Astor Piazzolla che illumina i passaggi più intensi della storia.
La meglio gioventù riprende, insomma, il filo delle grandi narrazioni. Ricordando Novecento di Bernardo Bertolucci o Heimat di Edgar Reitz. Ereditando l’impegno del miglior cinema italiano. Che, da Rocco e i suoi fratelli in poi, ha fatto scuola nelle saghe familiari del cinema mondiale.
Alla chiusura di ore di visione che scorrono senza alcuna fatica o cedimento, non si può che ammirare il talento registico di Marco T. Giordana. Che ha trasfigurato, con grazia e passione, un prodotto per la televisione in un intelligente e commovente trionfo di grande cinema.

Note
1. Questa, a sua volta, rimanda a una canzone corale degli alpini in guerra (''Sul ponte di Perati bandiera nera, la meglio gioventù va sotto tera''), a una generazione di ragazzi falcidiati dall’orrore.
2. Insieme a Silvano Agosti e Marco Bellocchio hanno diretto Matti da slegare – Nessuno o tutti (1975), agghiacciante documentario di denuncia delle disumane condizioni in cui venivano tenuti i malati all’interno degli ospedali psichiatrici. Evidente, da qui, l’ispirazione per la missione del personaggio di Nicola in La meglio gioventù. Petraglia e Rulli hanno anche scritto sceneggiature per Moretti (il suo socio Angelo Barbagallo è il produttore di La meglio gioventù), Placido, Luchetti, Risi, Amelio, Bellocchio, i Taviani, Rosi, Faenza, Mazzacurati e Labate. Importante anche il lavoro per la televisione. Sono loro gli autori delle prime serie della Piovra, così come di Don Milani, Almost America e La vita che verrà. Quest’ultimo, diretto da Pasquale Pozzessere, costituisce una specie di raccordo tra Novecento di Bertolucci e La meglio gioventù, radicando la storia dei suoi protagonisti nelle vicende italiane che vanno dalla Liberazione fino alle Olimpiadi di Roma.
3. M. T. Giordana cit. in B. CORSI, Un cinema per tutte le stagioni, in ''Vivilcinema'', 3, 2002, p. 9.

12 comentarios:

  1. Recién llegado a vuestro sitio, ayer vi la espléndida "I cento passi", y hoy me encuentro con este regalo. Me quito el cráneo ante vuestra generosidad y vuestro gusto. ¡Gracias!

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  2. Muchas gracias por este gran aporte...años que llevo buscando esta serie, la cual la vi por única vez en el cable...una gran producción...muy buena página, felicitaciones!... Un saludo!

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  3. Hola, gracias por este regalo fantastico, amo el cine Italiano, en este post los subtitulos 3 no los he podido activar, también busco libros de fotografia Italiana en especial del neorrealismo.

    Un fuerte abrazo y bien por eso de la cultura para todos y no solo para los comerciantes.

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  4. hallo, i'm dede from indonesia. great blog and great movies you have here mate. i just wanna say, link 5 for cd 2 is dead (http://www.mediafire.com/?5hgg3j6h9qpcfc9) would you please renew? many thanks before

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  5. Muchas gracias. Excelente miniserie.

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  6. Amarcord, podrías resubir los enlaces. He visto en tu blog I cento passi, y me ha gustado mucho y buscando información sobre el director todo el mundo recomienda esta pelicula/miniserie
    Como siempre muchísimas gracias y prometo paciencia

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    1. Cambiados los enlaces de los 2 primeros capítulos.

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    2. Cambiados los enlaces de los dos capítulos restantes.

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  7. No hay deber más necesario que el de dar las gracias
    Un abrazo y mi eterna gratitud, Amarcord

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  8. Amarcord tenia muchas ganas de ver esta película , pero por favor podrias resubir los link del cd 4, que están fuera de línea? muchas gracias!!!

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