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sábado, 30 de julio de 2011

Anni Difficili - Luigi Zampa (1948)


TITULO Anni Difficili
AÑO 1948
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS No
DURACION 113 min.
DIRECCION Luigi Zampa
GUION Sergio Amidei, Vitalino Brancati, Franco Evangelisti, Enrico Fulchigioni, dal racconto Il vecchio con gli stivali di V. Brancati
FOTOGRAFIA Carlo Montuori.
MONTAJE Eraldo Da Roma (Eraldo Judiconi)
ESCENOGRAFIA Ivo Battelli
VESTUARIO Giuliana Bagni
MUSICA Franco Casavola
PRODUCCION Briguglio Film
INTERPRETES Umberto Spadaro, Massimo Girotti, Ave Ninchi, Milly Vitale, Delia Scala, Ernesto Almirante, Enzo Biliotti, Carletto Sposito, Loris Gizzi, Aldo Silvani, Giovanni Grasso, Raniero De Cenzo, Bruno e Vittorio Di Stefano

SINOPSIS Anni difficili cerca nuovi equilibri e modelli di riferimento in un’Italia ancora scossa dal totalitarismo e dalla guerra, e racconta le disavventure del tranquillo impiegato Aldo Piscitello e della sua famiglia, costretti a barcamenarsi nei difficili anni del fascismo. Piscitello, pur di convinzioni sinceramente democratiche, non sa ribellarsi all’imposizione di iscriversi al partito e fingere adesione agli ideali delle camice nere. Pagherà la sua debolezza con la perdita di un figlio e dell’impiego, mentre personaggi ben più collusi di lui col regime sapranno riciclarsi senza problemi al momento opportuno.


Anni difficili, diretto nel 1948 da Luigi Zampa e scritto con Vitaliano Brancati, è una delle opere più lucide e realistiche del nostro cinema del secondo dopoguerra, un’opera di impegno civile che difficilmente si dimentica. Una lettura amara e al tempo stesso appassionata della nostra storia dal ventennio fascista al disastro della seconda guerra mondiale ne fanno un film forte, che si sviluppa sulle vicende della famiglia Piscitello, originale galleria di “caratteri” italiani: dall’istrionico al trasformista, dal disincantato al tenace, di fronte a una storia civile costellata di orrori.
La pellicola ha riposato a lungo sugli scaffali del nostro archivio ma oggi, restaurata, si è imposta appassionandoci per modernità di linguaggio e capacità di parlare del nostro tempo con inaspettata attualità. Il complesso recupero filmico condotto dalla nostra Cineteca in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema di Torino e Cineteca del Comune di Bologna, fa di Anni difficili forse il titolo italiano di maggior rilievo riportato sugli schermi nel 2008. Il progetto parte da molto lontano. La copia infiammabile, l’unica in Italia, era infatti nel nostro archivio dai primi anni Cinquanta. Il produttore Fredinando Briguglio aveva scelto in modo mirato l’archivio milanese come il più adatto a preservarne una copia. Se la speranza di questo atipico e illuminato produttore siciliano era che il film fosse conservato con cura, essa, possiamo affermarlo con certezza, è stata coronata, facendo anche un “passo” in più: il film oggi è tornato a nuova vita. Il lavoro, eseguito con dovizia presso il laboratorio di restauro filmico l’Immagine Ritrovata, ha trovato una sua vetrina nell’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Inserito un po’ forzatamente nella retrospettiva torrenziale “Questi fantasmi” curata da Sergio Toffetti e Tatti Sanguineti, non ha avuto nella piccola sala Volpi il palcoscenico che il film meritava. Il pubblico però, spesso più libero delle logiche di programmazione, è in ogni caso accorso, lasciando moltissime persone fuori dalla sala. Il ritorno del film a Venezia del resto era doveroso: esattamente sessant’anni fa infatti Luigi Zampa partecipava al concorso veneziano con questo coraggiosissimo film vincendo il premio Enic per la miglior fattura tecnica. Gli anniversari, si sa, per le cineteche sono importanti.
Dal Lido il film è tornato visibile nelle cineteche e nel circuito culturale: la prima occasione di grande calore è stata lo scorso dicembre a Modica, che fu set del film, un momento davvero speciale che ha riacceso nel cuore dei modicani la passione per questo film mai dimenticato.
Ora tocca a Milano, e proporre questo titolo come pellicola inaugurale del nostro Festival dedicato al cinema italiano ha ovviamente per noi più significati, ma la speranza maggiore che coltiviamo è che il pubblico milanese di questi “anni difficili”, non solo per il cinema, venga a riscoprire in sala il piacere di un cinema che non conosce età, un modo intelligente per ripensare al mondo di oggi guardando un film (forse) di ieri.
Matteo Pavesi
conservatore
Fondazione Cineteca Italiana
http://www.cinetecamilano.it/Oberdan/2009/CineIta_7a/eventi_anni-difficili.html


“Naturalmente, doppo la sgrullata,
metà de la farina se n’agnede,
ma la metà rimase appicicata
come una prova de la malafede”
(Trilussa, La cornacchia libberale, Le favole, da Favole rimodernate)

E’ la storia del mondo, ed in particolare del mondo dei poveri cristi, questa di “ anni difficili”, trovare un modo per sbarcare il lunario, arrivare a fine mese, mantenere una famiglia che si ama, riuscire a sostenere la baracca nonostante una moglie e dei figli che  non riconoscono nessuna autorevolezza, durante un periodo in cui l’autorevolezza è delegata ad una divisa, riuscire a fare questo diventando scimmia tra le scimmie, vestendo una livrea, diventando ingranaggio del sistema, rigettando l’onore, disprezzandosi come uomo.
Anni difficili è il titolo che Zampa, regista del film, tratto dal racconto di V. Brancati Il vecchio con gli stivali, prende le mosse per raccontare la storia di Aldo Piscitello, un ligio impiegato del municipio di Modica, un onesto e bravo padre di famiglia, che ha come principale obiettivo quello di mantenere nel migliore dei modi possibile la propria famiglia, compiendo da 21 anni il proprio dovere, giorno dopo giorno. La vicenda inizia nel 1934, anni difficili, anni in cui la stretta del regime toglie fiato, anni in cui la tessera di partito è diventata condizione necessaria per mantenere il posto nelle pubbliche amministrazioni del regno. Aldo non fa eccezione, Aldo è la regola, si tessera, non resiste alle pressioni che gli fa la moglie Rosina “don Calogero ha detto che Mussolini è l’uomo della provvidenza”, a quelle del podestà, non resiste agli obblighi che la società gli impone, delega la sua volontà, si fa ingranaggio di una macchina della quale non riesce a vedere la totalità, ma di cui conosce la complessa malvagità “Il duce è dio e io, con rispetto parlando, sono merda, ma mi sono sempre trovato bene a non fare politica, mi creda” dice al podestà del paese che gli intima di prendere la tessera del partito. In un contesto in cui “una soluzione si trova sempre” , basta pagare, fa intendere il barone/podestà, Aldo seppur preoccupato dal prezzo, non solo morale, diventa fascista. Emblematica una sua battuta in un dialogo con la moglie, nel quale lui afferma con forza “Rosina, io non sono fascista” alla quale  risponde la moglie con imperiosità ancor maggiore “Lo diventi!”. Aldo non trova conforto nelle mura domestiche, e lui non fascista, va a chiedere consiglio all’antifascismo costituito, nel retrobottega della farmacia del paese, si riuniscono le varie anime dell’opposizione: quella comunista, quella cattolica, quella liberale, ma anche qui l’uomo non trova conforto, la disputa si fa campanile partitico, e la questione umana viene lasciata in disparte ( Piscitello viene estromesso  dalla discussione, il capannello si fa cerchio e lui ne è al di fuori, gli viene consigliato di decidere da solo). E Aldo decide, prende la tessera e aderisce, non certo per convinzione, per necessità, non è un eroe, è un onesto e diligente lavoratore, e diligentemente compie il suo dovere anche di fascista, è il solo modo che ha di intendere la vita, con diligenza. Veste la camicia nera nei giorni comandati, partecipa alle esercitazioni ginniche, canta, porta le insegne, ma di diventare fascista non ne vuol sapere, saluta togliendosi il cappello davanti al podestà, che lo esorta a salutare romanamente. In Aldo si formano due sfere distinte, quella pubblica e quella privata, una lucida schizofrenia che si manifesta all’interno di casa sua quando rivede il figlio Giovanni, che tornato dalle esercitazioni militari, non riesce ad abbracciare fino a quando, tolta la divisa da fascista e gli stivali, veste abiti civili e torna ad essere padre. Torna uomo, recupera la sua civiltà perduta. Afferma  con forza che dentro casa sua i tempi non sono cambiati, che la legge ancora la fa lui, ma viene smentito dai fatti, la figlia, affascinata se non convinta fascista, alla quale non aveva dato il permesso di uscire, esce con la fiduciaria del fascio. Gli argini hanno ceduto, il fascismo per Aldo non è solo una questione pubblica, è entrato in casa sua, e forse non poteva che essere cosi. Non basta una porta a tagliare fuori il consenso, ormai sono gli anni del delirio fascista, la figura del duce supera di molte volte quella di Cavour, D’annunzio non possiede la stessa genialità poliedrica, i gerarchi si permettono sommariamente tagli al libretto della Norma, le accuse di antifascismo travalicano il tempo e si fanno retroattive di più di cento anni, si applaude e si saluta  verso un balcone vuoto, chiaro segnale di cecità. Nemmeno la porta della farmacia basta più a contenere la marea di camicie nere e l’antifascismo ufficiale cede il passo, non è in grado, non lo è mai stato in verità, di fermare l’ascesa del consenso, non basteranno 4 ceffoni ben assestati a ridestare il paese dai vani sogni di gloria, non saranno le barzellette anti regime a fermare il delirio. E’ il tempo della retorica e della volontà di potenza, solo chi nel profondo è rimasto umano, come Aldo, piange l’ennesima partenza del figlio, militare ligio al dovere. Dote che sembra essere di genetica, infatti  a fare da contraltare ci sono le doti di trasformismo della nobile famiglia del Barone/Podestà, anche qui padre e figlio accomunati dallo stesso destino: rimanere vivi, galleggiare, riciclarsi.
Ma l’umanità non può assolvere, Aldo si è fatto complice, ha aderito anche lui, non basta più cospirare nell’ombra, sperare ed esultare per le sanzioni contro il proprio paese, non possono bastare solo i richiami al coraggio, alla volontà di gridare, in ballo ci sono vite umane, la grande storia si mescola con la piccola storia, “l’unghia spezzata” per il paese, potrebbe essere la fine per Piscitello. Lui lo sa, e il disprezzo verso se stesso cresce.
Mentre matura nel protagonista il senso di disagio, la vita tutto intorno si adatta al contesto, in un mondo che si prepara alla guerra, gli affari e le disgrazie si articolano intorno ad essa. In un modo sempre uguale a se stesso, sembrerebbe, il barone traffica in armi e lucra sulle disgrazie, i due poveri contadini partono per fame a fare un mestiere non loro. È uno spaccato di vita siciliana da un certo punto di vista comune, la differenza tra ricco e povero, tra chi è capace di inventarsi sempre un business produttivo e chi è costretto a partire per poter mangiare affidando l’anima a dio resta immutata nonostante tutto. Alcune figure  sono difficilmente contestualizzabili in un ambito esclusivamente di crisi, come quello bellico, alcuni ritratti sono espressioni tipiche della Sicilia in particolare e dell’Italia in generale, o per meglio dire, ritraggono il potere nella sua immutabilità, l’espressione di esso più veritiera.
Intanto l’evoluzione fascista di Aldo arriva a compimento, per duemila lire la moglie gli vende l’ultimo pezzo di dignità, fa in modo che al marito venga riconosciuta l’iscrizione al partito dal 1921e che sia considerato squadrista e partecipante della marcia su Roma, Aldo non capisce e cerca di ribellarsi, ma il richiamo alla famiglia, al bisogno di soldi, ai figli, fanno in modo che  il protagonista vesta anche quella tetra divisa.
E venne il giorno della guerra. L’Italia scende in campo. Per la prima volta si vede il volto del duce che, da piazza Venezia,  esorta il popolo a schierarsi. La dichiarazione viene accolta con stupore da Giovanni, unico a conoscere dal di dentro la situazione “non sarà un discorso di guerra” dice alla moglie ansiosa, sarà smentito repentinamente, la piazza di Modica accoglie festante la notizia sempre salutando l’altoparlante. Qui  per la prima volta il coraggio esce allo scoperto, il farmacista apre la porta e cantando la Marsigliese si schiera apertamente contro il regime, viene portato via dall’autorità mentre gli amici del retrobottega, l’antifascismo militante, si dilegua tra la folla di camicie nere. Piscitello  rientra a casa e per la prima volta si vede allo specchio, indossa la nuova divisa da squadrista, è goffo, la misura è grande, i pantaloni alla zuava ne accorciano la figura, vede riflessa la figura del suo “non essere” e lancia con sdegno il cappello contro lo specchio, ma lo specchio regge l’urto, la macchina indugia su di lui e sulla sua espressione, a sottolineare la continuità tra le sue decisione e le conclusioni a cui hanno portato. La guerra aumenta le preoccupazioni di Aldo, invecchia a vista d’occhio più di quanto i salti temporali dovuti alla finzione dovrebbero testimoniare. Le prime immagini della guerra fanno la comparsa, a Napoli, dove Aldo e Maria sono per vedere Giovanni, si sentono le sirene dei bombardamenti, i corpi dei marinai morti in acqua sono l’ ennesimo colpo a Piscitello, colpo che si fa più forte quando tornando in Sicilia, si vede la figlia, divenuta insegnante di scuola elementare, impartire lezioni preordinate sul “genio militare” di Mussolini, che diventa “Egli, maiuscolo” a richiamare la natura divina dell’uomo della provvidenza, come si era affermato in precedenza. La frase diventerà un ritornello ora di elogio ora  di scherno, quando verrà pronunciata, con forte accento inglese, dallo speaker di Radio Londra, voce della resistenza, che tra le altre notizie darà l’annuncio dell’occupazione nazista, annuncio che si rivelerà fatale, ma che nell’immediato viene accolto con gioia dalla moglie e dalla figlia di Aldo, ancora fieramente fasciste. Fasciste a tal punto da essere contente dell’apertura del fronte russo, a questa notizia anche l’occupante tedesco reagisce in modo sconsolato, il suo saluto è stanco e svogliato, conosce la guerra e sa cosa significa contrariamente a chi del conflitto ha una conoscenza solo mediatica. E la Russia è la nuova destinazione del tenente Piscitello, proprio nei giorni in cui nascerà suo figlio, la speranza di un mondo nuovo.
Roberto Perrone
http://www.dillinger.it/anni-difficili-zampa-parte-i-55658.html



(…) La speranza si fa largo nello spirito di Aldo, una sensazione che sembra riabilitare il suo spirito complice, nel dialogo che ha con il cavaliere afferma con forza che “Alessandria non cadrà” e che le democrazie non sono ancora cadute. La guerra però arriva a Modica, la tranquillità viene rotta dalle sirene anti aereo, suono mortifero ma al tempo stesso portatore di un significato salvifico, liberatorio. La situazione per il regime sembra volgere al peggio e le istituzioni stringono la morsa intorno ai dissidenti, o presunti tali, nelle stanze del municipio il federale e il podestà aiutati da Caputo, lo spione del paese, sempre pronto al tradimento, condannano sommariamente, per un sorriso in una foto Piscitello viene sospeso senza paga dal lavoro con l’accusa di essere un sovversivo. La moglie, mentre gli rimette delle scarpe “civili”, lo ingiuria e gli imputa di essere un antifascista, proprio in quel momento entra in casa il podestà, in divisa, ma nell’occasione è la sua funzione di barone a prevalere. Il barone, resosi conto dell’ormai imminente disfatta, cerca di crearsi una nuova vita, prima ancora che la nave affondi lui è pronto a rinnegare il proprio passato, che ancora passato non è, e provando “sdegno per questa divisa”, “odiando il padrone”, “facendosi meccanismo dell’ingranaggio” si raccomanda ad Aldo di intercedere per lui con gli amici antifascisti, in odore di vittoria. I bombardamenti radono al suolo Modica, nel rifugio tutti sono insieme: fascisti e antifascisti sono accomunati da una sorte comune, sulle loro teste passa la guerra e li rende una massa di sfollati univoca, quasi a simboleggiare che le colpe sono sul conto di ognuno di loro, non c’è differenza tra parte attiva e passiva. Proprio in questo momento l’afflato libertario di Aldo esce fuori e con esso il risentimento verso se stesso e verso uno stato che lo ha “costretto a vestire la livrea come una scimmia” “che lo costringe a desiderare la sconfitta del proprio paese” . Stato che ha abbandonato i suoi figli chi sul campo di battaglia chi sotto le macerie: le uniche vetture che si vedono dopo il bombardamento vanno nella direzione opposta a quella degli sfollati, le autorità che dovrebbero aiutare la povera gente riportano verso casa i due figli minori di Aldo, che educati a Roma nel credo fascista, non capendo la situazione, sono ansiosi di poter parlare anch’essi alle folle e incitare alla lotta,”la gente non ha tempo per sentire queste cose” ammonisce ai figli Aldo, una prima fase di quella presa di coscienza che sarà poi totale nella chiusura del film. Svolta che non diventerà manifesta però quella di Aldo che sulla terrazza di Pedara dimostrerà ancora la riverenza verso l’ordine costituito, rappresentato dal barone, che ormai abbandonata la divisa, diversamente dal federale stoicamente perseverante, intesse rapporti con chi “fino a poco prima avrebbe mandato al confino” ricevendo da questi una stretta di mano e con essa una nuova verginità politica ricostruita nell’immediato. Anche chi è stato solo una spia (Caputo) abbandona il proprio posto, in nome di una naturale inclinazione al tradimento, si ricicla come spia avversaria, basta una riga su una parola per dimostrare il cambiamento da “fascisti benemeriti” a “fascisti pericolosi” e la fedina torna immacolata. Nell’amoralità di certi personaggi Aldo riacquista la propria, aiuta una spia americana e riprende possesso della legge morale consegnando le chiavi di casa propria all’alleato perché ci si nasconda, proprio quella casa in cui venne superato per autorità dal fascio ora riafferma il suo valore primordiale di luogo sicuro, immagine rafforzata dal ritorno di Giovanni che, nonostante in divisa, viene accolto da Turi con il quale inizia un discorso finalmente umano. Giovanni è stanco della guerra, è l’immagine di un esercito (di una nazione) sfinita, abbandonata dalle proprie autorità “come sei tornato?” chiede Turi a Giovanni che risponde con aria sconsolata “come ho potuto!”, fondamentale è una parola nel discorso del militare, “domani”. Domani riabbraccerà il figlio, domani le peripezie della famiglia Piscitello finiranno, “volemo annà a casa” dice un soldato romano in ritirata, “ la guerra è finita” dice sarcasticamente un nazista tedesco prima di freddare alle spalle con una raffica di mitra  Giovanni a pochi passi da casa. È quel domani che non ha avuto Giovanni e in quel domani che non avrà Aldo che si consuma la vera tragedia personale di Aldo Piscitello. Lui muore con il figlio, è il carnefice della propria carne, è complice morale dell’assassinio. La festa che si scatena il 25 Luglio a lui non interessa più, non fa parte dell’antifascismo costituito che abbandona la camera ardente per scendere in piazza con chi fino a poco prima era suo acerrimo nemico a pacificarsi una coscienza spenta. Adesso le porte chiuse che per tutto il film hanno fatto da vallo difensivo tra chi era pro e chi era anti restano aperte, spalancate, dalle strade le grida entusiaste per una guerra si sono trasformate in un inno nazionale che di liberatorio ha ben poco per chi ha perso tutto. È  in questo momento che Aldo Piscitello torna ad essere uomo, nel pieno delle sue funzioni morali, irrompe nella festa che si tiene per la liberazione e accusandosi di complicità per la morte del figlio accusa tutto e tutti “siamo tutti vigliacchi, chi applaudiva e chi parlava nell’ombra! Io ho ucciso mio figlio!”. I venti anni di dittatura e i suoi di aderenza silenziosa al regime sono tutti in queste poche battute cariche di tutto il disprezzo per sé e per lo Stato.
Aldo torna al suo posto di lavoro, ma ormai è un uomo morto, non riconosce più l’autorità, non scappa più quando viene chiamato dal sindaco, nuovo potere democratico, sa che il sindaco non è altri che il vecchio podestà, il sempiterno barone (l’usciere freudianamente si sbaglia e lo chiama ancora con la vecchia carica), padrone indiscusso e inamovibile di Modica, che al fianco dell’ufficiale americano incaricato di epurare i sostenitori del decaduto regime, lo licenzia. Aldo non fa una piega, ormai non ha motivi per protestare, si sente colpevole, e sa di non aver compiuto bene il suo vero dovere, quello di onesto e bravo padre di famiglia. Non reagisce nemmeno davanti alle parole del vecchio podestà/barone,ormai sindaco, “dirà di non essere mai stato fascista, che ha gioito alla caduta di Mussolini ,che ha aiutato i paracaduti americani…” né alla freddura dell’ufficiale americano che ironicamente si/ci chiede come sia possibile che in Italia non si trovi uno che sia stato fascista. Uscito dal municipio, la piazza è invasa dagli alleati e dai compaesani che cercano di fare affari con loro, su un balcone il baronetto, degno figlio del padre dà indicazioni dove si possa mangiare bene, giù in strada la divisa da squadrista di Aldo viene smembrata dai figli piccoli e venduta per le stesse duemila lire. È la ferita al costato per Aldo, l’emblema del suo sdegno, l’immagine di tutti i suoi mali viene svenduta a pezzi per gli stessi soldi, il significato di morte di cui è portatrice quella divisa viene parcellizzato in atomi talmente piccoli da far si che non se ne perda il senso, come la giustizia durante le epurazioni sommarie. L’immagine del povero cristo è completata, adesso è nudo, delle sue vesti si è fatto baratto. Il suo corpo è consunto. La mente stanca. La speranza spenta. Il suo domani inesistente.
La condanna morale è totale, è verso qualsiasi cosa si sia resa complice con la fine dell’umanità. I continui richiami alla fede e alla cristianità durante tutto il film sono lì a testimoniare, forse, una sorta di sospensione dell’essere come umano. La condanna che il film fa del fascismo è totale, non si fanno prigionieri, le colpe sono diffuse in tutta la società, superano  il livello morale, raggiungono un livello civile.
Le accuse di qualunquismo mosse al film sono frutto di una visione partigiana, in un contesto storico dove la spartizione politica aveva tracciato un solo confine  che divideva tutti a metà, non poteva che essere considerato così un film che propone una visione non terza, ma profonda.
Le accuse che questo film muove  scavano talmente in profondità da fare in modo che si possa parlare di politica ad un livello etimologico, riconduce il tutto ad un livello basilare del vivere comune, politica, non come lotta tra opposte fazioni, ma come “vivere comune”, come un insieme di cittadini aventi diritto che hanno l’obbligo sia morale che civile di opporsi a chi, in delega alle leggi, opprime, e chi (tutta la società nella visione dell’autore) non adempie al proprio dovere civico è complice, non importano le motivazioni per cui si è appoggiato il regime, non basta una giustificazione economica a motivare la cieca obbedienza, non serve affermare una resistenza di facciata, queste motivazioni non assolvono, anzi rendono ancor più complice.
L’assunzione di responsabilità è l’unico modo per vivere in pace. Piscitello ha riacquisito la sua umanità troppo tardi riconoscendo i propri errori, non cercando redenzione, non trovando alibi, purtroppo nel momento in cui era inutile. Il resto del paese non ha compiuto questa scelta, ha preferito rimanere a vivacchiare in un simulacro di purezza  posticcio, ha rivestito abiti “urbani a-civili”, ha abbandonato gli stivaloni per scarpe di vernice e doppiopetti, fasci per croci e martelli.
Per la redenzione dei peccati ha deciso di favorire il potere, elevandolo a valore,
“favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione”
(F. De andrè, Sogno numero due, Storia di un impiegato)


5 comentarios:

  1. Hola, muy buena la página. Increíbles las pelis.
    Se podrá consehuir "Il padre di famiglia" de Nani Loy, de 1967, con Nino Manfredi???
    Mil gracias
    saludos

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  2. Trataremos de conseguirla y subirla.
    Un abrazo.

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  3. Amarcord por favor recupera esta, por favor.

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  4. "File has expired and does not exist anymore on this server"
    Puoi provvedere, per cortesia?
    grazie

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