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miércoles, 28 de marzo de 2012

Giovani Mariti - Mauro Bolognini (1958)

(A mis antepasados "lucchesi")

TÍTULO Giovani mariti 
AÑO 1958
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Separados) 
DURACIÓN 98 min.
DIRECTOR Mauro Bolognini
GUIÓN Mauro Bolognini, Enzo Curreli, Pasquale Festa Campanile, Pier Paolo Pasolini
MÚSICA Nino Rota, Mario Zafred
FOTOGRAFÍA Armando Nannuzzi
REPARTO Isabelle Corey, Antonio Cifariello, Franco Interlenghi
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Nepi Film / Silver Films / Zodiaque
PREMIOS 1958: Festival de Cannes: Mejor guión
GÉNERO Drama
 
SINOPSIS Historia de un grupo de jóvenes que pasan su día a día en las calles de su ciudad natal, Lucca. (FILMAFFINITY)


Mogli, mariti, scapoli e... vitelloni continuano ad essere all’ordine del giorno nel cinema italiano. Oggi il gruppetto che già ci ha parlato degli “innamorati” di Trastevere (Mauro Bolognini, regista, e Franciosa e Festa Campanile soggettisti) ci parla, quasi sulla scia dei Vitelloni, di altri “innamorati”, questa volta di provincia: e di innamorati che, come dice il titolo, si trasformano tutti in poco tempo in giovani mariti. Il matrimonio, però, sulle prime non sembra cambiarli molto, come pure l’amore; a poco a poco, tuttavia, quelle bande scapigliate di ragazzacci intenti solo alle chiassate, alle ribalderie e qualche volta anche alle orge (borghesi, però, e spesso solo gastronomiche) cominciano a scomparire dalla città; i loro componenti mettono tutti la testa a posto, pensano alla casa, al lavoro, ai figli, alla famiglia e dimenticano del tutto i giorni in cui turbavano i sonni dei propri concittadini con inaudite gazzarre. Anche per i “giovani” mariti la giovinezza è finita; comincia l’età adulta, piena di responsabilità e di doveri. Questa conclusione, però non è tutto il film o, meglio, il film non mira unicamente a farci trarre alla fine una tale conclusione: l’ambizione principale dei suoi autori, infatti, è quella di descriverci ancora una volta un pezzetto di provincia italiana, vista dai giovani e dai loro sogni, anziché dai vecchi e dai loro rimpianti. Non sempre tale ambizione dà buoni frutti, ma anche se il racconto non è tutto nitido e limpido, bisogna riconoscere ai personaggi una certa freschezza, una certa disinvoltura e, spesso, anche un innegabile brio che inducono il pubblico a seguire la vicenda quando con simpatia, quando con consensi cordiali. Per merito anche di una regia particolarmente attenta a costruire attorno ai personaggi un gustoso clima provinciale, curato con garbo anche come cornice (quella Lucca di sfondo, ad esempio, così degna, nobile, quasi sontuosa).
Da Il Tempo, 26 Marzo 1958


L’assoluto naturale. Il cinema di Mauro Bolognini
«Mauro Bolognini nasce a Pistoia nel 1923. Frequenta il liceo Classico “Forteguerri”, quindi intraprende gli studi di architettura che non poco lo influenzeranno nella propria concezione del cinema. Perfeziona poi le sue spiccate attitudini figurative durante il Corso di scenografia al Centro Sperimentale di Cinema, diventando aiuto-regista di Luigi Zampa, figura di rilievo del neorealismo e anche di cineasti transalpini come Yves Allegret e Jean Delannoy. L’approdo al lungometraggio avviene con Ci troviamo in galleria che, se non altro, rivela in una piccola parte una giovanissima Sophia Loren. Seguono un paio di commedie [...] fino a Gli innamorati, del ’55, che è un risultato interessante sia per la leggerezza con cui si raccontano gli amori di diverse coppie sia per l’abilità nella direzione di un manipolo di promettenti giovani attori: è questo certamente uno dei pregi più rimarchevoli del regista pistoiese. Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo – titolo chilometrico di almeno quindici anni in anticipo su quelli wertmulleriani – è anch’essa una commedia divertente sorretta dalle robuste spalle dei migliori attori comici nostrani: Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Nino Manfredi [...]. Non banali ritratti dell’Italia della ripresa appaiono anche in Marisa la civetta, con un’Allasio scintillante, I giovani mariti e Arrangiatevi!, film in cui Bolognini incontra “il principe della risata” Totò, una riflessione pungente all’indomani della legge Merlin. Con La notte brava, per alcuni uno dei suoi esiti migliori, Bolognini descrive il degrado delle borgate della periferia romana che Pasolini, non a caso qui co-sceneggiatore, aveva tanto acutamente descritto nel dittico romanzesco Ragazzi di vita e Una vita violenta. Nel 1960, con Il Bell’Antonio, si apre una nuova maniera nel viatico dell’artista giacché egli si sofferma con maggiore accuratezza sulla resa formale e la confezione dei suoi lavori, da qui in avanti, conoscerà una raffinatezza più ricercata – che talvolta sarà accusata, non sempre con ragione, di calligrafismo. Inoltre Il Bell’Antonio assume un’importanza primaria nella carriera bologniniana poiché si tratta del suo primo grande lavoro tratto da un’opera letteraria, il bellissimo romanzo di Vitaliano Brancati, che il regista trasporta dall’epoca fascista a quella in cui il film è girato ovvero a cavallo fra il decennio dei Cinquanta e dei Sessanta. L’”istanza di attualizzazione” (Simona Costa) attira più volte Bolognini, ad esempio ne La Viaccia, in cui il regista rilegge con molte varianti il romanzo d’impronta verista dell’amiatino Mario Pratesi, L’eredità, dimostrandosi comunque “uno dei più fini metteur en-scene” del cinema italiano” (Maurizio Del Vecchio). Succede lo stesso nello sveviano Senilità, in cui il tempo della storia viene fatto slittare da quello post-risorgimentale del romanzo a quello tra le due guerre del film. Con La giornata balorda il regista opera una sorta di approfondimento dei temi già filmati ne La notte brava, con Agostino si confronta per la prima volta con un lavoro di Alberto Moravia, uno dei suoi referenti letterari più frequenti (girerà per la televisione, addirittura, un suo libro, Gli indifferenti). La corruzione è l’ultimo lungometraggio prima della lunga parentesi dedicata ai film a episodi, tanto in voga allora. [...] Usufruisce poi di un cast internazionale, come sovente gli accade, per Arabella e di una diva del calibro della Lollo per Un bellissimo novembre dopodiché firma forse il suo film più bello e giustamente più celebre, Metello, opera anch’essa di stretta matrice letteraria perché tratta dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini che, dopo qualche titubanza, apprezzò molto la riduzione cinematografica. Ottavia Piccolo, per questo film, ottenne il premio di migliore attrice al Festival di Cannes, così come accadrà sei anni più tardi alla Dominique Sanda de L’eredità Ferramonti, esito non trascurabile di un modesto romanzo di fine Ottocento del massese trapiantato a Roma Gaetano Carlo Chelli. Bolognini s’infiltra in uno scandalo felsineo di inizio Novecento in Fatti di gente perbene e pone il suo sguardo, sempre garbato, sul ventennio fascista in Libera, amore mio, quarto ed ultimo sodalizio con Claudia Cardinale. Vira poi al grottesco e macabro (insieme ai coevi Brutti, sporchi e cattivi di Scola e Casotto di Sergio Citti) con Gran bollito, anche se la stagione più felice sembra ormai conclusa. Nondimeno riesce sempre a impiegare attori di rango internazionale, come Isabelle Huppert in La storia vera della signora delle camelie e Liv Ullmann in Mosca addio – fatto sintomatico del prestigio di cui ancora Bolognini gode all’interno dell’industria cinematografica. [...] Non può essere dimenticata, ché farebbe torto alla poliedricità dell’autore, l’attività teatrale e lirica di Bolognini che, in tal senso, dev’essere ritenuto regista di prim’ordine, al fianco di Ingmar Bergman e Zeffirelli» (Francesco Sgarano – Centro Mauro Bolognini).
Vincitore della Palma per la sceneggiatura al Festival di Cannes, il film è il ritratto generazionale di un gruppo di amici ventenni nel passaggio tra la gioventù e l’età adulta, scandito da due momenti di festa: l’addio al celibato di Franco all’inizio e la partenza per Milano un anno dopo di Marcello a chiudere il film. Il matrimonio, il lavoro e la sicurezza economica sono i segni della fine delle illusioni giovanili che Bolognini colloca nella provinciale Lucca e in un’ambientazione borghese nuova rispetto ai film precedenti. «Pur essendo popolato di belle ragazze, Giovani mariti è forse il primo film italiano pensato e realizzato da un punto di vista esclusivamente e diremmo partigianamente maschile, e dove serpeggia un avvertibile, amaro, quasi rancoroso senso di misoginia, che costituisce una delle sue componenti più interessanti» (Cattivelli)
http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=5494

2 comentarios:

  1. Hola, Amarcord!
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    Saludos, amigo!

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