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sábado, 31 de marzo de 2012

Il Gioiellino - Andrea Molaioli (2011)


TÍTULO ORIGINAL Il gioiellino
AÑO 2011
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Separados)
DURACIÓN 110 min.
DIRECTOR Andrea Molaioli
GUIÓN Andrea Molaioli, Ludovica Rampoldi, Gabriele Romagnoli
MÚSICA Teho Teardo
FOTOGRAFÍA Luca Bigazzi
REPARTO Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa, Jay O. Sanders, Lisa Galantini, Vanessa Compagnucci, Maurizio Marchetti, Adriana De Guilmi, Gianna Paola Scaffidi, Alessandro Adriano, Igor Chernevich, Renato Carpentieri
PRODUCTORA Coprodurcción Italia-Francia
PREMIOS 2010: Premios David di Donatello: 3 nominaciones
GÉNERO Drama

SINOPSIS Película «civil» inspirada en el escándalo del crack de Parmalat, que llevó a la cárcel por delito de fraude a los dirigentes de la empresa agroalimentaria y sumió en la desesperación a accionistas y pequeños inversores. (FILMAFFINITY)


Il Gioiellino mette in scena senza troppi filtri la storia dell’ascesa e della rovinosa disfatta della Parmalat, dagli anni d’oro del boom finanziario sino al crac datato 2003. Ma se Molaioli evidentemente vuole rifarsi ad una stagione di impegno civile che riecheggi autori come Petri o Rosi (qui citato Il Caso Mattei), allora la sua regia mimetica risulta troppo apertamente al servizio di una sceneggiatura dettagliatissima e intasata di fatti. Il cinema, purtroppo, ha qui il fiato molto corto.

Bisognerebbe seriamente iniziare a ragionare sull’incidenza forte che i giovani produttori italiani hanno ricominciato ad avere sulle produzioni che mettono in cantiere. Il meccanismo autoriale che quarant’anni fa faceva riconoscere senza ombra di dubbio il marchio di fabbrica di un produttore piuttosto che di un altro, pian piano si sta ripresentando con i risvolti positivi e negativi del caso. E non solo con il “tradizionale” De Laurentiis, ma anche con i giovani e prolifici Domenico Procacci (riconoscibilissimo lo stile Fandango) e Nicola Giuliano (Indigo Film). Ecco, questo Il Gioiellino è un film Indigo fino al midollo: dalla sceneggiatura di ferro intessuta da forti connotazioni sociali, sino ad arrivare ad un comparto tecnico di realizzatori oramai affiatato che imprime un mood visibilissimo alle opere di diversi registi. E quindi Teho Teardo compositore delle musiche, Luca Bigazzi direttore della fotografia, Giogiò Franchini al montaggio video e Silvia Moraes al suono: insomma la squadra di Nicola Giuliano e Paolo Sorrentino al gran completo, questa volta alle prese con il secondo attesissimo film da regista di Andrea Molaioli dopo i tanti riconoscimenti ottenuti con La ragazza del lago. E, intendiamoci, il supporto tecnico è di ottimo livello come sempre, solo che dopo qualche anno e parecchi film alle spalle tende forse a ripetersi un po’ troppo rischiando il déjà vu: la fotografia contrastata e sovraesposta, le ellissi sonore scandite dalla musica sincopata e gli stacchi fulminei di montaggio ad interrompere il tutto.
Tornando a questo film, Il Gioiellino mette in scena senza troppi filtri la vera storia dell’ascesa e della rovinosa disfatta dell’imprenditore Calisto Tanzi (anche se non vengono mai usati i nomi reali o i luoghi effettivi dei fatti): dai trionfi commerciali dei primi anni novanta con l’imperialismo finanziario verso i terreni vergini dell’est Europa, sino alle voragini di bilancio occultate dalla cosiddetta finanza creativa e al crac Parmalat (“Leda” nel film) datato 2003. E ovviamente ci si trova di fronte ad una massiccia serie di stereotipi sull’Italia odierna, intessuta di arrivismo e mezzucci, di belle ragazze e corruzioni, di squadre di calcio vincenti e banche che tirano le fila occultamente. «Tanto il falso in bilancio non è più un reato» come afferma anche una semplice segretaria. Ricapitoliamo: comparto tecnico di primordine e storia di stretta attualità e pregnanza sociale. Cosa manca quindi? Forse questa volta ad arrancare è proprio il cinema. Se Molaioli evidentemente vuole rifarsi ad una stagione di impegno civile che riecheggi autori come Petri o Rosi (qui citato Il Caso Mattei), allora la sua regia risulta troppo apertamente appiattita su una sceneggiatura dettagliatissima e intasata di fatti, dove a latitare purtroppo è il sano respiro filmico. I personaggi sono come caratteri bloccati sui quali risulta terribilmente difficile “investire” emotivamente. E il film fila liscio senza infamia e senza lode, ripresentando con pochi guizzi ciò che le cronache degli ultimi anni ci hanno ampiamente abituato ad ascoltare. Il regista insomma non si “schiera” mai: da una parte non riesce a sublimare la Storia attraverso forti deformazioni cinematografiche che la rendano pregna di vero pathos (come in parte riesce a fare lo stesso Sorrentino) e dall’altra non tenta mai di incidere la carne viva dell’immagine filmica con la potenza brutale del secco dato reale, che è prerogativa di un autore come Daniele Gaglianone. Si galleggia insomma dalla parti di una placida sterilità emotiva, figlia di una messa in scena mimetica che non ha mai il coraggio di rischiare prendendo di petto la storia narrata. E guarda caso ci si affida quasi interamente al nutrito cast di attori: in primis al magnetico Remo Girone e poi alla solita robusta interpretazione di Toni Servillo, che però sembra ormai cronicamente ingabbiato nei panni di uno stesso personaggio (uomo solo, oppresso da un incerto passato, scorbutico e insofferente verso il presente) ripresentato ciclicamente con differenti sfumature. Ecco che, a conti fatti, questo Gioiellino risulta francamente troppo pensato, troppo lavorato, troppo “risolto” per poter splendere sul serio di luce propria…
http://www.sentieriselvaggi.it/290/40849/Il_Gioiellino,_di_Andrea_Molaioli.htm
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Crac Parmalat. Qualche tempo fa queste due semplici parole riempivano i titoli dei maggiori quotidiani e dei principali telegiornali del paese, anticipando i vari approfondimenti su una delle truffe nostrane più tragicamente note. Oggi quelle due parole si trasformano, cambiando forse un po’ la forma, ma non la turpe sostanza di quella storia che al cinema giunge ora con il nome de “Il gioiellino”.
Sebbene infatti sia solo ispirato ai fatti realmente accaduti al colosso di Callisto Tanzi & co., il nuovo film di Andrea Molaioli (giovane regista noto ai più per il suo sorprendente esordio con “La Ragazza del lago”) è di fatto la messa in scena cinematografica del susseguirsi delle vicende che portarono al definitivo “crac” la Parmalat s.p.a.
Amanzio Rastelli (Remo Girone) è infatti il fondatore e presidente di una grande azienda agro-alimentare, la Leda, che trova nel latte il suo core-business più redditizio. Affiancato da arguti collaboratori, come il fedele amministratore ragionier Ernesto Botta (Toni Servillo) e la giovane e raggiante nipote Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum), Rastelli inizia la sua scalata verso un successo economico tanto imponente e internazionale, quanto difficile da gestire e contenere senza dover incorrere in compromessi ai confini con la legalità. Da qui l’inizio di un gioco sempre più sporco che porterà al collasso l’improba società e di conseguenza i numerosi ignari investitori italiani.
In primo piano la cronaca ri-arrangiata e sapientemente adattata alle esigenze del grande schermo di un fatto che è stato il preambolo di una grande crisi economica di cui tutt’oggi avvertiamo pesantemente le conseguenze. Sullo sfondo una provincia che si fa specchio di un intero paese, con i suoi costumi squallidi, gli accordi sottobanco, il benessere di facciata e il do ut des come regola cardine e principio dominante. L’immagine di come siamo stati (presi in giro), e di come ancora non ci siamo stancati di essere trattati (pedine di un gioco di cui non controlliamo nessuna mossa).
Nel ricostruire questo quadro, eguale ripartizione di meriti: bravo Molaioli assieme ai due sceneggiatori (Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli) che hanno predisposto un terreno solido all’interno del quale far muovere dei personaggi del tutto verosimili e coerenti; bravo il solito Luca Bigazzi nel confezionare una fotografia coerente tanto con la messa in scena, quanto con il “tono” globale del film; bravi gli attori (una certezza ormai Servillo, calzante l’interpretazione di Tanzi/Girone) nel non scadere nel parodistico o nel grottesco, ma restando il più possibile coerenti con quella realtà a cui si è deciso di far riferimento.
Un encomio speciale e dovuto, infine, a Indigo Film: se è possibile oggi parlare di qualità per il cinema italiano (tra gli autori supportati da Indigo oltre a Molaioli, l’ormai accreditato Sorrentino e un altro giovane talentuoso come Pietro Marcello), ciò è dovuto anche e soprattutto al lavoro svolto dalla casa di produzione dei vigili Francesca Cima e Nicola Giuliano.
http://cinemaeculture.wordpress.com/2011/03/02/il-gioiellino/
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Amanzio Rastelli (Remo Girone) è a capo della grande azienda agro-alimentare Leda, ramificata a livello mondiale, quotata in borsa e in continua espansione verso nuovi mercati. Ai vertici i suoi parenti più stretti, il figlio Matteo (Alessandro Adriano), la nipote Laura (Sarah Felberbaum), e alcuni suoi uomini di fiducia fra cui Ernesto Botta (Toni Servillo). L’inadeguatezza dei dirigenti però, alcuni dei quali sono appena in possesso di un diploma di ragioneria, porta ben presto l’azienda sull’orlo del collasso finanziario. Ma Rastelli non si arrende, per lui la Leda è tutto, come anche per Botta, così non disponendo di denaro decidono di inventarselo: bilanci falsificati, vendite gonfiate, strategie fittizie con le banche, prestiti, richieste di appoggio ai politici, truffe e inganni. Basterà tutto questo per ricolmare un buco di 14 miliardi di euro?
Al suo secondo film, dopo il caso de La ragazza del lago vincitore di 10 David di Donatello, 3 Nastri d’argento e il Premio Pasinetti alla Mostra del cinema di Venezia del 2007, Andrea Molaioli torna a collaborare con Toni Servillo affiancato stavolta da Remo Girone. Ispirato al crac Parmalat scoppiato alla fine del 2003 per personaggi è accadimenti, Il gioiellino vuole in realtà essere una summa dei casi riguardanti tutte quelle aziende che hanno subito una sorta simile avendo fatto dell’indebitamento la loro strategia motrice, non è un caso che Leda sia un acronimo che sta per "Latte e derivati alimentari".
Non si tratta tuttavia di un film documentario, di denuncia o d’inchiesta, sembra che l’aspetto che abbia più interessato Molaioli sia stato quello umano. Il gioiellino segue infatti da vicino le vicende di uomini più o meno ambigui, insieme di «contraddizioni al limite della schizofrenia» come ha sottolineato la sceneggiatrice e autrice del soggetto Ludovica Rampoldi; Botta e Rastelli «sono uomini abituati a stare sull’orlo del precipizio», avviluppati ossessionati come sono non tanto dal denaro ma dalle logiche e dalla fede all’azienda. In qualità di impero, la Leda lega a sé tutti coloro che vi lavorano, diventa ragione primaria, più della famiglia, dell’amore e della libertà. C’è chi riesce a muoversi all’interno di questo enorme castello di carta, e chi invece non ne sopporta il peso perché troppo onesto o troppo codardo. Botta è fra i primi, per avere la forza di lanciarsi incoscientemente nel baratro di una truffa del genere vota la sua vita alla Leda e chiude se stesso al resto del mondo, ai sentimenti per Laura: «Che cosa siamo?» chiederà lei, ma lui non saprà rispondere.
Le evoluzioni registiche di Molaioli unite alla bella fotografia di Luca Bigazzi, riescono nell’intento di rendere visivamente il dramma, la crisi, i sentimenti e le sofferenze umane. La macchina da presa misura bene la distanza dai suoi personaggi, sa quando avvicinarsi e quando stargli addosso, è sensibile ma senza sentimentalismo, con sincerità. La sceneggiatura ha un che di armonico e sfrutta bene la scelta di parziale aderenza alla realtà, il voler cioè raccontare un fatto reale romanzandolo senza banalizzarlo. Toni Servillo soffre del solito problema di omologazione dei ruoli seppur innegabilmente sempre talentuoso, spalleggiato da un altrettanto bravo ma più statico Remo Girone. Più che raccontare una storia Il gioiellino racconta un certo tipo di umanità, una verità così reale da lasciare infine profondamente amareggiati, soprattutto perché attuale.
Tania Marrazzo
http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-il-gioiellino.html

Curiosità
L’azienda Leda è nata dalla fantasia degli autori, ciononostante è stata trattata come se fosse reale. È stato infatti realizzato un logo e una linea di prodotti esibiti in vere e proprie pubblicità e sono stati perfino creati un sito internet (http://www.latteleda.it/), una pagina Facebook (http://www.facebook.com/latteleda) e una Twitter (http://twitter.com/LatteLeda).
Il titolo deriva da una frase pronunciata dal fondatore della Parmalat Calisto Tanzi: «A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino»
Come il personaggio di Remo Girone è ispirato a Calisto Tanzi, quello di Toni Servillo ricorda Fausto Tonna. In una battuta Servillo pronuncia anche la famosa frase con cui Tonna apostrofò cameraman, fotografi e giornalisti che lo inseguivano per le scale del tribunale: «Auguro una morte lenta e dolorosa a voi e alle vostre famiglie».


Il gioiellino: un film buio, cupo, triste e senz’anima, come un de profundis su una società postindustriale, in cui i ladri e gli speculatori (sistemi contabili e finanziari), operano un malaffare diffuso, inteso non più a produrre ma solo a rapinare i risparmi di poveri cristi senza difesa.

Mai visto finora, nel secolo della finanza rampante, un ritratto così cinicamente riuscito di un gruppetto di malviventi, senza nessuna remora né morale. Eppure all’inizio del film (1993) il patron della Leda (il bravo Remo Girone), industria del latte, dei succhi di frutta e delle merendine, amato da tutti, parlava ancora di valori. Ma attraverso la gelida ed arrogante figura del ragionier Ernesto Botta (un ormai ripetitivo Toni Servillo) si può seguire la lunga discesa verso l’inferno profondo delle spericolate ed errate operazioni finanziarie e poi della preparazione inevitabile dei falsi in bilancio.
Non bastano ad alleggerire il pessimismo antropologico di Andrea Molaioli (La ragazza del lago 2007) i rapporti amorosi o familiari narrati nella parte della trama meno tecnico finanziaria. Sono anch’essi rapporti sfuggenti, interessati, oscuri e senz’anima. Per cui anche l’unica persona per bene, la giovane compagna del direttore commerciale, resiste (fino alla inevitabile fine) accanto al suo uomo, equivoco, incerto, ed in una qualche maniera complice di una situazione fallimentare provocata.
Per cui, al di là di questi personaggi che navigano perduti in un vuoto di dentro e di fuori, è il deserto della cittadina (Acqui), degli uffici, della fabbrica automatizzata, delle case singole a dare la sensazione di un mondo ormai spopolato di esseri umani. Con solo alcuni alieni che manipolano tutto e se stessi, per far credere ai borghesi che passeggiano nel corso, che sono persone normali, e non possono far male a nessuno.
Andrea Molaioli, dopo La ragazza del Lago (2007), descrive di nuovo quella buia e gelida provincia italiana del nord est od ovest, che dopo vari boom, arrivata la globalizzazione, deve fare i conti, con i costosi investimenti e la penetrazioni dei mercati esteri (vedi Russia), con la differenziazione dei prodotti (tour operator), con la difesa degli status symbol (squadra di calcio, macchine di lusso, giornali ecc.), con ambienti politici sempre più da sfamare.
Con un finale apocalittico in cui diventa frenetica la necessità di distruggere atti compromettenti, di nascondere soldi e gioielli mentre arrivano la guardia di finanza e le manette
Quello che non si vede in questa storia, come in tutte le altre storie di questa epoca di rapacità è la societa civile, quella delle vittime delle infami speculazioni finanziarie.
Alla fine anche il film di Andrea Molaioli, nel tratteggiare i protagonisti della vicenda, ne fa delle figure quasi giustificabili, attraverso sfumature accattivanti da vicenda cinematografica.
Il solito gioco della immagine edulcorata (e non realistica) per lo spettacolo e per il mercato. Con una fotografia glaciale e rarefatta del direttore della fotografia, Luca Bigazzi, che crea un’atmosfera di inquietudine fittizia come fosse un film noir d’altri tempi.
Invece, anche se la storia è una finzione, una scritta finale nei titoli di coda dice che sono stati studiati e ripresi tutti gli atti del processo Parmalat. Una brutta infamante storia italiana.
Pino Moroni
http://www.artapartofculture.net/2011/03/18/il-gioiellino-una-storia-italiana-di-malaffare-il-film-sul-crac-della-parmalat/

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