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sábado, 31 de marzo de 2012

Il Gioiellino - Andrea Molaioli (2011)


TÍTULO ORIGINAL Il gioiellino
AÑO 2011
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Separados)
DURACIÓN 110 min.
DIRECTOR Andrea Molaioli
GUIÓN Andrea Molaioli, Ludovica Rampoldi, Gabriele Romagnoli
MÚSICA Teho Teardo
FOTOGRAFÍA Luca Bigazzi
REPARTO Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa, Jay O. Sanders, Lisa Galantini, Vanessa Compagnucci, Maurizio Marchetti, Adriana De Guilmi, Gianna Paola Scaffidi, Alessandro Adriano, Igor Chernevich, Renato Carpentieri
PRODUCTORA Coprodurcción Italia-Francia
PREMIOS 2010: Premios David di Donatello: 3 nominaciones
GÉNERO Drama

SINOPSIS Película «civil» inspirada en el escándalo del crack de Parmalat, que llevó a la cárcel por delito de fraude a los dirigentes de la empresa agroalimentaria y sumió en la desesperación a accionistas y pequeños inversores. (FILMAFFINITY)


Il Gioiellino mette in scena senza troppi filtri la storia dell’ascesa e della rovinosa disfatta della Parmalat, dagli anni d’oro del boom finanziario sino al crac datato 2003. Ma se Molaioli evidentemente vuole rifarsi ad una stagione di impegno civile che riecheggi autori come Petri o Rosi (qui citato Il Caso Mattei), allora la sua regia mimetica risulta troppo apertamente al servizio di una sceneggiatura dettagliatissima e intasata di fatti. Il cinema, purtroppo, ha qui il fiato molto corto.

Bisognerebbe seriamente iniziare a ragionare sull’incidenza forte che i giovani produttori italiani hanno ricominciato ad avere sulle produzioni che mettono in cantiere. Il meccanismo autoriale che quarant’anni fa faceva riconoscere senza ombra di dubbio il marchio di fabbrica di un produttore piuttosto che di un altro, pian piano si sta ripresentando con i risvolti positivi e negativi del caso. E non solo con il “tradizionale” De Laurentiis, ma anche con i giovani e prolifici Domenico Procacci (riconoscibilissimo lo stile Fandango) e Nicola Giuliano (Indigo Film). Ecco, questo Il Gioiellino è un film Indigo fino al midollo: dalla sceneggiatura di ferro intessuta da forti connotazioni sociali, sino ad arrivare ad un comparto tecnico di realizzatori oramai affiatato che imprime un mood visibilissimo alle opere di diversi registi. E quindi Teho Teardo compositore delle musiche, Luca Bigazzi direttore della fotografia, Giogiò Franchini al montaggio video e Silvia Moraes al suono: insomma la squadra di Nicola Giuliano e Paolo Sorrentino al gran completo, questa volta alle prese con il secondo attesissimo film da regista di Andrea Molaioli dopo i tanti riconoscimenti ottenuti con La ragazza del lago. E, intendiamoci, il supporto tecnico è di ottimo livello come sempre, solo che dopo qualche anno e parecchi film alle spalle tende forse a ripetersi un po’ troppo rischiando il déjà vu: la fotografia contrastata e sovraesposta, le ellissi sonore scandite dalla musica sincopata e gli stacchi fulminei di montaggio ad interrompere il tutto.
Tornando a questo film, Il Gioiellino mette in scena senza troppi filtri la vera storia dell’ascesa e della rovinosa disfatta dell’imprenditore Calisto Tanzi (anche se non vengono mai usati i nomi reali o i luoghi effettivi dei fatti): dai trionfi commerciali dei primi anni novanta con l’imperialismo finanziario verso i terreni vergini dell’est Europa, sino alle voragini di bilancio occultate dalla cosiddetta finanza creativa e al crac Parmalat (“Leda” nel film) datato 2003. E ovviamente ci si trova di fronte ad una massiccia serie di stereotipi sull’Italia odierna, intessuta di arrivismo e mezzucci, di belle ragazze e corruzioni, di squadre di calcio vincenti e banche che tirano le fila occultamente. «Tanto il falso in bilancio non è più un reato» come afferma anche una semplice segretaria. Ricapitoliamo: comparto tecnico di primordine e storia di stretta attualità e pregnanza sociale. Cosa manca quindi? Forse questa volta ad arrancare è proprio il cinema. Se Molaioli evidentemente vuole rifarsi ad una stagione di impegno civile che riecheggi autori come Petri o Rosi (qui citato Il Caso Mattei), allora la sua regia risulta troppo apertamente appiattita su una sceneggiatura dettagliatissima e intasata di fatti, dove a latitare purtroppo è il sano respiro filmico. I personaggi sono come caratteri bloccati sui quali risulta terribilmente difficile “investire” emotivamente. E il film fila liscio senza infamia e senza lode, ripresentando con pochi guizzi ciò che le cronache degli ultimi anni ci hanno ampiamente abituato ad ascoltare. Il regista insomma non si “schiera” mai: da una parte non riesce a sublimare la Storia attraverso forti deformazioni cinematografiche che la rendano pregna di vero pathos (come in parte riesce a fare lo stesso Sorrentino) e dall’altra non tenta mai di incidere la carne viva dell’immagine filmica con la potenza brutale del secco dato reale, che è prerogativa di un autore come Daniele Gaglianone. Si galleggia insomma dalla parti di una placida sterilità emotiva, figlia di una messa in scena mimetica che non ha mai il coraggio di rischiare prendendo di petto la storia narrata. E guarda caso ci si affida quasi interamente al nutrito cast di attori: in primis al magnetico Remo Girone e poi alla solita robusta interpretazione di Toni Servillo, che però sembra ormai cronicamente ingabbiato nei panni di uno stesso personaggio (uomo solo, oppresso da un incerto passato, scorbutico e insofferente verso il presente) ripresentato ciclicamente con differenti sfumature. Ecco che, a conti fatti, questo Gioiellino risulta francamente troppo pensato, troppo lavorato, troppo “risolto” per poter splendere sul serio di luce propria…
http://www.sentieriselvaggi.it/290/40849/Il_Gioiellino,_di_Andrea_Molaioli.htm
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Crac Parmalat. Qualche tempo fa queste due semplici parole riempivano i titoli dei maggiori quotidiani e dei principali telegiornali del paese, anticipando i vari approfondimenti su una delle truffe nostrane più tragicamente note. Oggi quelle due parole si trasformano, cambiando forse un po’ la forma, ma non la turpe sostanza di quella storia che al cinema giunge ora con il nome de “Il gioiellino”.
Sebbene infatti sia solo ispirato ai fatti realmente accaduti al colosso di Callisto Tanzi & co., il nuovo film di Andrea Molaioli (giovane regista noto ai più per il suo sorprendente esordio con “La Ragazza del lago”) è di fatto la messa in scena cinematografica del susseguirsi delle vicende che portarono al definitivo “crac” la Parmalat s.p.a.
Amanzio Rastelli (Remo Girone) è infatti il fondatore e presidente di una grande azienda agro-alimentare, la Leda, che trova nel latte il suo core-business più redditizio. Affiancato da arguti collaboratori, come il fedele amministratore ragionier Ernesto Botta (Toni Servillo) e la giovane e raggiante nipote Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum), Rastelli inizia la sua scalata verso un successo economico tanto imponente e internazionale, quanto difficile da gestire e contenere senza dover incorrere in compromessi ai confini con la legalità. Da qui l’inizio di un gioco sempre più sporco che porterà al collasso l’improba società e di conseguenza i numerosi ignari investitori italiani.
In primo piano la cronaca ri-arrangiata e sapientemente adattata alle esigenze del grande schermo di un fatto che è stato il preambolo di una grande crisi economica di cui tutt’oggi avvertiamo pesantemente le conseguenze. Sullo sfondo una provincia che si fa specchio di un intero paese, con i suoi costumi squallidi, gli accordi sottobanco, il benessere di facciata e il do ut des come regola cardine e principio dominante. L’immagine di come siamo stati (presi in giro), e di come ancora non ci siamo stancati di essere trattati (pedine di un gioco di cui non controlliamo nessuna mossa).
Nel ricostruire questo quadro, eguale ripartizione di meriti: bravo Molaioli assieme ai due sceneggiatori (Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli) che hanno predisposto un terreno solido all’interno del quale far muovere dei personaggi del tutto verosimili e coerenti; bravo il solito Luca Bigazzi nel confezionare una fotografia coerente tanto con la messa in scena, quanto con il “tono” globale del film; bravi gli attori (una certezza ormai Servillo, calzante l’interpretazione di Tanzi/Girone) nel non scadere nel parodistico o nel grottesco, ma restando il più possibile coerenti con quella realtà a cui si è deciso di far riferimento.
Un encomio speciale e dovuto, infine, a Indigo Film: se è possibile oggi parlare di qualità per il cinema italiano (tra gli autori supportati da Indigo oltre a Molaioli, l’ormai accreditato Sorrentino e un altro giovane talentuoso come Pietro Marcello), ciò è dovuto anche e soprattutto al lavoro svolto dalla casa di produzione dei vigili Francesca Cima e Nicola Giuliano.
http://cinemaeculture.wordpress.com/2011/03/02/il-gioiellino/
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Amanzio Rastelli (Remo Girone) è a capo della grande azienda agro-alimentare Leda, ramificata a livello mondiale, quotata in borsa e in continua espansione verso nuovi mercati. Ai vertici i suoi parenti più stretti, il figlio Matteo (Alessandro Adriano), la nipote Laura (Sarah Felberbaum), e alcuni suoi uomini di fiducia fra cui Ernesto Botta (Toni Servillo). L’inadeguatezza dei dirigenti però, alcuni dei quali sono appena in possesso di un diploma di ragioneria, porta ben presto l’azienda sull’orlo del collasso finanziario. Ma Rastelli non si arrende, per lui la Leda è tutto, come anche per Botta, così non disponendo di denaro decidono di inventarselo: bilanci falsificati, vendite gonfiate, strategie fittizie con le banche, prestiti, richieste di appoggio ai politici, truffe e inganni. Basterà tutto questo per ricolmare un buco di 14 miliardi di euro?
Al suo secondo film, dopo il caso de La ragazza del lago vincitore di 10 David di Donatello, 3 Nastri d’argento e il Premio Pasinetti alla Mostra del cinema di Venezia del 2007, Andrea Molaioli torna a collaborare con Toni Servillo affiancato stavolta da Remo Girone. Ispirato al crac Parmalat scoppiato alla fine del 2003 per personaggi è accadimenti, Il gioiellino vuole in realtà essere una summa dei casi riguardanti tutte quelle aziende che hanno subito una sorta simile avendo fatto dell’indebitamento la loro strategia motrice, non è un caso che Leda sia un acronimo che sta per "Latte e derivati alimentari".
Non si tratta tuttavia di un film documentario, di denuncia o d’inchiesta, sembra che l’aspetto che abbia più interessato Molaioli sia stato quello umano. Il gioiellino segue infatti da vicino le vicende di uomini più o meno ambigui, insieme di «contraddizioni al limite della schizofrenia» come ha sottolineato la sceneggiatrice e autrice del soggetto Ludovica Rampoldi; Botta e Rastelli «sono uomini abituati a stare sull’orlo del precipizio», avviluppati ossessionati come sono non tanto dal denaro ma dalle logiche e dalla fede all’azienda. In qualità di impero, la Leda lega a sé tutti coloro che vi lavorano, diventa ragione primaria, più della famiglia, dell’amore e della libertà. C’è chi riesce a muoversi all’interno di questo enorme castello di carta, e chi invece non ne sopporta il peso perché troppo onesto o troppo codardo. Botta è fra i primi, per avere la forza di lanciarsi incoscientemente nel baratro di una truffa del genere vota la sua vita alla Leda e chiude se stesso al resto del mondo, ai sentimenti per Laura: «Che cosa siamo?» chiederà lei, ma lui non saprà rispondere.
Le evoluzioni registiche di Molaioli unite alla bella fotografia di Luca Bigazzi, riescono nell’intento di rendere visivamente il dramma, la crisi, i sentimenti e le sofferenze umane. La macchina da presa misura bene la distanza dai suoi personaggi, sa quando avvicinarsi e quando stargli addosso, è sensibile ma senza sentimentalismo, con sincerità. La sceneggiatura ha un che di armonico e sfrutta bene la scelta di parziale aderenza alla realtà, il voler cioè raccontare un fatto reale romanzandolo senza banalizzarlo. Toni Servillo soffre del solito problema di omologazione dei ruoli seppur innegabilmente sempre talentuoso, spalleggiato da un altrettanto bravo ma più statico Remo Girone. Più che raccontare una storia Il gioiellino racconta un certo tipo di umanità, una verità così reale da lasciare infine profondamente amareggiati, soprattutto perché attuale.
Tania Marrazzo
http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-il-gioiellino.html

Curiosità
L’azienda Leda è nata dalla fantasia degli autori, ciononostante è stata trattata come se fosse reale. È stato infatti realizzato un logo e una linea di prodotti esibiti in vere e proprie pubblicità e sono stati perfino creati un sito internet (http://www.latteleda.it/), una pagina Facebook (http://www.facebook.com/latteleda) e una Twitter (http://twitter.com/LatteLeda).
Il titolo deriva da una frase pronunciata dal fondatore della Parmalat Calisto Tanzi: «A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino»
Come il personaggio di Remo Girone è ispirato a Calisto Tanzi, quello di Toni Servillo ricorda Fausto Tonna. In una battuta Servillo pronuncia anche la famosa frase con cui Tonna apostrofò cameraman, fotografi e giornalisti che lo inseguivano per le scale del tribunale: «Auguro una morte lenta e dolorosa a voi e alle vostre famiglie».


Il gioiellino: un film buio, cupo, triste e senz’anima, come un de profundis su una società postindustriale, in cui i ladri e gli speculatori (sistemi contabili e finanziari), operano un malaffare diffuso, inteso non più a produrre ma solo a rapinare i risparmi di poveri cristi senza difesa.

Mai visto finora, nel secolo della finanza rampante, un ritratto così cinicamente riuscito di un gruppetto di malviventi, senza nessuna remora né morale. Eppure all’inizio del film (1993) il patron della Leda (il bravo Remo Girone), industria del latte, dei succhi di frutta e delle merendine, amato da tutti, parlava ancora di valori. Ma attraverso la gelida ed arrogante figura del ragionier Ernesto Botta (un ormai ripetitivo Toni Servillo) si può seguire la lunga discesa verso l’inferno profondo delle spericolate ed errate operazioni finanziarie e poi della preparazione inevitabile dei falsi in bilancio.
Non bastano ad alleggerire il pessimismo antropologico di Andrea Molaioli (La ragazza del lago 2007) i rapporti amorosi o familiari narrati nella parte della trama meno tecnico finanziaria. Sono anch’essi rapporti sfuggenti, interessati, oscuri e senz’anima. Per cui anche l’unica persona per bene, la giovane compagna del direttore commerciale, resiste (fino alla inevitabile fine) accanto al suo uomo, equivoco, incerto, ed in una qualche maniera complice di una situazione fallimentare provocata.
Per cui, al di là di questi personaggi che navigano perduti in un vuoto di dentro e di fuori, è il deserto della cittadina (Acqui), degli uffici, della fabbrica automatizzata, delle case singole a dare la sensazione di un mondo ormai spopolato di esseri umani. Con solo alcuni alieni che manipolano tutto e se stessi, per far credere ai borghesi che passeggiano nel corso, che sono persone normali, e non possono far male a nessuno.
Andrea Molaioli, dopo La ragazza del Lago (2007), descrive di nuovo quella buia e gelida provincia italiana del nord est od ovest, che dopo vari boom, arrivata la globalizzazione, deve fare i conti, con i costosi investimenti e la penetrazioni dei mercati esteri (vedi Russia), con la differenziazione dei prodotti (tour operator), con la difesa degli status symbol (squadra di calcio, macchine di lusso, giornali ecc.), con ambienti politici sempre più da sfamare.
Con un finale apocalittico in cui diventa frenetica la necessità di distruggere atti compromettenti, di nascondere soldi e gioielli mentre arrivano la guardia di finanza e le manette
Quello che non si vede in questa storia, come in tutte le altre storie di questa epoca di rapacità è la societa civile, quella delle vittime delle infami speculazioni finanziarie.
Alla fine anche il film di Andrea Molaioli, nel tratteggiare i protagonisti della vicenda, ne fa delle figure quasi giustificabili, attraverso sfumature accattivanti da vicenda cinematografica.
Il solito gioco della immagine edulcorata (e non realistica) per lo spettacolo e per il mercato. Con una fotografia glaciale e rarefatta del direttore della fotografia, Luca Bigazzi, che crea un’atmosfera di inquietudine fittizia come fosse un film noir d’altri tempi.
Invece, anche se la storia è una finzione, una scritta finale nei titoli di coda dice che sono stati studiati e ripresi tutti gli atti del processo Parmalat. Una brutta infamante storia italiana.
Pino Moroni
http://www.artapartofculture.net/2011/03/18/il-gioiellino-una-storia-italiana-di-malaffare-il-film-sul-crac-della-parmalat/

viernes, 30 de marzo de 2012

EXTRA: Opera > La Boheme - Giacomo Puccini (1989)

A mi amigo Manucho (A.M.A.)

TITULO ORIGINAL La Bohème
MUSICA Giacomo Puccini
LIBRETO Giuseppe Giacosa, Luigi Illica
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Incorporados)
AÑO 1989
SAN FRANCISCO OPERA
DIRECTOR GENERAL
Lotfi Mansouri
CONDUCTOR Tiziano Severini

Mimi...Mirella Freni
Rodolfo...Luciano Pavarotti
Marcello...Gino Quilico
Colline...Nicolai Ghiaurov

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)

Libreto bilingue (Italiano/Español)

La Bohème es una ópera especial, al menos lo es para mí, pocas hay que tengan tal calidez. Es una ópera que emociona, y mucho, en la que los caracteres de los personajes están trazados cuidadosamente con gran ternura. No hay héroes, se representan temas universales: la juventud, la amistad, el arte como modo de vida, la pobreza, el amor, la muerte. Y el retrato de los personajes es el de su mundo interior, el de la intimidad de sus sentimientos recogidos de manera precisa con gran lirismo.
Con mucho de autobiográfico, el libreto está basado en la novela de Henry Murger "Scènes de la vie de Bohème". Fue Leoncavallo quien le propuso musicar el tema. Puccini, que no conocía la novela, pensó que no era suficientemente buena y no prestó ninguna atención a la propuesta de su amigo. No obstante, al comenzar Leonvavallo la escritura de su propia Bohème, Puccini anunció el proyecto de componer la suya. Entre ambos músicos surgió una reñida rivalidad. Puccini trabajaba tan rápido como sus libretistas, Luigi Illica y Giuseppe Giacosa, de modo que estrenó la obra antes que Leoncavallo terminara la suya.
Puccini era un hombre difícil y exigente (en la casa Ricordi le llamaban el “Dux”). Llevó a los libretistas hasta el límite de su capacidad y de su paciencia modificando una y otra vez las escenas hasta conseguir una continuidad en la narración de la que carece la novela. Se podría representar en el teatro hablado y admiraríamos su desarrollo, la naturalidad con la que se mueven y hablan sus personajes. Si a esto le sumamos la excepcional música que supo componer Puccini, nos encontramos ante una de las óperas más exquisitas de la historia.
Y para quien no la conozca, a muy grandes rasgos, se trata de un grupo de amigos, todos ellos artistas bohemios que viven despreocupados y alegres en la más absoluta precariedad. Los dos personajes femeninos sostienen sendas historias de amor: la seductora Musetta, una mujer libre que se nos retrata como coqueta y caprichosa pero de buen corazón mantiene una relación amorosa de desencuentros y celos con el pintor Marcello, y la gentil Mimì, indefensa ante su destino, condenada desde el principio por su enfermedad, quien finalmente muere en brazos de su amante, el desesperado Rodolfo.
Aunque Puccini prefería un director conocido, aceptó la recomendación de Ricordi de elegir al joven director musical Arturo Toscanini. Su estreno, en el Teatro Regio de Turín en 1896, tuvo un éxito más bien tibio, a excepción de un crítico que destacó “la eficaz mezcla de comedia y patetismo, su afortunada combinación de sonrisas y lágrimas."


MIMI, una joven costurera y florista (soprano)
RODOLFO, poeta (tenor)
MARCELLO, pintor (barítono)
MUSETTA, una joven “grissette” (soprano)
COLLINE, filosofo (bajo)
SCHAUNDARD, músico (barítono)
BENOIT, el casero (bajo)
PARPIGNOL, vendedor de juguetes (tenor)
ALCINDORO, protector de Musetta (bajo)


Acto I – La acción transcurre en París, en una buhardilla del Barrio Latino que comparten cuatro amigos. Es pleno invierno, como puede verse a través del amplio ventanal. Marcello y Rodolfo tratan de encender la estufa quemando los escritos del poeta. Entran Colline y Schaunard que ha conseguido provisiones y dinero.
El vertiginoso concertante se detiene con la entrada de Benoît que reclama el alquiler atrasado. Después de librarse del importuno casero, deciden ir al café Momus. Solo Rodolfo se queda en la buhardilla para terminar un artículo. Mimí llama a la puerta, momento que subraya la música. Se apagan las velas y el ambiente se desvanece, la buhardilla y el frío han dejado de existir; la música congela el tiempo en este maravilloso duetto y subraya la extremada ternura surgida entre ambos O soave fanciulla, o dolce viso di mite circonfuso alba lunar, in te ravviso il sogno ch´io vorrei sempre sognar!(Oh, pequeña dulce muchacha, Oh, dulce visión, con la luna bañando tu bonita cara, en ti veo el sueño que siempre quise soñar!) Y con ese exaltado “amor... amor... amor...” que ambos cantan salen de la buhardilla.

Acto II – En el bullicio del Barrio Latino, Rodolfo y Mimì se reúnen con sus amigos en una terraza del Café Momus. La orquesta les acompaña volviéndose más melódica. Lo que sigue es una escena hábilmente resuelta desde el punto de vista musical, un mosaico de elementos contrastantes y yuxtapuestos: Rodolfo presenta a Mimì, Colline pronuncia un “discurso de admisión” en el círculo de amigos y se escucha al vendedor de juguetes seguido de un coro de niños Ecco i goicattoli de Parpignol! (¡Ya están aquí loa juguetes de Parpignol!). El momento culminante es la aparición de Musetta, acompañada de Alcindoro, que trata de ganar de nuevo el afecto de Marcello. A los tensos comentarios de estos, se suman los divertidos de Colline y Schaunard y las exclamaciones de la multitud, mientras Rodolfo y Mimì se aíslan en sus líricas frases amorosas. Tal vez confunda un poco el que los distintos personajes canten todos al tiempo, no como es habitual ajustándose a una estructura melódica, sino cada uno centrado en sus propios diálogos, como si ninguno escuchara al otro. Pero, musicalmente, es una escena fascinante.
El delicioso vals Quando men vo’ soleta per la via (Cuando voy solita por la calle), una pieza elegante y sinuosa, llena de reticencias, define a la insinuante Musetta. De nuevo el espacio y el ruido se desvanecen y toda la atención está en ella y en Marcello que, finalmente sucumbe y se adueña del tema del vals. Mientras se atenúa la melodía, vuelve a ocupar el primer plano la multitud. Aprovechando la algarabía, el grupo de amigos se va, junto con Musetta, dejando el pago de la cuenta a Alcindoro “con su saludo”.

Acto III – Ha transcurrido un año. Mimì se encuentra en los arrabales de la ciudad una gélida madrugada de febrero, en ese especial momento del alba cuando la luz confiere un aspecto todavía más frío a los objetos y a los paisajes. La extensa introducción musical es uno de los mejores momentos de la ópera. Un larguísimo trémolo de los violonchelos y un fondo formado por las notas Re-La componen una especie de rumor sordo e ininterrumpido sobre el cual se estructuran los repetidos bicordios de las flautas y el arpa. Hay un brusco acorde de toda la orquesta y un breve silencio. Entran los arcos, con sordina, se mantiene un Re... los primeros violines pianissimo un Mi... después un Fa... y muy lentamente entonan el tema Mi chiamano Mimì del que habíamos oído las notas en el primer acto.
Rechazada por Rodolfo, Mimì ha ido a pedirle ayuda a Marcello, que ahora vive con Musetta. Rodolfo que había llegado antes, se despierta y sale buscando a Marcello para explicarle los motivos por los que ha abandonado a Mimì que, entre tanto, se esconde para no encontrarse con él. Rodolfo sabe que Mimì está muy enferma y teme por ella, la fría habitación en la que viven está minando su salud, tiene que buscarse un amante que pueda ofrecerle mejores condiciones de vida.
Un repentino acceso de tos delata la presencia de Mimì. Comienza aquí la desoladora escena de despedida, una sucesión de delicados motivos sobre los que se desarrolla el dúo Addio, sognante vita... (Adiós, vida de ensueño...) Hacia el final del cuadro, se suman Marcello y Musetta, embarcados ellos en un adiós muy diferente - Vipera! – Rospo! – Strega! (- ¡Vívora! – - ¡Sapo! - ¡Bruja!) pero igualmente melancólico en su profunda tristeza.

Acto IV – De nuevo en la buhardilla, así lo afirma la orquesta que repite el apunte rítmico del principio, los solitarios Rodolfo y Marcello lamentan sus amores perdidos. Aparecen Schaunard y Colline trayendo unas exiguas provisiones. La música intenta repetir la alegre marcha del comienzo de la ópera. Un acorde fortíssimo introduce a Musetta quien, mientras suena un vibrante trémolo, anuncia C’è Mimì che mi segue e che sta male (Mimì viene detrás de mí y está enferma).
Cuando entra Mimì la música empieza a tejer un sutil entramado de evocaciones y recuerdos. Mientras Mimí evoca el tiempo pasado, los demás tratan de ayudar. Colline decide empeñar su abrigo: Vecchia zimarra, senti (Vieja zamarra, escucha) es el único aria escrita para un bajo de toda la producción pucciniana.
Vuelven todos y se dan cuenta de la inminente muerte de Mimì. La música se disuelve lentamente. Mientras Rodolfo llora, sólo se oyen los acordes del arpa y de tres violas. Después no queda casi nada más que las largas notas sostenidas del clarinete bajo. Mimí ha muerto, pero Rodolfo aun no lo ha advertido. Marcello le abraza Coraggio! Y con el grito desesperado de Rodolfo Mimì...! y tres acordes a tutta forza de la orquesta finaliza la Bohème.
http://www.cine-clasico.com/foros/viewtopic.php?f=66&t=9427&sid=475ec04689931fe489ea4311fb836901


Identikit - Giuseppe Patroni Griffi (1974)


TÍTULO ORIGINAL Identikit 
AÑO 1974
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Incorporados)
DURACIÓN 105 min. 
DIRECTOR Giuseppe Patroni Griffi
ARGUMENTO Novela "El asiento del conductor" (o Una mujer al volante), de Muriel Spark.
GUIÓN Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi 
MÚSICA Franco Mannino
FOTOGRAFÍA Vittorio Storaro
REPARTO Elizabeth Taylor, Ian Bannen, Guido Mannari, Mona Washbourne, Luigi Squarzina, Maxence Mailfort, Andy Warhol, Anita Bartolucci, Gino Giuseppe
PRODUCTORA Rizzoli Film
GÉNERO Drama

SINOPSIS Lisa, una solterona esquizofrénica, viaja desde su casa en Londres hasta Roma, con una inquietante agenda para encontrar un romance con cualquier hombre que quiera complacer sus funestos deseos; deseos relacionados con la muerte, que la hacen vivir bizarros acontecimientos... (FILMAFFINITY)


Una matura donna tedesca compie un viaggio a Roma nel tentativo di liberarsi dalla depressione da cui è affetta. Alla ricerca di un "ultimo amante", frequenta diversi uomini e finisce per essere assassinata da uno psicopatico nel parco di Villa Borghese.
Il tema dell'attempata straniera in viaggio in Italia ricorre spesso negli stereotipi cinematografici: basti ricordare Vivien Leigh ne La primavera romana della signora Stone e Katharine Hepburn in Tempo d'estate. Ma Identikit, lungi dal voler essere una pellicola turistico-sentimentale, è piuttosto un dramma psicologico che indaga sulla mente disturbata di una donna che perde via via il contatto con la realtà.
Il film, proiettato in una affollatissima anteprima tenutasi a Montecarlo nel maggio 1974, seppe tenere testa alla concomitante apertura del Festival di Cannes che si svolgeva a pochi chilometri grazie ad un evento mondano i cui padrini furono i principi Ranieri e Grace di Monaco, ma una volta nelle sale venne stroncato dalla critica e poco visto dal pubblico.
Oggi potrebbe invece essere un film da rivalutare per una serie di motivi: il montaggio, caratterizzato dalle tipiche sfasature temporali, è un marchio di fabbrica dell'interessante lavoro di Franco "Kim" Arcalli che percorre buona parte del cinema d'autore degli anni settanta; l'ambientazione romana, che ritrae in maniera non convenzionale luoghi e ambienti fotografati dal premio Oscar Vittorio Storaro; infine la recitazione della stessa Taylor, che per la prima volta in una produzione completamente italiana, mette coraggiosamente in gioco la sua immagine patinata da diva hollywoodiana per dare vita a un personaggio problematico e controverso.
Da segnalare una piccola apparizione dell'artista pop Andy Warhol nel ruolo cameo di un nobile inglese.
http://it.wikipedia.org/wiki/Identikit_(film)


Giuseppe Patroni Griffi non è solo il regista e l'autore di quel grande successo teatrale e cinematografico chiamato Metti, una sera a cena. Romanziere (Scende giù per Toledo, Gli occhi giovani), sceneggiatore (I magliari, La ragazza con la valigia), commediografo (D'amore si muore, Anima nera, Persone naturali strafottenti), è stato una delle personalità più versatili del panorama culturale italiano del secondo Novecento. Nato il 27 febbraio 1921 a Napoli, appartiene a quel gruppo di intellettuali napoletani che giovanissimi, subito dopo la Liberazione, emigrarono a Roma, dove, dopo l'incontro con Luchino Visconti e Giorgio De Lullo, la vita di Patroni Griffi e la storia dello spettacolo italiano, e del Teatro Eliseo in particolare, si fondono. Come ha scritto Franco Cordelli «per almeno due decenni, prima che si scoprisse o riscoprisse il teatro di Testori e di Pasolini, Peppino Patroni Griffi è stato il simbolo di una possibilità: la drammaturgia in lingua non era stata svuotata da Pirandello; e quella in dialetto non era stata monopolio di Eduardo De Filippo. È vero che il drammaturgo napoletano con il dialetto vero e proprio non si è mai cimentato. Ma esso è là, sullo sfondo, è come se premesse, minaccioso o promettente, sulle strutture della lingua, una lingua tuttavia inesistente, ancora da inventare, o reinventare, sempre stretta nella tenaglia di una convenzione già televisiva e d'una maniera ancora letteraria […]. Ma è impossibile non vedere come il mondo di Patroni Griffi anticipi sia Ferito a morte di La Capria sia il Pasolini di Ragazzi di vita. Poi, Pasolini occupò per intero lo spazio, quello spazio di rimpianto per la "morte della bellezza", il mito che lo scrittore friulano e lo scrittore napoletano avevano in comune. E che cos'era la bellezza, per l'uno e per l'altro, se non l'idea di semplicità e naturalezza di cui parla la Ginzburg, distrutte dalla civiltà del benessere, ovvero dalla volgarità dei consumi, delle masse arrembanti dalle periferie verso il centro della città, verso la cancellazione stessa di ogni singola espressione autoctona, in altri termini dei dialetti?». E Patroni Griffi utilizza una lingua "molle", "plastica", facendo parlare sulle scene la signora amica, la serva plebea, l'omosessuale. Esordisce come regista cinematografico nel 1962 con un film sfortunato Il mare, fischiato alla Mostra del Cinema di Venezia e che disegnava due personaggi quasi improponibili in quel periodo (un omosessuale e il suo ambiguo rapporto con un ragazzo). Il resto della filmografia del regista è molto esigua, ma molto interessante: la rilettura non banale dei drammi elisabettiani (Addio fratello crudele), il dramma dell'identità (Identikit), gli amour fou italiani degli anni Venti (Divina creatura), l'eros come linguaggio primordiale della vendetta (La gabbia). Autore poco italiano e molto internazionale, la miglior definizione l'ha data lui stesso: «Io non sono un regista all'italiana. Io non sono mai stato nel binario principale del cinema italiano, né lo sarei adesso. Io anche sul passaporto ho scritto scrittore. Mi sento meglio nei panni di uno scrittore».
Le schede dei film sono state tratte dal volume Fabio Francione (a cura di), La morte della bellezza. Letteratura e teatro nel cinema di Giuseppe Patroni Griffi, Falsopiano, Alessandria, 2001.
Identikit (1974)
«Una donna - il suo nome è Liz - di mezza età parte dalla sua città […] per una vacanza […]. La meta è Roma. Sull'aereo uno dei due uomini a cui è seduta accanto scappa, preso da una paura senza giustificazioni. L'altro, al contrario, comincia a farle pesanti avances. Andando in giro per Roma, la donna, che ha un carattere isterico, incontra una serie di persone: l'uomo dell'aereo che continuerà a farle proposte esplicite di carattere sessuale, una donna anziana che le parla di un nipote che sta aspettando; un uomo intravisto all'aereoporto, completamente vestito di bianco e dall'aspetto cadaverico; e un meccanico che l'ha soccorsa dopo un attentato ad un politico in cui era stata coinvolta e che in seguito tenterà di violentarla; ed infine il primo uomo dell'aereo che risulta essere il nipote della signora con la quale ha stretto amicizia. In parallelo la polizia indaga sul viaggio della donna e sulle persone che l'hanno incrociata» (Arcagni). «Patroni Griffi ha saputo impaginare il film secondo stilemi tendenti all'astratto, fuori da ogni psicologismo: ed è proprio dalla fredda eleganza delle immagini che nasce una tensione sempre più alta. Dentro le geometrie create dall'art director Mario Ceroli […] stupendamente fotografata da Vittorio Storaro nelle inquadrature scandite dal montaggio di Franco Arcalli, Elizabeth Taylor vibra, inveisce, strepita da grande personaggio sopra le righe, vero mostro sacro del cinema contemporaneo: l'attrice si identifica nel film, che a sua volta propone un'identificazione fantastica Liz-Elizabeth. […] Intorno alla protagonista le presenze degli altri personaggi sono labili e inquietanti come in un sogno: ricordiamo un cereo Andy Warhol e un enigmatico Luigi Squarzina, straniato rappresentante della ragione in veste di commissario della polizia» («Panorama»).
http://www.fondazionecsc.it/events_detail.jsp?IDAREA=16&ID_EVENT=349&GTEMPLATE=ct_home.jsp


‘Identikit’, la gran rareza de Elizabeth Taylor
Italia siempre ha sido refugio de estrellas, y algunos grandes actores han protagonizado un film menor en su carrera en el país transalpino. Una mayoría ha escogido films livianos, ligeros para disfrutar del Mediterráneo y ejercer con oficio y sin mucho esfuerzo su papel.
Liz, en cambio hace lo contrario, elige Roma y Alemania para rodar su mayor rareza: ‘Identikit’( Identikit ,también conocida como 'The driver's seat' . Dirigida por Giusseppe Patroni Griffi, director y guionista especializado en argumentos enrevesados y decadentes.
La trama de la película ya se presenta poco común. Una mujer llamada Lise ,mentalmente desequilibrada,  interpretada por Elizabeth Taylor,   experimenta una serie de encuentros extraños en Roma en busca de alguien que la mate.
La película, basada en una novela de Muriel Spaak, abrió el festival de Cannes de 1974. Crítica y público le dieron la espalda. Quizás ahora es el momento de revisar esta producción que en el siglo XXI sería impensable.
Liz Taylor se atrevió, incluso a lucir una ropa horrible tal y como indicaba la novela y el guión de la película.
Quizás nadie estaba mentalizado para ver a la actriz  en una película de un estilo muy diferente que  supera algunas rarezas de Richard Burton. Ni siquiera el controvertido y polifacético artista  Andy Warhol,  que tiene un papel como diplomático corrupto, se esperaba ver a Liz en esta curiosa producción. 
http://elprimodemartyfeldman.blogspot.com.ar/2011_04_01_archive.html

jueves, 29 de marzo de 2012

I Recuperanti - Ermanno Olmi (1969)


TÍTULO ORIGINAL I Recuperanti
AÑO 1969
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglès (Separados) 
DURACIÓN 101 min. 
DIRECTOR Ermanno Olmi
GUIÓN Ermanno Olmi, Mario Rigoni Stern, Tullio Kezich
MÚSICA Gianni Ferrio
FOTOGRAFÍA Ermanno Olmi
REPARTO Antonio Lunardi, Andreina Carli, Alessandra Micheletto, Oreste Costa, Francesco Covolo, Mario Covolo
PRODUCTORA RAI / Palumbo Produzioni
GÉNERO Drama
 
SINOPSIS A su vuelta a casa en 1945, Gianni busca trabajo. El viejo Du lo invita a ayudarle a recuperar los residuos metálicos (bombas sin explotar) de la Guerra del 14. (FILMAFFINITY)


I recuperanti è un film per la televisione italiano del 1969 diretto da Ermanno Olmi. La sceneggiatura è dello stesso Olmi, di Tullio Kezich e di Mario Rigoni Stern.
Per la maggior parte è interpretato da attori non professionisti originari dell'altopiano di Asiago, luogo nel quale il film viene interamente girato.
La première statunitense della pellicola avvenne il 20 settembre 1970 al Film Festival di New York; sul mercato francese il film uscì invece il 7 gennaio 1981, mentre il 5 aprile 2005 è stata presentato al Febio Film Festival della Repubblica Ceca.

Trama
Altopiano di Asiago, secondo dopoguerra: il giovane Gianni torna al suo paese natale dalla campagna di Russia e si mette alla ricerca di un lavoro.
Dopo una prima occupazione in una segheria abusiva, e dopo che il fratello Francesco è partito per l'Australia in cerca di lavoro, Gianni incontra una sera il vecchio Du (il film si ispira al vecchio Vu, Albino Celi di Valstagna), che in evidente stato di ubriachezza si mette a straparlare, dicendogli anche come lui si guadagna da vivere, ovvero recuperando dei residuati bellici metallici della Grande Guerra sulle montagne dell'Altipiano e rivendendoli, in modo da guadagnarci del denaro per sopravvivere.
Nonostante inizialmente Gianni veda il vecchio Du come un pazzo che straparla, man mano si rende conto che il vecchio ha le sue ragioni, che gli permetteranno di guadagnare qualcosa per potersi sposare con la sua ragazza.
Poco più avanti Gianni decide di impegnare la sua indennità di buonuscita militare comprando un metal detector, che, sempre assieme al vecchio Du, riesce a fargli scoprire maggiori quantità di materiale bellico.
La vita dei recuperanti va avanti così, con nuovi prezzi e qualche morto accidentale. Proprio per questo motivo, Gianni, spaventato dalla possibilità di perdere la vita facendo questo pericoloso lavoro, decide di abbandonare il vecchio Du e di seguire il consiglio della sua ragazza, ossia quello di intraprendere un lavoro meno pericoloso, come quello del manovale. Il film si conclude con il vecchio Du che prende in giro Gianni e che lo rimprovera di averlo abbandonato, ma Gianni non cambia idea e rimane a fare il manovale.
http://it.wikipedia.org/wiki/I_recuperanti


Un film difícil de encontrar en España, a menos de que tengamos la suerte de que le de por aparecer en alguna filmoteca, tal y como sucedió en mi caso. Un precioso filme ambientado en la Italia de la Postguerra, en 1945. Olmi convina en este film, el drama y el humor. Seguramente uno de los filmes que marcaron el estilo de Roberto Begnini en obras como "La Vida es bella" o "El Tigre y la nieve". Un filme agradable, tranquilo, silencioso, duro y divertido.
Kike666
http://www.filmaffinity.com/es/reviews/1/191841.html

miércoles, 28 de marzo de 2012

Giovani Mariti - Mauro Bolognini (1958)

(A mis antepasados "lucchesi")

TÍTULO Giovani mariti 
AÑO 1958
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Separados) 
DURACIÓN 98 min.
DIRECTOR Mauro Bolognini
GUIÓN Mauro Bolognini, Enzo Curreli, Pasquale Festa Campanile, Pier Paolo Pasolini
MÚSICA Nino Rota, Mario Zafred
FOTOGRAFÍA Armando Nannuzzi
REPARTO Isabelle Corey, Antonio Cifariello, Franco Interlenghi
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Nepi Film / Silver Films / Zodiaque
PREMIOS 1958: Festival de Cannes: Mejor guión
GÉNERO Drama
 
SINOPSIS Historia de un grupo de jóvenes que pasan su día a día en las calles de su ciudad natal, Lucca. (FILMAFFINITY)


Mogli, mariti, scapoli e... vitelloni continuano ad essere all’ordine del giorno nel cinema italiano. Oggi il gruppetto che già ci ha parlato degli “innamorati” di Trastevere (Mauro Bolognini, regista, e Franciosa e Festa Campanile soggettisti) ci parla, quasi sulla scia dei Vitelloni, di altri “innamorati”, questa volta di provincia: e di innamorati che, come dice il titolo, si trasformano tutti in poco tempo in giovani mariti. Il matrimonio, però, sulle prime non sembra cambiarli molto, come pure l’amore; a poco a poco, tuttavia, quelle bande scapigliate di ragazzacci intenti solo alle chiassate, alle ribalderie e qualche volta anche alle orge (borghesi, però, e spesso solo gastronomiche) cominciano a scomparire dalla città; i loro componenti mettono tutti la testa a posto, pensano alla casa, al lavoro, ai figli, alla famiglia e dimenticano del tutto i giorni in cui turbavano i sonni dei propri concittadini con inaudite gazzarre. Anche per i “giovani” mariti la giovinezza è finita; comincia l’età adulta, piena di responsabilità e di doveri. Questa conclusione, però non è tutto il film o, meglio, il film non mira unicamente a farci trarre alla fine una tale conclusione: l’ambizione principale dei suoi autori, infatti, è quella di descriverci ancora una volta un pezzetto di provincia italiana, vista dai giovani e dai loro sogni, anziché dai vecchi e dai loro rimpianti. Non sempre tale ambizione dà buoni frutti, ma anche se il racconto non è tutto nitido e limpido, bisogna riconoscere ai personaggi una certa freschezza, una certa disinvoltura e, spesso, anche un innegabile brio che inducono il pubblico a seguire la vicenda quando con simpatia, quando con consensi cordiali. Per merito anche di una regia particolarmente attenta a costruire attorno ai personaggi un gustoso clima provinciale, curato con garbo anche come cornice (quella Lucca di sfondo, ad esempio, così degna, nobile, quasi sontuosa).
Da Il Tempo, 26 Marzo 1958


L’assoluto naturale. Il cinema di Mauro Bolognini
«Mauro Bolognini nasce a Pistoia nel 1923. Frequenta il liceo Classico “Forteguerri”, quindi intraprende gli studi di architettura che non poco lo influenzeranno nella propria concezione del cinema. Perfeziona poi le sue spiccate attitudini figurative durante il Corso di scenografia al Centro Sperimentale di Cinema, diventando aiuto-regista di Luigi Zampa, figura di rilievo del neorealismo e anche di cineasti transalpini come Yves Allegret e Jean Delannoy. L’approdo al lungometraggio avviene con Ci troviamo in galleria che, se non altro, rivela in una piccola parte una giovanissima Sophia Loren. Seguono un paio di commedie [...] fino a Gli innamorati, del ’55, che è un risultato interessante sia per la leggerezza con cui si raccontano gli amori di diverse coppie sia per l’abilità nella direzione di un manipolo di promettenti giovani attori: è questo certamente uno dei pregi più rimarchevoli del regista pistoiese. Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo – titolo chilometrico di almeno quindici anni in anticipo su quelli wertmulleriani – è anch’essa una commedia divertente sorretta dalle robuste spalle dei migliori attori comici nostrani: Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Nino Manfredi [...]. Non banali ritratti dell’Italia della ripresa appaiono anche in Marisa la civetta, con un’Allasio scintillante, I giovani mariti e Arrangiatevi!, film in cui Bolognini incontra “il principe della risata” Totò, una riflessione pungente all’indomani della legge Merlin. Con La notte brava, per alcuni uno dei suoi esiti migliori, Bolognini descrive il degrado delle borgate della periferia romana che Pasolini, non a caso qui co-sceneggiatore, aveva tanto acutamente descritto nel dittico romanzesco Ragazzi di vita e Una vita violenta. Nel 1960, con Il Bell’Antonio, si apre una nuova maniera nel viatico dell’artista giacché egli si sofferma con maggiore accuratezza sulla resa formale e la confezione dei suoi lavori, da qui in avanti, conoscerà una raffinatezza più ricercata – che talvolta sarà accusata, non sempre con ragione, di calligrafismo. Inoltre Il Bell’Antonio assume un’importanza primaria nella carriera bologniniana poiché si tratta del suo primo grande lavoro tratto da un’opera letteraria, il bellissimo romanzo di Vitaliano Brancati, che il regista trasporta dall’epoca fascista a quella in cui il film è girato ovvero a cavallo fra il decennio dei Cinquanta e dei Sessanta. L’”istanza di attualizzazione” (Simona Costa) attira più volte Bolognini, ad esempio ne La Viaccia, in cui il regista rilegge con molte varianti il romanzo d’impronta verista dell’amiatino Mario Pratesi, L’eredità, dimostrandosi comunque “uno dei più fini metteur en-scene” del cinema italiano” (Maurizio Del Vecchio). Succede lo stesso nello sveviano Senilità, in cui il tempo della storia viene fatto slittare da quello post-risorgimentale del romanzo a quello tra le due guerre del film. Con La giornata balorda il regista opera una sorta di approfondimento dei temi già filmati ne La notte brava, con Agostino si confronta per la prima volta con un lavoro di Alberto Moravia, uno dei suoi referenti letterari più frequenti (girerà per la televisione, addirittura, un suo libro, Gli indifferenti). La corruzione è l’ultimo lungometraggio prima della lunga parentesi dedicata ai film a episodi, tanto in voga allora. [...] Usufruisce poi di un cast internazionale, come sovente gli accade, per Arabella e di una diva del calibro della Lollo per Un bellissimo novembre dopodiché firma forse il suo film più bello e giustamente più celebre, Metello, opera anch’essa di stretta matrice letteraria perché tratta dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini che, dopo qualche titubanza, apprezzò molto la riduzione cinematografica. Ottavia Piccolo, per questo film, ottenne il premio di migliore attrice al Festival di Cannes, così come accadrà sei anni più tardi alla Dominique Sanda de L’eredità Ferramonti, esito non trascurabile di un modesto romanzo di fine Ottocento del massese trapiantato a Roma Gaetano Carlo Chelli. Bolognini s’infiltra in uno scandalo felsineo di inizio Novecento in Fatti di gente perbene e pone il suo sguardo, sempre garbato, sul ventennio fascista in Libera, amore mio, quarto ed ultimo sodalizio con Claudia Cardinale. Vira poi al grottesco e macabro (insieme ai coevi Brutti, sporchi e cattivi di Scola e Casotto di Sergio Citti) con Gran bollito, anche se la stagione più felice sembra ormai conclusa. Nondimeno riesce sempre a impiegare attori di rango internazionale, come Isabelle Huppert in La storia vera della signora delle camelie e Liv Ullmann in Mosca addio – fatto sintomatico del prestigio di cui ancora Bolognini gode all’interno dell’industria cinematografica. [...] Non può essere dimenticata, ché farebbe torto alla poliedricità dell’autore, l’attività teatrale e lirica di Bolognini che, in tal senso, dev’essere ritenuto regista di prim’ordine, al fianco di Ingmar Bergman e Zeffirelli» (Francesco Sgarano – Centro Mauro Bolognini).
Vincitore della Palma per la sceneggiatura al Festival di Cannes, il film è il ritratto generazionale di un gruppo di amici ventenni nel passaggio tra la gioventù e l’età adulta, scandito da due momenti di festa: l’addio al celibato di Franco all’inizio e la partenza per Milano un anno dopo di Marcello a chiudere il film. Il matrimonio, il lavoro e la sicurezza economica sono i segni della fine delle illusioni giovanili che Bolognini colloca nella provinciale Lucca e in un’ambientazione borghese nuova rispetto ai film precedenti. «Pur essendo popolato di belle ragazze, Giovani mariti è forse il primo film italiano pensato e realizzato da un punto di vista esclusivamente e diremmo partigianamente maschile, e dove serpeggia un avvertibile, amaro, quasi rancoroso senso di misoginia, che costituisce una delle sue componenti più interessanti» (Cattivelli)
http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=5494

martes, 27 de marzo de 2012

Un tranquillo posto di campagna - Elio Petri (1969)


TÍTULO ORIGINAL Un tranquillo posto di campagna
AÑO 1969
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 106 min. 
DIRECTOR Elio Petri
GUIÓN Tonino Guerra, Elio Petri, Luciano Vincenzoni
MÚSICA Ennio Morricone
FOTOGRAFÍA Luigi Kuveiller
REPARTO Franco Nero, Vanessa Redgrave, Georges Géret, Gabriella Grimaldi, Madeleine Damien, Rita Calderoni, John Francis Lane, Renato Menegotto, David Maunsell
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Les Productions Artistes Associés / Produzioni Associate Delphos / Produzioni Europee Associati (PEA)
PREMIOS 1969: Festival de Berlín: Oso de Plata
GÉNERO Terror. Intriga. Fantástico | Fantasmas 

SINOPSIS Un prestigioso pintor italiano, que está pasando una mala racha, decide alejarse del mundanal ruido e ir a pasar unos dias en una encantadora y apacible casa de campo veneciana. Sin embargo, la esperada tranquilidad se convierte en un laberinto de misterio y horror debido a las apariciones del fantasma de una condesa que murió en la casa en extrañas circunstancias. (FILMAFFINITY)


Leonardo è un pittore pop. Celebre. Pagatissimo. Divide con lui il successo Flavia che, oltre a dargli l’amore, gli amministra abilmente e coscienziosamente le finanze e il lavoro. L’amministrazione sentimentale e artistica di Flavia, però, pesa duramente su Leonardo che se ne sente oppresso, incatenato, anche perché è il riflesso dell’oppressione di tutto quanto lo circonda, quel mondo difficile di un’arte in cui crede sempre meno e in cui sempre meno riesce ad operare.
Questa oppressione e l’inaridimento creativo che ne deriva, provocano in Leonardo una cupa nevrosi. [...]
Gian Luigi Rondi, Il Tempo 15 ottobre 1968

Un pittore della scuola informale, nonostante o, forse, a causa del suo successo troppo bene amministrato, è colpito da una nevrosi di impotenza creativa. Accompagnato dall’amante che lo adora e dal mercante che lo sfrutta, va allora a cercarsi, secondo il titolo del film di Elio Petri: Un tranquillo posto di campagna per riposarsi e riprendersi. Lo trova in un’antica villa veneta, rimasta abbandonata dal lontano 1945. In quel tempo, nella villa abitava una contessina ninfomane che, dopo aver fatto l’amore con quasi tutti gli uomini del villaggio attiguo, era finita uccisa da un mitragliamento aereo, a soli diciott’anni. [...]
Alberto Moravia (1975)
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In questo film, del 1968, il regista mette in scena il dramma di un pittore ‘pop’, interpretato da Franco Nero, che ad un certo punto prende coscienza d’essersi lasciato sordidamente condizionare dal mercato artistico e si troverà drammaticamente a conoscere la morte dell’idea romantica di arte.
Per la realizzazione di questo film Petri si avvalse della collaborazione dell’artista pop statunitense Jim Dine, il quale realizzò i quadri del pittore protagonista.
Dalle parole del regista: «Ad ispirarmi questo film furono le opere esposte alla Biennale del ’64. Rimasi molto colpito dal significato rivoluzionario della cultura ‘pop’». L’artista pop rappresenta secondo il regista l’ultima frontiera della rivoluzione artistica ed insieme il disperato tentativo di tornare alla realtà per mezzo degli oggetti; gli stessi, probabilmente, che sono motivo di allontanamento dall’arte e allo stesso tempo emblema del benessere: nuovo orizzonte nell’interesse della gente.
Altra componente che ritroviamo nel film è quella di ghost-story; Elio Petri fin dal suo esordio non è estraneo a temi macabri che richiamano alla mente Hitchcock, solo come riferimento esteriore.
Fin dai titoli di testa immagini e musica immergono in un clima a tratti psichedelico dove protagoniste sono le arti visive e la musica. I titoli di testa sono inglobati in una grafica minimale che contrasta con le immagini colorate delle opere d’arte. Protagonisti sono anche elementi che ricollegano direttamente e concretamente al cinema: vediamo scorrere dei numeri neri, ingranditi, come il ‘time stamp’ cinematografico, ma anche lettere dell’alfabeto; il tutto scorre molto velocemente si scorgono alcuni di questi elementi per pochi frame il che ricorda le immagini subliminali dei messaggi pubblicitari.
Fra il succedersi di fotografie di dipinti e i titoli degli autori in grafica minimale si inserisce come elemento di raccordo lo scorrere di una pellicola che ad un primo sguardo sembra essere danneggiata e sporca. In realtà rallentando le immagini si vede che su questa pellicola sono stati condotti interventi pittorici: pennellate di colore azzurro, rosso, nero (gli stessi colori utilizzati nella grafica dei titoli). Col pennello ed il colore bruno è anche ricostruito l’effetto di bruciatura della pellicola.
Interventi pittorici sul materiale cinematografico dato dalle tracce di pennello, strumento principe del pittore, su di un supporto diverso dalla tela di un quadro: un incontro tangibile tra arte pittorica e arte cinematografica.
Per il film Morricone chiamò a collaborare il ‘Gruppo di improvvisazione Nuova Consonanza’. La musica che sentiamo sembra essere utilizzata in funzione di “anti silenzio”, una rievocazione dell’accompagnamento musicale delle sale del cinema muto. Anche se in realtà qui i suoni che si sentono sono piuttosto inquietanti, quasi fastidiosi; essi sottolineano “l’aritmico” scorrere delle immagini e attivano lo spettatore di fronte al passaggio veloce di alcuni frame.
Dal sonoro emerge un effetto cacofonico disorientante, quasi “un’ouverture di rumori”: si sentono note isolate al pianoforte, suoni di ancia, rintocchi, riverberi; insieme ad un costante bisbiglio si sentono rumori amplificati come di nastro adesivo e di materiali diversi, mentre in sottofondo si ode un fischio, un sibilo, come di un segnale acustico distorto elettronicamente.
La sperimentazione musicale che si libera in Un tranquillo posto di campagna non è fine a se stessa ed è in sintonia con i contenuti del film.
Morricone e Petri decisero di lasciar correre la musica secondo improvvisazione: musica ed effetti dovevano dare l’idea della progressiva perdita della realtà da parte del protagonista.
I titoli di testa di questo film certo introducono al clima del racconto, ma sono anche un intenso capitolo a parte: diventano un’esperienza autonoma e introduttiva, una sinfonia avanti l’opera, un’esperienza audiovisiva di forza propria che avrebbe senso anche se decontestualizzata.
http://leganerd.com/2011/04/10/titoli-di-testa-di-un-tranquillo-posto-di-campagna/


...
"Un tranquillo posto di campagna" è opera del Petri sessantottino, breve parentesi prima del grande cinema politico-sociale che ne ha fatto la grandezza negli anni successivi.
Antonioni e la pop art sono i riferimenti principali del regista per narrare la storia dell'affermato pittore Franco Nero in crisi creativa e psicologica (la sua vita è ormai strettamente nelle mani "commerciali" della sua donna che le fa da amante e padrona, interpretata dalla compagna di una vita di Nero, Vanessa Redgrave) in cerca di fuga esistenziale in un tranquillo posto di campagna. Si fa comprare una villa in disuso nel countryside veneto e qui incontra il fantasma della contessina Wanda morta una ventina d'anni prima durante un attacco tedesco nella seconda guerra mondiale. Lo spirito inquieto della diciassettenne morta, libera da ogni convenzione e ninfomane ("certo, quando una è contessa la definiamo... ninfomane") che passa da un amante all'altro in vita, crea un istinto di ribellione nell'artista che lo porterà ad un atto violento (vero o sognato?) e al manicomio, dove ritroverà l'ispirazione...
Girato col gusto alternativo del tempo con alberi dipinti di rosso (come in 'Deserto rosso' di Antonioni), quadri di John Dine (affermato artista pop-art), arredamenti pop di quegli anni (per chi apparteneva ad un certo milieu culturare e se lo poteva permettere), montaggio psichedelico delle immagini e qualche ingenuità inaccettabile oggi, "Un tranquillo..." fa il paio con "La decima vittima" nella filmografia di Elio Petri come operazioni di rottura dal cinema narrativo ed utilizzo del genere con diverso sguardo artistico e politico.
Product Placement: un'insistita presenza del logo della COCA COLA nella casa di città dell'artista è ciò che prima di tutto balza agli occhi, ma grande rilievo ha anche la presenza dell'acqua PEJO (brand cinematograficamente storica e molto attiva nel periodo) sui tavoli. Il protagonista utilizza una JAGUAR di culto. Infine notazione goliardica per la presenza di un'esagerazione di riviste porno dell'epoca da PLAYGIRL a PLAYBOY e, soprattutto, la cult SUPERSEX.
Stefano Barbacini
http://www.dysnews.eu/cinema/28-10-2011/rnff_2011-2017.aspx

lunes, 26 de marzo de 2012

Il tempo si e fermato - Ermanno Olmi (1959)


TÍTULO ORIGINAL Il tempo si è fermato
AÑO 1959
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS En español e inglès (Separados)
DURACIÓN 83 min.
DIRECTOR Ermanno Olmi
GUIÓN Ermanno Olmi
MÚSICA Pier Emilio Bassi
FOTOGRAFÍA Carlo Bellero (B&W)
REPARTO Natale Rossi, Roberto Seveso, Paolo Guadrubbi
PRODUCTORA 22 Dicembre / Edisonvolta
GÉNERO Drama

SINOPSIS Un joven estudiante y un guarda mayor entablan una estrecha amistad durante la construcción de una presa de gran tamaño que se encuentra en la montaña... (FILMAFFINITY)

TRAMA
Durante l'inverno, presso una grande diga vicino all'Adamello sono rimasti soltanto due guardiani. Uno di loro scende a valle: lo dovrebbe sostituire un compagno che, improvvisamente, in seguito alla nascita di un figlio, è costretto a ritornare a casa. Il suo posto viene preso da Roberto, un giovane studente che ha accettato di andare lassù, dove avrà tutto il tempo di prepararsi per gli esami. I rapporti tra lo studente e il Natale, il rude montanaro di cui è divenuto il collega, sono sulle prime caratterizzati da un certo imbarazzo; ma a poco a poco l'atmosfera si sgela e Natale è felice di insegnare al giovane sprovveduto quello che lui ha imparato dall'esperienza della vita. Quando i disagi a cui Roberto non è abituato e la troppa solitudine gli provocano degli accessi di febbre, è proprio Natale a curarlo amorevolmente. Quella vita serena, a stretto contatto con la natura, lontano dalle raffinatezze e dal tumulto della civiltà, tra le candide distese nevose e così vicini alle cime delle montagne, in un silenzio assoluto, interrotto soltanto dalle loro voci: tutto questo dà veramente l'impressione che il tempo si sia fermato.

CRITICA
"Un'ottima fotografia inquadra l'esile vicenda; più che di fatti l'attenta regia si preoccupa degli stati d'animo, delle impressioni, delle sensazioni di due uomini isolati dal mondo, che sembrano vivere fuori dalla realtà. Nonostante qualche momento di esasperante lentezza, il film è pregevole, e i pochi attori non professionisti vi si muovono con naturalezza." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 47, 1960)

NOTE
- PRIMO LUNGOMETRAGGIO DI OLMI.- GONDOLA D'ORO ALLA X MOSTRA INTERNAZIONALE DEL FILM DOCUMENTARIO DI VENEZIA (1959). PREMIO SAN GIORGIO DELLA FONDAZIONE CINI. RODODENDRO D'ORO ALL'OTTAVO FESTIVAL DELLA MONTAGNA DEL TRENTO (1959). PREMIO SAN FEDELE.- PRESENTATO ALLA SEZIONE INFORMATIVA DELLA XX MOSTRA DI VENEZIA (1959).
fonte "RdC - Cinematografo.it"
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=16837&film=Il-tempo-si-e-fermato
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TRACCIA TEMATICA
La distanza tra i due protagonisti ci appare totale, tutto li divide: il modo di fare, di lavorare, le letture e la musica. Il ghiacciato paesaggio invernale sembra farsi metafora di questa freddezza di rapporti.
La bufera che imperversa fuori del rifugio accentua il senso di fragile precarietà degli esseri umani di fronte allo scatenarsi della natura e attiva un canale di comunicazione fra le due persone che cancella ogni diffidenza. L'uomo assume un atteggiamento paterno nei confronti del ragazzo e questo si affida con filiale fiducia alle cure del maturo guardiano.
La solida chiesetta nella quale entrambi si rifugiano diventa simbolo dell'affermarsi di una dimensione umana nutrita di solidarietà e affetto, del recupero del senso più autentico e profondo del Cristianesimo.

VALUTAZIONE CRITICA
Nato come documentario commissionato al regista dalla Edison-Volta per illustrare il lavoro di vigilanza delle dighe, il film nelle mani di Olmi si trasforma nel suo primo lungometraggio a soggetto, esprimendo assai bene quell'intreccio tra aderenza alla realtà e invenzione artistica che sarà poi alla base del suo miglior Cinema.
Girato con attori non professionisti che praticamente interpretano se stessi, Il tempo si è fermato rivela la capacità di Olmi di riuscire senza fronzoli e compiacenze, attraverso uno stile di esemplare rigore e sobrietà, a far emergere con pochi essenziali tocchi e osservazioni la dimensione più umana delle persone e a trasmettere allo spettatore un messaggio di eticità e fratellanza.

RIFERIMENTI INTERDISCIPLINARI
Geografia       La catena dell'Adamello.
Costruzioni     L'edificazione di una diga in alta montagna.
http://www.pacioli.net/ftp/def/paciolicinemaecineteca/PacioliCinema/3-Film/framefilm138.htm


Commissionato come documentario dall’azienda Edison Volta per mostrare gli impianti idroelettrici della Val d’Avio, Il tempo si è fermato si trasforma via via nel primo lungometraggio a soggetto di Ermanno Olmi. Organizzato intorno al tema della completa diversità che si trasforma progressivamente, a contatto con la forza vigorosa della natura e sperimentando la perfetta solitudine, in solidarietà ed amicizia, Il tempo si è fermato illustra il percorso di formazione operato dai due protagonisti ed il loro graduale congiungersi. Natale è l’uomo che la montagna ha reso duro, dotato di una particolare ed inattaccabile scorza; Roberto è il ragazzo di città, inesperto ed educato. Natale si esprime preferibilmente in dialetto, non bada tanto ai convenevoli e si mostra particolarmente pragmatico; Roberto parla in italiano, veste bene e teme l’impatto che la forza della natura potrebbe avere sull’azione dell’uomo. Natale ama il buon vino anche come antidoto al freddo glaciale della montagna; Roberto è astemio. Natale bada al suo lavoro e vive la montagna come un luogo da rispettare ma da controllare e da dirigere a vantaggio dell’uomo; Roberto viene mostrato al pubblico come uno studentello in vacanza: si sveglia dopo il suo più anziano coinquilino, alza a tutto volume la radio che trasmette un rock ‘n’ roll di Celentano, si veste a va divertirsi nelle immense distese di neve. L’inizio del film si basa su un complesso quanto evidente elenco di antitesi marcate, che producono una profonda diffidenza tra i due personaggi, e tale divisione è ribadita sul piano stilistico da un proliferare congiunto di soggettive (cioè l’inquadratura che mostra al pubblico quello che un personaggio vede sulla scena, realizzata sostituendo l’origine dello sguardo del personaggio in questione con l’obiettivo della macchina da presa) e di piani di reazione (inquadrature che rappresentano la reazione di un personaggio ad un avvenimento o ad un’azione esterna alla sua persona) che illustrano il muro che i due protagonisti erigono all’interno della baracca che li ospita: Natale e Roberto si osservano reciprocamente, ognuno vede agire l’altro e lo considera con sospetto misto a curiosità, motivati non solo dalla profonda diversità caratteriale, ma anche dalla sostanziale differenza d’età (Natale è padre di tre figli, mentre Roberto è uno studente che si situa sulla soglia dell’ultimo periodo dell’adolescenza). Due sono i momenti in cui questa diffidenza trova la sua espressione più alta (e comica): nel primo, Natale attraversa la stanza da letto e si sporge ad osservare il giovane compagno, che fa altrettanto dal letto in cui si è sdraiato, causando un imbarazzante incrocio di sguardi subito sviati; nel secondo caso, l’inquadratura esterna alla baracca mostra Natale che, approfittando dell’uscita di Roberto per andare in bagno, guarda con avida e frettolosa curiosità i libri che il ragazzo ha riposto sul tavolo, come per cercare di carpire qualche elemento che fino a quel momento gli è sfuggito. Ma la solitudine del luogo, l’energia gagliarda ed incontrollabile della natura, la spontanea solidarietà che si genera tra gli esseri umani nelle contingenze portate al limite estremo operano quella inversione di tendenza che trascina i due personaggi verso un’amicizia che rasenta il tenero rapporto tra un padre e un figlio. Piccoli elementi, accenni, nient’altro che confessioni istintive: dapprima una partita a dama, poi l’incontro attraverso il libro ‘Cuore’, l’antonomasia dei buoni sentimenti; successivamente la bufera, la paura del ragazzo, il conforto del maturo operaio, la comunione realizzata grazie ad un emblematico cuscino sul quale ripongono la testa sia Natale sia Roberto, la veglia notturna per accudire Roberto febbricitante ed il susseguente mattutino trasbordo del ragazzo sulle spalle fino alla baracca, in mezzo all’immensità del paesaggio montano tornato sereno, fedele testimone della cristallizzazione di un’amicizia diventata profonda nel momento di massima tempesta, quasi fosse un simbolico specchio dei sentimenti.
Giampiero Frasca
http://159.213.63.12/cdm_webif/media/film/schede_critiche/il_tempo_si_e_fermato.htm

domingo, 25 de marzo de 2012

Una ragazza piuttosto complicata - Damiano Damiani (1969)


TÍTULO ORIGINAL Una ragazza piuttosto complicata
AÑO 1969
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Si (Separados)
DURACIÓN 112 min.
DIRECTOR Damiano Damiani
ARGUMENTO relato "La Marcia Indietro" de Alberto Moravia
GUIÓN Damiano Damiani, Alberto Silvestri, Franco Verucci
MÚSICA Fabio Fabor
FOTOGRAFÍA Roberto Gerardi
REPARTO Jean Sorel, Catherine Spaak, Florinda Bolkan, María Luisa Bavastro, Guglielmo Bogliani, María Cuadra, Gigi Proietti, Sergio Graziani
PRODUCTORA Filmena S.R.L. / Fono Roma
PREMIOS 1968: Premios David di Donatello: Plato dorado (Florinda Bolkan)
GÉNERO Thriller

SINOPSIS Un hombre se ve involucrado en una llamada entre dos lesbianas. Intrigado por la muy peculiar situación, decide conocer a una de las dos chicas y convertirse en su amante. Los problemas surgen cuando la otra mujer busca poner fin a su relación. (FILMAFFINITY)



Una chica mas bien complicada es la historia mas bien complicada de Alberto (Jean Sorel) el cual un día por equivocación escucha una conversación entre dos lesbianas ( Catherine Spaak y Florinda Bolkan) y decide conocer a una de las chicas lo cual le traerá mas de un problema donde lo sencillo se convierte en imposible por extraño que pueda parecer.

LADO BUENO
Si te gustan las películas sicodélicas, donde las cosas no son lo que parecen y para rematar con estética italiana pop de los 70's, pues esta película deberia gustarte, la verdad todavía no me alcanzo a explicar en si ciertas situaciones del film pero igual estamos en los terrenos del todo es posible, y si bien la cinta por momentos pareciera muy sencilla poco a poco nos metemos en el personaje de Jeran Sorel y comenzamos a imaginarmos una serie de situaciones que no son lo que parecen, cuando por fin nuestro protagonista se da cuenta de la forma como ha sido utilizado ya será demasiado tarde para él pues ha caído en una trampa mental de la cual no podrá salir. Aca en este punto es donde reside la fortaleza del film mantenerte en vilo mientras las situaciones suceden y pareciera que no tuvieran que ver con la trama, suena descabellado decirlo pero a mi es el tipo de películas que me atraen.

LADO MALO
Obvio no estamos ante una obra maestra ni del terror, ni del suspenso, aunque equivocavadamente he observado que le han acuñado una etiqueta de Giallo, cuando la verdad la película no pretende en ningún momento mostrarnos nada de eso, digamoslo de esta manera por el tema y la forma como lo trata la película en si marca unas limitantes, y si no estas comodo con el cine de colorines, situaciones inexplicables y cosas raras la verdad mejor ni te la ves, pero si te atrae este tipo de cine, adelante que vale la pena visionarla.
http://elcinedeldracula.blogspot.com.ar/2010_10_01_archive.html


TRAMA
Intercettata per caso una torbida telefonata fra due donne, Alberto, incuriosito, riesce a conoscerne una, Claudia, che lo invita nel suo studio di pittrice. Tra i due ha inizio una relazione, insaporita dall'ambigua natura della donna e appena turbata, di quando in quando, dalla presenza di Pietro, suo fidanzato. Un giorno poiché Alberto le ha chiesto perché mai tenga un rivoltella nella borsa, Claudia gli rivela che Greta, seconda moglie di suo padre, l'ha resa complice dei suoi corrotti desideri, ma non al punto di non provarne vergogna e stimolo a farla finita. Convinto dalle sue parole e più dal suo contegno, Alberto, incontrata Greta per strada l'investe con l'auto e la uccide. Ma quando Claudia sa del delitto, nega di averlo spinto all'omicidio. I due si separano per sempre e quando Alberto tenta di rivederla, Pietro, che l'ha sposata, lo picchia a sangue.
http://cinema.ilsole24ore.com/film/una-ragazza-piuttosto-complicata/

sábado, 24 de marzo de 2012

Vajont (La diga del disonore) - Renzo Martinelli (2001)


TÍTULO ORIGINAL Vajont - La diga del disonore
AÑO 2001
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS En italiano 
DURACIÓN 116 min. 
DIRECTOR Renzo Martinelli
GUIÓN Renzo Martinelli, Pietro Calderoni
MÚSICA Francesco Sartori 
FOTOGRAFÍA Blasco Giurato
REPARTO Michel Serrault, Daniel Auteuil, Laura Morante, Jorge Perugorría, Anita Caprioli, Leo Gullotta, Philippe Leroy
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Canal+ / Comune di Vajont / Les Productions Bagheera / Martinelli Film Company International S.r.l. / Rai Cinemafiction / S.D.P. Films
PREMIOS 2001: Premios David di Donatello: 2 nominaciones
GÉNERO Acción | Catástrofes

SINOPSIS 1919. Se está construyendo la presa más alta del mundo, de 163 metros, en el valle de Vajont (Italia). En los pueblos de alrededor casi todo el mundo opina que la presa atraerá turismo y traerá prosperidad. Cuando la pared de cemento tiene ya más de cien metros de alto, los directivos de la empresa constructora descubren una tremenda hendidura, una enorme masa de tierra que podría venirse abajo en cualquier momento, pero la compañía decide seguir adelante con las obras, sin pensar en las posibles consecuencias. El resultado es aterrador: el 9 de Octubre de 1963, la montaña se desliza hacia el agua a una velocidad de 80 kilómetros por hora. Seis localidades quedan inundadas, dejando más de dos mil fallecidos. El largometraje está basado en los trágicos hechos sucedidos en la presa de Vajont, en el año 1963. Tras la aparición de varias grietas y desprendimientos de tierra, unos 25 millones de metros cúbicos de agua sobrepasaron la pared de la presa y borraron de la faz de la Tierra cinco pueblos dejando más de 2200 muertos. En uno de esos pueblos, Longarone, aún hoy en día sólo queda en pie el ayuntamiento y 14 casas. (FILMAFFINITY)



La nuova Italia si stava costruendo: la nuova diga sarebbe stata la più alta del mondo, 263 metri e avrebbe rappresentato la crescita economica di un paese che voleva finalmente poter dire la sua dopo il silenzio, e forse anche un poò la vergogna, degli anni del dopoguerra.
Era l'Italia degli anni '60, in cui l'energia elettrica era ancora gestita da compagnie private che dopo essersi accaparrate i diritti sulle acque, giocavano liberamente con i prezzi, arricchendosi in maniera sproporzionata e approfittando della povera gente. Con la costruzione della diga del Vajont la S.A.D.E prometteva un miglioramento economico per tutti, un domani migliore. Ma per gli abitanti della valle il domani non fu altro che un'enorme valanga di acqua e fango, e mentre le responsabilità di costruttori, amministratori e politici venivano nascoste dietro la parola 'fatalità', nessun morto e nessun superstite ritrovò la dignità con l'onore della giustizia, che fu, invece, affrettata e sommaria.
Alle 22,39 del 9 ottobre 1963 dalle pendici del Monte Toc si staccarono 300 milioni di metri cubi di roccia che precipitarono nel bacino artificiale della diga ad una velocità pari a 80 km/h. La massa rocciosa produsse un'onda alta 250 metri e di 50 milioni di metri cubi d'acqua che superò l'imponente barriera di cemento abbattendosi sui paesi della vallata e portando con sé oltre 2000 persone. Annunciata all'Italia e al mondo intero come un'ineluttabile catastrofe ecologica, la valle del Vajont ha pianto i propri morti nella desolazione di metri cubi di fango e nella solitudine dell'abbandono.
Renzo Martinelli riporta alla superficie una storia di omissioni, sopraffazioni e connivenze. Racconta la strenua battaglia della giornalista dell'Unità Tina Merlin nel tentativo di rivelare la verità. Ricostruisce digitalmente un paesaggio che non esiste più e ripropone in poche e sconvolgenti immagini l'arrivo della valanga micidiale. Avvalendosi di un cast internazionale, appassionato partecipe della vicenda, Martinelli riporta alla memoria un passato rapidamente archiviato e spietatamente dimenticato e mescola con arte la spettacolarità della catastrofe all'emozione delle storie private e pubbliche dei protagonisti della storia.(fonte:Valeria Chiari - filmup)
Di cosa parliamo, quando parliamo di un film come "Vajont"? Parliamo di diverse cose diverse e spesso inconciliabili: dietro all'esperienza puramente cinematografica dello spettatore c'e', innanzitutto, la consapevolezza della realta' a cui il film si ispira, e che inevitabilmente (e non senza una qualche responsabilita' degli autori e dei distributori: dopo tutto se il cinema e' prima di tutto un affare commerciale, il cinema di denuncia e' quasi sempre anche un "genere" che tira e ci vuole un rigore forse sovrumano per rinunciare a questa captatio benevolentiae) rischia di spostare le emozioni dal giudizio estetico sul film in se' a quello umano sulle responsabilita' di una tragedia; in secondo luogo c'e', o ci puo' essere fra gli spettatori piu' attenti alle evoluzioni macrostoriche di un'industria
cinematografica, una valutazione produttiva del film, che esula sia dal suo valore o disvalore artistico che dal suo valore o disvalore civile, e che si concentra piu' su cosa il film possa significare nella storia disastrata del cinema italiano.
Riuscire a tenerle distinte, per cercare di dare una valutazione il piu' possibile libera da condizionamenti morali, emotivi o politici, non e' un esercizio semplicissimo. Ci si puo' provare, non garantire di riuscirsci. Ma, per provarci con onesta', l'unico modo e' di partire dal film, nudo e crudo, cercando di analizzare quello che si e' visto e non quello che si avrebbe voluto vedere.
Allora partiamo da questo dato di fatto: dalla proiezione di "Vajont" sono uscito complessivamente soddisfatto, lungi dall'essere commosso, ma conscio di aver subito una efficace manipolazione dei miei sentimenti. Non so voi, ma io al cinema vado per questo: per far smuovere qualcosa nell'intelletto oppure nel cuore -tanto meglio (e non sto dicendo che fosse questo il caso) quando si riesce a smuovere entrambi.
Come spettacolo, il film funziona. Ha funzionato con me, almeno. E ha funzionato con gli spettatori con cui ho condiviso l'esperienza, che hanno seguito il film con partecipazione e rispetto, visibilmente presi dalle immagini che si succedevano sullo schermo. Fin dall'inizio, "Vajont" e' capace di emozionare: con la grandiosita' degli scenari, con attori co[IMG]me Michel Serrault, Daniel Auteuil, Leo Gullotta e Laura Morante, anche con la musica. Si respira un'aria da cinema produttivamente di serie A, senza complessi di inferiorita', senza il vorrei-ma-non-posso-e-quindi-nemmeno-ci provo. Sto facendomi deviare dal secondo elemento distraente che ho menzionato all'inizio? Forse si', ma forse no: perche' il cinema puo' essere anche confezione, capacita' di restituire una realta' piu' grande della realta'. Da spettatore, mi sento il benvenuto in sala: fin dalle prime inquadrature sento che questo film si dara' da fare per cercare di piacermi.
E per piacermi, "Vajont" si impegna a fondo (fino al rischio di un eccesso di zelo talora irritante, e ci arriveremo): tutto il film procede per accumulo di tensione, accumulando gradualmente quel senso di minaccia incombente che a noi spettatori e' stato gia' instillato dal manifesto del film, se non dalla nostra memoria storica. Diceva Hitchcock che la tensione non e' mai in un'esplosione ma nell'attesa di questa. Martinelli la sua tensione l'accumula con la massima professionalita' -scena dopo scena, via via che la diga viene costruita e poi gradualmente riempita d'acqua- e non risparmia alcun mezzo. I piu' vieti sono quelli in cui riconosciamo i mezzi classici del cinema catastrofico (come dubitare che, se un operaio mostra inopinatamente al suo capo la foto di suo figlio, e' solo perche' di li' a poco e' destinato a precipitare tragicamente da un'impalcatura? Come non inarcare un sopracciglio -e magari anche tutti e due- quando una fanciulla giovane e bella esprime incautamente l'insensato desiderio di avere una storia come quella, tragica, che ha appena sentito raccontare?), ma va dato merito al regista di sapersi giocare bene le facce degli attori cui ha affidato i ruoli dei responsabili morali della tragedia: facce tormentate, improntate a un'arrogante sicumera ma
segnate anche dall'ombra del dubbio. Questa e' regia, e vale almeno
tanto quanto la capacita' di Martinelli di mantenere quasi sempre un tono grandioso, con inquadrature vertiginose della diga, con fluidi movimenti di macchina, con una fotografia desaturata (in postproduzione?) e livida. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma pur
sempre di un signor film: girato da qualcuno che il suo mestiere lo conosce eccome.
Parlavamo di eccesso di zelo? Che "Vajont" abbia piu' di un evitabile
scivolone e' difficile negarlo. Una trasfocata dall'abbraccio fra due innamorati alla statua simbolica di una maternita' si poteva anche passargliela, due sarebbero state durette da perdonare anche a Matarazzo negli anni Cinquanta. La canzone di Bocelli sul montaggio dei volti di cittadini che sappiamo condannati e' una sottolineatura nazionalpopolare che spettacolarmente funziona, quella che si insinua su una scena d'amore domestico fa allegare i denti. La statua del Cristo che galleggia nella valle allagata sarebbe anche una immagine succestiva se fossimo disposti a credere che il protagonista, costretto ad abbandonare casa sua, abbia abbandonato cosi' l'ultima statua incompiuta del defunto genitore. E, infine, restano curiosamente affrettati gli speculari voltafaccia dei personaggi di Leo Gullotta (Pancini, il piu' tormentato dai sensi di colpa: ma alla fine e' lui a rassicurare il geometra Montaner sul fatto che Longarone e' sicura) e di Daniel Auteuil (Biadene, il "personaggio" piu' programmaticamente "cattivo": ma e' lui che alla fine si fa venire gli scrupoli di coscienza): questi non sono eccessi di zelo, ma difetti e basta, d'accordo.
Pero', con tutti questi distinguo, l'emozione c'e': si ha paura, ci si arrabbia, si soffre. E si resta senza fiato in quei sei minuti di disastro finale, girati -questo almeno bisogna riconoscerlo- con un senso della misura a cui il film tutto sommato non ci ha assolutamente abituati. Quel finale con il paese cencellato dal fango, perfino quella sedia a dondolo semisommersa dai detriti, hanno una efficacia spettacolare che mi sembra difficile negare.
Che poi ci sia la possibilita' che qualcuno degli spettatori, quelli che escono dal cinema con la giacca ancora impolverata di popcorn, si faccia qualche domanda sulla nostra storia recente e magari vada ad approfondire l'argomento -magari, chissa', non in un pur rigoroso spettacolo teatrale, ma addirittura sugli atti dei processi e sui giornali dell'epoca... Ebbene, sara' un effetto collaterale e non entrera' nel giudizio di valore sul film: ma perche' disprezzarlo a priori? (fonte: Royking - dooyoo.it)
http://forum.tntvillage.scambioetico.org/tntforum/index.php?showtopic=48334


Ieri sera la prima proiezione del cineforum Coming Soon, cineforum che con dei miei amici teniamo in facoltà. Abbiamo proposto Vajont e l’abbiamo introdotto con una domanda: “Cosa può dire un fatto di 40 anni fa, seppur così drammatico, ora, a noi?”. La risposta a questa domanda coincide con il perché abbiamo scelto questo film che è stato massacrato – a mio avviso in modo errato – dalla critica. Il motivo si divide in 3 passi prinicipali.

Diga del Vajont by degia
1# La realtà non è un pensiero
Ad un certo punto l’ingegnere capo Carlo Semenza (interpretato da Michel Serrault) interpella suo figlio Edoardo, geologo, per un ispezione dei fianchi della valle. Ecco uno stralcio dell’esposizione dei dati raccolti da Edoardo:
Edoardo: [...] se la base fosse inclinata, il monte Toc cederebbe sicuramente.
Alberico Biadene (un altro ingengnere responsabile della diga): Quindi, lei mi sta dicendo che non è certo che la base sia inclinata. E se fosse concava? Non succederebbe nulla, vero?
Edoardo: Beh… no, in quel caso no.
Alberico Biadene: Ecco! Visto?
Visto cosa??? E’ come dire che il pensare che il sole non tramonti faccia sì che il sole scompaia quel giorno (scusate lo scioglilingua)… La reltà è una e non cambia per un pensiero, giusto o sbagliato che sia.

2# La realtà va guardata
La giornalista Tina Merlin (interpretata da Laura Morante) tenta, inutilmente, di denunciare il “lavoro sporco” della S.A.D.E. (l’azienda che ha costruito la diga).
Il marito: Tina, ma se 100 persone la pensano in un modo, e tu sola in un altro, non credi che sia tu in errore?
Tina: Ma io sto parlando di una cosa che ogni persona dotata di buon senso può vedere!
La realtà comunica con dei segni, spesso evidenti (come un monte che cede), altre volte in modi sottili e delicati. Comunque sia, se non si è disposti a guardarli, tutto passa invano.

3# Affrontare la realtà implica una responsabilità
A pochi giorni dal disastro, l’ingegner Alberico Biadene è terrorizzato, ma va avanti senza alcun motivo apparente. L’unico tentativo che compie per evitare il disatro (forse, solo per non far chiudere la diga) è quello di abbassare il livello del lago artificiale al di sotto di una soglia “di sicurezza”.
Un geologo: [...] da quando stiamo abbassando il livello del lago, la frana si sta muovendo sempre più velocemente. Insomma, potrebbe crollare all’improvviso anche ora, domani o fra un mese.
Alberico Biadene: [...] sempre “se”! Non mi date mai una certezza. Lei si prenderebbe la responsabilità di far evaquare cinquemila persone, privarle delle loro case a tempo indeterminato, per un forse?
Il geologo: No, io no, signore.
Evidentemente, il gelogo era certo che il fianco della montagna avrebbe ceduto da un momento all’altro, ma non ha avuto il coraggio di portare avanti la sua certezza.
E quindi?
Dunque, abbiamo scelto questo film perché da un chiaro giudizio sul realismo, problema di ogni uomo, così ora come il 9 ottobre 1963, giorno del disatro del Vajont.
Cosa mi è piaciuto del film
A parte il giudizio che emerge, ci sono altre cose che mi piacciono di Vajont:

•Lasciano perdere gli effetti speciali, che lasciano molto a desiderare, il film è tecnicamente ben fatto. Un occhio esperto può notare una fotografia notevole, sopratutto in 3-4 scene (il dialogo fra Daniel Auteuil e Leo Gullotta in chiesa ha un’inquadratura da urlo).
•Bellissima la scelta dei colori nella scena finale, a disastro avvenuto, quando Olmo Montaner torna in valle per vedere cosa è rimasto della sua casa e di sua moglie. Non si tratta di un bianco e nero, ma di una bicromia. E’ stato scelto un leggerissimo marrone, che si vede appena, ma esalta il fango che predomina la scena (questo tipo di bicromia è tipico del foto reportage).
•Leo Gullotta è un ottimo attore (soprattuto a teatro) e in questo film la sua interpretazione è da oscar!
Cosa non mi è piaciuto

•Quando Olmo Montaner e Ancilla si fidanzano, di sottofondo c’è una canzone ridicola. Degno di un film di serie D.
•Il sottotitolo “La diga del disonore” non c’entra un ca**o con il film.
•Forse troppo lungo.
Chiudo consigliandone la visione e, per chi non conoscesse i fatti reali su cui si basa il film, di farsi un po’ di cultura.
http://dividebyzero.wordpress.com/2007/11/22/prima-proiezione-del-cineforum-2007-vajont/