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lunes, 27 de junio de 2011

Una Breve Vacanza - Vittorio De Sica (1973)


TÍTULO Una breve vacanza
AÑO 1973 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 112 min.
DIRECTOR Vittorio De Sica
GUIÓN Cesare Zavattini, Rafael J. Salvia (Historia: Rodolfo Sonego)
MÚSICA Manuel De Sica
FOTOGRAFÍA Ennio Guarnieri
REPARTO Florinda Bolkan, Renato Salvatori, Daniel Quenaud, José María Prada, Teresa Gimpera, Hugo Blanco, Julia Peña
PRODUCTORA Coproducción Italia-España
GÉNERO Drama. Romance | Drama romántico

SINOPSIS Clara lleva una vida miserable en su humilde apartamento de Milán, donde convive con tres niños y sus cuñadas. Aquejada de tuberculosis, tendrá que ir a un sanatorio de los Alpes italianos, donde conocerá a un mecánico afectado de la misma enfermedad. Vivirán un apasionado romance, pero el problema surgirá cuando, una vez curada, deba volver de nuevo a su mísera existencia.(FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)




Vittorio De Sica, attore e regista tra i più prolifici del cinema italiano, iniziò la sua carriera sui palcoscenici, ma si conquistò la fama internazionale – è ancora celebrato e citato dai più grandi autori americani, con in testa Martin Scorsese – con i capolavori neorealisti, scritti in coppia con il grande Cesare Zavattini: "Sciuscià" (1946), "Ladri di biciclette" (1948) e "Umberto D." (1951). Una lunghissima serie di premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il primo Oscar speciale (che poi diverrà il premio per il miglior film straniero) per "Sciuscià", a cui seguiranno altri per "Ladri di biciclette", per Sophia Loren (miglior attrice protagonista) in "La ciociara", "Ieri, oggi e domani"  e infine per "Il giardino dei Finzi Contini" (1971).
Il successo dei suoi film neorealisti contribuì alla sua popolarità negli Stati Uniti, anche se qualcuno a proposito di "Sciuscià" lo scambiava con Roberto Rossellini, forse per l'assonanza con "Paisà", fatto che purtroppo accade ancora oggi e, quel che è più grave, da noi. Il successo negli Usa lo porta a realizzare film coprodotti dagli americani (anche se spesso poco fortunati e/o un po' ibridi), da "Stazione Termini" (1953) a "Caccia alla volpe" (1966) con Peter Sellers. Ed è stato De Sica a lanciare sul piano internazionale la coppia Marcello Mastroianni-Sophia Loren che aveva debuttato proprio al suo fianco in "Peccato che sia una canaglia" di Alessandro Blasetti (1954). Il successo mondiale di film quali "Matrimonio all'italiana" (1964), "Ieri, oggi e domani" (1963) e "I girasoli" (1969) hanno convinto altri produttori e registi a sfruttare la coppia più bella e affiatata del mondo (da "La moglie del prete" di Dino Risi all'indimenticabile "Una giornata particolare" di Ettore Scola). Ma la Loren era stata la prorompente pizzaiola di "L'oro di Napoli", con cui il regista aveva dimostrato di essere capace di ottenere il più e il meglio dei suoi attori.
Infatti, l'autore che tirava fuori tutta l'umanità dei personaggi attraverso i protagonisti – siano essi professionisti o attori presi dalla strada – e delle storie, riusciva a commuovere lo spettatore in ogni angolo del mondo, senza mai cadere nel sentimentalismo né tantomeno nella retorica. Il suo tema era la dolorosa condizione sociale degli italiani nel dopoguerra (bambini orfani o abbandonati, disoccupati, pensionati) e perciò le sue opere diventano universali, comprensibili e vicine a tutti. Non per questo bisogna dimenticare la favola neorealista "Miracolo a Milano" (1951), dove il dramma sociale assume i toni della poesia. Le sue erano storie tipicamente italiane ma rispecchiavano l'universalità dei problemi sociali, economici e politici in un periodo in cui l'Europa aveva ancora aperte le ferite della Seconda guerra mondiale.
Il neorealismo, e "Sciuscià" in particolare, era nato nelle strade fra la gente, dove l'autore era andato a riprendere "dal vivo" storie e situazioni. "Sciuscià" era un documento vivo e un atto d'accusa contro una realtà brutale, tra una vecchia Italia non ancora scomparsa del tutto e una nuova ancora in fasce. Ma nel film c'è anche della poesia e della tenerezza, quelle caratteristiche che spesso sono state bollate come "sentimentalismo", "velleità letteraria", ovviamente, sbagliando. La forza di De Sica regista risiedeva proprio nella sua umanità, mai eccessiva né sopra le righe.
"Ladri di biciclette" divenne sinonimo di neorealismo, capolavoro di un attore passato alla regia che sorprese un po' tutti, addetti ai lavori e pubblico, e che dimostrava di avere delle qualità insospettate di osservatore della gente e dei suoi problemi; di fotografo del dolore e delle piccole gioie. Uno dei pochi autori che riusciva a dare sguardo umano attraverso l'occhio freddo della cinepresa. Insieme a Zavattini, De Sica affronta temi di scottante attualità proponendoli al pubblico e cercando di attirare l'attenzione del governo su questioni urgenti: l'infanzia abbandonata e gli istituti di reclusione in "Sciuscià"; la disoccupazione e il diritto al lavoro in "Ladri di biciclette"; la miseria e l'abbandono a cui vanno incontro gli anziani pensionati in "Umberto D."
"Ladri di biciclette" fu comunque un vero avvenimento per il cinema mondiale e (ri)conquistò Hollywood, mecca incontrastata della celluloide, che già allora dominava gli schermi italiani. Intellettuali, registi e pubblico lo riconobbero come un vero capolavoro.
"Nutro grande ammirazione per il film di De Sica – affermava nel 1956 Jean-Paul Sartre –, 'Ladri di biciclette' è, secondo me, uno dei film più importanti che siano stati realizzati dal 1945 ad oggi". E anche il filosofo Lukàcs lo ricorda "come film capace di esprimere, nella natura particolare della visibilità del cinema, una ricca scala di sensazioni, dalla tristezza opprimente fino al riso liberatore, in fatti della vita del tutto semplici, del tutto quotidiani, ai quali altrimenti non si presterebbe attenzione". (da "Tutti i De Sica", a cura di Orio Caldiron – E. Carpentieri Editore).
Nonostante i venti premi internazionali, tra cui 6 Nastri d'Argento, l'Oscar e il Globo d'oro), c'è chi allora gridò allo scandalo, che "i panni sporchi si lavano in casa", soprattutto per "Umberto D." che scatenò l'ira dell'allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti. Le questioni poste dalla trilogia di De Sica-Zavattini sono sempre attuali – fatte le dovute considerazioni – e possono andare bene anche oggi e non solo per il terzo mondo. Non è un caso se la coppia Gabriele Muccino-Will Smith hanno ammesso pubblicamente che il loro riferimento per "La ricerca della felicità" non è solo il Chaplin di "Il monello" ma soprattutto il De Sica di "Ladri di biciclette".
Ma anche dopo, negli anni Sessanta-Settanta, fra alti e bassi, il regista continuò a dipingere l'Italia di ieri e di oggi senza dimenticare la realtà e nemmeno la sana ironia.
Nato a Sora nel 1901, De Sica esordì a teatro nel 1923 nella compagnia di Tatiana Pavlova, per passare appena tre anni dopo al cinema. Dividendosi tra i due fronti dello spettacolo, nel 1930 divenne primo attore e nel 1933 si trovò a capo di una compagnia teatrale con la prima moglie Giuditta Rissone e Sergio Tofano, specializzandosi in commedie sentimental-brillanti di Ghepardi e De Benedetti. E, appunto, il suo debutto nella regia cinematografica sarà proprio con la trasposizione di una commedia di Aldo De Benedetti, "Rose scarlatte" (1940).


Il successo sul grande schermo arrivò però come protagonista delle commedie dirette da Mario Camerini, da "Gli uomini che mascalzoni" a "Grandi magazzini", con Assia Noris con cui formò la copia più famosa e amata del periodo. Come regista si impose con "Teresa Venerdì" (1941) e si affermò con "Un garibaldino in convento" (1942), dove mostrava di possedere uno stile personale, garbato, e ben diverso da quello dei registi delle commedie dei "telefoni bianchi" che dominavano lo schermo all'epoca. Equivoci e sorrisi sì, ma anche sana ironia e freschezza, e una riscoperta italianità che i colleghi tentavano di soffocare, magari col tocco ungherese, allora in voga. La sua carriera di attore continuò comunque parallelamente a quella di regista. Indimenticabile il suo maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto in "Pane, amore e fantasia" (1953) di Luigi Comencini, e poi in tutta la serie: "Pane, amore e gelosia", Pane, amore e…", Pane, amore e Andalusia".
Anticipatore, in un certo senso, dello spirito neorealista è il suo film successivo "I bambini ci guardano" (1943), un film capostipite anche per la tematica, oltre che per la narrazione. Fatti che si riscontrano anche nel poco visto "Le porte del cielo", restaurato qualche anno fa con "Sciuscià" dall'ex Centro Sperimentale di Cinematografia.
E' stato però con la trilogia neorealista, e l'appendice favolistica, che Vittorio De Sica ha espresso il suo talento di autore nato e di uomo sensibile, e con cui raggiunse i livelli più alti della sua opera. Una sorta di "processo alla nazione" – come amava definirla lui stesso – che diventava un grido, anzi (parafrasando il titolo di un suo altro film dimenticato) un "giudizio universale" contro le ingiustizie non solo del paese ma anche del mondo moderno. I suoi lustrascarpe senza famiglia né infanzia; i suoi disoccupati disperati; i suoi pensionati umiliati, offesi e abbandonati rimarranno nella storia del cinema e nella memoria collettiva (si spera) come il documento della crudeltà del secolo scorso, il Novecento dominato da due guerre mondiali e dalla paura di una terza.
De Sica morì il 13 novembre 1974, dopo aver finito "Il viaggio" con Sophia Loren e Richard Burton, mentre già stava preparando un nuovo film tratto dalle "Novelle della Pescara" di Gabriele D'Annunzio.
http://www.associazioneclaramaffei.org/claraCMS/articolo.jsp?id=1_0&sub=0&art=0



6 comentarios:

  1. Siempre he querido saber si esta es la ultima pelicula de De Sica o fue el Viaje con la gran Sofia. Muchas gracias

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  2. por favor, amarcord, subi los links de esta peli. gracias, mario

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  3. Los enlaces han vuelto a caducar.
    ¿Puedes renovarlos, amarcord? Muchas gracias,
    y enhorabuena por el blog.

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