ESPACIO DE HOMENAJE Y DIFUSION DEL CINE ITALIANO DE TODOS LOS TIEMPOS



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jueves, 30 de junio de 2011

La donna del fiume - Mario Soldati (1954)


TÍTULO La donna del fiume
AÑO 1954 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 105 min.
DIRECTOR Mario Soldati
GUIÓN Antonio Altoviti, Giorgio Bassani, Basilio Franchina, Pier Paolo Pasolini, Mario Soldati, Florestano Vancini (Historia: Ennio Flaiano, Alberto Moravia)
MÚSICA Angelo Francesco Lavagnino, Armando Trovajoli
FOTOGRAFÍA Otello Martelli
REPARTO Sophia Loren, Gérard Oury, Lise Bourdin, Rik Battaglia, Enrico Olivieri, Guido Celano
PRODUCTORA Coproducción Italia-Francia; Excelsa Film / Les Films du Centaure / Ponti-De Laurentiis Cinematografica
GÉNERO Drama

SINOPSIS La joven Nives desempeña un humilde trabajo, para sacar adelante a su hijo. Pero Gino, un tipo que fue a la cárcel porque ella le denunció, logra escapar, y acude a buscarla para vengarse. (FILMAFFINITY)

 Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split) (Gracias Luthor)
 http://www.mediafire.com/download.php?m74alti7p7xl5e9
 http://www.mediafire.com/download.php?cbx05gx9xsneaa8
 http://www.mediafire.com/download.php?z8zta35jhw5e3hg
 http://www.mediafire.com/download.php?mm872bl6zq3943h

Subtítulos
http://www5.zippyshare.com/v/11208757/file.html

Nives, bella e fiera ragazza, lavora con altre donne alla marinatura delle anguille, nelle valli di Comacchio, serbandosi onesta. Durante una festa da ballo succede un pò di confuione per l'intemperanza di alcuni giovinastri: ne approfitta Gino, sorvegliante delle donne, contrabbandiere, e uno dei più assidui corteggiatori di Nives, il quale sottrae la fanciulla impaurita al disordine della festa e in tale occasione riesce a vincere la sua resistenza. Nives diventa la sua amante, Gino non vuole legami stabili e l'abbandona dopo un paio di giorni, tanto più che, in seguito alla sua attività di contrabbandiere, è costretto ad allontanarsi. Più tardi Nives va in cerca di Gino per avvertirlo che le guardie di finanza lo stanno cercando e dirgli che ella aspetta un bambino. Gino, egoista e cinico, la offende e la respinge: Nives per vendicarsi lo denuncia ed egli viene arrestato, processato e condannato per contrabbando. Sono passati due anni: Nives ha dato alla luce un bambino e lavora per poterlo crescere sano ed onesto. Ella ha lasciato Comacchio ed ora lavora a tagliar canne sul delta padano in Polesine. Enzo Cinti, una guardia di palude, innamorato respinto di Nives, viene in cerca della donna per avvertirla che Gino è evaso dalla prigione e metterla in guardia. Egli tenta ancora una volta di baciare Nives, ma viene da lei energicamente respinto. Enzo si è fatto accompagnare da Ivana, una ragazza incaricata di sorvegliare i bimbi delle donne che lavorano, tra i quali c'è Tonino, il figlio di Nives. Il bimbo, lasciato solo, s'allontana, cade in acqua e affoga. Durante la veglia funebre della desolata madre sopraggiunge Gino con propositi di vendetta; ma nel corso della notte egli subisce una crisi. Dopo essersi costituito, ottiene dai carabinieri il permesso di accompagnare al cimitero la salma del bambino; sulla soglia del cimitero promette a Nives che, scontata la pena, la sposerà.
Nel film, Comacchio e il Delta fanno da protagonisti: si vedono i canali e le viuzze della cittadina, ampie zone delle valli con i casoni, i lavorieri, le canne di palude, e significative scene della marinatura delle anguille. L'idea base di Flaiano e Moravia venne sceneggiata da Soldati insieme a Pasolini e Bassani, i quali chiesero inutilmente al produttore Ponti per il ruolo della protagonista un'autentica figlia del Polesine. Comunque il racconto, di taglio popolare, è ben costruito. E come in altri film ambientati in zona, s'affida a una commistione geografica, tra le due province di Rovigo e Ferrara.
http://magnacharta.myblog.it/archive/2008/11/23/delta-d-autore-serata-del-20-11-2008.html


Asini - Antonello Grimaldi (1999)


TITULO Asini
AÑO 1999
SUBTITULOS No
DURACION 100 min.
DIRECCION Antonello Grimaldi
GUION Claudio Bisio, Giorgio Terruzzi, Roberto Traverso
PRODUCCION Colorado Film Production, Medusa Film
GENERO Comedia
PROTAGONISTAS Isa Barzizza, Claudio Bisio, Renato Carpentieri, Fabio de Luigi, Arnoldo Foà, Ivano Marescotti, Giovanna Mezzogiorno, Maria Amelia Monti

SINOPSIS Italo è un quarantenne milanese poco cresciuto e non in linea con i tempi. Senza un lavoro fisso, vive ancora in casa con la mamma e la zia ed ha una fidanzata che fa la dog sitter. Fanatico del rugby, concepisce la sua vita solamente in rapporto alla squadra e ai suoi compagni; costretto alla panchina per raggiunti limiti di età, accetta un'improbabile incarico di insegnante di educazione fisica. Si ritrova così in Romagna in una comunità francescana che raccoglie asini.


Ai giorni nostri, Italo è un milanese quarantenne che non vuole diventare adulto. Senza un lavoro fisso, vive in casa con la mamma e la zia. Appassionato di rugby, passa la giornata tra ritiri, allenamenti, partite. C’è poi Rita, che vorrebbe non essere la sua fidanzata a vita. L’età però si fa sentire il giorno in cui l’allenatore decide di lasciare fuori squadra Italo, per dare spazio ai più giovani. In piena crisi, accetta allora un non meglio identificato incarico di insegnante di educazione fisica in un collegio di campagna. Si ritrova così in Romagna, in una comunità francescana retta dal Priore padre Anselmo con l’aiuto di padre Tommaso e padre Sauro. Qui c’è un gruppo di ragazzini un po’ svogliati, poco adatti per la scuola tradizionale, guidati dallo stralunato Attilio, ai quali Italo cerca di insegnare elementi di ginnastica. C’è poi Anna, una ragazza che studia per diventare veterinaria e governa gli asini. Un giorno arriva nel collegio-convento il Cardinale: il Vaticano ha progettato in quel luogo la costruzione di un enorme complesso edilizio. Ma prima c’è bisogno dell’approvazione di Bastiano, proprietario dell’unico negozio della zona, e di padre Anselmo. Dopo ripicche e incomprensioni, Italo scopre che anche Bastiano ha la passione per il rugby. Allora nella costruzione del complesso viene previsto il campo da gioco, su cui nell’agosto successivo si disputa la partita ‘Asini contro Rugby Milano’. Due anni dopo, Italo e Rita camminano con il loro bambino. Anche Anna è in dolce attesa e, con il marito giocatore di rugby, si occupa della farm per asini.
http://www.katerpillar.it/2011/02/04/asini-regia-di-antonello-grimaldi-1999/


Ciò che distingue Asini dalla maggior parte dei film italiani in circolazione, basati su pretesti o compilation pure e semplici, è il fatto di avere un’idea. Un’idea che può essere condensata in una formula: i buoni devono tirare fuori le unghie. Siamo lontani, però, dal paradosso rosselliniano “i buoni devono ammazzare i cattivi” (“la macchina ammazzacattivi”) perché Asini sponsorizza una visione d’impronta new age, sostanzialmente benevola e ottimistica.
La favola scritta (assieme a Giorgio Terruzzi e Roberto Traverso) e interpretata da Claudio Bisio ha la forma di un apologo, altra cosa piuttosto rara nel nostro cinema. Italo è un quarantenne milanese che si rifiuta di crescere: vive con mamma e zia, è fidanzato da sempre con Rita e non pensa ad altro che al rugby. Quando il suo allenatore lo lascia in panchina, il ragazzone accetta un incarico come insegnante di ginnastica. Così finisce sulle colline romagnole, in un convento francescano che ospita frati, asini a quattro zampe curati da una graziosa veterinaria, nonché giovani ciuchi umani, molto difficili da ammaestrare. Il mondo a parte del convento è minacciato dai progetti di un vescovo, che intende costruire sul luogo un gigantesco complesso di fitness della fede chiamato Città di Dio.
Dalla piccola comunità, eccentrica rispetto a tutti i criteri della vita odierna, Italo impara molte cose. Ma scopre di averne parecchie da insegnare anche lui: le regole del rugby, che permetteranno a fraticelli in maglia a righe di andare a spargere la buona novella per il mondo con molta più grinta dei candidi francescani di (ancora lui!) Roberto Rossellini.
Bisio non firma la regia di Asini, che ha affidato al più esperto Antonello Grimaldi; però il resto del film è tutto suo e gli somiglia come un gemello: è simpatico, amichevole, dispersivo. Fa piacere vedere il pattuglione di interpreti messi assieme per compiere la missione. Veterani come Arnoldo Foà, Isa Barzizza, Renato Carpentieri; brave attrici come Giovanna Mezzogiorno e Maria Amelia Monti, caratteristi irresistibili come Vito, Fabio De Luigi e soprattutto Ivano Marescotti, che sembra uscito dagli spettacoli teatrali sui testi di Raffaello Baldini.
Però la sceneggiatura si disperde troppo spesso in sketch, “cammei”, comparsate di amici e colleghi; quasi che Bisio, arrivato finalmente al “suo” film, non confidi poi abbastanza nelle proprie forze.
http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/-Asini-e-rugby/D7995270.html

miércoles, 29 de junio de 2011

Questa notte è ancora nostra - Paolo Genovese (2007)


TÍTULO Questa notte è ancora nostra
AÑO 2008 
SUBTITULOS No
DURACIÓN 98 min.
DIRECTOR Paolo Genovese, Luca Miniero
GUIÓN Paolo Genovese, Luca Miniero, Gianfranco Giagni, Yang Li Xiang, Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno, Chiara Laudani, Marco Martani
MÚSICA Canciones: Daniele Silvestri
FOTOGRAFÍA Gianfilippo Corticelli
REPARTO Nicolas Vaporidis, Valentina Izumi, Maurizio Mattioli, Franco Califano, Massimiliano Bruno, Ilaria Spada
PRODUCTORA Italian International Film
GÉNERO Romance. Comedia | Comedia romántica

SINOPSIS Massimo es un joven romano que trabaja en la empresa de pompas fúnebres de su padre, pero su sueño es triunfar en el mundo de la música junto a su amigo Andrea. Después de fracasar en una serie de pruebas, conocen a Jing, una hermosa joven china. Massimo, convencido de que ella es la clave del éxito, decide seducirla para que acceda a actuar con ellos. El problema es que los padres de Jing son muy conservadores y la han prometido con el sobrino de un hombre de negocios con el que están muy endeudados. (FILMAFFINITY)


Massimo ha 25 anni, molti amici, fra cui Andrea, e un brutto lavoro: fa il cassamortaro nella ditta di Pompe Funebri del padre, e certe volte è un mortorio. A dargli la speranza per fortuna è la sua passione, anzi il suo sogno: incidere un disco con la sua band.  Sogno non tanto impossibile se come sembra il famoso discografico Cicchilitti è disposto a investire sul gruppo ma solo se a  duettare con i ragazzi venga scelta una voce femminile.  Ma non una qualunque bella ragazza, qui occorre qualcosa di etnico, di moda, per esempio una bella cinese.
E’ mo’ dove la troviamo? Per caso come sempre accade. Una bella ragazza cinese canta sul motorino, bisogna inseguirla e chiederle di cantare con loro. E così Massimo e il suo amico Andrea si precipitano per farle la proposta. Ma la ragazza rifiuta, addio sogni di gloria, addio disco, ma forse una soluzione c’è... (continua). La propone Andrea, il più caciarone e incasinato del  gruppo: per ottenere tutto da una donna bisogna sedurla. E solo Massimo ha i mezzi per farlo. E’ carino, simpatico, e sicuramente bravo con le donne.
La cinese che si chiama Jiing e di cinese ha solo gli occhi e la famiglia, non la mentalità, non l’accento, appare assolutamente ostile all’interessamento “interessato” di Massimo. Fino a quando non scopre che i suoi genitori in crisi economica l’hanno promessa in matrimonio al figlio di un grosso possidente cinese della zona. Come liberarsi dal matrimonio combinato? Glielo suggerisce l’amica del cuore, la romanissima, Maria: per far saltare il matrimonio Jiing deve dimostrare alla famiglia di essere già fidanzata. E perché non con quel Massimo che le fa tanto il filo? In fondo è il primo che le viene in mente. Così Jiing e Massimo iniziano una relazione particolare ciascuno con un obiettivo segreto che con l’amore non c’entra poi niente. Ma come spesso accade nelle favole i due cominciano piacersi, anzi di più, proprio a innamorarsi. Ma quando l’amore è sbocciato, una serie di accadimenti costringono Jiing a rinunciare a Massimo e ad accettare la proposta matrimoniale della famiglia. Nel dolore i due scoprono reciprocamente di essersi usati, e così si allontanano.  Fino al riavvicinamento finale, poco prima del matrimonio..
http://www.cinemaitaliano.info/questanotteeancoranostra


Al di là dell’effettiva sostanzialità dell’apporto e dell’influenza in sede di sceneggiatura degli ineffabili Fausto Brizzi e Marco Martani a questo nuovo, stanco lavoro di Genovese e Miniero (Incantesimo Napoletano, Nessun Messaggio in Segreteria), il film rappresenta una sorta di incontro/scontro impossibile tra le due anime che inabitano il cinema dei due responsabili dei successi di Neri Parenti, e di Notte Prima degli Esami ieri e Oggi. E’ un po’ quello che già accadeva nell’essenziale Natale in Crociera (a cui aveva lavorato il solo Brizzi), nel momento in cui la disavventura rocambolesca e ‘rosa’ di Michelle Hunziker e Fabio De Luigi finiva per essere la reale anima del film, confinando le gag e gli sketch del mattatore Christian De Sica sulla nave da crociera che andava allontanandosi sempre più dall’isola su cui Fabio e Michelle vivevano la loro storia d’amore. Allora, tutta la prima parte di Questa notte è ancora nostra potrebbe tranquillamente far parte di un successo natalizio del filone di Tifosi, Paparazzi, Bodyguards – che in questo caso andrebbe intitolato Cassamortari. L’improbabile coppia comica formata dal feticcio-Vaporidis e da Massimiliano Bruno (anche uno dei sette co-sceneggiatori) è alle prese con tutta una serie di disavventure grottesche derivate dalla loro effettiva inadeguatezza a lavorare come becchini per il padre di Nicolas, Maurizio Mattioli a cui spetta una scena madre nella quale si rivolge ad un santino di Alberto Sordi (“stamme vicino...”) prima di addentare una forchettata di eretici spaghetti di soia (“lo spaghetto ha da esse de grano duro!”) cinesi. Bare che cadono dal carro funebre, veglie funebri funestate dagli squilli di cellulari che captano la rete solo in prossimità del cadavere steso sul letto, improbabili epigrafi sulle lapidi tratte dalle canzonette, personaggi surreali che vogliono ‘provare’ la bara in cui verranno seppelliti (piccola apparizione da caratterista oramai di razza di Francesco Pannofino, tra le altre di Ettore Bassi, Giovanni Floris di Ballarò, il già leggendario cammeo di Franco Califano): il repertorio è quello che è facile – e anche più che lecito – aspettarsi. Ad un certo punto, il film si ricorda di essere la commedia sentimentale che titolo, cast e locandina promettono: il bel Vaporidis (Massimo) si mette in testa di conquistare l’italocinese  Valentina Izumi (Jing) con l’intento taciuto di convincerla a cantare nella sua cover band di Daniele Silvestri (occhi da orientale...), non sapendo che lei si sta servendo proprio della corte del ragazzo per convincere i genitori di essere fidanzata con un italiano e di non poter sottostare al matrimonio combinato che le hanno organizzato. Il film gira abbastanza a vuoto per buona parte, scherzando in maniera anche più che greve con lo ‘scontro di civiltà’ tra romani e cinesi (insostenibile soprattutto il dialogo tra le due massaie che si chiedono “di che religione so sti cinesi? karate? sushi? ah, ecco...bonsai!”), ma infila una ventina di minuti che all’improvviso mostrano tutta la leggerezza, la scrittura precisa ed essenziale, e la freschezza di idee di Notte prima degli esami. Si tratta della sequenza in cui i due amici di Massimo e Jing suggeriscono con sms che vengono visualizzati sullo schermo, la maniera di comportarsi dei due pretendenti che sono soli a cena in casa del personaggio di Massimiliano Bruno (che tra l’altro è nascosto sotto il divano dove i due sono seduti, in compagnia di una bambola gonfiabile...): l’amica di Jing tenta in tutti i modi di suggerire alla ragazza i metodi più assurdi per distogliere Andrea dal provare a portarsela a letto. Segue una bellissima fuga in due in sella al motorino nella Roma notturna, con sosta per tuffo in fontana, e alba in spiaggia con i vestiti di entrambi che sono finiti sparsi sulle punte di diversi ombrelloni chiusi. Macchina da presa che circonda dall’alto l’abbraccio tra Massimo e Jing sulla sabbia, il sole che sorge mentre s’alza il volume di una canzone di Daniele Silvestri in colonna sonora. Decisamente infallibile.
http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?art=26001&sez0=2&sez1=193

Stromboli, Terra Di Dio - Roberto Rossellini (1950)


TÍTULO Stromboli, Terra di Dio
AÑO 1950 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 95 min.
DIRECTOR Roberto Rossellini
GUIÓN Sergio Amidei, Gian Paolo Callegari, Roberto Rossellini
MÚSICA Renzo Rossellini
FOTOGRAFÍA Otello Martelli (B&W)
REPARTO Ingrid Bergman, Mario Vitale, Renzo Cesana, Mario Sponza
PRODUCTORA Co-producción Italia-Estados Unidos; Berit Films / Bero Productions / RKO Radio Pictures
GÉNERO Drama | Neorrealismo. Vida rural. Pesca

SINOPSIS Para poder escapar de un campo de concentración, una mujer desesperada acepta casarse con un pescador de una pequeña isla llamada Stromboli. Pero escapar de una prisión la lleva al final a meterse en otra, y su vida en la isla es también una condena. (FILMAFFINITY)



Con una carta de 1948 comenzó una de las historias de amor más conocidas en el mundo del cine, Ingrid Bergman le expresaba a Roberto Rossellini su más profundo deseo de trabajar con él, en un momento en el que ambos estaban en la cima de sus carreras. Tras recibir la carta de Ingrid Bergman, Rossellini no vaciló en aceptar su propuesta, así se creó una mezcla explosiva, tanto a nivel profesional como a nivel personal, que tuvo como resultado el film “Stromboli, terra di Dio”, en el que comenzaron a trabajar un año más tarde de su primera cita.
Roberto Rossellini, junto con Luchino Visconti y Vittorio de Sica, fue uno de los representantes del movimiento cinematográfico que surgió durante la posguerra de la II Guerra Mundial, el neorrealismo italiano. Pero este movimiento adquirió resonancia mundial por primera vez en 1945, con “Roma, cittá aperta”, obra de Rosellini.
A pesar de tener muchas características ajenas al neorrealismo, este film reflejaba claramente la lucha que los italianos libraban bajo la ocupación alemana de Roma, haciendo lo posible por resistir esta ocupación. La presencia de estas características que no son exactamente propias del movimiento confirman que “Stromboli” aún no es  un filme del todo neorrealista y se puede afirmar que Rossellini es el último clásico y el primer moderno, fue un cineasta que se adelantó en el tiempo tanto en cuestiones temáticas como estéticas.
Si el cine neorrealista se caracteriza por tramas ambientadas entre los sectores más desfavorecidos, donde abunda el uso de rodajes en exteriores, y además con una importante presencia de actores no profesionales entre sus secundarios, e incluso entre los protagonistas, en “Stromboli” queda reflejada la pegada de este movimiento. Varios elementos lo confirman, por ejemplo la población de la isla son todos habitantes reales de ella, al igual que el paisaje, de hecho mientras el film se estaba rodando el volcán entró en erupción, algo que Rossellini supo aprovechar.
La cuestión de trabajar con actores que no son profesionales responde a las consideraciones personales del cineasta de lo que suponía trabajar con actores reales: “para crear realmente el personaje que uno tiene en mente, es necesario para el director entablar una batalla con el actor que normalmente termina sometiéndose a los deseos del actor. Como no deseo estar malgastando mis energías en una batalla como ésta, sólo uso actores profesionales en contadas ocasiones”.
Las condiciones de vida de los habitantes de Stromboli reflejan la precariedad de la situación económica y moral de Italia en la posguerra, y además sirve para reflexionar sobre los cambios en los sentimientos y en las condiciones de vida, así como frustración, pobreza, y desesperación. Nada más y nada menos que otro de los objetivos del neorrealismo que podemos encontrar presente “Stromboli, terra di Dio”.
Esta obra de Rossellini comienza con un acontecimiento contemporáneo, Ingrid Bergman, es una lituana atrapada en un campo de concentración, y la única salida que encuentra es la de contraer matrimonio con un italiano, pero por escapar de esa enrevesada alambrada de espinos al precio que sea, su vida se convertirá realmente en una espiral sin salida. La libertad que ella pretendía non es con la que se encuentra al llegar a Stromboli, ella asociaba la libertad a un mundo cosmopolita, a una civilización, ella soñaba con América.
El tema de la ansiada libertad, de la esperanza y el de saber esperar, tanto para alcanzar sus sueños, de ahorrar para conseguir esa vida mejor y esperar en esa isla desolada a que su marido vuelva de la pesca, poco a poco van minando la personalidad de la protagonista convirtiendo su vida en un auténtico drama. La situación emocional de Ingrid Bergman, Karin en el film, pasa por varios puntos de decaimiento y otros álgidos, hasta que llega el momento en el que al igual que el volcán entra en erupción su propia personalidad también, explota porque no puede más, y el volcán es la gota que colma el vaso.
El rechazo de las vecinas chismosas y de los niños hace que cada vez se vaya hundiendo en un mar negro de depresión. Esta marginación viene provocada porque la civilización de la isla es una población cerrada con sus costumbres y no son capaces de entender y aprobar la forma de ser y de comportarse de Karin.
Aquí, es importante señalar que Rossellini le da al film un toque de documental haciendo la descripción de las costumbres y las tradiciones del pueblo pesquero, y a su vez establece una conexión con los cambios emocionales de la protagonista. Por ejemplo, un momento en el que la obra está cerca del género del documental es la escena de la pesca de atún, esto recuerda a la pieza documental de Flaherty de “Nanook, el esquimal” cuando Nanook va de caza con la familia o cuando pesca una foca. Queda plasmada así la pasión y el interés de Roberto Rossellini por la vida y por la gente.
Esta escena de la pesca es fundamental para el film, ya que hay un símil entre el momento de la matanza del atún y lo que le está sucediendo en el interior de Karin, la tensión en la pesca va a más y en la protagonista también crece, ya que no puede soportarlo.



A lo largo del film el dicho de que tras la tormenta llega la calma está presente en varias ocasiones, primero en la pesca de atún, después de los momentos de tensión se consigue el triunfo del hombre sobre el animal se tranquiliza la situación al igual que los nervios de Karin. Después cuando se crean ciertos rumores en torno a ella, como el de que está liada con un marinero, algo que lleva a su marido a propiciarle una paliza, el pasaje de este momento al día siguiente es magistral, tras la paliza aparecen vestidos y haciendo como que no pasó nada. Y el último momento donde se puede aplicar el dicho es cuando ella escapa cruzando el volcán, los gases que desprende y la crudeza de la situación hacen que la desesperación salga a la luz hasta que la protagonista duerme y despierta en un estado de relajamiento que no tiene punto de comparación con las horas anteriores.
Todas las situaciones adversas que sufre la protagonista, hacen que asuma un rol de “femme fatale” ya que entra en un juego de seducción con el sacerdote de la isla y con un marinero para conseguir sus objetivos, abandonar Stromboli a toda costa. Al primero intenta seducirlo para conseguir el dinero que precisa para escapar y al segundo para que la saque de la isla.
Para el desenlace, Rossellini guarda al espectador un final a la carta, tras vivir las desgracias de la protagonista cada quien es libre de condenar a Karin a muerte o de concederle por fin la plena libertad, para ella y para el hijo que lleva en su vientre.
http://laclaqueta.net/2011/02/19/stromboli-tierra-de-dios/

martes, 28 de junio de 2011

Giro di lune tra terra e mare - Giuseppe M. Gaudino (1997)


TÍTULO Giro di lune tra terra e mare
AÑO 1997 
SUBTITULOS No
DURACIÓN 101 min.
DIRECTOR Giuseppe M. Gaudino
GUIÓN Giuseppe M. Gaudino, Isabella Sandri, Heidrun Schleef
MÚSICA Epsilon Indi
FOTOGRAFÍA Tarek Ben Abdallah
REPARTO Aldo Bufi Landi, Olimpia Carlisi, Livio Cirillo , Sebastiano Colla, Lucio De Cicco, Tina Femiano
PRODUCTORA Gaundri Film
GÉNERO Drama

SINOPSIS A Pozzuoli negli anni '70, una famiglia di pescatori deve abbandonare la propria casa, in una zona erosa dai lenti fenomeni di bradisismo, e traslocare nei nuovi insediamenti dove si ricostruisce la città.


Giro Di Lune Tra Terra E Mare è un film che racconta la storia di una città, Pozzuoli, del suo spirito, la sua essenza, il "il genius loci" di un'area e dei suoi dintorni ricchissimi di storia antica e di tradizioni.
Il racconto si articola tra la contemporaneità e l'antichità, tra la storia di una famiglia di pescatori nella Pozzuoli di oggi, e continui rimandi al periodo più lontano, dalle vicende dell'imperatore Nerone e di sua madre Agrippina, alla figura della Sibilla Cumana a quella di Maria "la pazza", eroina rinascimentale che pure visse qui e che anzi difese la città dall'invasione saracena.
Questi salti nel passato sono operati attraverso quelli che il regista definisce grumi visivi. Ad un certo punto le immagini si confondono, i suoni si accavallano e tutto sembra collassare in uno schermo nero e invece si esce da questo vortice e ci si trova in una grotta con Nerone o con la Sibilla e questi frammenti di storia e mitologia sono la parte più interessante e originale del film. La ricostruzione è perfetta, l'atmosfera è magnifica, le immagini sono opache e imperfette come gli affreschi scrostati di una volta romana; e non c'è nulla di filologico in questa ricostruzione del regista tutta giocata sulle sensazioni visive, su una fotografia che confonde e offusca le immagini.
Ma questi punti della storia di Pozzuoli e dintorni sono indissolubilmente legati, almeno nel loro significato, alla storia e alle vicende della famiglia su cui la trama del film è appuntata. Questa è una famiglia povera di pescatori che vive ancora nel "ventre" della città vecchia e con essa rivivono alcuni caratteri che sono da sempre quelli del luogo. La madre, la signora Mena e il padre don Salvatore sono in parte la Sibilla e Nerone, sono di certo la perpetuazione del mito antico. La straordinarietà del film consiste proprio in questo saper raccontare la continuità della storia e quindi degli uomini.
Il regista Giuseppe Gaudino ci racconta dei luoghi della sua vita innestandoli in uno spazio temporale continuo, lo spirito della sua terra non ha tempo nè cambia di molto col tempo. Il rapporto con la natura per Gaudino è quasi viscerale, anzi lo è senz'altro. La natura è sempre uguale a se stessa, è lei che detta le leggi e i tempi dei cicli naturali e gli uomini sono alla sua mercè.
Altro elemento importante di quest'opera è la splendida colonna sonora degli Epsilon Indi che hanno realizzato le musiche in equilibrio tra sonorità antiche ed elettroniche, creando note di straordinaria estrazione e purezza.
Gli attori sono bravi tutti, Tina Femiano e Aldo Bufi Landi (Donna Mena e Don Salvatore) portano nel film le note più calde di una recitazione partenopea che è inimitabile.
Giro Di Lune Tra Terra E Mare, ha avuto diversi premi, dal premio Saint Vincent, a quello del Festival di Rotterdam a quello come migliore regia del Festival di Porto e poi il premio Pasinetti e il premio Cinemavvenire. Ci fa piacere che di riconoscimenti ne abbia avuti molti dalla critica e ci aspettiamo anche quello di un pubblico entusiasta.



Incontro con Giuseppe M. Gaudino
Scenografo e arredatore affermato (ha collaborato tra gli altri con Gianni Amelio), Giuseppe M. Gaudino è autore e regista del film di sapore neorealista Giro Di Lune Tra Terra E Mare in cui, attraverso un collage di frammenti che intersecano drammi del presente a vicende del passato in bilico tra storia e leggenda, si racconta la storia della disgregazione di una famiglia di pescatori. Così ce ne ha parlato Gaudino...
- Signor Gaudino, da quali suggestioni nasce Giro Di Lune Tra Terra E Mare?
"Nasce dall'osservazione di un paesaggio, quello di Pozzuoli, in cui sono evidenti i segni del continuo conflitto tra l'uomo e la natura".
- Il film ha una precisa collocazione temporale?
"In principio il periodo di riferimento erano gli anni '70, ma man mano che il progetto è andato avanti questa connotazione temporale si è persa anche perché ci siamo resi conto di stare raccontando problemi ancora attuali. Tuttora è infatti irrisolta la questione dei pescatori puteolani".
- La maternità è un tema che ricorre di frequente nel film. Cosa c'è dietro questa "insistenza"?
"La voglia di dare alla sfera femminile un'identità".
- Perché sovrapporre le vicende di personaggi storici e letterari a quelle di una povera famiglia di pescatori?
"Per sottolineare l'eroismo di quest'ultimi".
- Giro Di Lune Tra Terra E Mare appare molto curato nello stile ma non risulta mai accademico, mai freddo. Come è riuscito, senza rinunciare alla sperimentazione e a soluzioni tipiche del cinema "colto" a fare un film dal "cuore popolare"?
"Mettendoci il cuore appunto, l'umanità e ricercando la verità".
- Di cosa è stato "alleggerito" il film rispetto alla versione presentata a Venezia nel '97?
"Diciamo che ho sfrondato il film dei cosiddetti tempi morti e rimontato quei passaggi che erano parsi oscuri al pubblico della Mostra".
- Cosa ha chiesto ai suoi attori?
"Di mettere nel film tutta la loro umanità, di essere veri".
- Quale effetto spera di sortire sul pubblico delle sale?
"Spero di poterlo introdurre alla scoperta di un mondo, renderlo partecipe e consapevole di una realtà troppo spesso dimenticata".
- Pensa di continuare a lavorare su questa linea?
"Se me ne daranno la possibilità, credo proprio di sì".
Simone Porrovecchio - Maria Stella Taccone
http://www.revisioncinema.com/ci_giro.htm

Il Casanova - Federico Fellini (1976)


TÍTULO Il Casanova di Federico Fellini
AÑO 1976 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 139 min.
DIRECTOR Federico Fellini
GUIÓN Bernardino Zapponi
MÚSICA Nino Rota
FOTOGRAFÍA Giuseppe Rotunno
REPARTO Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Brown, Carme Scarpita
PRODUCTORA Produzioni Europee Associati
PREMIOS 1976: Oscar: Mejor vestuario. 2 nominaciones
GÉNERO Drama | Siglo XVIII

SINOPSIS Giacomo Casanova, viejo bibliotecario del castillo del Dux, en Bohemia, recuerda su vida, repleta de historias de amor y de aventuras. Anciano, solo y desesperado, rememora los apasionantes viajes de su juventud por todas las capitales de Europa. (FILMAFFINITY)


LA STORIA
Ormai vecchio, Giacomo Casanova fa il bibliotecario del Conte di Waldestein, e rievoca la sua vita. Durante il carnevale di Venezia accetta di mostrare la sua valentia amorosa con suor Maddalena e compiacere così l’amante di questa, l’ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d’Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell’immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore, nel vortice dei suoi amori. Quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e deprimere come quando, credendo di avere la sifilide, pensa al suicidio. E le avventure romane, l’amore fatto per ben otto volte di seguito; la malattia; l’incontro con il Papa e con Voltaire, e quello con la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, il suo fascino che svanisce, l’oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano.
        
LA CRITICA
Casanova è, forse, il miglior film di Fellini dopo Otto e mezzo, probabilmente il più svincolato dal fellinismo, certamente il più unitario e compatto (e non ha molto senso discettare se era proprio necessario arrivare alle 2 ore e 43 minuti di durata) per ricchezza e genialità di invenzioni figurative, tenuta narrativa, sapienza nel contemperare l’orribile col tenero e il favoloso con l’ironico, capacità di passare dal caricaturale al visionario. È sempre stata una delle peculiarità del suo talento, ma qui, pur con qualche ripetizione, si mantiene a un alto livello di omogeneità, appoggiata a un tessuto fonico che, nel suo raffinato mistilinguismo, è ammirevole quanto la stupenda tavolozza cromatica della fotografia di Rotunno.
Morando Morandini, Il Giorno, 11 dicembre 1976

       
Il Casanova non è un romanzo cinematografico, non ha progressione logica né veri nessi di racconto. I raccordi fra i nove o dieci capitoli sono rapidi e precari, ricordano le didascalie nei “comics”. Il gran circo di Federico Fellini appartiene all’avanguardia, come hanno ben capito i cineasti americani dell’”underground” fin dai tempi di Otto e mezzo. Nonostante i miliardi spesi con prodigalità, non ci troviamo dalle parti di quella che Flaubert chiamava “l’arte industriale”; siamo più vicini alla monoliticità, al “privatismo” e alla sfacciataggine di un Andy Warhol. Perciò il paragone, che l’attualità suggerisce fra Barry Lindon e Casanova registra più difformità che convergenze. Kubrick prende sul serio il romanzo ottocentesco e l’ambientazione settecentesca, le connotazioni sociologiche e politiche della vicenda: ha l’aria di aver letto e annotato un’intera biblioteca, di avere un suo giudizio morale sull’epoca e sul personaggio. Fellini ha sfogliato l’Histoire casanoviana come l’elenco telefonico, non ha in apparenza da proporre che impressioni, risentimenti, sfottiture. Però... Anche qui c’è un però: se il ‘700 rievocato di Kubrik ha le sue profonde motivazioni culturali, il ‘700 sognato di Fellini ha l’allarmante e misteriosa qualità di una visione profetica. Forse Jung avrebbe detto che Il Casanova è una profezia sul passato.
Tullio Kezich, La Repubblica, 11 dicembre 1976 
http://www.municipio.re.it/manifestazioni/ufficio_cinema/archivio_schede/schede_tutte/Fellini/Casanova.htm


lunes, 27 de junio de 2011

Una Breve Vacanza - Vittorio De Sica (1973)


TÍTULO Una breve vacanza
AÑO 1973 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 112 min.
DIRECTOR Vittorio De Sica
GUIÓN Cesare Zavattini, Rafael J. Salvia (Historia: Rodolfo Sonego)
MÚSICA Manuel De Sica
FOTOGRAFÍA Ennio Guarnieri
REPARTO Florinda Bolkan, Renato Salvatori, Daniel Quenaud, José María Prada, Teresa Gimpera, Hugo Blanco, Julia Peña
PRODUCTORA Coproducción Italia-España
GÉNERO Drama. Romance | Drama romántico

SINOPSIS Clara lleva una vida miserable en su humilde apartamento de Milán, donde convive con tres niños y sus cuñadas. Aquejada de tuberculosis, tendrá que ir a un sanatorio de los Alpes italianos, donde conocerá a un mecánico afectado de la misma enfermedad. Vivirán un apasionado romance, pero el problema surgirá cuando, una vez curada, deba volver de nuevo a su mísera existencia.(FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)




Vittorio De Sica, attore e regista tra i più prolifici del cinema italiano, iniziò la sua carriera sui palcoscenici, ma si conquistò la fama internazionale – è ancora celebrato e citato dai più grandi autori americani, con in testa Martin Scorsese – con i capolavori neorealisti, scritti in coppia con il grande Cesare Zavattini: "Sciuscià" (1946), "Ladri di biciclette" (1948) e "Umberto D." (1951). Una lunghissima serie di premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il primo Oscar speciale (che poi diverrà il premio per il miglior film straniero) per "Sciuscià", a cui seguiranno altri per "Ladri di biciclette", per Sophia Loren (miglior attrice protagonista) in "La ciociara", "Ieri, oggi e domani"  e infine per "Il giardino dei Finzi Contini" (1971).
Il successo dei suoi film neorealisti contribuì alla sua popolarità negli Stati Uniti, anche se qualcuno a proposito di "Sciuscià" lo scambiava con Roberto Rossellini, forse per l'assonanza con "Paisà", fatto che purtroppo accade ancora oggi e, quel che è più grave, da noi. Il successo negli Usa lo porta a realizzare film coprodotti dagli americani (anche se spesso poco fortunati e/o un po' ibridi), da "Stazione Termini" (1953) a "Caccia alla volpe" (1966) con Peter Sellers. Ed è stato De Sica a lanciare sul piano internazionale la coppia Marcello Mastroianni-Sophia Loren che aveva debuttato proprio al suo fianco in "Peccato che sia una canaglia" di Alessandro Blasetti (1954). Il successo mondiale di film quali "Matrimonio all'italiana" (1964), "Ieri, oggi e domani" (1963) e "I girasoli" (1969) hanno convinto altri produttori e registi a sfruttare la coppia più bella e affiatata del mondo (da "La moglie del prete" di Dino Risi all'indimenticabile "Una giornata particolare" di Ettore Scola). Ma la Loren era stata la prorompente pizzaiola di "L'oro di Napoli", con cui il regista aveva dimostrato di essere capace di ottenere il più e il meglio dei suoi attori.
Infatti, l'autore che tirava fuori tutta l'umanità dei personaggi attraverso i protagonisti – siano essi professionisti o attori presi dalla strada – e delle storie, riusciva a commuovere lo spettatore in ogni angolo del mondo, senza mai cadere nel sentimentalismo né tantomeno nella retorica. Il suo tema era la dolorosa condizione sociale degli italiani nel dopoguerra (bambini orfani o abbandonati, disoccupati, pensionati) e perciò le sue opere diventano universali, comprensibili e vicine a tutti. Non per questo bisogna dimenticare la favola neorealista "Miracolo a Milano" (1951), dove il dramma sociale assume i toni della poesia. Le sue erano storie tipicamente italiane ma rispecchiavano l'universalità dei problemi sociali, economici e politici in un periodo in cui l'Europa aveva ancora aperte le ferite della Seconda guerra mondiale.
Il neorealismo, e "Sciuscià" in particolare, era nato nelle strade fra la gente, dove l'autore era andato a riprendere "dal vivo" storie e situazioni. "Sciuscià" era un documento vivo e un atto d'accusa contro una realtà brutale, tra una vecchia Italia non ancora scomparsa del tutto e una nuova ancora in fasce. Ma nel film c'è anche della poesia e della tenerezza, quelle caratteristiche che spesso sono state bollate come "sentimentalismo", "velleità letteraria", ovviamente, sbagliando. La forza di De Sica regista risiedeva proprio nella sua umanità, mai eccessiva né sopra le righe.
"Ladri di biciclette" divenne sinonimo di neorealismo, capolavoro di un attore passato alla regia che sorprese un po' tutti, addetti ai lavori e pubblico, e che dimostrava di avere delle qualità insospettate di osservatore della gente e dei suoi problemi; di fotografo del dolore e delle piccole gioie. Uno dei pochi autori che riusciva a dare sguardo umano attraverso l'occhio freddo della cinepresa. Insieme a Zavattini, De Sica affronta temi di scottante attualità proponendoli al pubblico e cercando di attirare l'attenzione del governo su questioni urgenti: l'infanzia abbandonata e gli istituti di reclusione in "Sciuscià"; la disoccupazione e il diritto al lavoro in "Ladri di biciclette"; la miseria e l'abbandono a cui vanno incontro gli anziani pensionati in "Umberto D."
"Ladri di biciclette" fu comunque un vero avvenimento per il cinema mondiale e (ri)conquistò Hollywood, mecca incontrastata della celluloide, che già allora dominava gli schermi italiani. Intellettuali, registi e pubblico lo riconobbero come un vero capolavoro.
"Nutro grande ammirazione per il film di De Sica – affermava nel 1956 Jean-Paul Sartre –, 'Ladri di biciclette' è, secondo me, uno dei film più importanti che siano stati realizzati dal 1945 ad oggi". E anche il filosofo Lukàcs lo ricorda "come film capace di esprimere, nella natura particolare della visibilità del cinema, una ricca scala di sensazioni, dalla tristezza opprimente fino al riso liberatore, in fatti della vita del tutto semplici, del tutto quotidiani, ai quali altrimenti non si presterebbe attenzione". (da "Tutti i De Sica", a cura di Orio Caldiron – E. Carpentieri Editore).
Nonostante i venti premi internazionali, tra cui 6 Nastri d'Argento, l'Oscar e il Globo d'oro), c'è chi allora gridò allo scandalo, che "i panni sporchi si lavano in casa", soprattutto per "Umberto D." che scatenò l'ira dell'allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti. Le questioni poste dalla trilogia di De Sica-Zavattini sono sempre attuali – fatte le dovute considerazioni – e possono andare bene anche oggi e non solo per il terzo mondo. Non è un caso se la coppia Gabriele Muccino-Will Smith hanno ammesso pubblicamente che il loro riferimento per "La ricerca della felicità" non è solo il Chaplin di "Il monello" ma soprattutto il De Sica di "Ladri di biciclette".
Ma anche dopo, negli anni Sessanta-Settanta, fra alti e bassi, il regista continuò a dipingere l'Italia di ieri e di oggi senza dimenticare la realtà e nemmeno la sana ironia.
Nato a Sora nel 1901, De Sica esordì a teatro nel 1923 nella compagnia di Tatiana Pavlova, per passare appena tre anni dopo al cinema. Dividendosi tra i due fronti dello spettacolo, nel 1930 divenne primo attore e nel 1933 si trovò a capo di una compagnia teatrale con la prima moglie Giuditta Rissone e Sergio Tofano, specializzandosi in commedie sentimental-brillanti di Ghepardi e De Benedetti. E, appunto, il suo debutto nella regia cinematografica sarà proprio con la trasposizione di una commedia di Aldo De Benedetti, "Rose scarlatte" (1940).


Il successo sul grande schermo arrivò però come protagonista delle commedie dirette da Mario Camerini, da "Gli uomini che mascalzoni" a "Grandi magazzini", con Assia Noris con cui formò la copia più famosa e amata del periodo. Come regista si impose con "Teresa Venerdì" (1941) e si affermò con "Un garibaldino in convento" (1942), dove mostrava di possedere uno stile personale, garbato, e ben diverso da quello dei registi delle commedie dei "telefoni bianchi" che dominavano lo schermo all'epoca. Equivoci e sorrisi sì, ma anche sana ironia e freschezza, e una riscoperta italianità che i colleghi tentavano di soffocare, magari col tocco ungherese, allora in voga. La sua carriera di attore continuò comunque parallelamente a quella di regista. Indimenticabile il suo maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto in "Pane, amore e fantasia" (1953) di Luigi Comencini, e poi in tutta la serie: "Pane, amore e gelosia", Pane, amore e…", Pane, amore e Andalusia".
Anticipatore, in un certo senso, dello spirito neorealista è il suo film successivo "I bambini ci guardano" (1943), un film capostipite anche per la tematica, oltre che per la narrazione. Fatti che si riscontrano anche nel poco visto "Le porte del cielo", restaurato qualche anno fa con "Sciuscià" dall'ex Centro Sperimentale di Cinematografia.
E' stato però con la trilogia neorealista, e l'appendice favolistica, che Vittorio De Sica ha espresso il suo talento di autore nato e di uomo sensibile, e con cui raggiunse i livelli più alti della sua opera. Una sorta di "processo alla nazione" – come amava definirla lui stesso – che diventava un grido, anzi (parafrasando il titolo di un suo altro film dimenticato) un "giudizio universale" contro le ingiustizie non solo del paese ma anche del mondo moderno. I suoi lustrascarpe senza famiglia né infanzia; i suoi disoccupati disperati; i suoi pensionati umiliati, offesi e abbandonati rimarranno nella storia del cinema e nella memoria collettiva (si spera) come il documento della crudeltà del secolo scorso, il Novecento dominato da due guerre mondiali e dalla paura di una terza.
De Sica morì il 13 novembre 1974, dopo aver finito "Il viaggio" con Sophia Loren e Richard Burton, mentre già stava preparando un nuovo film tratto dalle "Novelle della Pescara" di Gabriele D'Annunzio.
http://www.associazioneclaramaffei.org/claraCMS/articolo.jsp?id=1_0&sub=0&art=0



Pane e Tulipani - Silvio Soldini (2000)


TÍTULO Pane e tulipani
AÑO 2000 
SUBTITULOS Si (Separados)
DURACIÓN 114 min.
DIRECTOR Silvio Soldini
GUIÓN Doriana Leondeff & Silvio Soldini
MÚSICA Giovanni Venosta
FOTOGRAFÍA Luca Bigazzi
REPARTO Licia Maglietta, Bruno Ganz, Marina Massironi, Giuseppe Battiston, Felice Andreasi, Antonio Catania, Vitalba Andrea, Tatiana Lepore, Daniela Piperno, Tiziano Cucchiarelli, Matteo Febo, Lina Bernardi, Mauro Marino, Antonia Miccoli, Ludovico Paladin, Silvana Bosi
PRODUCTORA Istitute Luce / Mongatari / RAI Cinema
GÉNERO Comedia

SINOPSIS Durante una excursión turística en autobús, Rosalba, una ama de casa de Pescara, se queda olvidada por descuido en un área de servicio. Ofendida, en lugar de esperar a que su marido y sus hijos vengan a recogerla, decide volver a casa por su cuenta. De repente, se encuentra subida en un coche en dirección a Venecia, donde nunca ha estado. Así comienza su aventura. Lo que iba a ser un simple día libre se transforma en unas "pequeñas vacaciones" como ella misma las describe en una carta que envía a casa. Mimmo, su marido, se pone hecho una furia y, al enterarse de que uno de sus empleados, Constantino, es un lector empedernido de novelas policíacas, lo envía a Venecia en busca de su mujer. Mientras, Rosalba ha comenzado una nueva vida. Y cuando Constantino consigue encontrarla, él también se verá involucrado en algo que no había previsto. (FILMAFFINITY)



La via nuova soldiniana alla commedia, un surrealistico e fiabesco itinerario fattosi cinema, che improvviso e inaspettato contempla l’ultima fatica del regista milanese. Un gran bel film il viaggio di Soldini che da Giulia in Ottobre di strada ne ha fatta, riponendo sempre una minuziosa cura ai modi dell’espressione, all’aspetto esteriore del farsi del monolite cinema. E l’estetica sposa il racconto in Pane e tulipani, realizza il miracolo di un racconto per immagini sempre ad un passo dal sogno, che come tale smembra piaceri visionari e ci possiede, senza mai tradire l’attesa emozionale dietro l’angolo dell’inquadratura.
La mite Rosalba dimenticata in un autogrill è l’eroina tenera che accoglie la vita e la utilizza in virtù di nuovi casi, di nuove situazioni, di nuovi disegni che macchiano la propria esperienza e che intervengono sui passati, sugli assetti provenienti da un qualche ieri.
Su un’auto diretta a Venezia sta per cominciare una delle tappe di svolta, aventi a che fare col vivere, che segnano il percorso della protagonista e del film che si srotola come un tappeto di segni, di paste cromatiche, di onirici vagabondaggi che ipnotizzano e depongono strati catartici.
Gianluca Mattei
http://www.centraldocinema.it/italia%20zone/2000-2001/pane_e_tulipani.htm


Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini (Cocteau)
Chissà perché è così pieno di specchi, di immagini che si rifrangono, di corpi riflessi attraverso 'altri' punti di vista, questo ultimo film di Silvio Soldini. Come se i personaggi di questa buffa e tenera commedia (non all'italiana, come ci tiene a precisare il suo autore), avessero continuamente il bisogno, la necessità di confrontare se stessi, il proprio corpo che compie azioni 'nuove', e guardarlo e riguardarlo, il corpo e la realtà, in un gioco infinito di rifrazioni, di azioni che si riflettono, di azioni fatte d'istinto, appunto senza ri-flettere. Come a dire, restando al gioco: meno riflettono le menti, più riflettono i corpi. E tutto Pane e tulipani è un gioco di corpi, nello spazio: corpi che si inseguono e cercano in continuazione, corpi che si perdono (Rosalba che rimane a lungo nel bagno e viene lasciata sola all'autogrill), corpi massaggiati (Grazia che fa la massaggiatrice olistica), corpi immaginati (i continui sogni surreali di Rosalba).
Non c'è alcun messaggio sociale in questo piccolo, delizioso film di Soldini. Se ci fosse sarebbe banale, qualcosa tipo la casalinga che si prende una vacanza dalla sua vita reale noiosa di tutti i giorni, e si costruisce una nuova vita, all'improvviso. Si, è vero, in fondo è ciò che, di fatto, avviene nel film, ma Soldini sa trattare i personaggi con tanta grazia e - soprattutto -'leggerezza' da conferire alla storia un alone di 'magicità' che lo proietta completamente nell'olimpo dei film senza tempo, senza luogo (e Venezia è qui davvero la città senza tempo, luogo dell'astrazione urbana, fuori dalla mischia della metropoli moderna).
Cambi di direzione (della vita) gesti da compiere, improvvisi (Rosalba che decide di non aspettare il pullman che viene a riprenderla all'autogrill, che decide di non tornare a casa e di proseguire per Venezia, che continuamente 'perde il treno' del ritorno, che trova lavoro da un vecchio fioraio anarchico - un grande Felice Andreasi - che trova ospitalità nella casa di un non più giovane cameriere di un ristorante, ecc..). Tutto avviene così, apparentemente senza grandi motivazioni, ed è forse questa la straordinarietà del film di Soldini, che è bravo a non 'caricare' di senso e di segni i continui gesti di liberazione di Rosalba. Che non sono movimenti di liberazione dalla famiglia opprimente, questa è solo superficie cui il film non dà molta importanza. La liberazione è del tutta 'immaginaria', nel senso della libertà interiore, dell'immaginario, della creatività, dello scegliere in continuazione di fare quel che si sente, lontano dalle responsabilità. Ecco, proprio il disagio dalle responsabilità, motivazione che vale non solo per Rosalba, ma un po' per tutti i personaggi del film (Fernando che deve occuparsi di un'altra famiglia, e passa le sue giornate tra un tentativo di suicidio e l'altro; Costantino così disperatamente bisognoso di lavorare da accettare un incarico di detective per il quale non è assolutamente portato, pronto a lasciare ogni impegno non appena il cuore lo porterà da un'altra parte, ecc..) è il leitmotiv del film. Che gioca tutto il suo rigore stilistico proprio sul versante della libertà di agire, di muoversi, lontano dagli stereotipi che il mondo 'reale' ci impone in continuazione. E così possiamo fare cose che non facciamo più (e, ci domandiamo noi, perché- non le facciamo più? già, perché? chi lo sa?), e possiamo volteggiare in una ballo dopo anni e anni in cui abbiamo rinchiuso in un armadio il nostro corpo. La trasformazione 'fisica' di Rosalba è eloquente, dai rozzi vestiti 'quotidiani' della gita turistica in pullman alla progressiva acquisizione, pezzo dopo pezzo, di parti di 'nuova se stessa'.
Soldini ci regala momenti divertenti e commoventi allo stesso tempo. La scena del ballo, con Don Backy che canta è tra le più intense e gioiose viste nel cinema italiano degli ultimi anni. Ma la 'leggerezza' di Soldini di cui parlavamo prima è tutta nei dialoghi mai pesanti, mai ammiccanti, mai presuntuosi dei suoi personaggi ( e qui il plauso va anche alla brava Doriana Leondef, già collaboratrice di Soldini per Le acrobate ,e anche del Calopresti del bellissimo La parola amore esiste), quand'anche essi si esprimano con un linguaggio curioso e 'aulico' come il Fernando di Bruno Ganz. La forza di questa particolare ed emozionante pellicola sta tutta nella tenerezza e affetto che Soldini nutre per i suoi personaggi, per quella misteriosa energia che il lavoro con gli attori, profondo e 'umano' ha saputo tirar fuori dal film. Come quando Grazia (una Marina Massironi sempre più brava) letteralmente esplode di brividi al contatto con il corpo di Costantino; ma tutto il film è fatto di sfioramenti, quasi impercettibili. I corpi si avvicinano e si allontanano, come nelle continue scene tra Rosalba e Fernando, dove sembra sempre che sta per venir fuori un bacio, una carezza, un abbraccio e invece tutto rimane così, nell'aria, sospeso. E di questa sospensione il film vive, grazie soprattutto a una Licia Maglietta straordinaria e ispirata, con una capacità di essere 'vera' e magica allo stesso tempo, di conferire al suo personaggio dei tratti di umanità incredibili, come oggi forse nessuna attrice italiana è in grado di fare con tanta ricchezza di espressioni, tanta profondità e spessore di recitazione 'sotterranea', quasi invisibile. Dobbiamo ringrazia e Soldini ( e Martone) che, unici regalano al cinema questa meravigliosa interprete altrimenti 'confinata' esclusivamente nei luoghi del teatro, che da anni percorre con evidente professionalità e consapevolezza (Licia è anche spesso regista dei suoi spettacoli).
Pane e tulipani, con questo imprevedibile mix di storie umane, tenerezza e commedia leggera, ci restituisce un cineasta che, film dopo film, ha ormai acquisito una sua sottile e impercettibile 'poetica' del quotidiano, con una capacità di sguardo sui piccoli grandi gesti della vita di tutti giorni e una forza rara nel raccontare personaggi semplici, mai irreali o banali.
Con quello di Bertolucci, Bellocchio, Moretti, Calopresti, Martone e pochi altri, quello di Soldini è il solo cinema italiano di cui, oggi, è possibile innamorarsi.
http://www.sentieriselvaggi.it/35/38687/Pane_e_Tulipani,_di_Silvio_Soldini.htm

domingo, 26 de junio de 2011

La Cina e vicina - Marco Bellocchio (1967)


TÍTULO La cina è vicina
AÑO 1967 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 103 min.
DIRECTOR Marco Bellocchio
GUIÓN Marco Bellocchio, Elda Tattoli
MÚSICA Ennio Morricone
FOTOGRAFÍA Tonino Delli Colli
REPARTO Glauco Mauri, Elda Tattoli, Paolo Graziosi, Daniela Surina, Pierluigi Aprà, Alessandro Haber, Claudio Trionfi, Laura De Marchi, Claudio Cassinelli
PRODUCTORA Vides Cinematografica
GÉNERO Drama

SINOPSIS En la localidad italiana de Imola en los años 60, vive una acomodada familia burguesa de la que forman parte dos hermanos y una hermana. Vittorio, el hermano mayor es candidato a las elecciones administrativas por el Partido Socialista Italiano. Elena, su hermana, se queda embarazada de Carlo, un joven activista que ha dejado a su novia Giovanna por ella. Camillo, el hermano menor, estudia en un colegio religioso y continúa pensando en sueños revolucionarios, aunque de manera veleidosa. Giovanna, para vengarse del abandono de Carlo, sale con Vittorio, pero por menosprecio a la burguesía, se queda embarazada de su ex novio, haciendo pasar al futuro niño como hijo de Vittorio. Vittorio acaba casándose con Giovanna y Carlo con Elena. Los señores han sido engañados y los dos hijos del pueblo han alcanzado el tan deseado bienestar de la burguesía. (FILMAFFINITY)


Vittorio Gordini Malvezzi, professore di scuola media superiore ed uomo politico trasformista, si appresta a diventare assessore ed assume come factotum Carlo, giovane ragioniere militante del Partito Socialista Unificato, il partito con cui Vittorio intende schierarsi.
Avendo l'opportunità di frequentare quell'importante famiglia (i Gordini Malvezzi sono di nobili discendenze), Carlo entra in intimità con la sorella di Vittorio, Elena, e ne diventa l'amante pur essendo già fidanzato con la sua segretaria Giovanna. Quando lo scopre, Giovanna decide di vendicarsi e si mette insieme proprio con Vittorio.
Elena nel frattempo resta incinta e cerca di abortire ma Giovanna glielo impedisce, così come Carlo: i due ex fidanzati infatti si alleano e ne approfittano per migliorare la loro condizione sociale. Fanno intrecciare una serie di intrighi che si concludono solo con un doppio e forzato matrimonio: Carlo ed Elena, Giovanna e Vittorio.
Il film finisce con il maoista Camillo che aizza una muta di cani e gatti contro il fratello Vittorio proprio nel palco ove il docente sta svolgendo il suo comizio.



Nonostante La Cina è vicina sia un film del 1967 non è un’opera che tratta di movimenti (studenteschi, operai, ecc.), né tantomeno della rivoluzione culturale maoista, di cui all’epoca poco o nulla si sapeva realmente in Italia. E’ invece l’opera in cui maggiore è la denuncia di Bellocchio nei confronti del mondo socialista moderato, quello gravitante intorno al PSU (Partito Socialista Unificato) che negli anni ’60 era entrato al governo andando a formare assieme alla DC, al PRI e al PSDI il famoso quadripartito, blocco cardine della politica italiana di governo per i successivi vent’anni.
L’accusa è senza appello: i due personaggi principali sono due socialisti diversissimi tra loro eppure entrambi accomunati da un’adesione ormai puramente simbolica o degradata alla cultura socialista. Vittorio Gordini Malvezzi, professore miliardario, è un politico trasformista che accetta di candidarsi con i socialisti dopo aver girato tutti gli altri partiti. La sua adesione ad un “riformismo progressista” è una formula vuota che tradisce una vita pratica dedita al lusso e piena di compromessi e ipocrisie.
Il giovane ragioniere Carlo, trombato in lista dallo stesso Vittorio, è un militante di lunga data che dopo l’ennesima delusione politica decide che è arrivato il momento di soddisfare le proprie ambizioni sociali facendo la corte alla sorella di Vittorio, Elena, una donna abbastanza disinibita e assai intelligente. Anche Giovanna, ex-amante di Carlo, decide di mutare la propria condizione sociale facendosi mettere incinta per incastrare lo stesso Vittorio, presso cui lavora come segretaria. Qui emergono le maggiori ipocrisie del personaggio Vittorio, che tenta in tutte le maniere di defilarsi dalle proprie responsabilità per non dover sposare Giovanna.
Lo stesso atteggiamento di Giovanna d’altronde, che arriva ad un soffio dall’aborto clandestino per non restare obbligata a sposare Carlo. Questa però è per lo meno giustificata dal fatto di essere un personaggio pienamente inserito nella propria classe alto borghese-padronale, e di non fingersi quello che non è avventurandosi in una lotta politica non sua, condotta nella maniera più bieca e politicista possibile (fenomenale la scena in cui Vittorio cerca di convincere due zie suore a votarlo senza riuscirci).
La totale assenza di personaggi positivi è il tratto più saliente dell’opera: il vincitore pratico è in primo luogo Carlo, che ottiene vendetta e scalata sociale sfruttando la propria furbizia e le sue qualità di uomo di mondo. Egli però ottiene questo risultato nel rinnegamento dei propri ideali, accettando le pratiche del compromesso politicistico, della mercificazione femminile, con una freddezza più consona a quella di un automa piuttosto che di un uomo, secondo un’impostazione tipicamente faustiana. L’ipocrisia del moderatismo riformista si fonde con lo squallore sociale della borghesia, schiava dei giudizi altrui e della morale pubblica.
L’alternativa per ora non esiste, anche se uno sguardo divertito e simpatico viene rivolto al giovane e innocuo idealismo di Camillo (fratello di Vittorio e Giovanna) e dei suoi amici, simpatizzanti del maoismo-leninismo, la cui azioni recuperano una purezza e una sincerità uniche nella narrazione, ma che allo stesso tempo mostrano ancora troppe ingenuità per essere credibili politicamente, anticipando di fatto unicamente la facciata più goliardica del movimento studentesco di poco successivo.
Ne esce un quadro che mostra un’Italia di passaggio, dove le passioni amorose sono subordinate agli avventurismi di classe, dove l’istinto è frenato dal freddo razionalismo, e dove in definitiva, pur con un mordace uso dell’ironia e della satira, Bellocchio sembra voler esprimere tutto il proprio disagio per un mondo in cui al momento non sembra esistere neanche una reale alternativa politica cui aggrapparsi. Per lo meno non in maniera immediata, perché “La Cina è vicina” e la crescita psico-fisica dei giovani che si ispirano ad essa sembra l’unico barlume di speranza in un mondo dove il PCI viene citato sì e no tre volte unicamente in chiave negativa per esprimere la sua incapacità di fare vera opposizione.
Alessandro Pascale
http://www.storiadeifilm.it/La_Cina_E__Vicina_di_Marco_Bellocchio_(Vides_Cinematografica,_1967).p0-r400

Quo Vadis Baby - Gabriele Salvatores (2005)


TÍTULO Quo Vadis, Baby?
AÑO 2005 
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Español (Separados)
DURACIÓN 105 min.  
DIRECTOR Gabriele Salvatores
GUIÓN Fabio Scamoni, Gabriele Salvatores (Novela: Grazia Verasani)
MÚSICA Ezio Bosso
FOTOGRAFÍA Italo Petriccione
REPARTO Angela Baraldi, Gigio Alberti, Claudia Zanella, Andrea Renzi, Elio Germano, Luigi Burruano, Alessandra D'Elia 
PRODUCTORA Colorado Films
WEB OFICIAL http://www.privati.tim.it/aree/2/14559/tim/0,,14559,00.html
GÉNERO Drama. Thriller

SINOPSIS Giorgia (Angela Baraldi), una detective privada en sus cuarenta, colérica, de físico descuidado, de carácter fuerte y duro, trabaja en la agencia privada que su padre posee en Bolonia. Consume la mayor parte de su tiempo en vigilar las infidelidades matrimoniales de los clientes que contratan sus servicios. Dieciséis años después del misterioso suicidio de su hermana menor Ada (Claudia Zanella), Georgia recibe una caja con cintas de vídeo que terminan siendo el diario íntimo de la desaparecida. El vídeo muestra una joven feliz y extrovertida, que sueña con el futuro, que lucha por empezar una carrera artística tratando, a la vez, de ocultar una relación que mantiene con otra persona mas allá de su pareja. Mientras recorre los vericuetos de la historia y los de su propia y compleja vida amorosa, Giorgia se da cuenta que se hunde cada vez más en el pasado de su hermana y, por ende, en el suyo propio. (FILMAFFINITY)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ Split)
http://www8.zippyshare.com/v/9773509/file.html


"La verità è una bugia che non è stata ancora svelata."

La storia tra passato e presente; il dramma del suicidio all'interno di una famiglia, il desiderio di scoprire la verità. Una donna sola, un'investigatrice privata con il peso dei ricordi e il senso di colpa. Il tempo si snoda fra le confessioni di chi non c'è più e un'infanzia lontana.
Manca "l’ultimo tragico atto"; quello che il regista concede ai nostri occhi.
Dall’omonimo romanzo di Grazia Verasani, Gabriele Salvatores porta sullo schermo un thriller femminile incollato al volto intenso, sofferto e trasparente di Angela Baraldi. Un "noir" intimista fatto di eroi sconfitti e reduci della Storia che tentano di salvare se stessi, di sfuggire al destino.
Nella bottega dell’artista (il titolo del film è tratto dalla celebre battuta di Marlon Brando ne L’ultimo tango a Parigi), tutto sembra sotto perfetto controllo. Si vive una storia che aspira ad essere senza tempo, che sfalsa gli eventi, ma che distingue il dipinto e la cornice. La cornice non è permeabile e non permette allo spettatore d’invadere il campo. Salvatores sostituisce il racconto della verità con quello alternativo dell’esibizione della verità.


Riflessione sul linguaggio, sul concetto di soggettività e di sguardi, sul desiderio di dominare le immagini: un tentativo di tagliare nuovi traguardi, di raggiungere nuovi obiettivi stilistici e narrativi.
Il percorso artistico di Salvatores è costellato di una serie di piccole, grandi "svolte", intese come una "ricerca". L'estrema ricerca di un passaggio dello spettatore da semplice osservatore a parte attiva del film, si ottiene proprio nel fornire allo spettatore, alla fine della pellicola, un ultimo elemento che nessuno dei personaggi della storia conosce. Lasciare quindi al pubblico l’impegno di "chiudere" la storia, di trarre le sue conclusioni e formulare le sue ipotesi.
Un atto di amore, quello del regista italiano, nei confronti di un’arte che non è qui solo chicca per cinefili ma, apertamente, rivela la sua potenza come mezzo espressivo, atto di ribellione, sogno o disincanto.
Andrea Olivieri
http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?id=756&mod=film

sábado, 25 de junio de 2011

Il Conte Max - Giorgio Bianchi (1957)


TÍTULO Il conte Max
AÑO 1957
IDIOMA Dual (Español / Italiano)
SUBTITULOS Si (Separados)
DURACIÓN 101 min.
DIRECTOR Giorgio Bianchi
GUIÓN Giorgio Bianchi, Ettore Scola, Rodolfo Sonego, Mario Soldati, Luis Trías de Bes, Ruggero Maccari, Amleto Palermi (Obra: Mario Camerini)
MÚSICA Angelo Francesco Lavagnino
FOTOGRAFÍA Mario Montuori (B&W)
REPARTO Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Anne Vernon, Susana Canales, Tina Pica, Juan Calvo, Diletta D'Andrea
PRODUCTORA Coproducción Italia-España; Ca.Mo. Film / Balcázar Producciones Cinematográficas
GÉNERO Comedia

SINOPSIS Alberto es un humilde vendedor de periódicos de Roma, fascinado con la clase alta. Su sueño es llegar a ser uno de esos aristócratas que constantemente observa en los diarios. Finalmente conoce al conde Max, un viejo aristócrata, que le aconseja pasar las vacaciones en Cortina D'Ampezzo, donde él pasaba largas temporadas. Una vez allí, Alberto es confundido con el conde. (FILMAFFINITY)




… Orsini Varaldo - un grande Vittorio De Sica - è un nobile decaduto, spiantato e scroccone che dispone ancora di modi e maniere dell'alta società e le dispensa al giovane allievo Alberto Boccetti - un simpaticissimo Alberto Sordi – umile giornalaio di Via Veneto a Roma che vuol "crescere" e sogna sovente con le riviste patinate che vende ogni giorno. Il conte riceve in cambio la lettura gratis dei quotidiani, riviste e parole crociate ... a matita .. per poterle rivendere. Oltre a sigarette, colazioni e anche pranzi nei quali non disdegna la "popolare" scarpetta col pane, raccomandando però al giovane allievo di non farla mai. Alberto è di nome e di fatto simile al nostro storico giornalaio del paese che come lui vendeva giornali esteri ai turisti spendendo con loro anche le poche parole straniere che conosceva. Per certi versi quindi posso dire di aver vissuto o assistito a parte della storia "realmente".  Qui a differenza si assiste invece alla scalata o al tentativo maldestro di Alberto di entrare nel bel mondo. Così su suggerimento del conte inizia l'avventura e parte per Cortina, in luogo della più umile Capracotta dove volevano spedirlo gli zii con una sommetta di 25 mila lire .. abbondando … perchè è giovane e si deve divertire. Una volta là si rende presto conto che con quella cifra può si e no passarci una notte, ma la fortuna è in agguato e conosce la bella baronessa Elena di Vallombrosa e molto disinvolto regge la parte del nobile con un discreto successo. Lei sta partendo per la Spagna e gli chiede di seguirlo, ma solo un disguido al bagaglio lo costringerà a salire sul treno prima e sull'aereo poi, e in Spagna tra tori e flamenco si invaghisce di lei. Un maldestro tentativo di inviarle fiori gli costerà il rimpatrio forzato in Italia e le spese conseguenti. E quando il conte Max gli dice che una certa baronessa di passaggio a Roma lo ha più volte cercato al telefono e che lui si è spacciato per il maggiordomo, si precipita al Grand Hotel in pompa magna.



Lei è di passaggio e con i suoi amici è in procinto di ripartire e lui si aggrega anche se nel frattempo ha avuto anche modo di allacciare una semplice relazione, nei panni del giornalaio, con la loro governante Lauretta, nel frattempo insospettita di tale e tanta somiglianza. Saranno i modi arroganti della combriccola di aristocratici, prima nei suoi confronti di giocatore di bridge del tutto improbabile e l'ennesima umiliazione patita dalla povera Lauretta a fargli gettare la maschera mandandoli tutti a quel paese e decretando la fine della sua malsana e irrealizzabile ambizione. Tornerà a casa con la sua Lauretta scegliendo una vita più modesta ma senz'altro più appagante e alla sua portata. Colto al volo su Cult per apprezzarne ancora intatte tutte le atmosfere – una Cortina innevata anni '50 da cineteca su tutte - di questa bellissima commedia di un' Italia che ormai non c'è più.  Il film è un rifacimento di "Il signor Max" del 1937 di Mario Camerini con De Sica nel ruolo invertito del giornalaio e da segnalare anche un secondo remake diretto e interpretato dal figlio Christian che da lodevole iniziativa è naufragata miseramente nel greve degli anni '90 e non certo servita a rendere omaggio o ricordare il grande padre.
http://cinemaestri.blogspot.com/2011/03/il-conte-max.html
 

Benito Mussolini - Pasquale Prunas (1962)


TITULO Benito Mussolini.
AÑO 1962
SUBTITULOS Si (Incorporados)
DURACION 108 min.
DIRECCION Pasquale Prunas
PRODUCTOR Roberto Rossellini
MUSICA Robert Nicolosi
GENERO Documental

SINOPSIS El documental nos muestra al principal teórico y ejecutor del fascismo: Mussolini, flexible y hábil en la consolidacion del poder. Su realización le valieron la reputacion en Europa de gran estadista. Un exasperado nacionalismo y el recurso sistemático de la violencia contra los partidos y organizaciones obreras, apoyado por la burguesia, intensificó su acción para la toma del poder que culminó con la marcha sobre Roma.



viernes, 24 de junio de 2011

La Pecora Nera - Ascanio Celestini (2010)


TÍTULO La pecora nera
AÑO 2010 
SUBTITULOS No
DURACIÓN 93 min.    
DIRECTOR Ascanio Celestini
GUIÓN Ascanio Celestini, Ugo Chiti, Wilma Labate (Historia: Ascanio Celestini)
FOTOGRAFÍA Daniele Cipri
REPARTO Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin
PRODUCTORA Madeleine / Passione
GÉNERO Comedia. Drama

SINOPSIS «El manicomio es un condominio de santos. Son santos los pobres locos burros bajo las sábanas chinas, mortajas de fabricación industrial, santa es la monja que se ilumina como un ex-voto a lado de la pequeña luz en su mesilla de noche. Y el doctor es el más santo de todos, es el jefe de todos los santos, es Jesús». Así Nicola nos cuenta sus 35 anos de “manicomio eléctrico” y en su confusa cabeza chocan realidad y fantasía produciendo imprevisibles iluminaciones. Nicola nació en los años sesenta, “los fabulosos años sesenta”, y el mundo que ve en el instituto no es tan diferente del que está allí fuera – un mundo siempre más voraz, donde la única cosa que parece no poderse consumir es el miedo. (FILMAFFINITY)


«Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo». Così ci racconta Nicola i suoi 35 anni di «manicomio elettrico», e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato negli anni Sessanta, «i favolosi anni Sessanta», e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori – un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura.
«Non si sa se ridere o piangere, ma non importa niente. In questa compresenza assoluta di comico e di tragico si ritrova incarnata la grande modalità tragica moderna».
Edoardo Sanguineti
http://www.ascaniocelestini.it/la-pecora-nera-ascanio-celestini-2010/


Orfano di madre (morta in manicomio), affidato ad una nonna contadina e ignorante, debole a scuola e con un padre assente, Nicola viene rinchiuso, ragazzino, al Santa Maria della Pietà di Roma. Vent’anni di “terapia” più tardi, ripercorre le tappe dell’infanzia che lo portarono all’internamento, dividendo le proprie giornate tra il supermercato e l’istituto, con la compagnia costante del suo migliore amico.

Unico esordiente italiano in concorso a Venezia 2010, Ascanio Celestini scrive (con Ugo Chiti e Wilma Labate), dirige e interpreta l’adattamento cinematografico del proprio romanzo (e spettacolo teatrale) La Pecora Nera, delicatissimo sguardo sulla realtà manicomiale italiana pre-Basaglia.
Ambientata tra le mura del padiglione 18 (quello dei malati criminali), ristrutturato per l’occasione, la pellicola di Celestini cerca di liberarsi dei vizi più smaccatamente “teatrali” della pièce, conservandone però alcune caratteristiche peculiari. La voce-off monocorde del protagonista ritorna con insistenza ossessiva sugli eventi significativi del proprio passato, sovrapponendosi a quella dei personaggi rievocati in flash-back o raccontando aneddoti in un inarrestabile flusso di parole. Il pigolio di una gallina o la canzone ascoltata in riva al mare (“Io che t’ho fatto ti disfo, come t’ho fatto ti disfo”) si trasformano in leit motiv e le individualità ricordate si fondono fino a diventare sfaccettature diverse di una stessa mente schizofrenica.
Nella semplicità quasi minimale della sua messa in scena, Celestini sceglie di non mostrare la violenza elettrica del manicomio, lasciandola fuori campo, compresa nel racconto di un Nicola adulto che ancora si esprime come il Nicola bambino, una giovinezza imprigionata dentro cento cancelli. Eppure la violenza c’è, se un uomo sceglie di togliersi la vita spaccandosi il cranio contro un calorifero e un bambino muore per sbaglio sotto lo sguardo volontariamente impotente di due compagni di gioco.
I matti fanno ridere finchè non diventano pericolosi sembra insegnare l’ottimo Giorgio Tirabassi, impegnato a contare le puzze della vecchia suora con i soldi, ossessionato dalle “donne che leccano gli òmini nudi”, dall’opulenza alimentare del supermercato, dai cinesi che clonano tutto (tranne la pecora del titolo). Ognuno ha le proprie fissazioni: Nicola, più pacato, si accontenta dell’ordine che fa ritrovare ogni cosa e di Marinella (Maya Sansa), l’amore “di un attimo”, che si permette di offrirgli il caffè al banco promozioni. Ma il confine tra follia e sanità non è netto come sembra quando la mente smette di percorrere i binari della “normalità”.
In quel “condominio di santi” che è l’istituto non si guarisce, si ingoiano pillole e non ci si interroga sul perchè. Un ragazzino nato negli anni sessanta (“i favolosi anni sessanta”), appassionato di marziani e cremini (non si accontenta di uno, ne vorrebbe cento), taciturno nel suo costume da coniglio che “puzza di manicomio”, non può avere immaginazione: si “inventa le cose”, non può andare male a scuola: ha qualcosa che non va nella testa. Solo una prostituta in tenuta marziana potrebbe capirlo veramente ma la notte la inghiotte e non se ne saprà più nulla.
Celestini muove la sua critica senza urlare, con un rispetto ed una pacatezza di toni che non hanno niente in comune con l’eclatante esibizionismo cui la pazzia è spesso ridotta sul grande schermo. La comicità del folle si trasforma in umorismo pirandelliano e ad un certo punto non si ride più. L’insensatezza di una reclusione frutto di povertà e ignoranza appare tanto evidente quanto più ci si addentra nella condizione di Nicola: una mente bambina, illuminata da flash di lucidità adulta che non sanno essere definitivi. Un ergastolo cerebrale che non si riesce a rimettere in ordine.
Adriano Pallotta, ex infermiere del Santa Maria, e Alberto Paolini (per lui un cameo nel finale), ex paziente che nel manicomio ha trovato per quarant’anni la propria casa, offrono i propri racconti di vita all’opera teatrale e cinematografica di Celestini, riempiendola di un senso che va oltre quello finzionale e sfocia in un realismo carico di sensibilità.
Fulvia Massimi
http://www.storiadeifilm.it/La_Pecora_Nera.p0-r769