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jueves, 19 de mayo de 2011

La Notte Di San Lorenzo - Vittorio Taviani e Paolo Taviani (1982)


TÍTULO La notte di san Lorenzo
AÑO 1982 
SUBTITULOS Si (Separados)
DURACIÓN 106 min.
DIRECTOR Paolo Taviani, Vittorio Taviani
GUIÓN Tonino Guerra, Paolo Taviani, Vittorio Taviani
MÚSICA Nicola Piovani
FOTOGRAFÍA Franco di Giacomo
REPARTO Omero Antonutti, Margarita Lozano, Sabina Vannucchi, Massimo Bonetti, Claudio Bigagli, Norma Martelli
PRODUCTORA Ager Films / R.A.I.
PREMIOS
 1982: Cannes: Premio del Jurado Ecuménico
GÉNERO Drama | II Guerra Mundial

SINOPSIS Italia, noche del 10 de agosto de 1944. Plena Segunda Guerra Mundial. Un grupo de vecinos de un pueblo de la Toscana huyen a las montañas, la noche de San Lorenzo, tras los rumores de que los nazis van a bombardear la zona. (FILMAFFINITY)



La notte di San Lorenzo
Seminario 1995: lettura del film "La notte di San Lorenzo"
Di Massimo Calanca e Giuliana Montesanto
Questo film parla di un viaggio: quello che un gruppo umano (ma anche i suoi singoli componenti, cioè ogni uomo) deve fare per uscire dall’oppressione e cercare la libertà. A ben vedere, questo viaggio riguarda ogni essere umano - e per ogni singolo uomo esso ha un esito particolare, irripetibile - ma il film ci dice che questa ricerca ha maggiori prospettive di successo se è condotta insieme ad altri, in un gruppo che agisce coralmente, affidandosi alla guida della propria parte più saggia (Galvano).
Il desiderio di difendersi dall’oppressione riguarda tutti: tutto il paese di S.Martino si è riunito nelle cantine di un compaesano più ricco per difendersi dalla rabbia dei fascisti e dei tedeschi in rotta, all’arrivo degli alleati e sotto l’attacco dei partigiani.
Anche il desiderio di libertà coinvolge molti, fino all’idealizzazione illusoria dei salvatori (gli americani), su cui solo un cinismo irresponsabile, per quanto bonario, può imbastire uno scherzo (l’inno americano suonato al grammofono). Ma per cercare veramente la libertà, anche al costo dei pericoli e dei disagi che ciò comporta, ci vuole una decisione. Una scelta realizzata in contatto con la propria saggezza profonda ("ci ho pensato!", dice Galvano più volte).
Come tutti i percorsi di trasformazione, anche questo è un viaggio m qualche modo iniziatico che richiede i suoi riti, come vestirsi di nero e aspettare la notte. E richiede di essere affrontato facendo conto innanzitutto sulle proprie forze (bisogna che ognuno attinga alle sue scarse provviste per mangiare prima, di partire), ma anche contando sulla forza del gruppo e sull’aiuto degli altri che condividono la propria scelta.
Come ogni scelta, anche quella di Galvano divide: da una parte chi decide di condividerla e di rischiare, e dall’altra chi è più debole, chi non è ancora pronto, chi ha paura ("siamo du’ cretine!" chi ha molto da perdere e chi ha bisogno ancora di fidarsi di un potere religioso pieno di buona volontà, ma compromesso con il potere dell’oppressore. Ma c è anche un potere religioso alleato con la vita, che benedice gli sposi e la loro creatura in arrivo e che incita tutti al dovere di vivere. E con questo torniamo all’inizio del film e alle scene della vita che lotta per affermarsi, anche sotto la minaccia continua della morte: l’albero carico di frutti scosso dal vento del cannone, il ventre gonfio di vita della giovane donna e i due sposi con le loro famiglie contadine che santificano un’unione fondata sull’amore.
Nella povera festa che il padre vuole fare comunque alla sua figlia "birbona", appare il tema dell’epica popolare, cioè di un patrimonio di cultura orale che parte di lontano (Iliade recitata dal vecchio) e che unifica, nell’immaginario contadino, motivi familiari e affettivi (Ettore e Andromaca che allatta Astianatte) con la guerra intesa come difesa della terra, della patria, dei propri cari, o come reazione ad un oltraggio subito ai sentimenti fondamentali ed alla stessa dignità di uomo. In questa cultura orale basilare, pre-letteraria in quanto precedente alla scrittura, fatta di epica mandata a memoria ma anche di proverbi e filastrocche ("villano nobilitato non riconosce il sii parentato", "Mardocchio, mardocchiati, S.Giorgio aveva i bachi..."), il bene ed il male appaiono con chiarezza, innanzitutto, come ciò che promuove o si oppone alla salvezza del proprio gruppo o clan ma più profondamente, come ciò che favorisce o contrasta lo sviluppo della vita. Per questo la chiara visione del bene e del male non sconfina nella schizofrenia, nella rigida scissione manichea tra buoni e cattivi tra amici e nemici, tra fedeli e infedeli, tutti ben separati e distinti dalla scelta di campo; ma può convivere con la stima dell’avversario, con il riconoscimento della viltà e del male anche nel nostro campo, con la pietà per il dolore dei vinti.
Si può dire che questo gruppo contadino viva in una dimensione olistica, dove le individualità esistono ma sono ben fuse nell’insieme. Le figure che emergono nei diversi momenti significativi sono sempre una parte dei tutto e presto si riemergono nell’insieme, diventano sfondo per altre figure. E spesso i processi di individuazione si fondano su identificazioni con ruoli sociali definiti (il capoccia, la giovane sposa, la vedova non bella ma sensuale, la "villana nobilitata",, la cameriera, il cantore, ecc.) o con personaggi reali idealizzati (Bruno, o l’amicizia) ed eroi mitici (Ettore e Achille). Ma tutto questo non è sufficiente a creare degli individui-persone, liberi pur nei limiti della storia e della realtà e responsabili di se stessi e della propria vita. Si presentano inevitabilmente, nell’esperienza umana, dei momenti decisivi di svolta cui la vita e la storia ci mettono di fronte. E giunge il momento di decidere se prendere in mano la propria vita, mettersi in cammino alla ricerca della libertà, opporsi alla violenza sopraffattrice e assumersi la responsabilità anche della propria violenza, affrontando i rischi e la morte che tutto ciò comporta.
D’altra parte, la scelta di rimanere sotto l’ala protettrice di un potere religioso compromesso, che si illude di poter mediare con il potere violento ed oppressivo, anche se al momento può sembrare più sicura e meno rischiosa, o apparire obbligata per chi è più debole e bisognoso (la sposa che sta per partorire) e anche se può donare ancora momenti di comunione e di fratellanza (la scena dell’eucarestia fatta coi pane condiviso, che richiama quella della povera festa di matrimonio con il pane ed il vino), si rivela ben presto un! illusione che conduce alla morte e che espone la vita all’offesa dell’odio vendicativo (l’esplosione nella chiesa e la morte della giovane sposa con il suo bambino nel ventre). La buona volontà del vescovo si tramuta in impotenza e senso di colpa.
La morte elevata ad ideologia, a ragione di vita (con l’illusione di tenere lontana la paura della propria morte), rappresentata dai fascisti - alleati sottomessi di una follia più terribile e totalizzante, quella del revanscismo tedesco avvelenato dal nazismo e da HitIer - ed espressa chiaramente dai loro simboli (il teschio) e dai loro colori (il nero), prima di soccombere diventa ancora più violenta e vendicativa. Giustamente Galvano non si fida e compie la sua scelta. E coloro che la compiono assieme a lui e lo seguono, ben presto vengono messi dalla vita di fronte a nuove scelte, fino a quella di assumere direttamente la paternità di se stessi - dopo aver accettato la paternità della saggezza di Galvano e dei coraggio del partigiano - fino a darsi da soli un nuovo nome. Darsi il nome è un po’ come decidere di rinascere, scegliersi la propria identità, e ognuno del gruppo lo fa o attraverso identificazioni con amici ed eroi (Bruno, Achille), o con autoironia che significa anche accettazione di sé (Pelo, Orango, Gufo), o esprimendo un sogno artistico di pace (Requiem), o direttamente dandosi il nome dei padre (Giovanni, che proprio in quel momento prende coscienza della tragedia che lo ha colpito e decide di essere padre di se stesso, cioè artefice del proprio progetto di resistere e combattere l’oppressione).
A questo punto il confronto diretto con il male è inevitabile ed esplode lo scontro. E nello scontro - terribile e ravvicinato - si scopre all’improvviso che anche i nemici sono esseri umani, che anch’essi soffrono delle stesse paure, degli stessi orgogli scambiati per dignità, della stessa compassione per gli amici ed i compagni colpiti. Così come già una scena precedente aveva efficacemente mostrato, con il triste funerale dei tedeschi caduti. Una scena struggente e bellissima, forse la più bella di tutto il film, sottolineata dalla musica di Wagner che accompagna 1a caduta degli dei, i tedeschi in fuga che si portano dietro i loro morti nel pullman requisito, e che esprime la compassione per il nemico, per lo stesso oppressore, anch’egli alla fine vittima dello stesso dolore degli oppressi.
Ora, nello scontro tra il grano, si scopre che anche i nemici sono parenti, compaesani, conoscenti. Sono insomma in qualche modo nostri fratelli. Ma l’inesorabilità della storia e la durezza delle difese umane è tale che spinge ad ignorare questi punti di umano contatto, di con-divisione e di com-passione, e a rinchiudersi nell’odio distruttivo (il giovane che spara all’amico in una lotta che è anche un abbraccio e il fascista che si irrigidisce e mitraglia il conoscente ferito, di cui ha provato per un attimo pietà risparmiando di deturpargli il viso). Anche il ragazzo fascista, a ben vedere, è una vittima dei bisogno infantile di identificazione con il padre (che richiama alla mente una immensa responsabilità educativa da parte degli adulti), ma questo non cambia l’immoralità del suo gesto vigliacco, di suscitare protezione dal nemico per attirarlo in un agguato mortale. E non cambia la pietà del contadino per la sua esecuzione e per il dolore disumano del padre, anche se accetta la decisione di vendetta di un altro uomo, privato tragicamente dai fascisti della moglie e del figlio nascituro nell’esplosione della cattedrale.
E in queste scene l’epica diventa etica. Se c’è un’epica della guerra che impone l’abbattimento del nemico, c’è anche un’etica che impone di salvare le vite dei bambini, delle donne e dei vecchi che non partecipano direttamente alla battaglia; e c’è un etica naturale che rende aberrante il tranello del bambino fascista con la complicità del padre e, nonostante questo, ci fa sperare per un momento che la vendetta di Giovanni non si compia, anche se comprendiamo il suo gesto "umano-troppo umano" e ne condividiamo anche in parte la soddisfazione liberatoria. Privata dell’ etica, la guerra da evento epico getta la maschera e si mostra nella sua viltà e nella sua tragedia. Inoltre, lo stato di guerra rende palese ciò che anche durante la pace riempie la storia, e cioè che la relazione più diffusa - più conformista in un certo senso - tra gli esseri umani e tra gli uomini e la natura è spesso una relazione di sopraffazione.
La guerra "civile" fra le spighe di grano (vita e morte che si confrontano) e la vendetta sul giovane fascista segnano il passaggio decisivo al rifiuto della violenza, alla nausea per rodio distruttivo ("Basta, basta!" alla quiete della notte nei casolari dei contadini, al mattino della liberazione. E, nella notte, sconvolti dalla stanchezza e dalle emozioni nei loro ruoli tradizionali, il saggio capoccia Galvano e la sua altera parente ben maritata (che ha perso durante il viaggio gran parte della sua corazza e dei suoi orpelli), trovano il coraggio di liberarsi dei loro vestiti logori, dei loro pregiudizi di classe, di una vita di rinunce, di ruoli imposti, di emozioni non dichiarate, per godersi una tenera notte d’amore. La vita riprende appieno il suo pulsare gioioso, nel brulichio allegro e indaffarato degli uomini, delle donne. dei bambini, dei vecchi contadini che si preparano alla festa della liberazione. Una festa fatta di gioia ancor più forte proprio perché viene a concludere un lungo periodo di sofferenze e di confronto con la morte e con il male. Ma come prima - durante la notte e la fuga - non tutto era male e sofferenza, perché tra le maglie del dolore e della paura si affacciavano anche momenti di gioco, di piacere, di sensualità e di solidarietà umana; così anche ora, nel momento della gioia, c’è il sole ma c’è anche la pioggia (quasi una momentanea alleanza, un momento di equilibrio e di fusione tra il bene ed il male, entrambi presenti nella vita), e Galvano - ancora fresco del turbamento per l’amore finalmente vissuto dopo tanti anni - vedendo che la vita ricomincia con le sue cose belle ma anche con le sue forme abituali e le sue superficialità, sente il bisogno di fermarsi a gustare il sapore e il rimpianto di un momento di verità che si allontana.


Perché il momento della tragedia, gli aspetti difficili e drammatici della vita, hanno anche l’altra faccia della medaglia di farci vivere intensamente le emozioni e i sentimenti più basilari, aumentando anche il sapore delle cose belle e della gioia e spingendo chi è disposto ad affrontarli creativamente al coraggio della libertà. Galvano, ancora una volta con la sua saggezza semplice, ci ricorda che è nostro dovere fermarsi ad assaporare i momenti belli che la vita ci dona, come è nostro dovere fermarci a sentire e a riflettere profondamente sull’esperienza vissuta, sul dolore e la paura sofferti, sulla violenza subita ed agita, perché affidarsi alla vita non significa essere soltanto trasportati dalla corrente, ma anche tenere ben saldo nelle proprie mani il timone della consapevolezza.
Tutta la storia della gente di S. Martino è vista, dagli autori e da noi, attraverso gli occhi, la sensibilità e le conoscenze di una bambina di sei anni, filtrati nel ricordo della stessa oramai divenuta adulta e madre a sua volta di un bambino. Perciò la realtà si fonde facilmente con la fantasia e i ricordi reali sfumano a volte in quelli prodotti dal desiderio e forse da un po’ di nostalgia. Questo consente ai registi di uscire dal puro neorealismo che ha caratterizzato gran parte del nostro cinema sulla resistenza (e che ha presieduto alla formazione dei Taviani come degli altri registi italiani della loro generazione), per intessere armoniosamente la cifra realistica con quella fantastica e visionaria,, in un risultato espressivo di rara efficacia. E soprattutto consente a noi di entrare nel tema della resistenza e della lotta di liberazione, forse troppo spesso agiograficamente celebrato e comunque a prima vista lontano dai problemi più immediati di oggi, in modo da poterlo più agevolmente a nostra volta filtrare attraverso la nostra personale esperienza di contemporanei. E così riferire i valori espressi dal film (e in parte dallo stesso fenomeno "resistenza" nel suo significato più generale e migliore) alla vita in genere e alla nostra esistenza in particolare.
Cosi, undici anni fa quando il film è uscito, in un’ epoca di maggiore intensificazione della guerra fredda prima della crisi dei bipolarismo, e nello stesso tempo di crisi grave delle ideologie e delle utopie rivoluzionarie e di apparente trionfo della mediocrità del consumismo, il film parlava ai contemporanei ancora una volta di speranza: che dopo la notte di un mondo schizofrenico minaccioso ed accecato dall’interesse egoistico, la vita potesse comunque prevalere e creare nuove opportunità. E qualche anno fa, di fronte all’esplosione improvvisa della guerra del Golfo e di quella jugoslava, e ancora oggi di fronte ai fatti di Bosnia e di altre parti dei mondo, questo film parla ancora di speranza. E cioè che la fiammata di distruttività, di egoismi e dì odi tribali e religiosi, sia soltanto il terribile ma necessario prezzo da pagare alla fine del controllo della distruttività garantito - pur nella tensione crescente e nel pericolo costante dell’olocausto - dalla scissione bipolare in blocchi contrapposti e nemici. Sia cioè un passaggio doloroso ma necessario di assunzione diretta della violenza e dell’odio da parte di popoli e di gruppi e, tendenzialmente, di tutti noi, dopo la lunga fase di scissione schizo-paranoide’ e di proiezione del male sull’altra parte del muro di Berlino. Un’assunzione diretta della violenza e dell’odio distruttivo che, se da un lato minaccia di estendere la distruzione e la guerra di tutti contro tutti, dall’altro è aperta anche ad un esito opposto: quello di una decisione generalizzata dì rifiuto, di nausea per la violenza (come nel film, alla fine della battaglia), e di scelta di nuovi modelli non violenti di gestione dei conflitti.
Ma questo richiede che le generazioni attuali non si trovino ad affrontare le nuove frontiere della violenza senza poter far tesoro dell’esperienza delle generazioni precedenti e della saggezza umana che anch’essa ha arricchito. Per questo il film ha inizio e fine con il racconto della madre al bambino. Un racconto che si svolge nella notte di San Lorenzo, una notte in cui oggi, come tanti anni fa, le stelle sembrano cadere sulla terra, promettendo nella saggezza popolare l’esaudimento di un desiderio; e parlandoci anche di un rapporto, tanto misterioso quanto reale, tra il microcosmo umano e il macrocosmo, tra il progetto della vita sulla terra e del genere umano e quello più generale dell’universo, tra la nostra personale ricerca della verità, della bellezza e dell’armonia e le leggi della vita e d


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