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sábado, 17 de septiembre de 2011

La Noia - Damiano Damiani (1963)


TÍTULO 
La noia
AÑO 
1963 
IDIOMA 
Italiano
SUBTITULOS 
Español (Separados)
DURACIÓN 
100 min.
DIRECTOR 
Damiano Damiani
GUIÓN 
Damiano Damiani, Tonino Guerra, Ugo Liberatore (novela: Alberto Moravia)
MÚSICA 
Luis Bacalov
FOTOGRAFÍA 
Roberto Gerardi (B&W)
REPARTO 
Horst Buchholz, Catherine Spaak, Bette Davis, Isa Miranda, Lea Padovani, Daniela Rocca, Georges Wilson, Leonida Repaci, Edoardo Nevola, Daniela Calvino, Amos Davoli, Marcella Rovena, Micaela Dazzi, Dany París, Renato Moretti, Mario Lanfranchi, Luigi Giuliani
PRODUCTORA 
Compagnia Cinematografica Champion
GÉNERO 
Drama 
 
Sinópsis
El hijo de una rica americana y un noble italiano ya fallecido, decide abandonar la pintura. Pero lo retoma cuando encuentra una imagen con la que llenar su lienzo vacío: una mujer que vuelve locos a los hombres y que rechaza casarse con él. (FILMAFFINITY) 
 
2 

Il romanzo "La noia" di Alberto Moravia non l'ho letto né credo che lo leggerò. Rispetto ad una prima lettura de "La noia" darei priorità alla terza lettura de "Gli indifferenti" o di "Senilità" di Svevo, che ha una trama con molte analogie. Però de "La noia" so diverse cose. Ho seguito con partecipazione la polemica che non finirà mai, fra chi l'esalta e chi lo deprime, e le accuse di essere un libro pornografico; ogni tanto, profittando della rete, ne leggo qualche brano qua e là.
Moravia al cinema ha dato un notevole contributo, perché da molti suoi romanzi e racconti sono derivati dei film, di cui almeno quattro importanti: "Il disprezzo" di Godard, "Gli indifferenti" di Maselli, "La ciociara" di De Sica e "Il conformista" di Bertolucci. C'è poi un gruppo di più di dieci film senz'altro decorosi, a cui appartiene "La noia" di Damiano Damiani che ho visto per la prima volta in questi giorni.
Perché Moravia al cinema funziona? Perché le sue storie intrigano fra sesso e denaro (inteso come mezzo per esercitare potere in amore, o nel cosiddetto amore). Moravia, col cinema, era furbo ed essenziale. Gli chiedevano di fare un film da un suo libro, e lui spuntava ottime condizioni sui diritti d'autore, poi lasciava pienamente liberi i registi e gli sceneggiatori di fare quello che volevano. Pensava freddamente che scrivere e fare del cinema erano cose completamente diverse e non vedeva nessuna utilità in interventi correttivi. Sapeva, infine, che dopo l'uscita dei film i suoi libri avevano dei picchi di vendita. Un gioco a somma completamente positiva, per me faceva benissimo.
Il film di Damiani si basa su un tormentone che risale molto addietro, fino almeno alla mitologia greca, in cui c'è la storia di Onfale e Eracle, ridotto a deporre la clava e la pelle del leone (era di Nemea, la bestia) per svolgere lavori femminili. A questo tormentone, diffusissimo nella vita pratica anche oggi, io ho dato il nome di "Contrappasso": in partenza un uomo vuole dominare una donna per potere, denaro, magari anche per cultura, all'arrivo è la donna che domina, e l'uomo va da un muro all'altro cercando tutti i modi per ribellarsi e peggiorando sempre più la sua situazione, fino a perdere ogni stima per sé stesso.
Conoscendo l'argomento ed avendo imparato dopo lunga pezza il da farsi, è logico che tutta la mia simpatia l'ho riserbata subito alla Cecilia di Catherine Spaak, anche perché il Dino di Horst Buchholz non ha nessuna attenuante: ricco di famiglia, non più ragazzo (nel libro ha 35 anni, nel film meno), vive da solo in via Margutta facendo quadri che non vende, e va a trovare la mamma, che è Bette Davis e vive nel palazzo avito, solo quando ha bisogno di soldi. Cecilia ha una famiglia un po' disgraziata, i genitori sono Isa Miranda e Georges Wilson (tragicamente spassoso), faceva la modella col vecchio pittore Balestrieri (Leonida Repaci) dirimpettaio di Dino. Il pittore era anche il suo amante, ma una notte le è morto fra le braccia, e quindi Cecilia si guarda in giro, perché il pittore ogni tanto le dava una mano coi soldi, con cui Cecilia aiutava l'amante di turno, quello giovane.
 

 Dino dovrebbe essere ben contento dell'opportunità, e non farsi problemi, che bisogno c'è di imporsi ad una ragazza così libera? No, Dino vuole soggiogarla, esserne amato, in modo da potersi prendere la soddisfazione di lasciarla magari facendole un bel regalo. Proprio il giorno in cui le ha comprato la bellissima borsetta dell'addio, scopre per caso che Cecilia ha un altro amante. Da allora Dino è fatto e strafatto, prova tutte le tattiche e le strategie e non gliene va bene una, soprattutto perché Cecilia non fa una piega, è assolutamente diretta. Dino le offre del denaro? Lei lo prende e lo intasca, ma non cambia i suoi programmi e li dice tranquillamente. Nella famosa scena delle banconote con cui Dino copre Cecilia sul letto di mammà, lui le dice che potrebbe darle 300.000 lire, e Cecilia: "Vanno bene anche 500.000". Le banconote di copertura sono molto pudiche, viste le dimensioni che avevano allora. Cecilia non è maligna, è tranquilla con un po' di sfacciataggine sorridente. E' amorale, della morale non di chiacchiere non ne vede in giro.
Non si riesce a sentire il dramma di Dino anche perché Horst Buchholz fa una parte che non gli va bene, è troppo alemanno (non tedesco, alemanno), privo di sfumature, in grado solo di scatti improvvisi. Infine, Cecilia si farà persino finanziare da Dino una vacanza d'amore a Capri (nel libro era Ponza, si vede che al cinema suona meglio Capri). Allora Dino ha l'estremo scatto di ira inane e va volutamente a sbattere contro un muro col coupè che la mamma gli ha regalato per il compleanno. Ma si salva, e alla fine del film sembra che si ravveda e che riesca a stare lontano da Cecilia, ma io non ci credo molto.
Dicono, i critici di Moravia, che lui in questo modo esprimeva la crisi finale della borghesia che, incapace d'amore, usa i soldi per comprarselo. E' un ragionamento che mi lascia freddo, questo tipo di pulsione di dominanza si pratica a prescindere dalle stratificazioni sociali, è inerente all'uomo, non alla particolare società in cui vive. Difatti i registi che hanno naso (se no non farebbero film), il tormentone che chiamo "Contrappasso" l'hanno utilizzato spesso, basta guardare i curriculum di Monicelli e della Wertmuller, per accorgersene.
E Catherine Spaak? Nel 1962, a diciassette anni, aveva fatto tre film fra cui Il sorpasso, nel 1963, oltre a La noia, fece altri quattro film, e andò avanti così per alcuni anni: la volevano tutti. Il motivo sembrerebbe chiaro, basta guardarla, ma le cose non sono così semplici: perché piaceva una bellezza di quel tipo, e soprattutto un modo come il suo? Prima o poi ne riparleremo.
Solimano
http://abbracciepopcorn.blogspot.com/2007/09/la-noia.html
 
 
Dino è un ragazzo dell’ alta borghesia che non sa come riempire la propria giornata. E’un pittore che guarda con disgusto i quadri da lui composti; li osserva con distacco non essendone certamente ammaliato. I pensieri sono confusi, caduti a picco in un mondo perduto di luci, colori e percezioni. Osserva e distrugge la sua espressione, il tempo, i contorni e gli sfondi composti. La pittura non gli appartiene, è un’insieme di decorazioni silenziose e straniera. Le prime sequenze ci presentano subito una solitudine innervata dentro un corpo. Dino apre la porta.

Davanti al pianerottolo Cecilia sembra aspettarlo, lo saluta con un sorriso provocante. Un’altra porta si apre, quella dello studio del pittore Balestrieri dove la ragazza posa. Lo stato parassitario è una congegno che gira e lo conduce dalla madre (Bette Davis), una ricca signora che vive in un castello con meravigliosi parchi e deliziosi giardini alle porte di Roma. Giunto nella sontuosa abitazione signorile confida la sua scelta di vita, ovvero abbandonare la pittura, perché privo di idee. Durante questa visita inattesa, nel giorno del suo compleanno, il ragazzo incalza con domande insistenti e la donna, in parte sorpresa dal suo arrivo, cerca di rispondere con tutta la serenità possibile.

Dino vive uno stato confusionale e chiede dettagliatamente quali siano gli interessi che la donna ha, come trascorre la giornata e perché le figure maschili che hanno convissuto con lei sono sempre andate via, malgrado fosse offerta loro l’agiatezza e la tranquillità di una vita alto borghese. La madre dapprima risponde che trova in Dino delle rassomiglianze con il padre ma quest’ultimo era un uomo che pur fuggendo da lei girava e conosceva il mondo. Il figlio, diversamente, è un ragazzo a cui manca sempre qualcosa. La fredda donna, più interessata al suo giardino e all’ingente patrimonio da gestire, offre la disponibilità di tenere con se il figlio, dopo che questi glielo abbia chiesto. Si nota che tra i due l’amore sia frutto di mancata verità; un amore egoistico e d’interesse per mantenere salva la reputazione della famiglia. La donna sembra ancor più ossessionata che possa macchiare la sua figura e asseconda i problemi esistenziali del figlio, tant’è vero che nel momento in cui Dino accenna a descrivere lo sconforto, lo frena immediatamente regalandogli una stupenda macchina parcheggiata lì in giardino e lo trattiene a pranzo facendo in modo che la cameriera Rita abbia tutto il tempo per stuzzicarlo e trattenerlo. Un piano studiato dalla donna quasi attendesse questa giornata. Si evince a questo punto un forte ricatto morale imposto dalla donna e il peso che i soldi hanno nel rapporto figlio-madre. Un ricatto morale dedotto dalla frase spesso ripetuta: “grazie al mio patrimonio puoi reputarti un figlio molto ricco oggi”.

Ma la mente di Dino, pur caduta nel vortice, ancora interroga se stesso e guarda dalla finestra della vecchia camera l’albero e lo spazio dove giocava da piccolo. Chiede alla madre di raccontargli quegli anni ma la donna è solamente interessata agli affari, estranea a sentimenti oramai rimossi o velati per non apparire improvvisamente nostalgica e passionale. Dino esce di casa, ritorna e si trova un corteo funebre davanti allo studio: è morto il pittore Balestrieri, descritto dagli uomini del bar come un anziano in cerca di carne fresca ottenuta con la ragazza che per tanto tempo ha posato per lui: Cecilia. La curiosità di Dino di entrare nello studio dell’uomo morto lo porta a conoscere la diciassettenne che si sta rivestendo e tornando a casa. Dino le chiede se può posare per lui, ma quando entra nel suo studio Cecilia è vittima di un interrogatorio sottile e subdolo sui rapporti amorosi con l’anziano uomo. Cecilia è schietta, sorride ad ogni risposta, disinibita nel racconto anche di particolari intimi e appare come una persona decisamente non intrappolata dal senso di colpa. Tra i due c’è un interesse sessuale palese che per Dino ora viene dopo le ossessioni sulla pittura e sulla vita descritti con un piglio nichilista che lo sovrasta.

“Niente merita di essere dipinto in questo mondo. La tela vuota che tu vedi dice tutto quello che c’è da dire ed è la sola che possa firmare onestamente”.

“Sono tre mesi che lei mi sorride quando m’incontra. Non ho rapporti di niente di reale.. Lo stesso vale anche con le donne: ho chiuso. Ma non vedermi come una persona impotente, non so nemmeno se ho voglia di togliermi di mezzo”.

Ma l’attrazione per Cecilia è forte e tra i due si instaura in un rapporto che Dino rende volutamente morboso, trasformandosi piano piano nella follia, in un’ulteriore caos mentale. Il caos difatti irrompe come un ciclone, rompendogli equilibri quotidiani. Il caos può essere, contrariamente a quanto si pensi, un oceano ora trasparente ora burrascoso, dove la noia sguazza alimentandosi dalle fobie del soggetto. Al contrario Cecilia e la madre vivono noiosamente la loro viva. Se da un lato la ragazza diciassettenne fa capire subito che per lei i sentimenti sono un gioco per ora non coinvolgente, la donna si mantiene sempre fredda e calcola esattamente i ricatti morali realizzati con i soldi donati alle richieste insistenti.

Quando Dino si ripresenta sfoga il suo malessere, l’accusa di corrompere donne e serve ad aspettarlo nel letto pur di tenerlo in una gabbia e le confessa il suo sogno adolescenziale di diventare un assassino pur di non essere come lei. Nel momento in cui fugge nuovamente dalla casa vede Cecilia mano nella mano con un altro ragazzo. Il nuovo interrogatorio rivoltole non  fa una piega ed anzi la giovane, dopo le prime piccole bugie iniziali, percepisce che può domare lo spasimante, intravedendo tutte le debolezze e la solitudine che lo imperversa e si mostra incredibilmente sincera. La storia con Luciani, ora camuffato come attore ora come produttore cinematografico, deve andare avanti, perché riconosce apertamente di essere una ragazza bisognosa di due persone che le stiano contemporaneamente vicine. La solitudine la manifestata senza alcuna forma di nichilismo: la trasparenza ed il controllo su Dino sono le armi con cui passa le sue ripetute giornate. Dino non ha armi con cui rispondere. Ha perso riempitivi interessi che colmavano lacune ed è entrato dentro un cerchio di fuoco dal quale non riesce più ad uscire. Preferisce sapere la verità piuttosto che la menzogna e pur di non rimanere nel panico e solo comincia a donare dei soldi a Cecilia dal momento in cui viene lasciato. La droga di un artificioso amore e un imprevisto bisogno di rimanere insieme alla ragazza lo portano inevitabilmente a chiedere continuamente il denaro in casa poiché, come confiderà nuovamente alla madre, ora deve mantenere una donna. E vincerà anche questa causa malgrado il timore della madre che un’altra persona lo allontani dal suo morboso e strategico affetto.

Dino prova con le tutte le forze di cercar d’essere l’unico uomo per Cecilia che nel frattempo ha già ha stabilito le condizioni per frequentarsi: lo presenta a pranzo dai suoi spacciandolo come il nuovo professore di disegno in una appartamento dove il padre della ragazza senza più un filo di voce, causato da una malattia grave, cerca di spiegare a tavola la verità nel rapporto che c’è stato precedentemente tra la figlia e Balestrieri e dove la madre, complice di Cecilia, fungendo da interprete ai gesti del marito narra il contrario. Cecilia conquista con il sesso Dino portando avanti un rapporto di routine, non cercando mai di uscirne fuori e trovandolo consenziente ma al contempo sofferente. Il sesso con Cecilia a cui non può fare a meno è un’altra gabbia attraverso la quale Dino non si mette in discussione con altre persone. Dino non ha amici ne frequenta altre ragazze: non ha una vita mondana né sociale.

La morbosità differente delle tre persone è frutto di una soggettivo egoismo diverso l’uno dall’altro ma con un comun denominatore: l’egoismo.

L’ultima speranza per Dino rimane quella di far vedere a Cecilia il suo patrimonio, la terra che possiede, la lussuosa villa, promettendola di volerla sposare ed avere figli con lei. In un pomeriggio dove in casa c’è una festa i cui invitati sono personaggi di spicco dell’alta borghesia, i due ragazzi si affacciano a casa e Cecilia viene presentata nell’indifferenza della madre. In quest’occasione la trasgressione della ragazza annoiata dal posto non si fa attendere: prima racconta a Dino che andrà a Capri con Luciani, sapendo che il ragazzo avrebbe offerto soldi, poi si spoglia e vuole fare l’amore nella stanza della madre. La psicosi di Dino non si fa attendere al punto tale di aprire la cassaforte e rivestire di banconote da diecimila lire il corpo nudo di Cecilia. Questa è l’offerta per tenerla con sé che raddoppia quando la ragazza confessa che rinuncia a tutti quei soldi pur di andare in vacanza con l’amante.

Chiede soltanto quarantamila lire per il viaggio. In quell’istante entra la madre che mantiene una freddezza incalcolabile vedendo i due ragazzi nudi coperti di banconote nella sua stanza. La donna reagisce dicendo al figlio di posare immediatamente il gruzzolo nella cassaforte perchè non vuole che le serve notino soldi a terra, quando l’indomani puliranno la stanza. La signora è come se percepisse se fossero gli ultimi singulti di una storia e che Dino non è ragazzo capace di gestirsi autonomamente. Riconosce che la preda è in gabbia. L’animale ferito nella notte gira nella città e nel quartiere Flaminio tende ad approcciarsi con una prostituta. I suoi modi inespressivi a tratti inquietanti lo portano ad essere allontanato. Dino non sa effettivamente socializzare, è una motore che può essere oleato solo con i vizi offerti dalla madre. Ma ogni tanto in lui torna visibile la lucidità, un bagliore capace di spingerlo a compiere un atto irrazionale: affondare il pedale per schiantarsi con la macchina contro un muro. Dino è salvo, ricoverato nella stanza della madre con un’infermiera che lo sprona a prendere le medicine. Sono passati alcuni giorni dall’incidente e il ragazzo osserva la finestra da cui si intravede il grande albero dove passano i ricordi dell’infanzia. Dino guarisce e incontra di nuovo Cecilia la quale ingenuamente gli racconta di aver appreso dalla propria madre dell’accaduto: “perché mai avresti dovuto ucciderti per me.. in fondo mi hai in qualsiasi momento”.

Qualcosa di grande è cambiato(…) ora in Dino, desideroso di non volere più denaro dalla madre:

“Un uomo si può uccidere perché ama o no. Di ai tuoi amici curiosi che è scoppiata una gomma”.

La famiglia non può cadere insomma nella vergogna di un tentato suicidio per passione. È questo il messaggio che la madre cerca di comunicargli, arrendendosi solo alla fine, nel momento in cui vede il figlio più sicuro di sé:

“I soldi erano il solo mezzo per vederti. Non m’avresti sopportata neanche un minuto. Per tutta la vita non ho fatto che aspettare i miei uomini. È il mio destino: non vedo perché dovrebbe cambiare adesso”.

È un pugno nello stomaco quello subito dalla donna che rimane apparentemente ferma nelle sue posizioni. La scommessa di Dino verso la donna e Cecilia è quello di disintossicarsi delle due figure.

“Un giorno mi richiamerai”, commenta alla fine Cecilia, mentre Dino la osserva finché scende le scale che la conducono nel cortile e fuori nella strada. Dino si gira di scatto con una nuova espressione di tensione.
Alessandro Dionisi
https://stradeperdute.wordpress.com/2008/09/22/la-noia-1963-un-film-di-damiano-damiani/
 

 

 

5 comentarios:

  1. GRAZIE MILE!!!! AMICO AMARCORD.

    NOTABLE FILM DE DAMIANI CON UNA DESLUMBRANTE SPAAK.

    Eddelon

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  2. Amarcord, por favor podrias resubir la parte 12 de Kaos (1984) ?? Aparece borrada del servidor (Mediafire).
    Gracias mil,
    Silco

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