ESPACIO DE HOMENAJE Y DIFUSION DEL CINE ITALIANO DE TODOS LOS TIEMPOS



Si alguién piensa o cree que algún material vulnera los derechos de autor y es el propietario o el gestor de esos derechos, póngase en contacto a través del correo electrónico y procederé a su retiro.




domingo, 10 de julio de 2011

Divorzio all'italiana - Pietro Germi (1961)


TÍTULO 
Divorzio all'italiana
AÑO 
1961 
IDIOMA 
Italiano
SUBTITULOS 
Español (Separados)
DURACIÓN 
104 min.
DIRECTOR 
Pietro Germi
GUIÓN 
Ennio De Concini, Alfredo Giannetti, Pietro Germi
MÚSICA 
Carlo Rustichelli
FOTOGRAFÍA 
Carlo Di Palma & Leonida Barboni (B&W)
REPARTO 
Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli, Leopoldo Trieste, Odoardo Spadaro, Margherita Girelli, Angela Cardile, Lando Buzzanca, Pietro Tordi, Ugo Torrente, Antonio Acqua, Bianca Castagnetta
PRODUCTORA 
Galatea Film
GÉNERO 
Comedia | Comedia negra

Sinópsis
Un barón siciliano, después de doce años casado con Rosalia, se ha enamorado locamente de Angela, su sobrina, una linda joven de dieciseis años. Cuando descubre que Angela le corresponde, empieza a pensar en el método más seguro para deshacerse de su mujer. Decide entonces inducirla a la infidelidad y después matarla. En aquella época, las leyes italianas castigaban los llamados "delitos de honor" con penas mínimas. Como Rosalia es una mujer decente, el plan no funciona, hasta que regresa al pueblo Carmelino, un antiguo admirador suyo. (FILMAFFINITY)
 
Premios
 1962: Oscar: Mejor guión original. 3 nominaciones 
 
2 
4 
Sub 

Premio Oscar per la sceneggiatura a Pietro Germi, Ennio De Concini e Alfredo Giannetti, "Divorzio all'italiana", dietro alla commedia divertente e grottesca: mostra, con una certa amarezza, la realtà siciliana. Il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè, si innamora della cugina diciottenne Angela. La ragazza, spigliata e moderna, ricambia l'amore del barone ed è pronta a sposarlo. Purtroppo, però, Fefè è già sposato con Rosalia, donna brutta e gelosissima, che non lascia mai un attimo il marito e lo sfinisce con le sue apprensioni. Ai due amanti viene in aiuto l'arrivo inaspettato di Carmelo Patanè, un pittore di poche speranze di cui Rosalia era stata profondamente innamorata in passato. Nonostante Rosalia sia una moglie fedele ed integerrima, Fefè tenta di riavvicinarla al pittore con diversi stratagemmi. Alla fine, la macchinazione riesce e Ferdinando, colta in flagrante adulterio Rosalia con Carmelo, la uccide. Appoggiato dalla legge, l'articolo 587 del codice penale, che allora giustificava il così detto delitto d'onore, Ferdinando è accusato e condannato ad una pena molto breve. Uscito dal carcere, nella generale approvazione dei concittadini, che lo vedono come un esempio da seguire, Fefè può finalmente sposare Angela. Peccato che, di lì a poco, la giovane e bella cugina inizi ad essergli infedele.
http://www.italica.rai.it/cinema/film/divorzio.htm


Pietro Germi ha fatto molti buoni film: è un cineasta accorto, intelligente, convinto. Ma chi rivede oggi In nome della legge (che è stato ripreso non molto tempo fa dalla TV) scopre al di là dei meriti di un talento fervido, di un occhio cinematografico eccezionale, i gravi limiti dello schematismo avventuroso applicato ai problemi della Sicilia. Il dibattito fra il pretore e la mafia è visto nei film, con una certa dose di ingenuità, come un gioco di guardie e ladri, fuori dalle sue ragioni storiche e dall’ambiente che lo determina. In nome della legge era insomma un film pittoresco e suggestivo, che rischiava di distrarre gli spettatori dai veri termini della questione meridionale. Divorzio all’italiana arriva tredici anni dopo il western siciliano di Germi e ci rivela un autore maturato, consapevole delle proprie responsabilità. L’attacco rivolto all’articolo 587 del nostro codice penale, che prevede per il cosiddetto delitto d’onore pene tanto ridotte da costituire quasi un incentivo. Chi voglia documentarsi in proposito può leggere il libro pubblicato da Giorgio Mosconi per le edizioni FM, dove accanto alla sceneggiatura del film è stata raccolta una ricca documentazione sugli aspetti più impressionanti della casistica giudiziaria intorno al delitto d’onore. A differenza di Giovanni Arpino, autore del noto romanzo uscito l’anno scorso, Germi non ha voluto scegliere la chiave drammatica, che forse gli sarebbe stata più congeniale estraneo per natura all’umorismo, ha seguito la propria vena di polemista affrontando la difficile prova del grottesco. Ne è uscito un film che ha un sapore particolare, non solo perché ridicolizza civilmente il delitto d’onore con un estro satirico alla G.B. Shaw, ma anche perché l’autore ha dato libero sfogo alla sua sorpresa di ligure un po’ chiuso e contegnoso di fronte ai costumi, alle tradizioni, alle aberrazioni dell’ambiente provinciale isolano. La dialettica più spassosa del film si stabilisce insomma fra l’uomo Germi, come prodotto di una civiltà totalmente diversa, e il mondo immaginario ma nomi troppo della cittadina di Barrafranca, prigioniera dei tabù sessuali e di tutte le assurde convenzioni che ne derivano. La critica all’articolo 587 va oltre la discussione giuridica: nel film Germi denuncia, con invenzione documentatissima, lo sfruttamento criminoso e paradossale dell’articolo stesso da parte di un uomo che vuoi cambiare moglie, ma contemporaneamente vede quest’uomo, il barone Ferdinando Cefalù, nel suo ambiente, ci chiarisce come e perché ha potuto maturare l’idea di un delitto cosi pazzesco. I raffinati faranno una questione di gusto osservando che la satira del film è a momenti di grana grossa; ma il difetto si annulla nel ritmo esatto, nella felicità delle osservazioni di costume, nello spirito beffardo che anima l’intero film. Sicché sì può sperare che il prossimo delitto d’onore, almeno nella parte più evoluta dell’opinione pubblica, susciti sarcasmo anziché commozione, e che l’immagine ridicola del barone Cefalù si sovrapponga alle retoriche esercitazioni dei tromboni forensi. Tanto più che Marcello Mastroianni ha colto l’occasione per darci la più bella interpretazione della sua carriera, un ritratto stilisticamente impeccabile, pieno d’una cattiveria d’alta classe: un piccolo Monsieur Verdoux ripugnante e patetico, un topolino cieco nella giungla proibita del sesso.
Da Tullio Kezich, Il cinema degli anni sessanta, 1962-1966, Edizioni Il Formichiere
 
 
Art 587 c.p.
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella


Il sorriso di un uomo serio

L'uscita nelle sale di "Divorzio all'italiana", nel dicembre del 1961, segna una tappa significativa per la carriera di Pietro Germi. Fino a quel momento Germi è stato considerato dalla critica un regista serio e i suoi film sono stati caratterizzati da una cifra drammatica, ancora profondamente debitrice al neorealismo. Un esempio lampante è "Il cammino della speranza" del 1950: un vero e proprio dramma neorealista sulla dura vicenda di un gruppo di minatori siciliani, che gli valse la popolarità internazionale. Si può citare ancora "Il ferroviere" (1955), dal taglio nettamente più intimista e che non indulge mai in patetismi (magari con una punta di moralismo, se vogliamo), dove Germi è anche attore nella sua interpretazione migliore. Quattro anni dopo gira "Un maledetto imbroglio", ispirato a "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda, che diventa uno dei primi esempi di poliziesco italiano. Vuole interpretare anche questo film, assecondando quello che era il suo sogno più grande: quello di diventare un grande attore, prima di un grande regista. Neanche questa innovativa digressione nel giallo però riesce a segnare la sua carriera e la sua vita personale quanto l'uscita di "Divorzio all'italiana".
Pietro Germi lavorò nel mondo del cinema ben lontano da ogni forma di intellettualismo e non frequentò mai gli ambienti snob della sua epoca. Non si considerò mai un vero e proprio autore, ma un semplice narratore di storie. Sarà stato questo suo atteggiamento dimesso e, aggiungiamo, il grande successo di pubblico, che portò la critica a relegarlo tra i minori, alla stregua di un buon artigiano. Di umili origini, nacque a Genova quasi cento anni fa, il 14 settembre 1914. I suoi genitori erano gente povera e non avevano studiato (il padre faceva il portiere di notte in un albergo). I temi della povera gente diventano, perciò, un leitmotiv della prima parte della sua filmografia, dove il regista attinge spesso ai ricordi d'infanzia. Dopo alcuni ruoli di attore nei primi anni 60, torna alla regia con "Divorzio all'italiana", la sua prima commedia. Lui, uomo e cineasta di nota seriosità, di lì a poco sarebbe diventato un maestro della commedia rimanendovi legato fino alla fine della sua carriera. In principio doveva essere un film drammatico, ispirato al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore". Il tema centrale era proprio quello dei delitti d'onore (in quegli anni erano circa più di mille all'anno). Alfredo Giannetti, che insieme a Ennio De Concini e allo stesso Germi ne scrisse il soggetto, ebbe l'idea di trasformare il tutto in una commedia dai contorni grotteschi e neri, muovendo così un forte atto d'accusa verso l'art. 587, figlio di un codice penale antico e fuori tempo. In fondo, un testo di legge che autorizza il delitto d'onore con una pena simbolica, non può che prestarsi all'irrisione.
La storia è ambientata nell'immaginaria Agromonte in Sicilia (Ispica, nella realtà) e viene raccontata dalla voce fuori campo dello stesso protagonista, il barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni, candidato all'Oscar come miglior attore protagonista), detto Fefè, attraverso un lungo flashback che ci accompagna per tutto il film. I personaggi che si muovono intorno alla vicenda sembrano pupi siciliani, marionette che rimangono rigide nei propri cliché (in primis il barone stesso, con i suoi capelli lucidi di brillantina). Il barone non è altro che un uomo che non sa amare, essendo profondamente egoista: è sposato da quindici anni con Rosalia (Daniela Rocca) e non sopporta più la sua morbosità, tanto da sentirne quasi repulsione fisica. Il tormentone di Rosalia ("Fefè, dove sei?") diventa un tarlo che lo rende esasperato della vita famigliare, se non fosse per la cugina più giovane (Stefania Sandrelli) di cui è segretamente innamorato. Da qui il progetto di far fuori la consorte, cercando di mettere in scena un delitto d'onore. Don Fefè si muove come un regista: cerca un attore che possa interpretare l'amante (uno splendido Leopoldo Trieste), un registratore per immortalare il tutto e una scenografia adeguata. Alla fine riuscirà nell'impresa, salvando così "l'onore".
La vicenda non è nuova, ma la rivoluzione stilistica è cominciata: lontano anni luce dalla linearità del dramma neorealista, con questa pellicola Pietro Germi si libera da un'armatura formale e gira con grande libertà e violenza di stile come mai aveva fatto. Il flashback, il montaggio frenetico di alcune scene, la sospensione della voce fuori campo con ripresa successiva del filo del discorso, l'uso del sonoro per caratterizzare alcuni momenti (si pensi all'urlo del venditore ambulante che penetra in casa), i sogni assassini di Mastroianni che interrompono la storia come spot, l'accelerazione delle scene (la corsa del barone per azionare il registratore che poi riavvolge all'indietro, così anche le immagini impresse del film) sono tutti elementi nuovissimi nel suo cinema. Il clima è quello della Nouvelle Vague, di "Hiroshima mon amour", non certo di Visconti o Fellini (citato nella scena di cinema nel cinema con la proiezione de "La dolce vita" a cui assiste Mastroianni nella duplice veste di spettatore e attore). Da questo momento in poi il suo cinema diventa quello della commedia e della satira di costume ("Sedotta e abbandonata", "Signori e signore"). Tutto questo grazie all'enorme successo di pubblico di "Divorzio all'italiana" e a una serie di premi sempre più importanti (da citare la vittoria dell'Oscar per la miglior sceneggiatura originale).

La Sicilia, lo specchio dei vizi italiani

La Sicilia di Germi è descritta come un mondo ancestrale e radicato su regole e riti arcaici che si perpetuano di generazione in generazione. Dal continente giungono lontani echi di modernità e cambiamento (i balli moderni, il deputato del PCI che indaga sulla condizione della donna), ma non riescono a far breccia nella chiusa comunità di Agromonte. Al di là delle connotazioni tipicamente siciliane come l'onore, le corna, il dialetto, il folklore, i mandolini, questa rappresentazione caricaturale porta però i connotati di un intero Paese ancora legato a una legislatura anacronistica e a all'influenza della Chiesa in ogni ambito della vita sociale e politica. Emblematica la figura del parroco che invita i fedeli a votare liberamente, secondo coscienza, un partito "democratico e cristiano". Germi utilizza questa caricatura per mettere a nudo il maschilismo, la retorica forense e la bigotteria di gran parte d'Italia e lo fa con lo strumento della commedia. Per molti critici "Divorzio all'italiana" è stato il primo esempio di commedia all'italiana. In verità già prima questo termine fu utilizzato per "Un americano a Roma" e "I soliti ignoti". Per quanto riguarda poi il tema del rapporto uomo-donna, già "Il vedovo" di Dino Risi (1959) aveva indicato l'uxoricidio come unica via d'uscita per tutti i mali del matrimonio. Il capodopera di Germi però carica tale cattiveria, tipica del filone della commedia all'italiana, di un maggiore sarcasmo, e lo fa mettendo in scena solo personaggi sgradevoli e privi di umanità, con toni ben più forti delle opere citate. Qui Germi non permette allo spettatore di identificarsi con qualcuno, ma lo obbliga a seguire Don Fefè e a fare quasi il tifo per lui. Per paradosso l'unica creatura dotata di una certa umanità è proprio Rosalia che, nei suoi modi dolciastri e appiccicosi, si interroga però sull'esistenza, legge qualche libro e ascolta Donizetti.
Se con "Divorzio" Pietro Germi ha fatto nascere la commedia all'italiana è anche pur vero che ne ha, quasi, diretto il funerale: "Amici miei", progetto pensato e lasciato prima di morire a Mario Monicelli, è l'epitaffio di un genere e di un'epoca. Nel suo vero ultimo film, "Alfredo Alfredo", non ritroviamo più la cattiveria e il sarcasmo, ma una certa malinconia e un senso di caducità. L'enorme successo ottenuto farà nascere altri film "all'italiana" (ci saranno "Amore", "Matrimonio", "Adulterio"), ma nessuno di questi raggiungerà vette così alte. Il barone Cefalù rimane così una maschera unica e inimitabile con quei capelli impomatati di brillantina, il bocchino e il tic della bocca. Mastroianni offre una delle interpretazioni migliori della sua carriera, ispirata alla figura dello stesso Germi permettendogli così di "apparire" anche nella sua opera più importante.
Alessandro Corda
http://www.ondacinema.it/film/recensione/divorzio_all_italiana.html 
 

 

14 comentarios:

  1. JOYITA del subestimado Germi con un enorme
    MASTROIANNI y una bella novata SANDRELLI.

    MIL GRACIAS amigo Amarcord.

    Eddelon

    ResponderEliminar
  2. Parte 3R DELECTED OR
    INVALID

    ResponderEliminar
  3. El link 3 está caído. Gran trabajo. Saludos.

    ResponderEliminar
  4. Colocados nuevos enlaces en Mediafire (Todos)
    Espero que duren.

    ResponderEliminar
  5. Increíble tu blog nos haz dado felicidad a muchos fans del cine europeo y principalmente italiano. GRACIASSSS!!!

    ResponderEliminar
  6. ohhh noooo aparece: invalid o deleted en todos los enlaces de descarga! por favor coloca nuevos enlaces. felicidades muy buen blog!!!!!!!!

    ResponderEliminar
  7. Gracias Amarcord por subir de nuevo los enlaces!, es un excelente trabajo el que haces al compartir con el mundo el cinema italiano; sigue adelante!!

    PD de casualidad en tus haberes tendras el film MATRIMONIO ALL'ITALIANA? si lo tienes te agradeceria que lo compartieras en este blog, gracias de nuevo! cuidate!

    ResponderEliminar