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miércoles, 11 de noviembre de 2020

L'estate - Paolo Spinola (1966)

TITULO ORIGINAL 
L'estate
AÑO 
1966
IDIOMA 
Italiano
SUBTÍTULOS 
Español (Separados)
DURACIÓN 
90 min.
PAÍS Italia
DIRECCIÓN 
Paolo Spinola
GUIÓN 
Paolo Spinola, Rafael Azcona
MÚSICA 
Gianni Boncompagni
FOTOGRAFÍA 
Marcello Gatti
REPARTO 
Enrico Maria Salerno, Nadja Tiller, Carlo Hinterman, Mita Medici, Mirella Pamphili, Mita Cattaneo, Dino Zamboni
PRODUCTORA 
Soc. 5 Ottobre Cinematografica
GÉNERO 
Drama

Sinopsis
Sergio es un ejecutivo milanés divorciado que va a pasar sus vacaciones de verano con su actual pareja, Adriana, que tiene una hija adolescente. Sergio se divorció cansado de la rutina y ahora, ve cómo le está sucediendo lo mismo con Adriana, que se ha aburguesado completamente. Lo que él cree necesitar es una amante y no una esposa... (FILMAFFINITY)
 
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Sub 

Rampollo di una famiglia della nobiltà genovese, Paolo Spinola girò, tra il 1964 e il 1977, quattro film. Dopodiché si dedicò all’imprenditoria vinicola. Un soggetto che non può non destare il nostro interesse, soprattutto alla luce di una carriera effimera ma davvero intrigante, comunque totalmente relegata all’oblio. Praticamente irreperibile nel circuito legale: nessuno dei suoi film è pubblicato in home video, le copie visionabili in giro sono indecenti. Un regista invisibile, parafrasando il titolo del suo terzo lavoro, il fantasmatico, ostico, misterico La donna invisibile.
Lodatissimo dalla critica all’apparizione della sua opera prima, Spinola è stato poi talmente trascurato, perfino respinto, fino ad essere dimenticato. Eppure con l’esordio La fuga aveva dato prova di una raffinatezza, un’eleganza, un coraggio inediti per l’epoca: in un inesplicabile bianco e nero, nitido e sfuggente al contempo, la drammatica storia – filtrata da una prospettiva psicanalitica – di una donna in crisi, tradita dal marito e affascinata dal possibile ménage lesbico con un’amica.

Sforbiciato dalla censura e premiato dalla critica, accostato naturalmente a Michelangelo Antonioni come mille altri autori o aspiranti tali in quel periodo, dominato dalle splendide performance di Giovanna Ralli e Anouk Aimée, quel film permise a Spinola di proseguire il discorso sul ceto borghese all’epoca del boom economico, tra donne tormentate sul baratro dell’alienazione e superbi uomini di mezz’età che si sentono padroni del destino.

Attraversato da una selezione di canzoni beat, come se Gianni Boncompagni (accreditato compositore) gestisca il juke box sul mare, L’estate è un prodotto tipico della sua stagione: lontano dalla città, reclusa in case di villeggiatura o su panfili in mezzo al mare, la borghesia sguazza compiaciuta addirittura delle proprie angosce, annacquate nel chiacchiericcio costante da salotto costiero, sotto le vacuità scambiate per ammazzare quel tempo ed esorcizzare il tempo che passa.

Alla base, infatti, c’è un conflitto generazionale che si riverbera nella problematica sessuale: un’elegante donna di rappresentanza, mediamente desiderata dai maschi a eccezione del marito, bicchiere in mano e capello mai scomposto; e sua figlia, vitale adolescente che forse non è andata a scuola da Lolita ed è una ninfetta da dolci inganni, direttamente uscita da un film di Alberto Lattuada. Si contendono il maschio del boom, compagno della prima: quarantenne, professionista affermato, opportunista, cinico, fedifrago, dedito al cameratismo.
Quest’ultimo è interpretato da Enrico Maria Salerno, uno dei corpi più contundenti e meno studiati del nostro cinema: adatto tanto alla commedia all’italiana quanto al dramma intimista, ha la faccia più indicata per incarnare l’intellettuale che si porta la guerra dentro, capace di capitalizzare il potenziale edonista da brillante e scivoloso seduttore e in parallelo dare voci ai tormenti di uomini segnati dalla vita, padre di famiglia e perso in odissee nude, dentro le stagioni del nostro amore (che è dello stesso anno di L’estate…).
Assistito in sede di sceneggiatura da Rafael Azcona, Spinola usa il triangolo amoroso per costruire un acido trattato sul capitalismo italiano: incompleto e rozzo, attratto dalla facilità della conquista (la carne giovane della ragazzina) e convinto di godere d’una rendita di posizione vita natural durante (la relazione ufficiale con la coetanea), provinciale, subalterno alle mode, autoreferenziale. Nella forma di un secco, tagliente, aspro mélo al calor bianco, un film in anticipo, stratificato e precisissimo nel raccontare uno spietato spazio socio-culturale. Reparto tecnico di lusso: fotografia di Marcello Gatti, montaggio di Nino Baragli, scenografia e costumi di Piero Gherardi.
https://lorciofani.com/2019/10/16/lestate-paolo-spinola-1966/

 


L’estate (1966) è un film caratterizzato da certe idee critiche del periodo storico, un’ambientazione alto borghese  e un sottofondo di musica beat (curato da Gianni Boncompagni) che per il tema torbido e controcorrente non è facile dimenticare. L’antecedente letterario è Lolita di Nabokov, romanzo del 1955 portato sul grande schermo da Kubrick nel 1962, ma L’estate è più scabroso e meno rassicurante. Il tema portante è il triangolo amoroso, la passione di un uomo di mezza età per una ragazzina, complicata dal fatto che l’adolescente è la figliastra, considerata come una vera e proprio figlia. In breve la trama. Sergio (Salerno), un industriale annoiato, raggiunge la compagna Adriana (Tiller) a Porto Rotondo, in Sardegna, subito ci accorgiamo che le cose tra loro non vanno come un tempo, al punto che l’uomo medita di separarsi. Lisa (Medici) è la ragazzina che irrompe nella relazione pericolante, seduce il patrigno, con lui perde la verginità, salvando il suo futuro e quello della madre, impedendo la fine del rapporto. Tema torbido in tutti i sensi, prima di tutto perché la figliastra ha sedici anni, poi perché non è l’uomo a sedurre la ragazzina ma il contrario (tema tipico della lolita) e soprattutto perché Lisa non agisce per amore o per passione, ma per freddo calcolo, per interesse, per salvare economicamente il suo futuro.
Il film racconta la crisi della famiglia borghese, già evidente nel 1966, con un protagonista separato che vive insieme a una compagna ma finisce a letto con la figliastra. Sottofondo di musica beat con pezzi dei Rokes, degli Atom e dei Pipers (eseguono la colonna sonora), con raffigurazione della netta separazione tra il mondo dei giovani e quello degli adulti. Sta arrivando il Sessantotto, il film lo anticipa con molte idee di contestazione al matrimonio e alle convenzioni sociali. Il personaggio interpretato magistralmente da Enrico Maria Salerno esprime la scarsa fiducia nel lavoro, la voglia di libertà, il bisogno di evadere, ma anche la crisi del quarantenne di fronte alla noia sartriana dell’esistenza.
Mita Medici è giovanissima, per la prima volta sullo schermo, direttamente dal Piper - locale alla moda romano -, ha sedici anni come la protagonista che interpreta, per questo non viene mai inquadrata nuda e il regista stempera i momenti erotici più torridi. Lolita straordinaria che Spinola sfrutta al meglio delle sue possibilità per un volto da ragazzina ingenua su un corpo che sprizza sensualità e malizia da tutti i pori. Forse la sequenza più erotica è quella del riccio di mare che punge il piede della ragazzina con l’uomo intento a succhiare il sangue della ferita. Brava anche l’austriaca Najda Tiller, molto attiva nel cinema italiano, ben calata nella parte della borghese altezzosa, amante tradita dalla figlia, che in un sordido finale accetta il nuovo status quo, per mero interesse.
Il regista documenta il cambiamento di un’epoca e narra la disillusione dell’Italia dopo il boom, immortala la Fiat 500, descrive l’entusiasmo per una fotocopiatrice, racconta la scoperta del sesso da parte degli adolescenti. Stigmatizza il tabù della verginità, l’altezzosità della ricca borghesia, i difficili rapporti tra coniugi, l’egoismo degli uomini, i discorsi vuoti e inconcludenti dei ricchi imprenditori. Vizi privati e pubbliche virtù, attacco all’ipocrisia borghese, incomunicabilità generazionale e nella coppia, sono temi importanti di un piccolo film da riscoprire. Tecnica di regia classica, panoramiche e primi piani, ambientazione e recitazione di impronta teatrale. Esterni girati in una Sardegna selvaggia, prima della speculazione edilizia e dello sfruttamento turistico, a bordo di uno yacht, tra le scogliere di Porto Rotondo e il mare incontaminato. Straordinaria la fotografia di Marcello Gatti, realizzata in un arcaico technicolor.
Ottima la ricostruzione di ambienti curata da Piero Gherardi. Lo sceneggiatore spagnolo Rafael Azcona - mentore di Marco Ferreri - viene italianizzato nei titoli in Raffaele Ascona. Gordon Mitchell compare in un breve cameo nella parte di se stesso. Troppo duro il giudizio di Paolo Mereghetti (una stella): “Dramma del sentimento di una coppia anomala, ma il film nonostante il torbido soggetto non lascia traccia”. Pino Farinotti assegna due stelle, puntando sul mondo borghese capace di scendere a patti con la morale pur di non perdere privilegi. Fernando di Leo deve molto alle suggestioni di questo film quando gira La seduzione (1972) con Jenny Tamburi, anche se la sua sceneggiatura proviene da un romanzo di Ercole Patti.
Piero Spinola (Genova, 1929) lavora nel cinema dal 1952 come aiuto di Gianni Franciolini (fino al 1958 sarà anche soggettista e sceneggiatore). Non gira molte pellicole da regista, ma cura sempre il soggetto e può dirsi un autore: La fuga (1964), L’estate (1966), La donna invisibile (1969), Un giorno alla fine d’ottobre (1977). Fanno parte dei temi portanti del suo cinema la descrizione critica dell’alta borghesia e un’attenta analisi di singolari figure femminili.
http://cinetecadicaino.blogspot.com/2016/01/lestate1966-di-paolospinola-regia-paolo.html 


 

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